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Discussione: artìculu de Bolognesi

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    Predefinito artìculu de Bolognesi


  2. #2
    Franciscu Pala
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    Predefinito

    ecco il testo dell'articolo importato da Acrobat, ci sono errori nella rappresentazione dei grafici presenti nel testo.

    IL SARDO TRA ISOLAMENTO E CONTATTO:
    UNA RIANALISI DI ALCUNI STEREOTIPI 1

    ROBERTO BOLOGNESI

    Rijksuniversiteit Groningen


    1. Introduzione
    In questo articolo si analizzano alcuni diffusi luoghi comuni sul sardo, la sua presunta
    “arcaicità” e l’influsso subito dall’italiano medievale, proponendo contemporaneamente
    una teoria del mutamento linguistico compatibile con i recenti sviluppi della linguistica
    teorica e della sociolinguistica.2
    La rianalisi degli stereotipi sul sardo si basa soprattutto su una serie di descrizioni e
    di analisi della lingua sarda apparse nel corso delle ultime decadi. Queste descrizioni,
    pur essendo inserite in quadri teorici diversi, condividono l’attenzione per i meccanismi
    sincronici che regolano la struttura della lingua, distaccandosi dal tradizionale approccio
    storico-comparativo, finora privilegiato dagli studi di linguistica sarda.
    Tutte le varietà del sardo presentano caratteri conservatori e innovativi, anche se in
    misura diversa, e questi caratteri sono indipendenti dal limitato contatto che, fino a
    tempi recenti, i parlanti del sardo hanno avuto con le lingue dei vari dominatori. In
    particolare, in questa sede si mette in luce l’esagerata importanza attribuita all’influsso
    delle varie lingue dominanti, succedutesi nei secoli nell’isola, come meccanismo
    promotore del mutamento linguistico. In effetti, il contatto del sardo con altre lingue,
    nella forma di bilinguismo da parte dei sardi, nei secoli precedenti a quello appena
    trascorso è stato limitato alla ristretta minoranza di sardi alfabetizzati, mentre è assodato
    che il mutamento linguistico —nel senso di mutamento grammaticale— avviene
    principalmente in seguito a meccanismi endogeni, sia dal punto di vista delle strutture
    della lingua che dal punto di vista della comunità linguistica.
    L’isolamento linguistico a cui l’isola è stata sottoposta per circa duemila anni non ha
    impedito l’evoluzione di nessuna delle sue varietà, da un lato, mentre dall’altro le
    evoluzioni delle strutture linguistiche subite dalle varietà più innovatrici non sono
    attribuibili al contatto con le varie lingue dominanti.
    L’analisi della situazione demografica in Sardegna e di alcuni dei fenomeni indicati
    nella letteratura come “arcaici” o, viceversa, come da attribuire all’influsso del pisano,
    permette di sfatare anche empiricamente i pregiudizi a lungo alimentati dagli studi
    tradizionali sul sardo.
    1 Sono grato a Michel Contini, Xavier Frías Conde, Antonello Garau, Frabrizio Giuffrida, Guido
    Mensching , Lucia Molinu, Mario Puddu, Renata Puddu e Mauro Scorretti per i loro commenti e
    suggerimenti. Eventuali errori sono da attribuire solo a me.
    2 Va chiarito subito che si usano i termini “arcaico” e “arcaicità” come abbreviazioni di
    “relativamente/molto conservatore rispetto al latino”.ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    2
    L’articolo è strutturato nel modo seguente: nelle varie sezioni del §2 si illustra la teoria
    del mutamento linguistico adottata e la situazione di variazione dialettale nell’area
    linguistica sarda; al §3 si affronta il problema della presunta “arcaicità “del sardo; al §4
    viene affrontato, da un punto di vista teorico e demografico, il problema dell’influsso
    subito dalle varietà meridionali da parte delle varie lingue dominanti succedutesi in
    Sardegna; al §5 si prendono in esame gli “arcaismi” del sardo esplicitamente indicati
    nella letteratura, prestando particolare attenzione al sistema vocalico; nelle varie sezioni
    del §6, infine, si analizza tutta una serie di fenomeni fonologici presenti nelle varietà
    meridionali del sardo e indicati nella letteratura come dovuti all’influsso del pisano
    medievale.
    2. Il mutamento linguistico
    2.1. Le condizioni che portano al mutamento linguistico
    La tensione verso la variazione delle strutture di una data lingua è intrinsicamente
    presente in ciascuna comunità linguistica (Labov 1972, Kaye 1996, Van Reenen ed Elias
    1998). Contemporaneamente, la variazione sincronica esistente all’interno di ciascuna
    lingua costituisce la base del mutamento linguistico diacronico. Labov (1972: 3) esprime
    il concetto del rapporto fra variabilità e mutamento linguistici nei termini seguenti:
    Il [nostro] punto di vista è che non si può comprendere un mutamento linguistico
    separandolo dalla vita sociale della comunità in cui esso avviene. Ponendo la
    questione in altri termini, si può affermare che le pressioni sociali sono
    continuamente operanti sulla lingua, e non da un remoto punto nel passato, ma
    come un’immanente forza sociale che agisce nel vivo presente.3
    Per mezzo della variazione linguistica, i diversi gruppi sociali che compongono una
    comunità sottolineano la propria identità, per rafforzarla e distinguerla ulteriormente
    rispetto a quella degli altri gruppi. Le differenze sociali, generazionali e fra sessi si
    riflettono in un uso della lingua e in un lessico parzialmente specifici di ciascun gruppo
    sociale, tendendo anche a provocare una vera e propria diversificazione delle strutture
    grammaticali. In questi casi si arriva alla formazione di veri e propri dialetti sociali
    (socioletti).
    Questo avviene anche in comunità di dimensioni limitate e legate ad un’economia
    tradizionale. Il villaggio sardo di Sestu, per esempio, durante il primo dopoguerra era
    diviso linguisticamente in due socioletti, quello civili (‘civile’) e quello craccau (‘calcato,
    esagerato = non raffinato’). I due socioletti, abbastanza distinti nel lessico e nella
    pronuncia, corrispondevano grosso modo ai due rioni del villaggio —separati da un
    torrente— e venivano parlati, rispettivamente, dai grandi proprietari terrieri, il primo, e il
    secondo dagli abitanti meno abbienti (Cf. Bolognesi 1998 e Wagner 1951 per una
    distinzione sociolinguistica simile, estesa a tutta la Sardegna meridionale).
    3 “The point of view of the present study is that one cannot understand the development of a language
    change apart from the social life of the community in which it occurs. Or put it another way, social
    pressures are continually operating upon language, not from some remote point in the past, but as an
    immanent social force acting in the living present”.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    3
    L’insieme dei meccanismi che regola la variazione linguistica all’interno di una
    comunità è comunque complesso e contraddittorio. Esiste anche la tendenza ad imitare il
    comportamento linguistico di gruppi sociali considerati più prestigiosi, meccanismo,
    questo, che porta ad una maggiore uniformità linguistica (per la situazione in Sardegna, si
    veda Loi Corvetto 1983). In una prospettiva diacronica, la dialettica fra le tendenze alla
    diversificazione e all’uniformità espresse nella lingua costituisce la causa principale del
    mutamento linguistico.4
    Per esempio, una certa innovazione linguistica può comparire nel linguaggio degli
    adolescenti e come tale viene, da un lato, imitata dal gruppo dei coetanei mentre,
    dall’altro, viene normalmente stigmatizzata dai parlanti delle generazioni precedenti.
    Molte innovazioni linguistiche sono perciò effimere, in quanto marcate, psicologicamente
    faticose da mantenere in uso, e non sopravvivono alla stigmatizzazione da parte della
    maggioranza della comunità linguistica. Se però un’innovazione si mantiene nella lingua
    della generazione che l’ha introdotta anche quando questa raggiunge un’età adulta, essa
    entra anche a far parte della lingua a cui sono esposti i bambini della generazione
    successiva. Questi bambini apprendono l’innovazione come se si trattasse di un elemento
    linguistico neutro, non particolarmente marcato psicologicamente, e possono far
    propagare l'innovazione ben oltre i limiti raggiunti dalla generazione precedente.
    A questo punto il fenomeno può diventare generale e può arrivare a soppiantare più o
    meno completamente le forme che l’hanno preceduta (ma le diverse forme possono
    convivere anche per secoli). L’innovazione caratterizza allora la lingua dell’intera
    comunità (o della sua maggioranza) e cessa di essere una caratteristica sociolettale per
    diventare una caratteristica dialettale vera e propria. Da quel momento, quel dato dialetto
    si distingue dagli altri (anche) sulla base di quella caratteristica. Come mostrato da Labov
    in tutta una serie di ricerche, comunque, la variazione linguistica (la presenza di forme
    diverse nella stessa lingua) è una caratteristica intrinseca alla variazione sociale esistente
    in qualunque comunità linguistica.
    Soprattutto la pronuncia, il prodotto del componente fonologico della grammatica,
    comporta, rispetto alle altre strutture della lingua, un mutamento veloce. Un esempio
    documentato di mutamento fonologico molto rapido è la debuccalizzazione della /s/ nel
    Kambera, una lingua parlata nell’isola indonesiana di Sumba. Il fenomeno consiste nella
    perdita dell’articolazione nel cavo orale della fricativa alveo-dentale che viene invece
    articolata nella glottide e appare come /h/. Il fenomeno è presente, in posizione
    implosiva (estas > [ehtah]), anche nei dialetti meridionali e in molti dialetti americani
    dello spagnolo. Nel Kambera la debuccalizzazione della /s/ era ancora assente nel 1872,
    aveva interessato una porzione consistente del lessico nel 1891, e interessava tutto il
    lessico nel 1909 (Cf. van Reenen ed Elias 1998:109).
    Nonostante la sua velocità, un mutamento fonologico implica un mutamento strutturale
    profondo perché, come è stato chiarito dalla linguistica generativa a partire da Chomsky e
    Halle (1968), la fonologia è parte integrante della grammatica. I mutamenti fonologici
    implicano quindi un mutamento delle strutture della lingua e possono avvenire soltanto
    quando si verificano le condizioni appropriate per il mutamento linguistico vero e proprio.
    Per questo motivo, ma anche perché la linguistica storica si è tradizionalmente
    sempre estesamente occupata soprattutto dei mutamenti “fonetici”, in quest'articolo ci
    occuperemo degli stereotipi che riguardano l'evoluzione fonologica del sardo.
    4 Si veda Labov (172: 178-180) per un modello dettagliato del meccanismo che porta al mutamento
    linguistico.ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    4
    2.2. I meccanismi sottostanti al mutamento linguistico
    I meccanismi che possono portare al mutamento linguistico sono molteplici. A
    meccanismi endogeni, interni alla struttura stessa della lingua, si aggiungono i
    meccanismi psicologici e sociali descritti nel paragrafo precedente, interni alla comunità
    linguistica. Esistono però anche meccanismi interamente esogeni come il prestito
    lessicale e il contatto linguistico intimo; nel suo insieme, il mutamento linguistico
    risulta dall’interazione, fondamentalmente imprevedibile, di tutto questo insieme di
    fattori.
    Labov (1972: 1) propone di suddividere il problema del mutamento linguistico nel
    modo seguente:
    Il problema di fornire una spiegazione per il mutamento linguistico sembra
    risolversi in tre problemi distinti: l’origine del mutamento linguistico; la
    diffusione e propagazione dei mutamenti linguistici; e la regolarità del
    mutamento linguistico. Il modello sottostante a questa suddivisione tripartita
    richiede come punto di partenza una variazione in una o più parole nella
    produzione linguistica di uno o due individui. Queste variazioni possono venire
    indotte dai processi di assimilazione o differenziazione, da analogia, prestito,
    fusione, contaminazione, variazione casuale, o qualunque numero di processi
    nei quali il sistema linguistico interagisce con le caratteristiche fisiologiche o
    psicologiche dell’individuo.5
    Adattando leggermente una proposta di Kiparsky (1995), tenendo presente che i
    meccanismi in questione non operano mai in modo interamente regolare e limitandoci al
    sistema fonologico, i meccanismi che portano al mutamento linguistico possono essere
    riassunti e raggruppati nello schema esemplicativo seguente:
    Tabella 1
    Mutamento
    spontaneo
    Analogia
    lessicale
    Prestito
    lessicale
    Contatto
    intimo
    Generalità: Totale Una parola alla
    volta, un contesto
    alla volta
    Una parola alla
    volta
    Totale
    Gradualità: Graduale Quantale Quantale Graduale
    Origine: Endogena Endogena Esogena Esogena
    Rapidità: Rapido Lento Rapido Rapido
    Effetti su:
    5 “The problem of explaining language change resolves itself into three separate problems: the origin of
    linguistic variations; the spread and propagation of linguistic changes; and the regularity of linguistic
    change. The model which underlies this three-way division requires as a starting point a variation in one
    or several words in the speech of one or two individuals. These variations may be induced by the
    processes of assimilation or differentiation, by analogy, borrowing, fusion, contamination, random
    variation or any number of processes in which the language system interacts with the physiological or
    psychological characteristics of the individual”.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    5
    Sistema fonologico Presenti:
    ristrutturazione
    Assenti:
    regolarizzazione
    dell’input lessicale
    Assenti:
    regolarizzazione
    dell’output
    Presenti:
    Ristrutturazione
    Inventario di
    fonemi e allofoni
    Nuovo inventario Nessun mutamento Effetti periferici Nuovo inventario
    Vocabolario Invariato Invariato Nuove parole Nuove parole
    Da questo schema risulta che gli unici due meccanismi che possono portare ad una
    modifica profonda ed estesa del sistema fonologico di una lingua sono il mutamento
    spontaneo, meccanismo endogeno, e il contatto intimo, meccanismo esogeno. I
    meccanismi dell’analogia lessicale e del prestito lessicale hanno effetti limitati
    (rispettivamente nullo o periferico) e non comportano una ristrutturazione del sistema
    fonologico.
    Per quanto riguarda il contatto intimo, Bondarko (2000: 55) fornisce la seguente
    definizione:
    Il tipo più comune di contatto linguistico è rappresentato da una situazione in
    cui in una certa comunità due lingue coesistono in termini di uguaglianza —la
    cosiddetta lingua madre e la lingua ufficiale. […] Ciò che conta è che la
    seconda lingua (la lingua ufficiale) non sia solo la lingua della comunicazione
    ufficiale, ma sia anche molto spesso usata come lingua madre.6
    È anche ovvio che nella comunità linguistica debba esistere un bilinguismo diffuso,
    altrimenti si avrebbero due comunità linguistiche fisicamente adiacenti, ma distinte,
    anziché un’unica comunità. Inoltre, mentre i prestiti lessicali si possono effettuare, e si
    effettuano correntemente, senza bisogno che avvenga il contatto linguistico vero e
    proprio, il bilinguismo è una condizione necessaria per poter effettuare dei calchi
    grammaticali: il trasferimento di strutture da una lingua all’altra (Cf. Sarhima 1999 e
    Johansson 2000,). Per poter introdurre nella lingua madre le strutture della lingua
    ufficiale è necessario conoscere le strutture della lingua ufficiale (la grammatica),
    mentre per introdurre una parola isolata per esempio la parola inglese computer nel
    sardo attuale non è per niente necessario per i sardi conoscere l’inglese. Sarebbe
    invece necessario un diffuso bilinguismo inglese-sardo perché nel sardo si verificassero
    dei calchi morfosintattici o pronunce di tipo anglosassone. Anche quando il numero dei
    prestiti lessicali dall’inglese diventa elevato, ma manca il bilinguismo diffuso, come per
    esempio in italiano, non si ha una modifica rilevante del sistema fonologico, perché i
    prestiti vengono sistematicamente adattati alla fonologia della lingua ospitante (es.
    Shakespeare  scespir [espir]).
    Il contatto linguistico intimo avviene nella competenza linguistica dei parlanti
    bilingui, cioè nella loro mente, e i suoi risultati possono diffondersi soltanto se esiste un
    numero sufficiente di parlanti bilingui che condividono la conoscenza di strutture
    6 “The most common type of language contact is the situation when in a certain community two
    languages coexist on equal terms the so called mother toungue and the official language. […] The
    important thing is that the second (official) language is not only the language of official communication
    but is very often used as the mother tongue”.ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    6
    linguistiche “ibride”, accettano queste strutture come possibili (grammaticali), e
    dispongono di un sufficiente prestigio sociale per poterle diffondere fra i monolingui.
    Van Coetsem (1988: 106) esprime il concetto nei seguenti termini:
    Mentre l’inclusione [di un fenomeno fonologico nella lingua ricevente] è
    motivata socialmente, con il processo di prestito iniziato generalmente dal
    parlante bilingue della lingua ricevente, la sua integrazione [nel sistema
    fonologico della lingua ricevente] viene effettuata in genere dal parlante
    monolingue della lingua ricevente ed è determinato principalmente da
    quest’ultima.7
    Un chiaro caso di contatto linguistico intimo si sta verificando nella Sardegna attuale fra
    italiano e sardo, grazie al quasi generale bilinguismo sardo-italiano dei sardi. Il contatto
    linguistico in questo caso ha prodotto tutta una serie di risultati strutturalmente
    intermedi fra le due lingue originarie, tipici di una situazione di bilinguismo con
    diglossia e di uso generalizzato del communtamento di codice (code-switching). In un
    primo lungo periodo è stato l’italiano parlato nell’isola a subire l’influsso del sardo a
    tutti i livelli della struttura linguistica, mentre il sardo si limitava ad accettare numerosi
    prestiti lessicali dall’italiano. Successivamente, quando il sardo ha cessato di essere la
    “lingua madre” per le generazioni nate a partire dagli anni ‘60, anche le sue strutture
    grammaticali hanno cominciato a subire numerose modifiche in direzione di quelle
    dell’italiano (di Sardegna).8 Su questa lingua “neo-sarda” manca ancora qualunque
    studio sistematico, ma si possono trovare numerosi esempi di interferenze lessicali e
    morfosintattiche dall’italiano nei messaggi su Internet inviati alla lista di distribuzione
    Sa-Limba (http://www.spinfo.uni-koeln.de/mensch/sa-Limba.html).9 Una prima analisi
    delle interferenze dall’italiano nel linguaggio degli iscritti alla lista di distribuzione
    viene presentata in Bolognesi, Frías Conde e Heeringa (in preparazione).
