- di Rodolfo Parietti -
Rodolfo Parietti
da Milano
Il 17 agosto 1998 la Russia alzava bandiera bianca: incapace di onorare un debito da 40 miliardi di dollari a causa di prezzi del petrolio crollati a 13,50 dollari il barile, Mosca era costretta al default. Caduta rovinosa, scandita dal crollo verticale del rublo, dal sistema bancario messo in ginocchio e dal prosciugamento delle riserve valutarie, scese ad appena 14 miliardi di euro. Da allora, sono passati otto anni esatti. Ma sembra un secolo. Oggi, questo è un Paese che a luglio ha viaggiato a un tasso di sviluppo del 7,4% e il cui obiettivo di espansione per il 2006 si pone al 6,4%, tre volte tanto la più ottimistica stima sulla crescita di Eurolandia.
Chiuso il capitolo della bancarotta di Stato nel 2004 con il saldo di tutti i debiti, le riserve valutarie hanno cominciato a lievitare fino a toccare quest'anno la cifra record di 350 miliardi di euro. Ciò che nel '98 il petrolio aveva tolto, sta ritornando (con gli interessi) grazie al continuo lievitare delle quotazioni. Le enormi risorse di greggio (9,2 milioni di barili al giorno sono usciti nel 2005 dai pozzi russi, quanti ne ha prodotti l'Arabia Saudita) e di gas naturale si stanno rivelando un vero e proprio tesoro che gonfia progressivamente le casse statali.
I fattori endogeni favorevoli si sono innestati sulle correzioni di rotta decise da Vladimir Putin, tese a un miglior funzionamento dell'apparato statale e alla messa a punto di un sistema fiscale meno macchinoso, capace dunque di garantire un gettito più costante rispetto al passato.




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