Vicenza, lo sbattono fuori. «Per i corsi serali rifiutavo le trasferte»

ANTONIO SCIOTTO

Gli imprenditori parlano tanto di «formazione», della «necessità di trovare giovani preparati alle sfide della globalizzazione», di «flessibilità del lavoro per innalzare la competitività», e via chiacchierando... A Vicenza però, nel cuore del Nord est, dove molti ragazzi lasciano presto la scuola per andare a lavorare, può accadere che appena un operaio si metta in testa di iscriversi a dei corsi serali ci sia subito un'alzata di scudi. E' capitato a Roberto Vezzaro, 27 anni, metalmeccanico della Mariani di Carré, azienda che fornisce, in Italia e all'estero, macchinari da automazione. Tra i clienti, aziende come Cirio, De Rica, e altri colossi dell'inscatolamento, impacchettamento e imbottigliamento di beni alimentari. Roberto è stato assunto nel 1995. Dopo tre anni di lavoro, lascia l'azienda volontariamente, ma neanche dopo cinque mesi viene ricontattato dalla direzione e riassunto. Il contratto firmato nel 1998 lo inquadra come «operaio meccanico trasfertista», ovvero, deve dare piena disponibilità all'azienda e fare le valigie tutte le volte che gli verrà richiesto. Il trasfertista fa una vita molto faticosa: con un preavviso di soli 5 giorni può essere spedito in Spagna o in Germania, o in un altro continente, a seguito delle macchine vendute dall'azienda, anche per due o tre settimane. Di contro, da uno stipendio base che si aggira intorno ai due milioni al mese, con le indennità da «disagio» per le trasferte può arrivare a guadagnare anche 5-6 milioni mensili.

Roberto, prima dell'ultimo anno, non si è mai rifiutato di andare in trasferta. «L'azienda - spiega - mi ha inviato fuori per una media di 60 giorni l'anno. Io partivo senza problemi. Nel giugno del 2001 ho deciso di riprendere gli studi precedentemente interrotti e in settembre mi sono iscritto ai corsi serali. Ho scelto il diploma da perito meccanico: il mio fine era quello di rimanere in azienda, avendo a disposizione maggiori conoscenze e la possibilità, più avanti, di vedermi magari affidate maggiori responsabilità».

Contemporaneamente all'iscrizione a scuola, Roberto ha chiesto alla Mariani di poter ridurre la propria disponibilità alle trasferte: fatemi partire a Pasqua, Natale, durante le ferie estive; durante il resto dell'anno, lasciatemi lavorare all'interno dell'azienda, in modo che possa studiare. Un patto neppure tanto sconveniente per l'azienda, dato che comunque, come si è detto, negli anni passati Roberto era andato in trasferta solo per 60 giorni. Alla Mariani, d'altra parte, i trasfertisti non mancano, avendone un'ottantina su un totale di 140 dipendenti. Di contro, l'impresa avrebbe guadagnato un operaio molto più preparato e motivato. Nulla da fare: da quel momento in poi Roberto, che tra l'altro è anche delegato della Fim Cisl, è stato tempestato di richieste di trasferta, «con una maggior frequenza rispetto agli anni passati», richieste che lui ha dovuto puntualmente rifiutare per non perdere l'anno scolastico e alle quali sono seguite contestazioni disciplinari e due sospensioni di diversi giorni. Alla fine, lo scorso 14 maggio, la lettera di licenziamento.

Con il sostegno del Vicenza social forum, Roberto ha impugnato il licenziamento: non solo lo Statuto dei lavoratori, ma anche il contratto collettivo dei metalmeccanici - in una parte cui il contratto individuale del giovane fa esplicito riferimento - obbligano le aziende a rispettare il diritto allo studio degli operai. Un'ironica «consolazione»: Roberto non è solo. Nel vicentino, secondo la Fim Cisl, sarebbero addirittura 800 gli studenti-lavoratori cui non viene riconosciuto il part-time o le 150 ore di permesso previste per legge.


il manifesto 25 giugno 2002
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