    7 “While inclusion is primarily socially motivated, with the borrowing process initiated by the rl bilingual,
    integration in general is effected by the rl monolingual and is primarily rl directed”.
    8 Ovviamente il processo di “desardizzazione” linguistica delle famiglie sarde non è avvenuto dappertutto
    nello stesso momento e non si è neppure completato. L’uso dell’italiano all’interno della famiglia è
    cominciato nelle realtà urbane e si è diffuso gradualmente alle regioni rurali. Andre (1997: 148) riporta
    comunque una situazione in cui il numero di bambini sardofoni (“sardodominanti”) in una classe della
    scuola materna del villaggio di Galtellí è di 10 su un totale di 14 bambini, tutti nati nel 1989. La lingua
    intermedia, nata dall’uso relativamente limitato della lingua ufficiale da parte di parlanti del sardo, è
    conosciuta come Italiano Regionale di Sardegna (Cf. Loi Corvetto 1983 per una descrizione). Anche per i
    dati relativi all’uso del sardo nell’ambito familiare nella seconda metà degli anni ‘70, si veda Loi Corvetto
    (1983).
    9 È possibile, comunque, come suggerito da Guido Mesching (comunicazione personale), che parte di
    queste interferenze siano semplici effetti di “esecuzione” (nel senso tecnico di performance, contrapposto
    a “competenza” definito dalla linguistica chomskyana): “è possibile che la stessa necessità di esprimersi
    per iscritto sia la causa di alcuni di questi fenomeni, data la generale alfabetizzazione in italiano dei sardi,
    ma si potrebbero anche individuare altri effetti di performance. Occorrerebbe una ricerca di tipo piuttosto
    psicolinguistico, mirante, per esempio, a misurare il tempo d'accesso ai lessemi sardi/italiani nei casi in
    cui ambedue siano conosciute”. La lista di distribuzione sa-limba fa parte del progetto Internet "Limba e
    curtura de sa Sardigna" della Libera Università di Berlino, in collaborazione con l'università di Colonia.
    Si vedano gli articoli di Mensching (1999, 2000) e Remberger (1999).ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    7
    Il meccanismo più diffuso e veloce fra quelli che comportano il mutamento
    linguistico è il mutamento fonologico spontaneo. Data la sua importanza il mutamento
    spontaneo va affrontato separatamente.
    2.3. Il mutamento fonologico spontaneo
    Gli sviluppi recenti della teoria fonologica hanno chiarito i motivi strutturali che
    sottostanno alla relativa facilità con cui avvengono i mutamenti fonologici. Dal
    fruttuoso approccio alla fonologia innescato dalla Teoria dell’Ottimalità (Prince e
    Smolensky 1993) risulta che ogni sistema fonologico è in effetti perennemente in bilico
    fra il mantenimento dello status quo e il mutamento, indipendentemente da ogni
    eventuale pressione sociale, sia endogena sia esogena.
    In questi anni sono già apparsi diversi studi sul mutamento linguistico e sulla
    variazione, condotti all’interno di questo quadro teorico (Cf. Hinskens et al. 1997).
    Diversi di questi studi sono disponibili su Internet al seguente indirizzo:
    http://ruccs.rutgers.edu/roa.html.
    La Teoria dell’Ottimalità è basata sull’ipotesi che le strutture fonologiche siano
    sottoposte ad un certo numero limitato di condizioni universali e locali di Buona
    Formazione e di Fedeltà, e che queste siano organizzate in una gerarchia di
    condizioni/restrizioni (o constraints) che nei dettagli varia in modo imprevedibile da
    lingua a lingua. Dato che tutti i constraints sono presenti in ciascuna grammatica, chi
    apprende una lingua, oltre al lessico, in effetti si limita ad apprendere il modo specifico
    in cui i constraints sono organizzati gerarchicamente in quella data lingua: la loro
    posizione nella struttura. Le differenze fra lingue (grammatiche, competenze) diverse si
    possono illustrare attraverso lo schema seguente:
    1) Lingua A: a >> b >> c >> d >> e >> f….
    Lingua B: f >> c >> b >> a >> e >> d….
    Le lettere minuscole rappresentano i singoli constraints, mentre le doppie frecce (>>)
    rappresentano il fatto che il constraint che precede domina quello che segue.
    Secondo quest’approccio, quindi, le differenze fra lingue non sono qualitative ma, in
    un certo senso, “geografiche” e quindi misurabili in termini di distanze reciproche fra
    constraints. Per ottenere una grammatica (un sistema fonologico) differente basta che la
    posizione di un constraint cambi anche solo leggermente la sua posizione nella
    gerarchia. Diversamente da quanto previsto dal tradizionale approccio derivazionale alla
    fonologia, basato sull’ipotetica esistenza di regole specifiche di ogni lingua, un
    mutamento fonologico non comporta un’alterazione qualitativa della grammatica o,
    necessariamente, una sua ristrutturazione radicale. Un mutamento fonologico può essere
    dovuto ad un mutamento strutturale anche minimo. Secondo l’approccio classico,
    invece, una data regola fonologica può solo essere presente o assente dalla grammatica e
    le differenze fra sistemi fonologici erano quindi viste come differenze qualitative,
    intrinseche, radicali.
    Secondo la Teoria dell’Ottimalità tutti i constraints sono presenti in una
    grammatica. Questo implica che dal punto di vista della composizione qualitativa tutteഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    8
    le lingue sono completamente identiche. A variare da lingua a lingua sono l’effetto e la
    visibilità dei constraints, i quali dipendono dalla loro posizione nella gerarchia. Più alta
    è la loro posizione gerarchica, più visibile è il loro effetto e meno “eccezioni” (vale a
    dire, violazioni di un dato constraint) si verificano nella pronuncia. Il fatto che un
    constraint venga obbedito o meno dipende dai conflitti che eventualmente insorgono
    con i constraints che occupano una posizione gerarchica superiore. Nel caso di un
    conflitto fra constraints, il constraint superiore viene obbedito e quello inferiore violato:
    in questo caso appare nella pronuncia una “eccezione”, cioè una struttura che viola quel
    dato constraint. Data una certa Forma Sottostante (o input) la sua Realizzazione
    Superficiale (o output) dipende perciò dal modo in cui i singoli constraints sono
    organizzati gerarchicamente in una data lingua. Se si ha un conflitto fra due condizioni
    opposte, il conflitto è vinto dalla condizione che domina l’altra nella gerarchia.
    Prendiamo per esempio il fenomeno dell’inserzione delle vocali paragogiche,
    comune a tutte le varietà del sardo (es. bakas  bakas[a] ‘vacche’). Prima di una
    pausa, un’occlusiva che si trova in posizione finale di parola viene sempre seguita dalla
    copia della vocale precedente. In altri contesti questo non avviene, così vi sono dei casi
    in cui non si effettua alcuna epentesi. Quest’alternanza ci permette di stabilire che
    l’input della forma epentecizzata (la forma sottostante) non contiene la paragogia. Se la
    pronuncia sarda fosse sempre fedele all’input, l’ultima sillaba della parola che termina
    con un’occlusiva sarebbe chiusa da una consonante, avrebbe una coda. Questa
    posizione sillabica è universalmente sfavorita (proibita dal constraint No Coda. Si veda
    Prince e Smolensky 1993), ma mentre certe lingue tollerano questa violazione in
    qualunque contesto, preferendo sempre la realizzazione di una pronuncia fedele
    all’input, il sardo lo fa solo raramente (Cf. Bolognesi 1998 e Molinu 1998 per un
    chiarimento e un’analisi).
    Nel contesto in esame la presenza di una coda viene evitata mediante l’epentesi: la
    consonante finale dell’input appare nell’output come l’attacco di una sillaba epentetica.
    La pronuncia si rivela perciò meno fedele all’input, in quanto contiene una vocale che
    dell’input non fa parte. Questo significa che obbedire il constraint No Coda nel sardo è
    più importante di una pronuncia fedele all’input. Formalmente il rapporto gerarchico fra
    la proibizione della coda sillabica e la proibizione dell’epentesi è espresso dalla tabella
    seguente:
    2) Input: bakas No Coda Fedeltà
    bakas *
     bakas[a] *
    La freccia indica la forma ottimale per il sardo, in quel contesto, gli asterischi indicano
    le violazioni dei constraints, mentre il fatto che No Coda precede il constraint Fedeltà
    indica che questo viene dominato dal primo. Se il rapporto fra No Coda e il constraint
    che proibisce l’epentesi fosse l’inverso, come in spagnolo, la coda verrebbe tollerata e
    l’epentesi non si realizzerebbe: l’output sarebbe bakas, come nella tabella seguente:ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    9
    3) Input: bakas Fedeltà No Coda
     bakas *
    bakas[e]10 *
    I constraints operano localmente perché, pur essendo ogni singola
    condizione/restrizione riconducibile ai principi universali di Buona Formazione o di
    Fedeltà (Cf. Bolognesi 1998), il loro dominio di applicazione è limitato ad una certa
    posizione (o nodo) della struttura fonologica. I due principi esprimono due tendenze
    universali (presenti nella grammatica di ciascuna lingua), le quali sono
    contemporaneamente complementari e in conflitto fra di loro. Il principio di Buona
    Formazione vorrebbe che ciascuna struttura fonologica si adeguasse ad uno schema
    ideale e universale di completezza strutturale interamente prevedibile. Questo principio
    garantisce l’intrinseca apprendibilità di ciascuna lingua.
    Le Condizioni di Buona Formazione sono ‘date’ e non hanno bisogno di essere
    apprese. Qualunque lingua basa le proprie regolarità (e quindi la propria apprendibilità)
    su queste restrizioni universali sulle strutture fonologiche. Queste sono tutte
    riconducibili a meccanismi articolatori, e a schemi acustici e ritmici che in parte sono il
    risultato della fisiologia dell’apparato articolatorio, e in parte si ricollegano alle
    proprietà generali di tutti gli schemi ritmici (Cf. Helsloot 1995).
    Il principio di Fedeltà, invece, richiede che la pronuncia effettiva di ciascuna parola
    sia fedele alla rappresentazione lessicale delle parole, la quale è in principio unica,
    idiosincratica e, normalmente, non confondibile con nessun altra. Questo secondo
    principio garantisce la conservazione della distintività delle parole e l’intrinseca
    capacità di ciascuna lingua di comunicare adeguatamente i significati associati alle
    parole. Anche il Principio di Fedeltà è ‘dato’, e quindi non ha bisogno di essere
    appreso. In effetti si tratta di un principio estremamente generale che implica
    semplicemente che il nostro comportamento, linguistico in questo caso, sia adeguato
    agli schemi mentali che abbiamo interiorizzato.
    In ogni singola lingua la distribuzione dei singoli constraints nella gerarchia
    risponderà perciò all’esigenza di ottenere contemporaneamente il massimo della
    comunicatività e il massimo dell’apprendibilità. Cioè, ogni lingua deve esibire un
    Equilibrio Funzionale, il quale, pur differendo nei dettagli, prevede una distribuzione
    quantitativamente corrispondente dei constraints di Buona Formazione (BF) rispetto a
    quelli di Fedeltà (F). In effetti, per nessuna lingua è stata accertato che il suo
    apprendimento, per i membri della comunità linguistica corrispondente, sia più difficile
    rispetto alle lingue di altre comunità, o che essa sia inadatta a comunicare tutti i concetti
    sviluppati all’interno di una data cultura. Formalmente il concetto di Equilibrio
    Funzionale è espresso dallo schema seguente:
    10 La vocale epentetica dello spagnolo è [e]. La teoria dell’Ottimalità prevede la presenza di diverse forme
    candidate analoghe in tutte le lingue che presentino input analoghi. A competere per l’output in spagnolo
    sarebbero perciò varie forme che in ogni caso comprendono anche i candidati bakas e bakas[e]. Per una
    presentazione della teoria si veda Prince e Smolesky (1993).ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    10
    4) Lingua A: …F1>> BF1 >> F2 >> BF2 >> F3 >> BF3>> F4 >> BF4 nBF = nF
    Lingua B: … BF1>> BF4 >> F2 >> BF2 >> F3>> F1>> BF3 >> F4 nBF = nF
    Le due lingue possono essere rappresentate sia da due lingue non imparentate e che non
    condividono il lessico, sia da due fasi diverse della stessa lingua, nel qual caso il lessico
    (l'input) sarà grosso modo identico, mentre la pronuncia sarà diversa.
    In ogni caso, quello che conta è che la distribuzione quantitativa dei constraints di
    Fedeltà, sia in una data porzione della gerarchia che nell’intera gerarchia, equivalga a
    quella dei constraints di Buona Formazione. Una volta soddisfatte queste esigenze di
    ordine quantitativo, i dettagli di una singola gerarchia risultano ininfluenti e, come è già
    stato accertato, questi variano da lingua a lingua.11 Questa situazione rende un sistema
    fonologico relativamente indifferente allo status quo e suscettibile di qualunque
    mutamento non implichi la perdita dell’Equilibrio Funzionale. Un sistema fonologico
    risulta perciò perennemente in bilico fra il mantenimento dello status quo e il
    mutamento.
    Sotto la pressione mirante alla differenziazione linguistica, esercitata dai vari gruppi
    sociali, la gerarchia dei constraints subisce facilmente delle modifiche che con il
    susseguirsi delle generazioni eventualmente si cristallizzano in grammatiche
    (leggermente) diverse, corrispondenti ai vari socioletti prima, e a vari dialetti poi.
    L’esistenza dell’Equilibrio Funzionale, unita ad un lessico ancora unitario, garantisce
    comunque la mutua intelleggibilità fra i vari socioletti e dialetti, permettendo
    contemporaneamente l’attestata variazione linguistica all’interno di una data area.
    Secondo questo modello, quindi, il mutamento linguistico non è da considerarsi un
    incidente, più o meno esecrabile, ma un risultato logico del modo in cui la struttura
    stessa della lingua è organizzata.
    2.4. La variazione dialettale nell'area linguistica sarda
    Per quanto riguarda l’area linguistica sarda, sottoposta per circa duemila anni a un quasi
    totale isolamento linguistico, dovuto al quasi totale monolinguismo dei sardi, l’incidenza
    del mutamento spontaneo sulla variazione dialettale si può verificare facilmente
    prendendo in esame le varie pronunce della semplice frase su kan ‘il cane’. Negli esempi
    che seguono si può vedere come l’esistenza di diversi sistemi fonologici —l’applicazione
    di diverse “regole di pronuncia”— porti ad una miriade di realizzazioni dialettali diverse:
    5) Input: su kan ‘il cane’
    a. zu kan (Lula)
    b. zu an (Orgosolo)
    c. zu an (Dorgali)
    11 Ovviamente il modello rappresentato qui sopra modello rappresenta un’idealizzazione molto
    schematica del concetto. Per poter arrivare ad un modello più realistico di Equilibrio Funzionale è
    necessario condurre un’estesa ricerca empirica. È logicamente possibile, per esempio, che esistano
    concentrazioni locali (clusters) di constraints di un tipo, bilanciate da simili clusters dell’altro tipo, senza
    che questo modifichi l’equilibrio generale della gerarchia.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    11
    d. su an (Scanu Montiferro)
    e. su ani (Iglesias)
    f. su ai (Sestu)
    g. su a i (Sarrabus)
    h. su ani (Cagliari)
    i. su a (Guasila)
    Al livello delle rappresentazioni lessicali queste forme sono identiche (Cf. Molinu 1992,
    1998 e Bolognesi 1998, 1999 per una motivazione). Le diverse pronunce sono tutte il
    risultato di meccanismi sincronici presenti nei rispettivi dialetti sardi e assenti dalle
    varie lingue ufficiali che si sono succedute nell’isola nel corso dei secoli. In altri
    termini, questo aspetto della varietà dialettale presente in Sardegna è interamente dovuto
    al mutamento fonologico spontaneo.
    Per avere un’idea, sia pure parziale, di quanto incisiva sia stata l’azione del
    mutamento spontaneo sul sistema fonologico di un singolo dialetto sardo, quello
    meridionale di Sestu, si possono prendere in esame le dieci diverse realizzazioni della
    fricativa /s/ in posizione finale di parola in nove contesti diversi:
    6) Input lessicale Pronuncia
    a. is kans  is kãiz[i]# ‘i cani’
    b. is tulas  i teu
    az[a]# ‘le tegole’
    c. is bak as  i ak az[a]#/i b ak az[a]# ‘le vacche’
    d. is skalas  iz[i] ska
    az[a]# ‘le scale’
    e. is ti  as  i  i  az[a]# ‘le settimane’
    f. is fil us  i  il uz[u]# ‘i figli’
    g. is lu s  i l u iz[i]# ‘le luci’
    h. is attrus  iz at ruz[u]# ‘gli altri’
    i. tu fas kus u  tui vai k usu ‘tu fai quello’
    [i], [a], [u]: vocali paragogiche
    #: confine di frase
    Questi dieci fenomeni fonologici costituiscono solo una porzione delle alternanze
    sincroniche accertate nel sistema fonologico del sardo di Sestu. Oltre ai mutamenti
    fonologici diacronici, subiti nel corso della sua evoluzione dal latino popolare, in genere
    circoscritti all’interno delle parole e condivisi dagli altri dialetti campidanesi, il sardo di
    Sestu presenta tutta una serie di fenomeni sincronici non riconducibili a nessuna delle
    lingue dominanti che si sono succedute in Sardegna.12 . Interagendo fra di loro, questi
    12 Come mi è stato fatto notare da Renata Puddu (comunicazione personale), in linea di principio non si
    può escludere che alcuni di questi fenomeni siano dovuti all’influenza delle lingue dominanti con cui il
    sardo di Sestu è entrato in contatto nel passato. Il fenomeno potrebbe essere stato presente in una fase
    precedente del pisano, del catalano o dello spagnolo per poi sparire dal sistema fonologico attuale. È
    ovvio però che un ipotetico influsso fonologico di questo tipo sarebbe comunque tutto da dimostrare: ilഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    12
    fenomeni moltiplicano il loro effetto e conducono ad una pronuncia delle frasi molto
    lontana da quella delle singole parole pronunciate in isolamento. L’elenco dei fenomeni
    fonologici sincronici accertati nel sestese è il seguente:
    7) a. 8 diversi tipi di epentesi vocalica;
    b. 2 diversi tipi di epentesi consonantica;
    c. 2 tipi di metatesi della /r/;
    d. caduta delle vocali e delle consonanti;
    e. armonia vocalica (metafonia);
    f. 2 diversi tipi di riduzione vocalica;
    g. ‘lenizione’ delle consonanti sorde a fricative sonore;
    h. ‘pseudolenizione’ delle occlusive sonore a fricative;
    i. mancata ‘lenizione’ dell’affricata palatale iniziale dei prestiti;
    j. nasalizzazione delle vocali toniche con caduta della nasale seguente;
    k. 2 tipi di ‘mutazione spontanea’ (indipendente dal contesto);
    l. uvularizzazione della liquida laterale /l/;
    m. geminazione e degeminazione vocaliche e consonantiche;
    n. iatizzazione dei dittonghi crescenti;
    o. semivocalizzazione delle vocali finali alte per fini euritmici;
    Per una descrizione dettagliata e un’analisi di questi fenomeni si veda Bolognesi (1998).
