Come affronta il dolore la medicina moderna
E’ interessante seguire la ‘scienza’ moderna (le virgolette alludono allo slittamento semantico subito dai termini “scienza” e “conoscenza”) in tutte le sue branche, se uno vuole verificare la presenza o l’assenza dei principii che dovrebbero regolare una civiltà di tipo tradizionale (cioè normale).
Per quanto riguarda la ‘medicina’, non passa giorno ormai che la cronaca non ci regali notizie di scoperte “sensazionali” e sempre più vicine alla fantascienza, che dovrebbero rivoluzionare le cose e “risolvere” questo o quel problema umano. Ma pare trattarsi di una fatica di Sisifo, poiché vediamo che i nostri problemi non solo non decrescono, ma anzi aumentano, man mano che la c.d. ‘modernità’ fa passi avanti. Vedremo di chiederci il motivo di ciò.
Una di queste battaglie prometeiche è la “sconfitta del dolore”.
La ricerca italiana, che sarebbe all’avanguardia anche in questo settore, pare abbia scoperto una zona della corteccia cerebrale preposta al controllo del dolore (battezzata insula), la quale, opportunamente stimolata con un particolare acido (il Gaba, un neurotrasmettitore), sortirebbe l’effetto di bloccare le vie nervose del dolore. La novità “promettente” sarebbe la scoperta non tanto di una zona preposta al dolore, ma di una zona di controllo superiore, cioè a livello di corteccia, e non di tronco encefalico, cioè la parte bassa e incosciente, come si credeva prima. I ricercatori hanno amesso di continuare a ritenere il dolore un mistero, poiché gli esperimenti su umano “non hanno dato grandi risultati”, complicandosi tutto nel passaggio da animale a uomo, e per la natura inafferrabile di alcuni tipi di dolore che sussistono e persistono anche in assenza di un trauma (definito “malattia-dolore”) e che costoro spiegano come un’alterazione di certi neurotrasmettitori – la quale sarà naturalmente ovviabile in un prossimo futuro con il potenziamento dei farmaci antinfiammatori o seratoninergici. (Potevamo dubitarne?)
Et volià! Per il materialista tutto è spiegabile e ovviabile a livello di scorza materiale. Vi è tanto di cartina, nell’articolo del Corriere della Sera da cui ho tratto la notizia, con tanto di spiegazione alla Cecchi Paone (o alla Piero Angela) “Così funziona il male”; uno schemino con didascalia e sette freccettine rosse e blu ci rassicurano sulla natura perfettamente chimica di una realtà così enormemente complessa e profonda come quella del male e del dolore.
Senza fare una storia epistemologica da Ippocrate ad Aristotele a Paracelso a Cartesio a Kant a Pasteur a Barnard agli odierni stregoni della materia (tra cui vanno messi dentro i cultori delle “terapie alternative” New Age, alter ego della medicina allopatica), basterà mettere in evidenza come tutti i tentativi terapeutici ignorino deliberatamente ogni collegamento con il centro dell’uomo, unica possibilità risanatrice.
“Nessun evento corporeo, e quindi nessuna malattia, ferita, trauma, infezione etc., può essere conosciuto o curato se viene descritto in termini di modificazioni cellulari, molecolari o atomiche, perché la descrizione sarebbe comunque inutile: non solo è una semplificazione estrema di quello che realmente avviene, ma se anche fosse completa, descriverebbe solo la schiuma dei fenomeni, l’effetto finale e non la causa che li ha determinati. Di conseguenza ogni azione su questi fenomeni molecolari e cellulari sarebbe inutile perché essi non posseggono né autonomia né la natura del principio né un grado di realtà superiore a quello dei fenomeni circostanti e quindi la capacità di ordinare intorno a sé tutta la gerarchia dei fenomeni successivi.”
Il vero fine della medicina è anagogico. Finché ci si accanirà sui campanelli d’allarme (ridicola la farmacologia allopatica, che spegne il campanello d’allarme, ignorando e lasciando inalterata l’origine dell’incendio), non si otterrà che un ulteriore asservimento alla forma, poiché il male si ripresenterà, in maniera sia prevedibile che inaspettata. La medicina occidentale moderna invece ha completamete tagliato fuori tutta la parte teurgica (ovvero il trasferimento della influenza spirituale, unico “farmaco[/i], dal principio del cosmo alla estrema periferia attraverso il ponte costituito dal terapeuta), facendo proprie addirittura le ridicole pretese degli scienziati stalinisti di ridurre sia lo spirituale che lo psico-mentale a “reazioni chimiche”.
Di questo passo, non è azzardato aspettarsi i mostri che gli occidentali inconsicamnte tentano di allontanare con i “riti” apotropaici del cinema e dei romanzi fantascientifici. Anzi, alcuni sono già tra noi (i “cloni”, certi virus, il transgenico, ...).




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