    La maggior parte di questi fenomeni è anche descritta e analizzata da un punto di vista
    diacronico in Virdis (1978). La ricerca di Virdis è dedicata all’intero gruppo di dialetti
    meridionali identificabile come “campidanese”. Il sestese appartiene indubbiamente a
    questo gruppo e le sue caratteristiche fonologiche sono condivise da altri dialetti, non
    necessariamente adiacenti. Si può affermare che la fonologia del sestese consista nella
    composizione, specifica di quel dialetto, di una serie di fenomeni presenti, ma
    irregolarmente distribuiti, in un’area molto più vasta, oltre che dall’assenza di tutta
    un’altra serie di fenomeni accertati nell’area sarda.
    Ragionando in termini di Teoria dell’Ottimalità, si può affermare che, avendo come
    input il lessico del sardo, solo una porzione —ma una porzione molto ampia— di quello
    che sarebbe fonologicamente possibile e necessario in base al Principio di Buona
    Formazione viene anche ammessa nell’output del sestese (nella pronuncia) dalla sua
    specifica gerarchia di constraints. Quello che colpisce di fronte alla ricchezza di questo
    sistema fonologico è l’assenza di fenomeni paralleli dalle lingue dominanti che si sono
    succedute in Sardegna.13 Invece, questi fenomeni, dovuti a meccanismi universali, sono
    presenti in varie altre lingue che non sono mai entrate in contatto con il sardo.
    fenomeno potrebbe ancora essersi sviluppato autonomamente in entrambe le lingue. Dall’evidenza
    empirica disponibile nulla porta a concludere che questo influsso sia realmente avvenuto.
    13 Alcuni fenomeni analoghi, ma che presentano differenze cruciali rispetto ai fenomeni sardi, sono
    presenti nella fonologia frasale dello spagnolo, del catalano e del toscano. La lenizione delle ostruenti
    sorde in sardo (per es. /su kane/ > [su an]) è affiancata dalla spirantizzazione presente in spagnolo,
    catalano e toscano, ma nel caso delle lingue iberiche sono le plosive sonore a venire spirantizzate, mentre nel
    toscano le plosive sorde vengono spirantizzate, rimanendo però sorde. Anche il toscano, poi, conosce
    l’inserzione della vocale epentetica in contesti simili (ma non identici) a quelli del sardo. Inoltre in toscano l’
    epentesi è sempre realizzata come [e], mentre nel sardo la vocale epentetica è sempre costituita dalla copia
    della vocale che precede la consonante. Si tenga poi presente che entrambi i fenomeni (spirantizzazione edഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    13
    3. La presunta arcaicità del sardo
    Dopo queste considerazioni generali sul mutamento linguistico, le sue possibili cause, e
    i suoi effetti, possiamo passare ad affrontare quello che negli studi di Romanistica
    classica viene considerato l’esempio più chiaro di carenza di mutamento linguistico: il
    sardo.14
    Nel suo lavoro standard sulle origini delle lingue neolatine, Tagliavini (1982:
    388) offre la seguente definizione della lingua:
    Il sardo ha una sua speciale fisionomia e individualità che lo rende, in un certo
    senso «il più caratteristico degli idiomi neolatini»;15 e questa speciale
    individualità del Sardo, come lingua di tipo arcaico e con una fisionomia
    inconfondibile, traspare già dai più antichi testi.
    Il luogo comune sull’arcaicità del sardo è nato nel XIX secolo, un periodo in cui si
    sapeva ancora molto poco della lingua in questione. In proposito, Paulis (1996: 39)
    afferma quanto segue:
    Insieme alla dipendenza dal vocabolario dello Spano [unica fonte allora
    disponibile sul sardo] e all’ignoranza dei fenomeni evolutivi del fonetismo
    sardo nella loro variazione diatopica, un altro limite che [precedentemente
    agli studi di Max Leopold Wagner] ritardava allora lo sviluppo della
    linguistica sarda era il pregiudizio, invero perdurante, che tutto il sardo sia
    arcaico e primitivo e che ogni parola sarda o ogni sua variante debba risalire
    direttamente al latino.
    Questa citazione sembra suggerire che il Wagner sia stato immune da questo
    pregiudizio. In effetti, il linguista tedesco è stato uno dei suoi tanti sostenitori e, dato il
    suo prestigio fra gli intellettuali sardi, anche uno dei suoi maggiori propagatori, per
    mezzo del tipico “effetto domino” prodotto dall’autorevolezza che si riflette su chi
    sostiene i propri argomenti appoggiandosi al Wagner. Come esempio valga la seguente
    citazione fatta da Giovanni Lilliu (1975: 103) e tratta da Wagner (1951):
    Il sardo si deve considerare una lingua per il fatto stesso che la lingua sarda
    non è confondibile con nessun’altra. [Esso] è un parlare arcaico e con proprie
    spiccate caratteristiche, che si rivelano in un vocabolario molto originale e in
    una morfologia e sintassi assai differenti da quella dei dialetti italiani.
    Le parole di Wagner, vengono ancora una volta citate da Emmanuelle Andre (1997: 59),
    questa volta incastonate nel testo dell’autorevole archeologo Giovanni Lilliu, a sua volta
    epentesi) sono fra i più comuni fenomeni fonologici e sono estremamente diffusi anche in lingue che non
    hanno mai conosciuto alcun tipo di contatto. Riguardo alla vocale paragogica, Guido Mensching
    (comunicazione personale) riporta l’esistenza di un dialetto locale basco che presenterebbe lo stesso
    fenomeno.
    14 Per un quadro generale della Filologia Romanza si vedano Bec (1970-71), Iordan ed Orr (1970),
    Lausberg (1970-73), Posner e Green (1993), Posner (1998).
    15 Cf. Bartoli (1903).ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    14
    citato dalla studiosa francese. Rispetto all’arcaicità, Andre mantiene una posizione
    neutra, ma a pag. 34 della sua ricerca estesa ed innovatrice sottolinea l’evidenza che “Di
    fatto i linguisti considerano [il sardo antico] come la lingua romanza più conservatrice”.
    Come mi ha fatto presente Xavier Frías Conde (comunicazione personale), ancora
    oggi il “sardo” —cioè le varietà centrosettentrionali— viene considerato da molti
    romanisti di formazione classica alla stregua di un latino appena un po’ evoluto. I
    dialetti meridionali, i quali contraddicono palesemente questo pregiudizio, vengono
    circolarmente ignorati in quanto “non puri”.
    La presunta “arcaicità “della lingua sarda costituisce uno degli aspetti di una visione
    generale della Sardegna, coltivata principalmente al suo esterno, ma che inevitabilmente
    filtra anche nell’isola attraverso la scuola, l’università e i mass media. Per la lingua
    sembra valere lo stesso giudizio generale dato dall’antropologo olandese Peter Odermatt
    (1994: 105), riferendosi alla funzione che il folklore sardo svolge nell’immaginario
    collettivo degli Italiani:
    Per gli Italiani il folklore è sintomatico dell’immagine di una Sardegna
    anacronistica che hanno dell’isola. Ancora negli anni ‘70, sia i politici che i
    mass media italiani descrivevano uno scenario di caos e arretratezza. Nell’Italia
    odierna la Sardegna viene ancora vista come una terra di pastori e di banditi.16
    All’interno di una simile visione della Sardegna come terra arretrata, la sua lingua non
    può che essere “arcaica”, meno evoluta delle altre lingue romanze.
    Questa è anche la visione ufficiale che il governo italiano propone del sardo in un
    documento presentato nel 1995 al Consiglio d’Europa:
    I dialetti sardi, presenti in tutta la parte centromeridionale dell’isola, hanno
    avuto uno sviluppo autonomo e più lento rispetto ai dialetti menzionati prima [i
    dialetti italiani], a causa delle speciali condizioni fisiche dell’isola. Essi
    costituiscono, in un certo senso, una lingua a sé, all’interno della famiglia
    indoeuropea” (Consiglio d’Europa: contributo italiano, 1995).17
    Blasco Ferrer (1984: 23) ripropone a sua volta nel modo seguente questo diffuso
    pregiudizio:
    il sardo è una lingua arcaica, a causa della sua precoce latinizzazione (sec. III
    a.C.), della sua posizione isolata e della scarsa capacità di recepimento di
    innovazioni provenienti dal continente.
    Queste caratteristiche sono ravvisabili nella struttura linguistica del sardo e
    cioè:
    16 “Voor de Italiaan staat de folklore voor het beeld dat hij heeft van het anachronistische Sardinië. Nog in
    de jaren zeventig schetsten de Italiaanse politiek en media een beeld van chaos en achterlijkheid. Sardinië
    wordt nog steeds gezien als een land van herders en bandieten”.
    17 “The Sardinian dialects, which occur throughout the central-southern part of the island, developed
    autonomously and more slowly than those referred to above, because of the special physical
    circumstances of the island. They constitute something of a language of their own, within the Indo-European
    family”.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    15
    1. Nell'arcaicità di certi fenomeni fonetici e morfosintattici […] e nella
    conservazione di certi lessemi ignoti nella maggior parte della Romania
    […]
    2. Nel carattere prettamente contadino o rurale del lessico […]
    3. Nella mancanza di prestiti greci, specie nel campo degli astratti […]
    I punti 2. e 3. Sono corollari di 1.: infatti, ad un latino arcaico, isolato e
    scevro della spinta culturale greca, è riconducibile il tenore rustico del lessico
    latino del sardo.
    Quella che viene presentata come un dato di fatto è in effetti solamente un'ipotesi da
    verificare. Quelli elencati da Blasco Ferrer sono i motivi per cui, secondo lui e tanti
    altri, il sardo dovrebbe essere una lingua “arcaica”. In effetti, se il contatto linguistico
    fosse l’unica causa del mutamento linguistico, le cose dovrebbero effettivamente stare
    cosi: il prolungato isolamento implicherebbe l’arcaicità del sardo.
    Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, però, il contatto linguistico è solo uno
    dei vari meccanismi che sottostanno al mutamento linguistico. Riformulando
    leggermente le tesi di Blasco Ferrer, si può affermare che il sardo dovrebbe presentare
    delle caratteristiche conservative a causa dei due seguenti motivi: (i) l'introduzione del
    latino in Sardegna in una fase precoce, precedente anche all'introduzione dei numerosi
    prestiti dal greco (soprattutto i termini “colti”); (ii) la ridotta partecipazione agli sviluppi
    successivi che hanno interessato l’area linguistica romanza. Questa seconda ragione
    dipende a sua volta: (a) dall'insularità della Sardegna; (b) dal lungo periodo di
    isolamento dalle altre lingue romanze, prima come risultato dell'appartenenza all'Impero
    d'Oriente e, in seguito, a causa del dominio musulmano sul Mediterraneo —periodo,
    questo, in cui i vari dialetti romanzi si cristallizzavano nelle nuove lingue neolatine; (c)
    dal fatto che il sardo è rimasto (o diventato, a seconda dei punti di vista),
    fondamentalmente, la lingua delle classi subalterne della Sardegna —classi escluse dalle
    correnti di scambio culturale internazionale— una situazione durata fino al giorno
    d'oggi.
    Che il sardo, e in particolare certi suoi dialetti, presenti dei caratteri “arcaici” è fuori
    discussione: tutte le lingue presentano dei caratteri “arcaici”. Quello che non convince è
    l'affermazione che il sardo, nel suo insieme, vada considerato una lingua “arcaica”. I
    motivi per cui si deve dubitare dell'arcaicità del sardo sono i seguenti:
    1) nessuna lingua, neppure l'idioma di un piccolo villaggio, costituisce un sistema
    completamente omogeneo. Il sardo in particolare, poi, presenta una grande
    variazione diatopica e consiste in effetti ancora di una grande famiglia di dialetti
    che presentano notevoli divergenze fonologiche, oltre a differenze meno
    importanti ai livelli lessicale e morfologico. Queste divergenze si possono
    interpretare come riflettenti gradi diversi di “arcaicità”. Quando si parla di sardo
    in termini di “arcaicità”, bisogna chiarire a quale varietà della lingua ci si
    riferisce;
    2) la lingua è una struttura complessa: un sistema di sistemi (Cf. Tobin 1995) e il
    mutamento linguistico può limitarsi ad uno o più sub-sistemi (lessico, fonologia,
    morfologia, sintassi), senza per altro interessare l'intera struttura. Quando si
    parla di “arcaicità “di una lingua, bisogna chiarire a quale parte della struttura ci
    si riferisce;
    3) l'arcaicità è una dimensione relativa: qualcosa si può definire “arcaico” sulla base
    di certe aspettative rispetto ad un'evoluzione che si ritiene probabile e/oഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    16
    auspicabile, e cioè rispetto al grado di “arcaicità “e/o di innovazione di qualcosa
    di paragonabile che funge da parametro. Quando si parla di sardo in termini di
    “arcaicità”, usando il latino come parametro di partenza, bisogna chiarire quale
    (o quali), fra le lingue romanze, costituirebbe il parametro dell'innovazione,
    rispetto al quale misurare l'eventuale “ritardo evolutivo” del sardo.
    4) l'isolamento, al quale il sardo è stato indubbiamente sottoposto, non è stato
    sufficiente ad impedirne, e nemmeno a rallentarne —relativamente ad altre
    lingue— il mutamento linguistico. Quando si parla di sardo in termini di
    “arcaicità “bisogna chiarire qual è, in termini percentuali, il rapporto fra
    elementi conservativi e innovazioni.
    Ora, se da un lato è in parte vero che il sardo nel suo insieme presenta alcuni tratti
    conservativi, soprattutto a livello lessicale e rispetto al latino classico, d'altro lato è vero
    che esso presenta tutta una serie di innovazioni che, in parte, hanno interessato la sua
    intera struttura linguistica (la totalità dei sub-sistemi) di tutte le sue varietà, e in parte
    hanno interessato solo alcuni dei sub-sistemi di alcune delle varietà. Comunque,
    prendendo il latino come termine di confronto, è evidente che nessuna delle varietà del
    sardo è rimasta immune da mutamenti sostanziali della struttura generale della lingua.
    Inoltre, come mi ha fatto notare Xavier Frías Conde (comunicazione personale) se
    per certi elementi, il lessico del sardo si presenta come relativamente conservativo
    rispetto alle altre lingue romanze, in altri aspetti l’arcaicità è condivisa da altre lingue
    oppure, ancora, sono altre lingue ad esibire elementi più “arcaici” rispetto al sardo.
    4. Elementi “arcaici” e innovazioni nel lessico del sardo
    a) Lessico sardo più “arcaico”:
    domu  casa
    cras  mañana/domani
    sciri  saber/sapere
    mannu  grande
    b) Lessico sardo “arcaico” quanto quello delle lingue iberiche:
    mesa = mesa  tavola
    casu = queso  formaggio
    cherrer = querer  volere
    c) Lessico sardo meno “arcaico”:
    comer  mandigare (pappai?)
    d) Innovazioni semantiche presenti solo nel sardo
    castiai < CASTIGARE ‘guardare/mirar’
    conca < CONCA ‘testa/cabeza’
    itta < ? ‘che/que’
    cida < cita < ? ‘settimana/semana’ 18
    18 Ho omesso di riportare le etimologie proposte per le parole itta e cita in quanto le ritengo implausibili.
    Riportarle sarebbe comunque irrilevante ai fini del discorso.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    17
    Quello che più colpisce negli studi sul sardo che tendono a sottolinearne l’arcaicità è la
    quasi totale assenza di interesse per queste innovazioni, soprattutto quando si tratta di
    innovazioni originali, non attribuibili al contatto con altre lingue. Se davvero è
    interessante stabilire una graduatoria di “arcaicità “delle lingue neolatine, bisogna farlo
    su basi quantitative, percentuali, misurando il numero di elementi “arcaici” di fronte al
    numero di innovazioni, oltre che confrontando fra di loro questi rapporti in lingue
    diverse. Se ci si limita a riproporre sempre lo stesso numero limitato di fenomeni
    conservativi —la parte che rappresenterebbe il tutto— ci si limita anche a confermare
    circolarmente il pregiudizio, senza mai arrivare ad una sua verifica. Quella sull’arcaicità
    del sardo è semplicemente un’ipotesi che può essere giusta o sbagliata, e in quanto tale
    va sottoposta ad un corretto procedimento di verifica.
    Dubbi sulla veridicità del luogo comune sono già stati espressi in altre sedi (Cf.
    Virdis 1978, 1988, Bolognesi 1999, 2000, Molinu 1999). Per quanto riguarda il lessico,
    Paulis (1996: 39) asserisce che «[…] certamente il lessico concreto del sardo è latino,
    ma almeno la metà delle altre parole sono imprestiti dalle lingue straniere parlate in
    Sardegna nel corso dei secoli».
    Purtroppo questo studioso non chiarisce, almeno in quella sede, come sia arrivato a
    quantificare il rapporto fra parole sarde di diretta origine latina e quelle prese in
    prestito dalle varie lingue dominanti.
    In una ricerca di prossima pubblicazione (Cf. Bolognesi, Frías Conde e Heeringa, in
    preparazione) saranno presentati i risultati del raffronto fra 200 parole sarde, selezionate
    at random dal computer e tradotte in 52 dialetti delle varietà distinte presenti nell’area
    linguistica sarda, in latino classico e nelle lingue dominanti che si sono succedute nei
    secoli in Sardegna (genovese, italiano, catalano, spagnolo). Le parole in questione sono
    state selezionate meccanicamente da un programma informatico che le ha individuate
    semplicemente come numeri in un corpus di testi sardi contemporanei, comprendente
    circa 260.000 parole. Inoltre, le parole individuate dal computer sono state selezionate
    in base all’unico criterio della loro presenza nel dizionario più comprensivo oggi
    esistente per il sardo (Puddu 2000). Questo per evitare l’uso di criteri soggettivi e
    precostituiti, come la maggiore o minore “autenticità” delle parole, che falserebbero i
    risultati di un’analisi puramente statistica. Le trascrizioni fonetiche delle parole tradotte
    in ciascuno dei dialetti linguistiche presi in esame, vengono poi analizzate da un altro
    programma informatico sviluppato specificamente per quantificare la variazione
    linguistica ai livelli lessicale e fonetico (Cf. Heeringa et al. 2000).Quelli lessicale e
    fonetico sono anche i sub-sistemi linguistici presi normalmente in considerazione dai
    tradizionali lavori sulla storia linguistica del sardo. I risultati della ricerca permetteranno
    di quantificare la distanza delle diverse varietà del sardo dal latino e dalle altre lingue
    dominanti successive, oltre che la distanza reciproca fra le varietà del sardo prese in
    esame.
    Alcuni tentativi precedenti di quantificare l'arcaicità lessicale del sardo sono descritti
    in Mensching (1997) e Mensching (in prep.). I risultati dei lavori presi in esame da
    Mensching risultano abbastanza contraddittori: secondo alcuni, il lessico sardo sarebbe
    il più “arcaico”, ma soltanto “leggermente”, e presenterebbe un vantaggio compreso fra
    un mero 0,3% e l’1,0% nei confronti della lingua che si troverebbe al secondo posto e
    che corrisponderebbe, secondo alcuni all'italiano e secondo altri al catalano. Secondo
    altri studiosi ancora, il sardo occuperebbe invece soltanto il settimo posto su un totale di
    nove lingue neolatine prese in esame. Le critiche presentate da Mensching sui criteri edഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    18
    i procedimenti usati negli studi che egli menziona giustificano, quindi, la necessità di
    portare avanti il progetto di Bolognesi e Heeringa.
    Una ricerca di tipo analogo, la quale però non comprende il latino, è già stata
    effettuata ed è presentata sul sito Internet denominato Ethnologue
    (http://www.sil.org/ethnologue/lookup?SRO). Stando a questa ricerca risulterebbe che il
    complesso di dialetti sardi meridionali denominato “campidanese” presenti un 62% di
    somiglianze lessicali con l’italiano standard e un 73% con il complesso di dialetti
    centrosettentrionali denominato “logudorese”. Il “logudorese” presenterebbe un 68% di
    somiglianze lessicali con l’italiano standard e un 73% con il sassarese (e il
    campidanese), 70% con il gallurese.
    Il “sardo” nel suo complesso (comprendendo presumibilmente anche il sassarese e il
    gallurese, ma la fonte non è esplicita in questo senso) presenterebbe un 85% di
    somiglianze lessicali con l’italiano, 80% con il francese, 78% con il portoghese, 76%
    con lo spagnolo e 74% con il romeno e il retoromanzo.
    C’è da dire però che questi dati lasciano molto perplessi per diversi motivi: (i) il
    sassarese e, in particolare, il gallurese non si possono automaticamente classificare
    come varietà della lingua sarda (Cf. Blasco Ferrer 1984, Paulis 1996); (ii) la media delle
    percentuali di somiglianze con l’italiano date per le quattro varietà “sarde” corrisponde
    al 73,5%, non all’85% (62% campidanese/italiano, 68% logudorese/italiano, 81%
    gallurese/italiano, 83% sassarese/italiano: totale 294: 4 = 73,5%); (iii) intuitivamente
    non sembra credibile che il sardo presenti più somiglianze con il francese che con lo
    spagnolo, lingua dominante in Sardegna per vari secoli; (iv) non sono stati dichiarati i
    criteri e le fonti in base ai quali sono state calcolate le percentuali della distanza
    fonetico-lessicale fra le diverse lingue prese in esame.
    Per quanto riguarda i vari sub-sistemi linguistici del complesso dei dialetti sardi si
    può affermare che la fonologia, cioè l’insieme di regole grammaticali che portano a
    diverse realizzazioni allofoniche degli stessi fonemi, è estremamente ricca e innovativa
    (si vedano in proposito Virdis 1978, Contini 1987, Jones 1988, Smith et al. 1991,
    Molinu 1992, 1998, Bolognesi 1998, Cossu 1999). Contini (1987: 579) descrive la
    situazione complessiva dell’area linguistica sarda nel modo seguente:
    Delle innovazioni numerose hanno modificato in gradi differenti tutte le
    varietà dell’isola. Che si tratti delle occlusive e delle costrittive laringali della
    Barbagia di Ollolai, delle vocali nasali campidanesi o delle fricative laterali
    del Logudoro, per citare solo alcuni esempi, abbiamo accordato ad esse uno
    spazio esteso nella nostra ricerca. Perché pensiamo che le innovazioni siano
    anche l’originalità del sardo a cominciare da quelle che potrebbero ben
    risalire ad un substrato linguistico insulare.19
    Per quanto riguarda invece la morfosintassi, parte centrale della grammatica e struttura
    portante della lingua, si sa che già nel si sa che già' nel latino imperiale esisteva la
    tendenza ad abbandonare l'organizzazione grammaticale del latino tardo-repubblicano,
    basata su una morfologia ricca e complessa, oltre che su una sintassi relativamente
    19 “Des innovations nombreuses ont affecté à des degrés différent toutes le variétés de l’île. Qu’il s’agisse
    des occlusives et des constrictives laryngales de la Barbagia d’Ollolai, des voyelles nasales
    campidaniennes ou des lateral sifflantes du Logudoro, pour ne citer que quelques exemples, nous leur
    avon accordé une place dans nos recherches. Car nous pensons que les innovations font aussi l’originalité
    du sarde à commencer par celles qui pourriaent bien remonter à un substrat linguistique insulaire”.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    19
    libera.20 Nel sardo, questa tendenza alle costruzioni analitiche, innovativa e opposta alla
    tendenza generale del latino classico, è decisamente forte rispetto a qualsiasi altra lingua
    neolatina. Si vedano alcuni esempi di derivazioni e flessioni ‘classiche’ in italiano,
    paragonate alle costruzioni analitiche e alle reduplicazioni del sardo:
    5. Italiano Sardo
    mangiabile 21 bonu a pappai/chi fait a pappai
    bevibile bonu a buffai/chi fait a buffai
    parlerò appu a fueddai
    parlerei emu a fueddai
    parlai appu fueddau
    rifare torrai a fai
    stracolmo prenu prenu
    verdissimo birdi birdi
    lentamente/dolcemente a bellu a bellu
    Questi esempi provengono dalla varietà meridionale ma, fatte le debite differenze
    fonologiche, valgono anche per quelle centrosettentrionali.
    Se è vero che la morfologia derivazionale è in qualunque lingua meno estesa di
    quella flessiva, è anche vero che nel sardo la prima è estremamente ridotta in confronto
    alle altre lingue romanze (si vedano anche Jones 1993 e Molinu 1999). Inoltre, anche il
    paradigma verbale si dimostra decisamente innovativo rispetto al latino (Cf. Molinu
    1989).22
    Per quanto riguarda le strutture sintattiche del sardo, rimando all’esteso lavoro
    descrittivo di Jones (1993). Jones (1993: 362) riassume le caratteristiche della frase
    sarda nel modo seguente: “Dal punto di vista dell’organizzazione generale della sintassi,
    il sardo esibisce molti dei tratti che sono caratteristici delle lingue romanze moderne nel
    loro insieme, anche se non necessariamente condivisi da tutte queste altre lingue o
    effettivamente esclusivi di queste lingue”.23 In Jones (1999) si può trovare un raffronto
    20 Una sintassi libera implica l’impossibilità di comunicare significati non lessicali attraverso l’ordine
    delle parole nella frase. In questo caso è necessariamente presente una morfologia ricca e molto
    complessa. Una lingua di questo tipo è per esempio il Quechua, una lingua agglutinante nella quale alla
    complessa morfologia si contrappone un’ordine delle parole quasi completamente libero (si veda van de
    Kerke 1996).
    21 Se da una lato è vero che i suffissi –abile e –mente costituiscono dei cultismi che, in un certo senso,
    sono stati reintrodotti nelle lingue romanze durante il Rinascimento (Xavier Frías Conde, comunicazione
    personale), d’altro lato è anche vero che l’intero sistema linguistico italiano costituisce un caso di
    “cultismo semiartificiale” con le caratteristiche conservatrici tipiche di una lingua a lungo riservata solo
    ad un uso scritto letterario e burocratico. L’italiano, per questi motivi, è un continuatore del latino ben più
    diretto del sardo e di altre lingua romanze.
    22 Descrizioni dei sistemi morfologici di diverse varietà del sardo si possono trovare in Pittau (1972),
    Blasco Ferrer (1986, 1994, 1998), Lepuri (1999) e Molinu (1999).
    23 “In terms of its overall syntactic organisation, Sardinian displays many features which are characteristic
    of the modern Romance languages as a whole, though not necessarily common to all of these languages
    or indeed exclusive to this language family”.ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    20
    fra alcune delle proprietà sintattiche che il sardo condivide con altre lingue romanze, ed
    altre che sono esclusive del sardo. Per la descrizione di alcuni altri fenomeni sintattici
    esclusivi del sardo si può vedere Bolognesi (2000) e Frías Conde (in preparazione).
    Fra i tratti “arcaici” del sardo, riferendosi in particolare a quelli morfosintattici,
    Blasco Ferrer (1984) menziona anche “la conservazione della sibilante finale”. Questa
    caratteristica, oltre ad essere condivisa anche da francese 24 , spagnolo, catalano,
    occitano, portoghese/galiziano e retoromanzo, nei casi in cui la /s/ in questione è quella
    che denota il morfema del plurale, costituisce in effetti un’innovazione rispetto al latino
    classico.25 A questo va aggiunto che in tutte le varietà del sardo la pronuncia effettiva
    della /s/ finale di parola (cioè di questi morfemi) comporta un numero molto alto di
    realizzazioni allofoniche, anche solo all’interno di una singola varietà (Cf. Contini 1987,
    Molinu 1992, 1998 e Bolognesi 1998, 1999). Queste realizzazioni costituiscono tutte
    delle innovazioni originali, esclusive dell’area linguistica sarda.
    5. L’influenza delle lingue dominanti sulle varietà del sardo
    Un altro luogo comune largamente diffuso attribuisce all’influsso delle lingue
    dominanti le attuali differenze fonologiche esistenti fra le diverse varietà del sardo.
    Anche questo pregiudizio, complementare al precedente, è il risultato di un approccio
    rudimentale al mutamento linguistico, che non tiene conto né dei meccanismi interni
    alla lingua stessa e alla comunità linguistica, né delle condizioni demografiche
    necessarie perché avvenga il contatto linguistico propriamente detto.
    Il fattore linguistico crucialmente trascurato dai sostenitori di questo pregiudizio è la
    marginalità dell’effetto che i prestiti lessicali hanno sulla lingua ricevente. Come già
    rimarcato da Jacobson (1949), citato da van Coetsem (1988: 106), “i prestiti lessicali
    non sono sufficienti perché avvenga il cosiddetto contagio fonologico”.26 Se da un lato è
    assodato che il lessico delle varietà del sardo contiene varie parole provenienti dalle
    lingue dominanti che si sono succedute durante i secoli nell’isola, dall’altro è assodato
    che i prestiti lessicali non influenzano più di tanto il sistema fonologico della lingua
    ricevente. Come mostra la tabella 1. l’influsso dei prestiti lessicali sulle strutture della
    lingua è marginale. Da un punto di vista grammaticale i prestiti lessicali costituiscono
    degli episodi isolati che non solo non influenzano la struttura della lingua ricevente, ma
    ne vengono invece pesantemente influenzati. Questo concetto è espresso da van
    Coetsem (1988: 3) nei termini seguenti:
    È qui di diretta rilevanza il fatto che la lingua possiede una proprietà
    costituzionale di stabilità, certe componenti o domini della lingua sono più
    stabili e più resistenti al mutamento [da contatto], mentre altri domini sono
    meno stabili e resistenti (per es. il lessico). Data la natura di questa proprietà di
    24 Si tenga presente che nel francese odierno la presenza della S si può postulare per il livello fonologico
    [e ortografico], mentre nella rappresentazione fonetica sparisce sempre, tranne che nei contesti
    intervocalici in cui si verifica la liaison.
    25 Naturalmente, uno potrebbe magari dire che si tratta di un fatto di conservazione rispetto al latino
    volgare!
    26 “borrowing vocabulary is not sufficient for so called phonological contagion to take place”.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    21
    stabilità, una lingua in contatto con un’altra tende a mantenere i propri domini
    più stabili. Quindi, se il parlante della lingua ricevente è l’agente [del prestito:
    colui che introduce il prestito nella propria lingua. RB], la sua tendenza
    naturale sarà quella di preservare i domini più stabili della sua lingua (per es.
    la fonologia), accettando contemporaneamente istanze lessicali dalla lingua
    fonte [del prestito]. […] In breve, nel caso dei prestiti, il trasferimento di
    materiale dalla lingua fonte a quella ricevente concerne primariamente i domini
    meno stabili, particolarmente il lessico” [enfasi nell’originale].27
    Il trattamento di una serie di prestiti lessicali dall'italiano mostra come, malgrado il
    diffuso e prolungato bilinguismo, i parlanti sardi che hanno il sardo come prima lingua
    adattino le parole non native alla fonologia della loro lingua. Gli esempi provengono da
    Bolognesi (1998) e riguardano il dialetto di Sestu.:
    6. box  bk[u]z[u] ‘box’ Upim  upi<m> UPIM
    ix  ik[i]z[i] ‘lettera X’ camion  kamju<n> camion
    ex  k[i]z[i] ‘ex’ Manuel  manwe<l> Manuel
    Fiat  fiat[a] ‘FIAT’ sponsor  sponsu<r> `sponsor'
    [ ]: vocale paragogica; < >: segmento cancellato
    Questa evidenza sincronica dovrebbe essere sufficiente a spingere gli studiosi ad una
    maggiore prudenza rispetto alle ricostruzioni ipotetiche sul passato, ma la forza degli
    stereotipi consiste appunto nella facilità con essi vengono riprodotti per mezzo delle
    citazioni non controllate da una verifica.
    Cito nuovamente la sociolinguista francese Emmanuelle Andre (1997: 37) per
    esemplificare il modo in cui il luogo comune sull'influenza sulla fonologia del sardo da
    parte delle lingue dominanti viene riprodotto in lavori che si limitano a consultare le
    fonti standard sulla storia linguistica del sardo:
    In effetti, le dominazioni di Pisa e di Genova provocano la pluralizzazione delle
    varietà del sardo. Si distinguono essenzialmente il “logudorese-nuorese”al
    centro dell'isola e il campidanese al sud. Quest'ultimo ha subito un'evoluzione
    fonetica, morfologica e lessicale, che tende a differenziare le une varietà dalle
    altre seguendo l'influenza linguistica alla quale è stata sottoposta. Così, il sud è
    stata condizionato fortemente da Pisa.28
    27 “Of direct relevance here is the fact that language has a constitutional property of stability; certain
    components or domains of language are more stable and more resistant to change (e.g. phonology), while
    other such domains are less stable and less resistant to change (e.g., vocabulary). Given the nature of this
    property of stability, a language in contact with another tends to maintain its more stable domains. Thus,
    if the recipient language speaker is the agent, his natural tendency will be to preserve the more stable
    domains of his language, e.g., his phonology, while accepting vocabulary items from the source language.
    […] In short, the transfer of material from the source language to the recipient language primarily
    concerns less stable domains, particularly vocabulary".
    28 “En effet, les dominations de Pise et de Gênes provoquent la pluralisation des variétés du sarde. On
    distingue essentiellement le “logudorese-nuorese’’ au centre de l’île et le “campidanese’’ au sud. Ce
    dernier subit à la fois une évolution phonétique, morphologique e lexicale, qui tend à différencier les unsഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    22
    Le affermazioni di Andre si basano ancora una volta su Blasco Ferrer (1984), il quale a
    sua volta si rifà a Wagner (1932). Per quanto riguarda lo studioso tedesco bisogna dire
    che egli aveva concepito questa visione della variazione linguistica nell’area sarda ben
    prima di avere l’opportunità di studiare a fondo il problema. Per Max Leopold Wagner,
    il concetto di “purezza della lingua” era strettamente connesso a quello di “purezza della
    razza”:
    Il Sardo dei monti è un tipo del tutto diverso dal suo fratello della pianura.
    Mentre questo è di statura piccola, colorito pallido, carattere servile e tradisce
    chiaramente l’impronta spagnola, il Sardo delle montagne è alto, il sangue gli si
    gonfia e ribolle nelle vene.29 È attaccato alla sua vita libera e indomita a
    contatto con la natura selvaggia. Egli disprezza il Sardo del Meridione, il
    ‘Maureddu’, come nel Nuorese vengono chiamati gli abitanti della pianura. È
    fuori di dubbio che in queste montagne l’antica razza sarda si sia conservata
    molto più pura che nella pianura, continuamente sommersa dai nuovi invasori.
    Anche la lingua è la più bella e la più pura; è un dialetto armonioso e virile, con
    bei resti latini antichi ed una sintassi arcaica, quello che sopravvive in questi
    monti con sfumature varianti da un villaggio all’altro.30
    Dunque, la lingua e la “razza” degli abitanti dei villaggi di montagna del Nuorese si
    sarebbero mantenute “pure”, mentre quelle degli abitanti dei villaggi della pianura
    meridionale si sarebbero mescolate alla lingua e alla razza degli invasori. Qui ci
    troviamo nuovamente di fronte allo stereotipo messo in luce da Odermatt(1994: 105):
    “il Sardo per eccellenza è il Sardo della Barbagia (il centro montuoso della
    Sardegna)”.31 La Sardegna autentica sarebbe anche linguisticamente quella “arcaica”:
    ciò che non è “arcaico” non sarebbe sardo.
    Virdis (1988: 898) descrive così il quadro prodotto all’interno della linguistica da
    questi pregiudizi:
    Va anche detto che l’attenzione relativa alla classificazione delle parlate
    dell’isola si è maggiormente appuntata sulle aree settentrionali; su questa
    prospettiva di indagine ha pesato soprattutto il pregiudizio di fondo che il vero
    sardo fosse quello parlato nella metà settentrionale del domino, mentre il
    meridione, più soggetto agli influssi che venivano dall’esterno, avrebbe alterato
    des autres suivant l’influence linguistique à la quelle ils sont soumis. Ainsi, le sud est fortement
    conditionné par Pise“.
    29 Quei tratti negativi dei Sardi meridionali che l’esteta Wagner attribuisce all’impronta (genetica)
    spagnola sono visti dal geografo francese Le Lannou (1979:75-283) come i sintomi della malaria e della
    denutrizione che affliggevano i sardi in generale: “La malaria cronica provoca un decadimento di volontà,
    diminuito senso di colleganza sociale, minore audacia in ogni opera collettiva e sociale. [...] Questo
    popolo di razza piccola è sottoalimentato”.
    30 Si veda Das Nuorese. Ein Reisbild aus Sardinien, Globus XCIII, 1908, n. 16:245-246, citato da Giulio
    Paulis nel Saggio Introduttivo a La Vita Rustica, di M.L. Wagner, Ilisso, Nuoro, 1996, traduzione a cura
    di G. Paulis di Das ländische Leben Sardiniens im spiegel der Sprache. Kulturhistorisch-sprachliche
    Untersuchungen, Worter und Sachen. Kulturhistorisches Zeitschrift für Sprach-und-Sachforschung,
    Beiheft 4, Carl Winter’s Universitätsbuchhandlung, Heidelberg, 1921).
    31 “De Sard is de Sard uit de Barbagia (het bergachtige kernland van Sardinië”.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    23
    la sua fisionomia e il suo carattere di genuina sardità; il Wagner riteneva poi
    che il sardo presentasse in origine una sostanziale uniformità attraverso lo
    spazio, la quale si sarebbe poi incrinata a causa dei contatti che il sardo ha via
    intrattenuto con altre lingue.
    L'opinione del Wagner sul rapporto fra invasori e lingua contiene comunque anche una
    verità: per avere un effettivo influsso sulla lingua delle popolazioni sottomesse, la
    lingua dominante deve essere introdotta da un numero consistente di invasori.
    Altrimenti è ovvio che le popolazioni dominate non avrebbero la possibilità di
    apprendere la lingua dei loro dominatori, condizione questa indispensabile per arrivare
    al bilinguismo diffuso e avere un contatto linguistico intimo che vada, cioè, oltre i
    semplici prestiti lessicali.32 A questo proposito Le Lannou (1982: 2, citato in Andre
    1997: 20) è esplicito nell’escludere una massiccia presenza di colonizzatori nell’isola:
    A dire il vero, la Sardegna non attira molto il colono, cioè il vero abitante. Di
    vere e proprie colonizzazioni, generatrici di sviluppi demografici, di fioriture
    urbane e di popolamento rurale, la Sardegna nella storia, ne ha conosciute
    ben poche.
    Secondo il quadro descritto da Le Lannou mancherebbero perciò le condizioni
    demografiche per il bilinguismo diffuso e il conseguente contatto linguistico.
    È pacifico che il contatto asimmetrico con altre lingue in una situazione di diglossia
    sia uno dei meccanismi sottostanti a mutamenti linguistici consistenti:
    Parimenti, le lingue che, per motivazioni storiche, politiche, economiche,
    esercitano un influsso dominante su altre, possono comportare dei mutamenti
    all'interno delle strutture dominate (Blasco Ferrer 1984: 21).
    Quello che però Blasco Ferrer trascura di chiarire nel suo lavoro standard è il modo in
    cui questo influsso poteva esercitarsi in Sardegna nel periodo precedente al XX secolo.
    Visto che la lingua dominante non veniva imparata a scuola —il numero di analfabeti
    era dovunque altissimo fino al secondo dopoguerra— l’unica possibilità di
    apprendimento era quella di avere un’interazione linguistica intensa con parlanti della
    lingua dominante.33
    Sembra altamente implausibile che le élite dominanti, pisana prima, e iberica in
    seguito, si intrattenessero in un’interazione intensa nella propria lingua con i sudditi
    32 Rispetto a questa generalizzazione, il controesempio classico è costituito dal caso del latino volgare. Il
    latino volgare si è diffuso nell’impero romano, a scapito delle lingue indigene, con un processo che è
    durato numerosi secoli, malgrado i romani abbiano costituito sempre una piccola minoranza rispetto al
    resto della popolazione. A diffondere la loro lingua, perciò, saranno state le popolazioni indigene
    latinizzate e non i romani stessi. Questo caso, però, costituisce un’eccezione praticamente isolata nella
    storia, e non la regola. In effetti rimane ancora da spiegare come sia stato possibile per le varie
    popolazioni sottomesse dall’impero romano apprendere la lingua del potere centrale in assenza di un
    diffuso sistema di insegnamento e dei mezzi di comunicazione di massa. Nel mondo attuale, sono questi
    ultimi gli strumenti che permettono l’apprendimento delle varie lingue dominanti, soppiantando le lingue
    minoritarie in modo analogo a quello in cui il latino volgare ha soppiantato molte delle lingue indigene
    dell’impero.
    33 Si veda Pira (1978) per una quantificazione del numero di analfabeti in Sardegna in diversi periodi.ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    24
    sardi non cooptati nell’apparato del potere, e oltretutto monolingui in sardo. Per quanto
    riguarda i Pisani, poi, il periodo della loro consistente presenza in Sardegna è stato
    molto breve. Il Castel di Castro (l’attuale quartiere di Casteddu ‘e susu di Cagliari),
    primo insediamento pisano ed esterno rispetto alla capitale giudicale di S. Igía, “fu
    costruito da un gruppo di mercanti pisani nel 1216/17” (Cf. Casula 1998: 209). Anche
    in seguito all’insediamento pisano a Cagliari, i rapporti fra i Pisani e Giudici di Cagliari
    furono tutt’altro che idillici. Salussio IV, l’ultimo Giudice di Cagliari, prima della cruenta
    conquista pisana del giudicato nel 1258, «fu forse ancora più filoligure dei suoi
    predecessori, essendo tanto sottomesso ai Genovesi da scacciare tutti i Pisani dal Castel di
    Castro» (Cf. Casula 1998: 210).
    Durante il loro breve dominio, i Pisani non si trovarono mai nelle condizioni più
    favorevoli per influenzare la lingua delle classi dirigenti di Cagliari. Blasco Ferrer (1984:
    130) rifacendosi a Wagner (1932: 135-138) anticipa l’influsso linguistico del pisano sul
    sardo di ben due secoli, cioè ai primissimi contatti politici fra Pisa e la Sardegna (secolo
    XI), senza peraltro chiarire come questo influsso sia potuto avvenire senza una
    consistente presenza nell’isola di parlanti del pisano. Per di più, già nel 1324 i
    dominatori pisani venivano cacciati e sostituiti dai nuovi padroni catalani. Il dominio di
    Pisa sul Giudicato di Cagliari è durato appena 64 anni.
    I pochi sardi cooptati al sistema di potere coloniale, sia pisano che iberico, saranno
    poi stati concentrati a Cagliari, come pure la stragrande maggioranza dei dominatori
    (fatto, questo, ripetutamente riconosciuto anche dal Wagner). È possibile avere un’idea,
    sia pure approssimativa, del numero di Cagliaritani che, durante i secoli seguiti alla
    perdita dell’indipendenza, padroneggiavano la lingua dominante di turno. I Cagliaritani
    bilingui rappresentavano una minoranza ancora nel 1814, a quasi un secolo
    dall’introduzione dell’italiano come lingua ufficiale, visto che i bandi di interesse
    generale venivano fatti tradurre in sardo dalle autorità piemontesi perché, come scrivono
    Atzori e Sanna (1995b: 28) a proposito del Manifesto cagliaritano della giunta
    dell’Annona, “fosse di più evidente monito e le persone con un minimo di cultura
    potessero più capillarmente trasmetterlo agli altri, soprattutto alla massa analfabeta”.
    Ancora in quel periodo, quindi, neanche rispetto alla capitale si può parlare di
    bilinguismo diffuso.
    È possibile anche stabilire con una buona approssimazione quanti dei dominatori e
    abitanti di Cagliari si possono poi essere stabiliti nei villaggi della Sardegna
    meridionale, eventualmente influenzandone la lingua. Le affermazioni di Le Lannou
    sull’esiguità di questa presenza alloctona nell’isola trovano conferma in Secci (1991). In
    questo studio sulla storia del villaggio di Sestu, un breve capitolo è dedicato ai cognomi
    originari del villaggio. Per l’anno 1761 sono riportati 84 cognomi. Di questi solo 4
    (Brandisca, Pisano, Salamanca e, possibilmente, Ferru) non sono di chiara origine sarda:
    sembrano di origine pisana i primi due, il terzo è di chiara origine iberica e il quarto
    potrebbe essere un cognome italiano sardizzato, ma potrebbe anche essere un cognome
    catalano. Gli abitanti di Sestu erano in quell’anno 995 e, supponendo che il numero
    medio degli abitanti che condividevano lo stesso cognome fosse uguale per ciascun
    cognome, possiamo calcolare che a Sestu vivessero 47 abitanti di origine non
    completamente sarda: una decina di famiglie. Arriviamo quindi ad una percentuale di
    “alloctoni” inferiore al 5% (4,7). La cifra è di per sé già bassa, ma va poi divisa per due,ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    25
    grosso modo, visto che gli antenati degli “alloctoni” parlavano due lingue diverse.34
    Questa esiguità diventa ancora più rilevante se si tiene conto che Sestu si trova a soli 10
    chilometri (due ore di distanza, per un buon camminatore) da Cagliari, la capitale sarda,
    porta d’accesso all’isola e sede di residenza di tutti i colonizzatori.
    A questa constatazione va poi aggiunta la considerazione che, in qualunque
    situazione, gli invasori sono in genere dei soldati: di fatto, maschi celibi.
    Necessariamente gli invasori dovettero sposarsi con donne sarde, entrando a far parte di
    famiglie sarde. L’effetto potenziale, anche linguistico, della loro presenza sulla cultura
    locale va quindi almeno dimezzato (i figli degli invasori erano anche figli di donne
    sarde, allevati in un ambiente sardo) già a partire dalla seconda generazione. Ad essere
    sommersi, perciò, e non solo linguisticamente, furono gli invasori, come è sempre il
    caso quando il loro numero è percentualmente basso e la loro presenza nel territorio
    diffusa.
    Relativamente al periodo che va dal 1709 al 1761, Secci (1991) riporta anche che, in
    otto casi, i cognomi rilevati a Sestu provengono da vari villaggi circostanti, ma neanche
    un caso di immigrazione da Cagliari viene riportato. Il contatto fra la comunità
    linguistica di Sestu e la fonte di potenziale “inquinamento linguistico” è stato quindi
    molo limitato nel corso dei secoli, e se questa era la situazione in un villaggio alle porte
    di Cagliari, possiamo facilmente immaginare quale fosse la situazione nel resto delle
    pianure sarde. Comunque, un’inchiesta condotta negli archivi comunali e parrocchiali di
    vari villaggi, sull’esempio di quella condotta da Franco Secci a Sestu, permetterebbe di
    verificare ulteriormente sia le affermazioni del Wagner che quelle di Le Lannou.
    Come è risaputo, le uniche colonizzazioni linguistiche avvenute in Sardegna sono
    quelle risultate da colonizzazioni vere e proprie: ad Alghero (catalano), nelle isole di
    S.Pietro e S.Antioco (tabarchino), in Gallura (corso meridionale).35 In questi casi, a
    trasferirsi in Sardegna furono intere comunità o nuclei famigliari che andarono ad
    occupare territori spopolati, senza avere contatti di rilievo con i sardi. Il catalano degli
    algheresi —come riconosciuto anche da Wagner (1951)—, il tabarchino e gallurese non
    hanno perciò portato ad un contatto linguistico con il sardo che vada oltre alcuni prestiti
    lessicali poco diffusi. In tempi più moderni la stessa situazione si è verificata con i
    veneti di Arborea. Più complessa è invece la situazione di Sassari e dintorni, in cui si è
    avuto l’unico caso di contatto linguistico intimo (fra genovese e sardo), dal quale è
    emerso il sassarese, prima come lingua franca e in seguito come lingua “neo-sarda”.
    Tranne che nel sassarese, quindi, in Sardegna non si sono mai verificate le
    condizioni demografiche necessarie per arrivare ad una commistione linguistica. Le
    differenze strutturali fra le varietà del sardo vanno perciò ricercate nell’azione di
    meccanismi diversi dal contatto linguistico. Data questa situazione, delle lingue degli
    invasori, nel sardo meridionale, sono rimasti molti prestiti lessicali, ma le strutture
    34 In effetti ci troviamo di fronte ad un banale incidente statistico e dividere equamente la potenziale
    influenza sul sestese fra pisano e lingue iberiche significa far torto alla realtà storica e linguistica. Nella
    Sestu del 1761, la dominazione iberica era terminata da una cinquantina d’anni ed era durata quasi quattro
    secoli. Ciononostante essa ha lasciato come traccia un unico cognome, mentre quella pisana, finita quattro
    secoli prima e durata solo 64 anni, sembra averne lasciato tre. Tralasciamo poi il fatto che la dominazione
    iberica ha comportato, diacronicamente, la presenza in Sardegna di due lingue dominanti; il catalano e il
    castigliano.
    35 Per un resoconto della colonizzazione della Gallura da parte di immigranti corsi, si veda Mossa (1994)ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    26
    grammaticali hanno avuto uno sviluppo autonomo e, al livello morfosintattico, in gran
    parte coincidente con quello delle altre varietà della lingua.
    Le lingue dei vari dominatori hanno senz’altro contribuito ad arricchire il lessico dei
    vari dialetti del sardo attraverso tutta una serie di parole che normalmente denominano
    cose, concetti e attività sconosciuti nell’isolata Sardegna giudicale. Come chiarito in
    altri termini da van Coetsem (1988), i prestiti lessicali “viaggiano” facilmente assieme
    alle cose denominate e non richiedono/comportano, per essere introdotti, una
    competenza linguistica nella lingua di origine. Appare logico che, con l’aprirsi dei
    giudicati sardi al mondo esterno, si sia verificato un travaso di concetti e oggetti prima
    sconosciuti al chiuso mondo isolano. Altrettanto logico appare il fatto che nel sardo
    siano penetrate le denominazioni pisane, catalane, castigliane, italiane (e ormai anche
    inglesi ) di questi oggetti e concetti. Mi pare anche lecito assumere che la diffusione di
    questi prestiti debba riflettere, almeno in parte, il modo in cui gli oggetti e i concetti
    corrispondenti si sono diffusi nella società sarda. Indirettamente, cioè, la diffusione dei
    prestiti linguistici potrebbe riflettere il grado di penetrazione della cultura dominante.
    Data questa situazione, possiamo concludere che la presenza di prestiti lessicali da
    altre lingue non solo non implica che anche eventuali innovazioni fonologiche siano da
    attribuire al contatto linguistico ma, date le condizioni demografiche dell'isola e le
    modalità in cui avviene il contatto linguistico propriamente detto, si può escludere che i
    sardi del passato siano stati in grado di farsi influenzare fonologicamente dalle varie
    lingue dominanti.
    5.1. Gli “arcaismi” fonetici esplicitamente indicati da Blasco Ferrer
    Dopo aver inquadrato anche la situazione demografica in cui le varie lingue dominanti
    possono aver influito sulle varietà del sardo, possiamo passare all’analisi dei fenomeni
    fonologici del sardo che vengono indicati nella letteratura come “arcaici”: .
    Prendendo ancora in esame il lavoro standard sulla storia linguistica della Sardegna,
    presentato in Blasco Ferrer (1984), appare che a livello di mutamenti fonetici nessuna
    delle caratteristiche “arcaiche” attribuite dallo studioso al “sardo” compare in tutti i suoi
    dialetti. Inoltre, Blasco Ferrer (1984: 24-25) menziona esplicitamente solo tre
    caratteristiche fonetiche che andrebbero considerate “arcaiche”. Di queste, le prime due
    riguardano, e solo in parte, soltanto i dialetti centrosettentrionali e la terza
    incomprensibilmente riguarda in effetti un’innovazione relativamente tarda che
    non ha interessato i dialetti centro-orientali. I primi fenomeni del sardo
    centrosettentrionale sono costituiti (a) dal mancato mutamento delle opposizioni
    qualitative delle vocali latinel’opposizione quantitativa fra vocali lunghe e brevi
    sparisce, come in tutte le lingue romanze, ma la qualità vocalica rimarrebbe immutata;
    (b) dalla mancata palatalizzazione delle velari di fronte alle vocali frontali /i/ e /e/ per
    cui il latino CENTUM ha dato kentu, diversamente, per esempio, dall’italiano cento.
    Inoltre, Blasco Ferrer (1984: 24-25) classifica come “arcaica” la sonorizzazione delle
    occlusive sonore intervocaliche, un fenomeno che egli stesso indica come attestato nel
    secolo XI e sincronicamente produttivo nella fonologia frasale della maggior parte dei
    dialetti sardi.
    Degli ultimi due fenomeni tratteremo nel paragrafo dedicato agli influssi delle lingue
    dominanti sulle varietà del sardo. Nel prossimo paragrafo tratteremo dei vari sistemi
    vocalici presenti nell’area linguistica sarda.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    27
    5.2. I sistemi vocalici delle varietà del sardo
    Per quanto riguarda il mantenimento della qualità vocalica del latino, in effetti, in
    nessuna varietà del sardo la situazione descritta da Blasco Ferrer per il sardo antico si è
    mantenuta immutata, nemmeno nei dialetti centrosettentrionali. Blasco Ferrer presenta
    la situazione in modo schematico, evitando di prendere in considerazione le innovazioni
    che hanno interessato, del tutto o in parte, i diversi dialetti del sardo. La tabella seguente
    illustra la situazione attuale, paragonandola a quella delle fasi che l’hanno preceduta:
    Tabella 2
    Latino classico a a i i e e o o u u
    Sardo antico: a i e o u
    Dialetti
    centrosettentrionali:
    [a] [i] [, e] [, o] [u, ]
    Dialetti meridionali: [a, (), ( )] [i] [, e, i, (a), ( )] [, o, u, (a)] [u]
    : E aperta
    : O aperta
    : schwa (vocale centrale indistinta)
    ( ): le vocali indicate fra parentesi si presentano solo in un numero limitato di dialetti.
    I sistemi vocalici di tutte le varietà moderne del sardo presentano almeno alcune
    innovazioni rispetto al sardo antico. In particolare quelle meridionali presentano un
    sistema vocalico che si può definire molto innovativo, sia rispetto al sardo antico che a
    molte delle altre lingue romanze moderne. Un innovazione presente in tutti i dialetti del
    sardo è il fenomeno definito tradizionalmente come Metafonesi: le vocali medio-basse
    diventano medio-alte quando sono seguite dalle vocali alte /u/ e /i/. Le vocali medie
    assimilano parte delle caratteristiche delle vocali alte che seguono. Il termine
    Metafonesi indica la forma specifica di un fenomeno estremamente diffuso nelle lingue
    del mondo, la cosiddetta Armonia Vocalica. Il fenomeno consiste nell’armonizzare la
    pronuncia delle vocali di una parola ad una o più caratteristiche presenti in una data
    vocale fra quelle presenti nella stessa parola, in genere quella finale. Nel caso della
    Metafonesi, è la vocale immediatamente seguente la media quella che provoca il
    fenomeno.36 Si vedano alcuni esempi:
    36 Il fenomeno della Metafonesi è presente in modo pressoché identico al sardo anche nel portoghese-galiziano
    (Xavier Frías Conde, comunicazione personale). Bisogna precisare però che nel sardo il
    fenomeno in questione non corrisponde alla definizione data per la Metafonesi presente nei dialetti
    italiani. Infatti nel sardo è più corretto parlare di Armonia Vocalica Parziale, in quanto il fenomeno
    riguarda tutte le vocali medie della parola e non solo quelle accentate. Inoltre, in sardo, il fenomeno
    comporta solo un innalzamento parziale della vocali medie (Cf. Contini e Boë 1972). In forme diverse, il
    fenomeno è presente anche in molti dialetti dell’Italia centrale e meridionale, oltre che nel rumeno. A pari
    condizioni che nel sardo, la Metafonesi comporta in queste lingue l’innalzamento totale della vocale
    media alla corrispondente vocale alta o la dittongazione (Calabrese 1984-1985, 1991)ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    28
    ni a ‘nera’ ~ nie u ‘nero’
    na ‘nuova’ ~ nou ‘nuovo’
    bnga δ [a] ‘venga-IMP ~ beni ‘vieni-IMP’
    drma δ [a] ‘dorma-IMP’ ~ dromi ‘dormi-IMP’
    7.
    dromi δ  a ‘addormentata + dim ~ dromi δ e u ‘addormentato + dim
    Il fenomeno, tenuto conto delle debite differenze, è anche presente nel cosiddetto
    Italiano Regionale di Sardegna (Cf. Loi Corvetto 1983). Per quanto riguarda il sardo
    antico, ovviamente, non sappiamo quale fosse la pronuncia effettiva delle vocali medie.
    La Metafonesi non è mai stata rappresentata dalle convenzioni grafiche del sardo.37
    Un altro mutamento a prima vista limitato ai dialetti centrosettentrionali riguarda la
    /u/ finale dei singolari maschili, la quale diventa // nelle forme plurali. Gli esempi
    seguenti provengono da Pittau (1972):
    Singolare Plurale
    ortu rtz[] ‘orto’
    8.
    tempuz[u] tmpz[] ‘tempo’
    prezu przz[] preso’
    lou lz[] ‘posto’
    kentu kntz[] ‘cento’
    Molinu (1999: 129) riferisce al fenomeno nei seguenti termini: “Molto probabilmente
    abbiamo a che fare con una regola fonologica che modifica la struttura del segmento
    vocalico, cambiando il valore del tratto [+alto] in [-alto]”.
    Il fenomeno è presente anche nei dialetti meridionali, ma non è in questi
    immediatamente individuabile perché interagisce con un’altra innovazione fonologica
    sincronica, la cui presenza è limitata a quell’area linguistica: la riduzione delle vocali
    medie // e // a vocali alte (rispettivamente: /i/ e /u/) in posizione finale di parola. Va
    anche precisato che il fenomeno è presente sincronicamente in tutte le varietà del sardo,
    dato che si verifica anche con i prestiti e parole inventate (es. steku/stkz[];
    brompu/brmpz[]).38 Ovviamente, queste parole inesistenti non possono essere state
    37 Come mi è stato fatto notare da Guido Mensching (comunicazione personale), l’arcaicità del sistema
    vocalico sardo si è conservata ad un livello più astratto di quello della pronuncia effettiva (al livello delle
    rappresentazioni lessicali, o “sottostanti”). Questo vale per molti altri aspetti della fonologia delle varietà
    del sardo: per esempio nel sardo innovativo di Sestu alla pronuncia su ai corrisponde la rappresentazione
    lessicale astratta (e arcaica) su kan. Il problema, in questi casi, consiste nel definire a quali livelli (o sub-sistemi)
    della lingua ci si riferisce quando si parla di arcaicità. Al livello lessicale il sardo di Sestu appare
    arcaico quanto quello di Lula (si vedano gli esempi in (5), mentre si rivela estremamente innovativo al
    livello della fonologia (Cf. Bolognesi 1998 per un chiarimento).
    38 Nei dialetti meridionali le coppie saranno ovviamente steku/stkuz[u]; brompu/brmpuz[u]).ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    29
    imparate in precedenza, ma vengono comunque accettate come plurali possibili
    (grammaticali) dai parlanti del sardo.
    L’attuale sistema vocalico delle varietà meridionali del sardo è relativamente molto
    complesso, almeno rispetto alle varietà centrosettentrionali e presenta tutta una serie di
    innovazioni. Diverse di queste, spesso dovute a meccanismi presenti sincronicamente
    nella grammatica dei dialetti meridionali, hanno portato a vari mutamenti delle vocali
    originarie. Il più diffuso di questi fenomeni è la già menzionata Riduzione delle vocali
    medie finali a vocali alte, fenomeno che ha luogo regolarmente anche con i prestiti
    dall’italiano. Tranne alcune isole limitate, il fenomeno si presenta senza eccezioni in
    tutta l’area meridionale. Si vedano alcuni esempi di trattamento dei prestiti9
    9. italiano sardo meridionale
    televisione tlevisini
    infermiere infermieri
    psicologo pisikolou
    frigorifero frioifeu
    Un confronto fra alcune forme meridionali delle stesse parole e quelle settentrionali
    corrispondenti illustra adeguatamente il fenomeno:
    Sardo centrosettentrionale Sardo meridionale
    bn bni ‘bene’
    beni beni ‘vieni-IMP’
    bndz bngu ‘vengo’
    bellu bellu ‘bello’
    pr()pri(i) ‘piovere’
    dromiz[i] dromiz[i] ‘dormi-IND’
    dm dmu ‘casa’
    10.
    mortu mortu ‘morto’
    Come si può vedere, alle vocali medio-alte delle varietà centrosettentrionali
    corrispondono regolarmente le analoghe vocali alte meridionali. Questo fenomeno
    interagisce con la Metafonesi, nel senso che, al contrario delle vocali alte originarie, le
    vocali finali ridotte non inducono il fenomeno. Quando la presenza delle vocali alte
    finali coincide in entrambe le varietà, si verifica anche la Metafonesi.
    Come già notato da Porru (1810) e da Virdis (1978), la mancata applicazione della
    Metafonesi porta in questi casi, almeno apparentemente, alla formazione di un
    opposizione distintiva fra vocali medio-alte e vocali medio-basse. In effetti è possibile
    39 In questi esempi si è semplificata di molto una situazione in effetti molto intricata. Vi sono infatti
    dialetti meridionali (per es. quello di Villaurbana) in cui si può chiaramente parlare di riduzione
    fonologica della media vocale finale a vocale alta. In questi casi la Metafonesi non si verifica (es.
    pisiklu), mentre in altri dialetti (per es. quello di Iglesias) il fenomeno si realizza (es. pisikolou), cosa
    questa che indicherebbe che in questo caso ci troveremmo di fronte ad una sostituzione morfologica.
    Questa possibilità mi è stata indicata da Guido Mensching (comunicazione personale).ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    30
    in diverse varietà meridionali formare tutta una serie di coppie minime. Negli esempi
    seguenti ripropongo le coppie minime presentate da Virdis (1978: 26):
    11. beni ‘vieni’  bni ‘bene’
    son u ‘sogno- NOM’ sn u ‘sogno- VRB’
    eti ‘soltanto’ ti ‘fior di farina’
    ol u ‘olio’ (b)l u ‘voglio’
    ou ‘orlo, riva’ u ‘oro’
    Come indicato da Virdis (1987: 26), la presenza di questa nuova opposizione vocalica
    costituisce un’innovazione notevole rispetto al Latino. Secondo questo studioso, quindi,
    il sistema vocalico del sardo meridionale comprenderebbe sette fonemi: a, e, , i, o, ,
    u.40
    Un altro fenomeno sincronico del sardo meridionale che interferisce con la
    Metafonesi riguarda le forme plurali dei sostantivi e degli aggettivi. Come mostrano gli
    esempi seguenti, malgrado la presenza delle /u/ finali, i plurali maschili non esibiscono
    la Metafonesi:
    12. Singolare Plurale
    tempuz[u] tmpuz[u] ‘tempo’
    korpuz[u] krpuz[u] ‘corpo’
    betu btuz[u] ‘vecchio’
    ortu rtuz[u] ‘orto’
    ou uz[u] ‘occhio’
    La ‘stranezza’ che i plurali campidanesi dimostrano rispetto alla Metafonesi è
    accompagnata dal già visto fenomeno parallelo nelle varietà centrosettentrionali, nelle
    quali la /u/ finale dei singolari maschili si muta in // nei plurali.
    Nelle varietà meridionali, perciò, la mancata apparizione della Metafonesi indica che
    anche dalle Forme Sottostanti di questi plurali è assente la necessaria vocale alta. Nelle
    Realizzazioni Superficiali del campidanese l’abbassamento della /u/ finale dei plurali è
    oscurato dalla necessità di ridurre la vocale media // a [u], ma la sua presenza
    nell’input è rivelata, appunto, dalla mancata presenza della Metafonesi. Per un’analisi
    più dettagliata del fenomeno si veda Bolognesi (1998).
    Buona parte dei dialetti meridionali rustici esibisce anche la Riduzione ad [a] delle
    vocali medie // e // in posizione atona. Si vedano alcuni esempi:
    40 Si veda Bolognesi (1998) per un’analisi alternativa di questi fenomeni, la quale propone di mantenere
    immutato il numero dei fonemi (a, , i, , u) ai quali vanno aggiunti due allofoni (e, o), dovuti al
    meccanismo sincronico della Metafonesi. Il sistema vocalico del sardo meridionale differirebbe quindi
    qualitativamente da quello del Latino. La mia analisi sincronica non mette comunque in discussione il
    carattere innovativo di questi fenomeni, anzi lo sottolinea.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    31
    13. dali dli ‘dolore’
    dat i dt i ‘dottore’
    anvli n  vli onorevole’
    pi  aa pi  a ‘biscia d’acqua’
    barsal i i brsal ii ‘bersagliere’
    Virdis (1978: 31) riporta vari altri esempi e attribuisce questo fenomeno a cause diverse
    (assimilazione, dissimilazione).
    Inoltre, nelle regioni della Trexenta e del Gerrei i fonemi /a/ e // subiscono un altro
    tipo di Riduzione. In posizione finale esse appaiono come una schwa (), cioè “come
    una ë debole e indistinta” Virdis (1978: 35). Una situazione analoga viene riportata per
    il sardo di San Sperate da Cossu (1999). Cossu (1999: 157) trae le seguenti conclusioni
    dalla sua scoperta:
    In conclusione, anche alla luce delle moderne procedure d’analisi non è più
    possibile affermare generalizzando che le vocali finali del sardo meridionale
    siano i -a -u”. La studiosa propone di aggiungere a queste vocali una vocale
    ‘polimorfica’ [E] che costituisce l’allofono della /a/ in posizione finale di
    parola.
    Per il resto dei numerosi, anche se meno sistematici, mutamenti diacronici subiti dalle
    vocali per l’influsso delle consonanti adiacenti nei vari dialetti del sardo meridionale, si
    veda l’estesa ricerca presentata in Virdis (1978). Rimando invece a Piras (1994) per
    un’approfondita analisi della situazione sincronica nella varietà meridionale parlata nel
    Sulcis. Anche rispetto al sistema vocalico, questa varietà del sardo presenta diversi
    aspetti che le sono propri.
    6. Le innovazioni del sardo meridionale attribuite al contatto con il pisano
    Un’analisi dei fenomeni fonetici del sardo meridionale, attribuiti da Blasco Ferrer al
    contatto con il pisano, permette di verificare ulteriormente fino a che punto i luoghi
    comuni hanno influenzato la ricerca linguistica sul sardo.
    I fenomeni fonetici indicati da Blasco Ferrer (1984): sono i seguenti:
    a) Sonorizzazione delle sorde intervocaliche (pag.: 71);
    b) Mancata labializzazione dei nessi KW e GW (pag. 135);
    c) Palatalizzazione delle occlusive velari davanti alle vocali E e I (pag. 135);
    d) In camp. la sibilante /s/ in posizione postconsonantica diventa affricata come in
    toscano, it. mer. e romanesco antico (/fórtse/ <forse>. pag. 135);
    e) Il dittongo AU monottonga a /o/ come in toscano (pag. 136).
    Nei paragrafi seguenti effettueremo l’analisi di ciascuno di questi fenomeni.
    6.1. Sonorizzazione delle sorde intervocalicheഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    32
    La scelta di questo fenomeno ci lascia sconcertati, visto che esso non è affatto presente
    nel toscano (sardo: mu δ u, pau, saa ~ fiorentino: muo, poho, saa ~ italiano: muto,
    poco, sapa), mentre è attestato già nella Carta Volgare del Giudice Torchitorio (1070-
    1080), primo documento in sardo, antecedente alla dominazione pisana di circa due
    secoli.
    Quella a cui Blasco Ferrer riferisce come “sonorizzazione” consiste, in effetti, nei
    dialetti sardi in cui è presente, oltre che nella sonorizzazione, anche nella
    spirantizzazione delle plosive sorde: il fenomeno si definisce tradizionalmente come
    Lenizione. Come è noto, la spirantizzazione presente nel toscano moderno (Gorgia
    Toscana) non prevede la sonorizzazione delle consonanti sorde (es. muo, poho, saa).
    Inoltre, neanche la spirantizzazione del sardo può in alcun modo essere attribuita al
    contatto con il toscano. L’attestazione della rappresentazione grafica della Gorgia
    Toscana (sec. XVI, si veda Izzo 1972: 8) è di molto posteriore all’attestazione della
    “sonorizzazione” nel sardo e alla fine della dominazione pisana in Sardegna.41 A questo
    si aggiunga che nel pisano la Gorgia Toscana implica soltanto la spirantizzazione della
    /k/ a /h/, o la sua caduta (Cf. Izzo 1972: 99), mentre nel sardo il fenomeno coinvolge
    tutte le occlusive sorde (plosive e spiranti). Quest’ultimo punto è cruciale anche perché
    indica che la Gorgia Toscana, a partire da Firenze, si è diffusa in modo diverso nei
    territori delle altre città toscane assoggettate nel corso dei secoli, raggiungendo
    parzialmente le zone più distanti, fra cui Pisa, e posteriormente al dominio pisano in
    Sardegna:
    È verosimile che questo processo di adeguamento alla pronuncia della
    Toscana centrale si collochi nel quadro della ‘pax fiorentina’ imposta alla
    regione dopo il 1559. (Giannelli e Savoia 1979-80)
    A questo va poi aggiunto il fatto che lo stesso Blasco Ferrer (1984: 24), per motivi
    completamente oscuri, classifica lo stesso fenomeno fra quelli “arcaici”, per attribuirlo
    poi al pisano, alla pagina seguente, appoggiandosi a Wagner (1941).
    6.2. Mancata labializzazione del nesso KW
    La formulazione usata da Blasco Ferrer per descrivere il fenomeno è in effetti ambigua:
    “il nesso KW non si muta nella tipica bilabiale sarda” (es. AQUA > abba > ab(b)a
    ‘acqua’: centrosettentrionale). Questo mutamento non è tipico del “sardo”, ma dei
    dialetti centrosettentrionali, e in forma leggermente diversa è attestato anche nel rumeno
    (es. AQUA > apa). Inoltre, il mutamento è prodotto spesso dai bambini durante
    l’acquisizione dell’italiano (Mauro Scorretti, comunicazione personale). Questo
    fenomeno è solo uno dei tanti tratti ritenuti dai linguisti “tipici del sardo” che però non
    sono condivisi da tutti i suoi dialetti (cioè è presente solo in alcuni dialetti del sardo, ma
    non in altre lingue neolatine).
    41 È ovvio che la mancata attestazione scritta della Gorgia Toscana non costituisce una prova della sua
    non esistenza nella lingua parlata, ma è altrettanto ovvio che attribuire la precedentemente attestata
    Lenizione del sardo meridionale ad un fenomeno non attestato costituisce un’operazione
    metodologicamente illecita.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    33
    Quello che Blasco Ferrer forse evita di dire è esplicitamente affermato invece da
    Paulis (1996: 36):
    Alla luce di questi dati [riportati qui sotto: R.B.], Wagner poté concludere che
    un tempo anche tutto il Sud aveva gli esiti labializzanti del Logudoro (qu >
    b(b) e sim.) e che la pronuncia akwa, ecc. insorse dapprima a Cagliari per
    imitazione di quella italiana durante la dominazione pisana. Dalla capitale
    l’innovazione si diffuse poi in tutta l’area meridionale, senza toccare tuttavia i
    termini del lessico contadino privi di corrispondenza in italiano, che
    conservano ancora oggi la vecchia articolazione.
    La teoria del Wagner, ripresa da Paulis (1996), presenta una serie di problemi che la
    rendono del tutto implausibile. Innanzitutto, i due studiosi non presentano alcuna prova
    diretta del presunto passaggio del nesso KW a b(b) nel sardo meridionale. L’inversione
    del mutamento attestato nei dialetti centrosettentrionali viene semplicemente stipulata,
    ma non è documentata: “I documenti medievali provenienti dal meridione danno aqua,
    egua, esquilla, α  χουα il più antico documento cagliaritano, la Carta in caratteri greci
    della fine del secolo XI” (Cf. Virdis 1988: 901)
    L’implausibilità dell’ipotesi di Wagner e Paulis deriva innanzi tutto dal fatto che
    questi studiosi non hanno tenuto conto della cronologia della presenza pisana a Cagliari.
    Come abbiamo già visto il primo insediamento pisano a Cagliari risale al 1216-17,
    mentre l’effettiva conquista avviene nel 1258. Quest’implausibilità cronologica aumenta
    se si aggiunge che esistono motivi per supporre che il mutamento del nesso KW a b(b)
    sia nei dialetti centrosettentrionali un fenomeno tardivo, non ancora completamente
    assestato all’epoca della dominazione pisana del giudicato di Cagliari. Un documento
    proveniente dal settentrionale Giudicato di Torres (Libellum Judicum Turritanorum
    (cap. 2): scritto fra il 1255 e il 1287) riporta accanto al termine abba (‘acqua’), anche il
    termine aguaderi (‘bevitore d’acqua’) (Cf. Atzori e Sanna 1995: 85).42 Quest’evidenza
    suggerisce che il mutamento ancora non avesse interessato tutto il lessico del sardo
    centrosettentrionale. Quest’ipotesi trova conferma nel fatto che nella Carta de Logu (scritta
    intorno al 1376) si trova il termine ebba (da EQUA ‘cavalla’) mentre in un documento che
    risale al Giudice Torbeno (1102-?), ugualmente proveniente dal Giudicato di Arborea, si
    trova ancora la trascrizione equa (Cf. Tola, Codex, I, XXI, 165: Atzori e Sanna 1995: 52).
    Il tipo di mutamento ipotizzato, poi, potrebbe essersi diffuso nel sardo solo
    attraverso una delle modalità seguenti: (a) attraverso il meccanismo del prestito
    lessicale, cioè attraverso la sostituzione delle parole sarde con le corrispondenti pisane;
    (b) attraverso il contatto linguistico vero e proprio, cioè attraverso la modifica della
    grammatica del sardo dovuta ad un diffuso bilinguismo sardo-pisano, eventualmente
    limitato, nel periodo iniziale, a Cagliari.
    La prima ipotesi sembra coincidere con quella di Wagner e Paulis ed è a prima vista
    plausibile, perché il pisano ha effettivamente fornito un certo numero di prestiti lessicali
    al sardo meridionale. L’ipotesi prevede che il supposto mutamento da b(b) a KW si limiti
    alle parole del sardo che hanno una corrispondenza nel pisano e in questo caso si
    potrebbero effettivamente verificare delle eccezioni del tipo previsto da Wagner e
    Paulis. Un’altra previsione implicita in questa ipotesi, però, è che nelle parole che non
    42 Atzori e Sanna attribuiscono il fenomeno ad un prestito dallo spagnolo, mentre la dominazione iberica
    comincia in Sardegna solo nel 1324.ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    34
    sono state “sostituite” dovremmo trovare ancora la b(b) “tipica del sardo”. Questa
    previsione si rivela immediatamente errata: nel sardo meridionale troviamo le parole
    ua (‘cavalla’), kranta (‘quaranta’) e akili (‘aquila) che, pur conservando le velari,
    differiscono dalle forme italiane.43 Queste corrispondono, rispettivamente, alle forme
    centrosettentrionali eb(b)a, baranta e ab(b)ile. Queste forme meridionali mostrano che,
    in ogni caso, il mutamento ipotizzato non è legato alla presunta sostituzione delle parole
    sarde con quelle pisane. Si noti anche che il prestito dall’italiano antico aguaitare
    (‘guardare’) ha dato regolarmente ab(b)aidare nei dialetti settentrionali. Cioè, come
    previsto dall'analisi di van Coetsem (1988), non solo il prestito accertato non ha portato
    al mutamento fonologico della lingua ospitante, ma lo ha invece subito, adattandosi alla
    grammatica di questa.
    La seconda ipotesi richiede la presenza una consistente colonia di Pisani a Cagliari e
    una loro prolungata convivenza con gli indigeni (il popolo), in modo che questi abbiano
    il tempo di imparare il pisano. L’ipotesi non si concilia con l’evidenza storica: il nesso
    KW è attestato ben prima della fondazione di questa colonia. Inoltre, come abbiamo
    visto, la convivenza dei sardi con i pisani a Cagliari non è stata pacifica, mentre il
    dominio della repubblica marinara a Cagliari è durato solo dal 1258 al 1324, anno in cui
    i nuovi dominatori aragonesi conquistarono la città.
    Per di più, l’ipotesi che la fonologia del sardo di Cagliari si sia modificata in
    direzione del pisano, ribaltando un mutamento fonologico già avvenuto, comporta tutta
    una serie di conseguenze che non si sono verificate nel sardo meridionale. In alcuni
    dialetti del sardo centrosettentrionale, nel quale il mutamento da KW a b(b) è
    effettivamente avvenuto, vediamo che non c’è più modo di distinguere la bilabiale
    sonora che risulta da questo mutamento da quelle, identiche, che hanno avuto un’altra
    origine. Per questo motivo nel sardo di Sedilo, per esempio, la /b/ iniziale in s’ardia (sa
    guardia > sa bardia> sa ardia > s’ardia ‘la guardia’) cade, nel contesto postvocalico,
    esattamente come quella in su oe (su boe ‘il bue).44
    Nelle varietà meridionali, perciò, al momento dell’inversione del mutamento si
    sarebbero dovute verificare, come minimo, un certo numero di passaggi di bilabiali
    sonore a KW o GW, indipendentemente dalla loro origine. Cioè, oggi si dovrebbero
    trovare, almeno in alcuni dialetti, almeno alcuni “ipercorrettismi” del tipo gwentu o
    43 Xavier Frías Conde (comunicazione personale) mi ha fatto notare che in galiziano al campidanese
    kranta corrisponde la forma korenta < *QUARAINTA < QUADRAGINTA. Il fenomeno di “fusione” del
    dittongo (AU > O) è interamente regolare nelle sillabe atone e attestato in vari punti dell’area linguistica
    romanza, oltre che documentato già nel latino volgare.
    44 Per il dialetto di Sedilo, dobbiamo quindi assumere che la bilabiale venga degeminata in posizione
    iniziale di parola, cosa che la rende del tutto identica alla [b] della parola boe (si veda più in basso per una
    spiegazione). A Budduso', invece sembra che in qualche modo la bilabiale si conservi come geminata,
    dato che si comporta in modo diverso dalle [b] scempie di diversa origine. Per esempio, si ha sempre la
    conservazione della [b] post-vocalica in su battile, su battoro e su baranta, diversamente da su entu (‘il
    vento’) e su oe (‘il bue’). Almeno in un caso, però, la bilabiale derivata dalla labiovelare scompare (su
    eldone < QUADRONE) (Lucia Molinu, comunicazione personale). In questo caso ci troviamo di fronte ad
    un ipercorrettismo, del tipo di quelli predetti per il sardo meridionale e attestati anche nel sardo di Sedilo
    (si veda più in basso per una spiegazione).ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    35
    kwak a, al posto di bentu (‘vento’) e bak a (‘vacca’).45 Non si conosce nessun esempio
    di questo tipo.
    Rispetto ai presunti esempi di “mancato mutamento” nel lessico rustico, forniti da
    Paulis (1996: 35) c’è da dire che tutti, eccetto il primo (báttili), presentano dei problemi
    fonologici e semantici. Gli esempi sono i seguenti:
    14. báttili (centrosettentrionale: báttile) < QUACTILE < COACTILE
    ‘panno che si mette sul dorso del cavallo o dell’asino’
    Fra tutti gli esempi di labializzazione delle velari proposti per il campidanese, questo è
    l’unico la cui etimologia sia stata ricostruita sulla base di una documentazione certa. È
    però anche l’unico che ha una forma perfettamente corrispondente nelle altre varietà del
    sardo. Di fronte a tutto l’insieme delle evidenze presentate in questa sede, si può
    tranquillamente concludere che l’analisi di Salvioni e Guarnerio, la quale attribuisce la
    forma campidanese ad un prestito dal sardo centrosettentrionale, rigettata a suo tempo
    dal Wagner, risulta la più credibile.
    15. silíb(b)a/silimba > SILIQUA ‘carruba’
    Puddu (2000: 1527) riporta, senza purtroppo riportarne la provenienza, le forme siliqua,
    silibba, tilibba con vari significati: carruba, ma anche spicchio (d’aglio o d’arancia). La
    voce tilibba è indubbiamente centrosettentrionale, data la presenza della T iniziale che
    normalmente corrisponde all’affricata /ts/ meridionale, ma in certi casi anche alla
    fricativa /s/ (per es. tintula/sintsu ‘zanzara’).È probabile che silibba costituisca un ibrido
    dovuto al contatto fra dialetti centrosettentrionali e meridionali. Se si tiene conto che
    esiste il toponimo Siliqua, paesino a metà strada fra Cagliari e Iglesias, ci si rende conto
    che l’ipotesi della sopravvivenza della B geminata in aree rustiche non regge. Inoltre la
    voce carrubba, di forma e significato identici alla parola italiana, è comunque
    largamente diffusa in area campidanese, mentre Virdis (1988: 1527) riporta silikwa
    come voce campidanese unicamente con il significato “spicchio d’aglio o d’arancia”.
    16. a ría > SQUILLA ‘squilla marittima’
    L’etimologia proposta è semplicemente impossibile da un punto di vista fonologico. In
    nessun caso il nesso QW, preceduto da una vocale, ha avuto come risultato una bilabiale
    scempia (/b/ o /p/ che sia). La presenza della fricativa sonora [ ] presuppone, invece, la
    presenza di una scempia, dato che una geminata resisterebbe alla spirantizzazione
    postvocalica. Nei dialetti centrosettentrionali, infatti, troviamo regolarmente le forme
    45 Si veda Labov (1972:136-142) per un’analisi del ruolo svolto dall’ipercorrezione nel processo di
    mutamento linguistico.ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    36
    ab(b)a (‘acqua’) e non *aa e b(b)a (‘cavalla’) e non *a, ecc., le quali presentano
    una plosiva lunga o semilunga, anziché la fricativa scempia [ ] di arí

    a.46
    In posizione postvocalica si deve trovare una geminata perché la bilabiale ha origine
    dall’assimilazione reciproca (“fusione”) di due segmenti, la cui lunghezza viene
    conservata (in parte) in quel contesto. In termini di fonologia autosegmentale il processo
    si può schematicamente rappresentare nel modo seguente:
    22)
    k w b
    Le X rappresentano le “unità temporali” di ciascun segmento. Come si vede, la
    lunghezza originale del nesso KW, consistente di due unità temporali, viene conservata,
    così come le caratteristiche di entrambi le consonanti che non comportano una
    sovrapposizione dei tratti distintivi.47 Il risultato è un segmento geminato in cui sono
    fusi parte dei tratti caratteristici di entrambi i membri del nesso originario: questo è
    ancora in parte riconoscibile. Come è stato riconosciuto ampiamente dai fonologi, le
    geminate “resistono” all'applicazione delle regole che normalmente modificano la
    struttura delle scempie, in particolare la spirantizzazione (Cf. Scheine e Steriade 1986
    per una rassegna della letteratura). Se SQUILLA avesse dato in qualche modo origine alla
    parola proposta dal Wagner, questa potrebbe solo avere la forma non attestata *ab ri
    a,
    la quale presenta una plosiva geminata anziché la fricativa scempia.
    Inoltre, in posizione iniziale di parola, i nessi S + Consonante sorda latini si sono
    conservati inalterati nel campidanese. Questi nessi presentano lo stesso tipo di
    “inalterabilità”, tipico anche delle geminate, e molto difficilmente, possono subire delle
    modifiche strutturali e comunque non nel sardo meridionale (Cf. Bolognesi 1998, Cap.
    5). Per di più, nei casi in cui nessi S + Consonante del Latino erano preceduti da una
    vocale, è stata spesso proprio questa a cadere, e non la S (es. EXTRANEUS > stra d u).
    A questo si aggiunga il fatto che, in campidanese, nei casi sporadici di inserimento di
    una vocale prostetica davanti a un nesso S + Consonante, questa è sempre una I: es.
    46 A proposito della lunghezza delle occlusive geminate nel sardo si vedano Contini (1987), Jones (1988),
    Molinu (1997), Bolognesi (1998, 1999) e Ladd e Scobbie (in corso di pubblicazione). In Bolognesi
    (1998) si trova anche un resoconto teorico della degeminazione e della resistenza delle geminate
    all’applicazione delle stesse regole che modificano le scempie, oltre che una rassegna della letteratura
    sull’argomento.
    47 Il sardo attuale non ammette le doppie articolazioni delle consonanti, per cui l’originaria labiovelare
    latina deve essere semplificata a velare o, appunto, a bilabiale. Inoltre, per ovvi motivi articolatori, una
    consonante non può essere contemporaneamente approssimante e plosiva, né contemporaneamente sonora
    e sorda.
    plosiva
    velare
    sorda
    approssimante
    bilabiale
    sonora
    plosiva
    bilabiale
    sonora
    X X X XഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    37
    istra d u (Cf. Virdis 1978, Bolognesi 1998). Neanche in questi casi si verifica mai la
    caduta della S.
    23) arpáu/apráu > ARCUATUS, ARQUATUS‘scorpione’
    Questa etimologia è implausibile da un punto di vista fonologico e completamente
    speculativa da quello semantico. Nei dialetti centrosettentrionali non si ha alcun caso in
    cui un nesso KW o GW abbia avuto come unico risultato una bilabiale sorda, neanche
    dopo una consonante (QUINQUE > kimbe ‘cinque’, EX QUI(R)ITARE > zbirridare ‘fare
    chiasso’).48 Il risultato del mutamento dovrebbe cioè essere arbáu/aráu.
    A questo si aggiunge il fatto che il nome dell’animale sarebbe derivato, attraverso
    due salti semantici, da una caratteristica di una sua parte. Anche se ci fosse una perfetta
    corrispondenza fonologica fra la forma sarda e quella latina rimarrebbe il problema dei
    due salti semantici, reso ancora più grave dal fatto che la parte arcuata dello scorpione è
    la coda, la quale, in sardo come in latino è un nome di genere femminile (coa). Se il
    nome dello scorpione si fosse evoluto nel senso ipotizzato da Wagner e Paulis si
    dovrebbe trovare la forma arbada. Inoltre i termini arcada e arcau sono presenti nel
    sardo con il significato rispettivo di arcata (Nom.) e arcuato (Part.Pass.). Cioè, nei casi
    in cui la corrispondenza semantica fra la parola latina e quella sarda è perfetta, si vede
    che il nesso KW si è sviluppato regolarmente secondo uno schema comune a tutte le
    varietà del sardo e precedente alla labializzazione centrosettentrionale (es. QUANTU >
    kantu, Si veda Blasco Ferrer 1984: 76 per altri esempi).
    A completare il quadro c’è l’ulteriore fatto che Puddu (2000: 181) riporta per la
    parola aprau il significato di scrofoloso, mentre solo alla forma arpau attribuisce il
    significato di scorpione. Se aprau = scrofoloso fosse anche il risultato, tramite metatesi
    della R, di una parola latina, non si vede come in questo caso sia possibile collegare la
    parola sarda ad ARCUATUS, ARQUATUS.
    24) a. zbírru > *SQUIRIOLUS ‘martora sarda’
    b. obbi ç á u > *EQUILARIUS ‘guardiano di cavalli’
    In questo caso ci troviamo di fronte a due pseudoetimologie. Le forme latine sono
    completamente ipotetiche, cioè inattestate. Esse sarebbero giustificate solo nel caso in
    48 I casi riportati da Blasco Ferrer (1984: 74) sono (a) quelli che noi analizziamo come implausibili
    (arpau, pardula), (b) casi irregolari in cui la plosiva bilabiale esiste parallelamente alla velare
    corrispondente (padza/kadza ‘quagliare’, pintana/kintana ??) e che sono affiancati da casi identici che
    non derivano dai nessi KW/GW (ki  da/pi  da, gatu/batu ‘gatto’, gene u/bene u ‘genero’); (c) il
    caso di spi  a inattestato nel dizionario di Puddu (2000). Ipotizzare, come fa Blasco, che la
    labializzazione del nesso KW sia avvenuta in due fasi (una antecedente che porta alla bilabiale sorda [p], e
    una di sonorizzazione della [p] a [b], significa non tener conto del fatto che all’interno della parola le
    labiali derivanti dal nesso KW sono sempre geminate e sonore. Ma mentre, una geminata sonora può
    diventare sorda, una geminata sorda non può diventare sonora, come accertato in altre lingue e come
    dimostra anche il fatto che tutte le geminate sorde originarie del latino sono rimaste sorde nel sardo (es.
    APPELLARE > ap(p)e ar ‘abbaiare’ e non *ab(b)e ar, QUATTUOR > bat(t)r ‘quattro’ e non *bad(d)r,
    VACCAM > bak(k)a ‘vacca’ e non *bag(g)a).ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    38
    cui l’ipotesi di Wagner e Paulis fosse confermata indipendentemente, e cioè se i nessi
    KW e GW fossero le uniche fonti possibili per l’origine della B geminata. Inoltre in
    campidanese esiste anche la forma schirru della stessa parola. È ovvio che questa non
    può essere derivata dal pisano.
    25) párdula >QUADRULA ‘schiacciatina, a forma quadra, di pasta e formaggio’
    Questa etimologia è implausibile sia da un punto di vista fonologico che da quello
    semantico. Nei dialetti centrosettentrionali non si ha alcun caso in cui un nesso KW o GW
    abbia avuto come unico risultato una bilabiale sorda. Il risultato del mutamento
    dovrebbe cioè essere *bardula. Inoltre, l’etimologia non regge assolutamente dal punto
    di vista semantico dato che, a memoria d’uomo, is pardulas sono sempre state di forma
    circolare, non quadra.
    6.3. Palatalizzazione delle occlusive velari davanti alle vocali E e I:
    Problemi in gran parte identici a quelli appena visti presenta anche la questione della
    palatalizzazione delle velari nei dialetti meridionali.
    Il mantenimento delle occlusive velari davanti alle vocali frontali E e I costituisce la
    caratteristica conservatrice saliente dei dialetti centrosettentrionali. Questa conservazione è
    unica in tutta l’area romanza ed è affiancata solo da un pari trattamento subito da questi
    segmenti nei prestiti latini entrati nelle lingue germaniche, nel basco, nel berbero ma
    anche, in modo parziale, nel dalmata veglioto.
    Rispetto alle varietà meridionali del sardo, Blasco Ferrer aderisce, anche in questo
    caso, alla tesi di Wagner (1941: 111). Virdis (1978: 46) in proposito scrive:
    Diverse sono state le ipotesi riguardanti la palatalizzazione campidanese;
    ricordiamo che il Wagner (HLS 111) ascrive questo fenomeno all’influsso
    esercitato dai pisani sul Campidanese nel corso del loro dominio durante il
    medioevo, mentre l’antico campidanese avrebbe mantenuto anch’esso, come il
    Logudorese, gli originali suoni velari, e a suffragare questa ipotesi egli porta
    l’esempio di alcune parole che, non avendo corrispettivo toscano, hanno mantenuto
    la velare: CITIUS > kítsi, CYTONEA > kid.òng’a. In realtà la questione è meno
    semplice di quanto possa apparire.
    Nuovamente vediamo che il meccanismo proposto per spiegare il mutamento fonologico è
    quello del prestito lessicale: le parole sarde contenenti le velari sarebbero state sostituite
    una per una dalle parole corrispondenti contenenti nello stesso contesto le palatali.
    Quest’ipotesi è compatibile con la limitata presenza e influenza dei Pisani a Cagliari, la
    quale esclude un influsso più profondo sulla grammatica del sardo. Come affermato già da
    Virdis (1978: 47):
    Le obiezioni del Wagner il quale afferma, come già visto che alcune parole (kítsi,
    kid.òng’a) che non trovano corrispondente nel toscano, manterrebbe il suono
    velare, possono essere respinte sia perché vi sono tante altre parole che tale
    corrispondenza non hanno e che pure mostrano l’avvenuta palatalizzazione (bastiഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    39
    pensare a c’ilív.ru, civ.ràz’u, addirittura a c’èa di probabile origine preromana =
    log.-nuor. kèa, kèja).
    L’ipotesi che la palatalizzazione possa essersi propagata nel sardo meridionale attraverso i
    prestiti lessicali dal pisano va quindi respinta. Il fenomeno è molto più diffuso di quanto
    quest’ipotesi preveda. Per una verifica basta consultare il dizionario sardo compilato da
    Mario Puddu (2000).
    La palatalizzazione è quindi dovuta ad un mutamento grammaticale che ha lasciato
    poche eccezioni, una delle quali (ghettai ‘gettare’) presenta la velare addirittura proprio
    dove l’italiano presenta la palatale. Contemporaneamente va osservato che, se il fenomeno
    fosse comunque dovuto al contatto linguistico, cioè alla “contaminazione” della fonologia
    del sardo da parte di quella pisana, si prevederebbe un bilinguismo diffuso e prolungato
    che semplicemente non c’è stato. Il fenomeno va quindi attribuito ad un’evoluzione interna
    al sistema fonologico del sardo meridionale.
    Come osservato da Virdis la palatalizzazione nel sardo meridionale presenta aspetti
    diversi nelle diverse varietà diacroniche e diatopiche. In Ogliastra e nella Barbagia
    meridionale, per esempio, zone meno esposte ad eventuali contatti linguistici, la
    palatalizzazione è estesa anche a contesti che ne sono immuni nelle varietà del
    campidanese parlate a Cagliari e nelle zone limitrofe (Cf. Virdis 1978, Contini 1987,
    Blasco Ferrer 1988). Si può dunque essere d’accordo con Virdis (1978: 47), il quale
    sostanzialmente accetta la tesi proposta da Guarnerio (1906), sulla base della grafia delle
    Carte Volgari Cagliaritane (1070-80), di considerare la palatalizzazione delle velari, in
    posizione intervocalica, già presente nel sardo meridionale un secolo e mezzo prima della
    presenza pisana a Cagliari.
    L’evidenza a favore di questa tesi si può trovare in documenti oggi resi facilmente
    accessibili dalla loro pubblicazione in Atzori e Sanna (1995a). La distinzione grafica fra la
    plosiva velare (/k/) e la corrispondente affricata palatale (/t/) davanti alle vocali frontali
    del sardo meridionale è attestata, in termini in gran parte corrispondenti a quelli della
    pronuncia attuale, già nel periodo che va dal 1089 al 1130: (Cf. Tola, Codex, I, pp. 180-1,
    p 201: Atzori e Sanna 1995a: 63-66). Cruciale in proposito è l’alternanza, all’interno di
    uno stesso documento, fra la grafia qui e chi (‘che’) corrispondente alla pronuncia attuale
    ki. Questa grafia corrisponde necessariamente ad un’alternanza reale nella pronuncia della
    parola: kwi/ki. La caduta definitiva della /w/ può essere avvenuta solo una volta che la
    palatalizzazione delle velari in quel dato contesto aveva già cessato di essere produttiva. In
    caso contrario, anche la K di ki e delle parole analoghe si sarebbero palatalizzate e oggi il
    sardo meridionale presenterebbe una situazione identica a quella attestata nella Barbagia
    meridionale (camp. ki, kini = barb. t i, t ine ‘che, chi’; Si veda Bottiglioni 1922, Virdis
    1978, Contini 1987).49
    Nello stesso documento si trovano le grafie Cerchius e Zerkius (‘nomi propri’).
    Come si vede lo scrittore distingue fra una plosiva velare e un’affricata presenti nello
    49 In linea di principio, la grafia QUI potrebbe ovviamente costituire solo un latinismo grafico che non riflette
    la realtà della pronuncia dell’epoca. In questo caso, però, rimarrebbe inspiegata la mancata palatalizzazione
    della K di un’eventuale forma /ki/. Fermo restando che occorrerebbe un'analisi paleografica e codicologica
    molto più aggiornata di quella del Tola, gli argomenti fonologici puntano tutti verso una cronologia della
    palatalizzazione antecendente a quella della caduta della W post-velare. Gli esiti dei nessi KW e GW seguiti da
    una vocale anteriore hanno portato alla conservazione, molto regolare, della velare nei dialetti meridionali: es.
    aquila > akili; QUESTIONE > kistjoni; SEGUIRE > sigiri.ഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    40
    stesso contesto (prima di una vocale frontale). Sia l’affricata che la velare vengono
    indicate tramite due grafie diverse, ma la Z indica inequivocabilmente la presenza
    dell’affricazione. Di conseguenza la C può solo rappresentare l’affricata palatale e non
    una velare. Davanti alla /i/ le velari vengono esplicitamente indicate per mezzo dei
    grafemi CH e K.
    In un documento cagliaritano successivo, risalente ad un periodo che va dal 1214 al
    1232, si trova come unica forma grafica ki (Cf. Tola, Codex 1, p. 325; Atzori e Sanna
    1995a: 72-75).Al di fuori del contesto postconsonantico, quindi, la presenza di una
    vocale frontale non era più sufficiente a provocare la palatalizzazione della velare: il
    processo aveva cessato di essere produttivo. Quest’analisi trova conferma nella presenza
    della grafia kerfirunt per la terza persona plurale del verbo keriri < QUARERE, la quale in
    origine presentava lo stesso nesso KW di qui.In contesto postvocalico, invece, le
    consonanti corrispondenti alle velari latine (e centro-orientali) vengono
    sistematicamente trascritte con la lettera G (iugi: attuale d u i; centrale zudike): la
    grafia indica le avvenute palatalizzazione e sonorizzazione.
    Il periodo in cui è stato scritto questo documento corrisponde grosso modo alla
    fondazione della colonia pisana di Castel di Castro (1216-17).Nello stesso documento
    si può vedere che la K, diversamente dal pisano, viene anche usata sistematicamente in
    contesto postconsonantico (es. binkidu, merkei; attuali bint u, mert ei ‘vinto, mercé’).
    Come notato da Virdis (1978: 48), una situazione simile è oggi attestata nel dialetto
    barbaricino di Tonara. In posizione intervocalica, il barbaricino meridionale (Aritzo,
    Desulo, Tonara,) esibisce le palatali sonore corrispondenti alle velari sorde.
    Quest’evidenza indica che in diverse situazioni diacroniche e diatopiche del sardo la
    palatalizzazione ha proceduto in modo autonomo rispetto al supposto modello toscano.
    Dissentiamo da Virdis (1978: 49) rispetto alla possibile influenza del pisano sulla
    spirantizzazione delle occlusive sorde del sardo, anche se limitatamente alle affricate
    palatali. Il fenomeno non era ancora attestato nel toscano all’epoca della dominazione
    pisana. L’attestazione della rappresentazione grafica della Gorgia Toscana
    (spirantizzazione) è di molto posteriore (sec. XVI, si veda Izzo 1972: 8). È vero che per
    il toscano alcuni autori operano una distinzione fra la Gorgia Toscana (spirantizzazione
    delle plosive) e la spirantizzazione delle affricate (Cf. Nespor e Vogel 1986), in quanto
    esistono delle differenze minori nel comportamento delle consonanti toscane. Nel sardo
    meridionale, comunque, la spirantizzazione e sonorizzazione delle occlusive sorde
    interessa nelle stesse modalità tutta la serie delle consonanti sorde, affricate comprese
    (Cf. Bolognesi 1998).
    Blasco Ferrer (1984: 73) presenta una serie di argomenti a difesa della tesi del
    Wagner:
    (1) La cronologia relativa della palatalizzazione del campidanese, in
    comparazione con il resto delle lingue romanze; (2) le affinità strutturali fra il
    modello sud-barbaricino e quelli friulano, rumeno ed italiano meridionale, che
    postulano una situazione arcaica recenziore rispetto a quella logudorese e
    diversa da quella campidanese; (3) i resti lessicali che presentano l’assenza
    della palatalizzazione in camp., e che corrispondono, per lo più, a unità
    lessicali prive di equivalenze toscane.
    L’argomento (1) è irrilevante di fronte al fatto che (a) il contatto linguistico non è
    l’unica fonte di mutamento fonologico— forme di palatalizzazione diverse da quellaഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    41
    pisana sono attestate anche nel sardo del Sulcis, nel logudorese settentrionale e nel
    barbaricino meridionale— e (b) la palatalizzazione nel sardo meridionale è attestata
    oltre un secolo prima del primo insediamento pisano a Cagliari. L'argomento (2) risulta
    completamente incomprensibile. L'argomento (3) è pure irrilevante perché, come già
    accennato, esistono numerosissimi casi di palatalizzazione in parole che non hanno
    nessun corrispettivo nel pisano (si veda Puddu 2000), mentre sono anche ben
    rappresentate le parole campidanesi che presentano la palatalizzazione mentre le
    corrispondenti parole italiane presentano ancora le velari:
    26) terbai krepare ‘crepare’
    sit a sek ja/sek jo ‘secchia/secchio’
    tiliru krivel o ‘crivello’
    at ap ai ak jap are ‘acchiappare’
    betu vek jo ‘vecchio’
    p ai skop iare ‘scoppiare’
    d ar a gjaja ‘ghiaia’
    d irlanda girlanda ‘ghirlanda’
    In almeno un caso, poi, è la forma campidanese a presentare la velare, mentre la forma
    italiana presenta la palatalizzazione:
    27) get ai d et are ‘gettare’
    È ovvio che la palatalizzazione non si sarebbe potuta diffondere attraverso i prestiti
    lessicali in modo anche solo leggermente differente da come è attestata nel toscano. Se
    la palatalizzazione si fosse diffusa attraverso l’improbabilissima sostituzione delle
    parole sarde da parte di quelle toscane, la coincidenza dovrebbe essere perfetta.
    Per quanto riguarda invece la possibilità di una diffusione della regola fonologica
    attraverso il contatto linguistico intimo, abbiamo visto in diverse occasioni che
    semplicemente non esistevano le condizioni demografiche perché questo si verificasse.
    6.4. L'affricazione della S
    Blasco Ferrer (1984: 135) afferma che «in campidanese la sibilante /s/ in posizione
    postconsonantica diventa affricata come in toscano, italiano meridionale e romanesco
    antico (/fórtse/ <forse>)».
    Questa affermazione lascia molto perplessi. Innanzitutto, si tratta di un fenomeno che
    ha una base articolatoria universale, dovuto alla transizione fra l’occlusione (intermittente
    nel caso della /r/) del cavo orale implicata dalle consonanti che, nelle lingue indicate da
    Blasco Ferrer, possono precedere la /s/ (le sonoranti alveo-dentali /n, l, r/). Un’analisi
    fonetica strumentale di questa transizione mostra che in qualunque lingua, in tali contesti,
    si ha l’articolazione della plosiva sorda alveo-dentale /t/ davanti alla fricativa sordaഊIANUA 2 (2001) Il sardo tra isolamento e contatto: Una rianalisi di alcuni stereotipi
    42
    omorganica /s/. Il fenomeno è indicato con il termine di intrusive stop in Clements (1987)
    e di emergent obstruent in Ohala (1994).
    L’unico aspetto del fenomeno sul quale le lingue possono variare è la lunghezza della
    /t/. Questa può essere talmente ridotta da risultare inaudibile (senza un’analisi strumentale),
    o può essere sufficiente da permetterne l’interpretazione come porzione iniziale
    dell’affricata /ts/. Questa variabilità è regolata dal conflitto fra le condizioni di Fedeltà e
    quelle di Buona Formazione (articolatoria, in questo caso). La /t/ risulta inaudibile quando
    prevalgono le prime, mentre l’affricazione diventa percepibile quando prevalgono le
    seconde. Non si vede perché si debba scomodare un meccanismo impegnativo come il
    contatto linguistico per spiegare un fenomeno così normale e diffuso (per esempio, in molti
    dialetti dell’inglese americano).
    È inoltre errato affermare che quest’affricazione sia presente nel “campidanese”: il
    fenomeno è presente soltanto in alcuni dialetti meridionali del sardo. Nel dialetto di Sestu,
    per esempio, l’affricazione è impercettibile, in quanto attivamente proibita dalla gerarchia
    dei constraints (Cf. Bolognesi 1998, §5.4 per un’analisi generale della proibizione
    dell’affricazione).
    6.5. Il dittongo AU monottonga a /o/ come in toscano
    Nuovamente, la scelta del fenomeno lascia perplessi. L’unico esempio fornito da Blasco
    Ferrer costituirebbe anche l’unico caso in cui l’esito sardo coincide con quello toscano
    (PAUPERU > poberu). Normalmente l’esito del dittongo AU in sardo è /a/ (es.: PAUCU >
    pagu ‘poco’). La presenza della /o/, quasi completamente prevedibile nel campidanese,
    è dovuto alla parziale labializzazione della /a/ (“arrotondamento”), quando questa è
    seguita da una consonante labiale (es. APERIRE > r i ‘aprire’, PAUMENTU(M) >
    pmentu ‘pavimento’ (pamentu in logudorese)). Si veda Virdis (1978: 31) per tutta una
    serie di esempi. 50
    7. Conclusioni
    In questo articolo abbiamo rianalizzato alcuni diffusi luoghi comuni sul sardo: la sua
    presunta “arcaicità “e l’influsso che le sue varietà più innovatrici avrebbero subito da
    parte delle lingue dominanti. Questa rianalisi si basa sull’introduzione nell’approccio al
    mutamento linguistico di concetti e metodologie provenienti dalla moderna linguistica
    teorica e dalla sociolinguistica, oltre che sull’inquadramento dei fenomeni linguistici
    trattati in un più corretto contesto storico e demografico.
    50 Come mi è stato fatto notare da Xavier Frías Conde (comunicazione personale), però, la forma POPERU
    era comunque già documentata nel latino volgare e nel galiziano questa ha prodotto la forma pobre,
    anziché *poubre, come sarebbe regolarmente avvenuto se la forma volgare fosse stata PAUPERU (AW >
    /ow/). Stando cosí le cose, la forma campidanese poberu corrisponderebbe alle forme cosa, o e oru e
    implicherebbe l’esistenza di due tendenze parallele, nel latino volgare, per gli esiti del dittongo AW: /a/ e
    /o/. In questo caso, la parola oru non costituirebbe un prestito dall’italiano o dallo spagnolo, come
    sostenuto da vari autori, ma sarebbe una parola sarda originaria. È in effetti estremamente improbabile
    che si tratti di un prestito, soprattutto se si tiene conto che le forme cosa e o, perfettamente analoghe come
    sviluppo fonologico, sono indubbiamente parole originarie.ഊIANUA 2 (2001) Roberto Bolognesi
    43
    L’approccio usato ha permesso di stabilire che le condizioni per il mutamento
    linguistico endogeno sono sempre presenti in qualunque comunità linguistica, e che
    quindi il prolungato isolamento della Sardegna non comporta affatto l’arcaicità della sua
    lingua. Infatti, i tratti considerati conservativi dalla letteratura standard, si sono rivelati
    di numero estremamente limitato (tre), oltre che presenti solo in parte delle strutture di
    una parte delle varietà del sardo. Inoltre si è anche stabilito che le condizioni
    demografiche necessarie perché le varietà del sardo più innovatrici subissero l’influsso
    delle lingue dei vari dominatori non si sono verificate fino ad un tempo recente.
    Si sono anche presi in esame una serie di fenomeni fonologici che nella letteratura
    standard sulla lingua sarda vengono attribuiti al contatto linguistico, cioè all’influsso
    esercitato dalle lingue dominanti sulle varietà meridionali del sardo. L’analisi
    fonologica e semantica di tali fenomeni permette di escludere la loro origine endogena.
    Questo significa che anche da un punto di vista strettamente empirico, i pregiudizi sul
    sardo lungamente alimentati da parte della linguistica tradizionale si rivelano infondati.
    Il presente articolo presenta per l’intera aerea linguistica del sardo una situazione in
    cui tutte le varietà presentano tratti conservativi e innovativi, anche se in misura diversa.
    A partire da questa constatazione, studi successivi potranno chiarire in che misura le
    diverse varietà del sardo sono rimaste vicine al latino volgare, si sono evolute
    autonomamente o hanno subito l’influsso delle lingue dominanti.ഊBibliografia
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