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    04 Mar 2002
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    Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!
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    Predefinito Per 300 € di benzina risparmiati

    Parla per la prima volta l'operaio della Sea unico
    sopravvissuto della strage di Linate
    "Bruciavo come una torcia
    tutta colpa di quell'hangar"
    "Il racconto di Pasquale Padovano dopo 9 mesi
    di lotta con la morte. Il suo corpo è devastato
    di LUCA FAZZO e MARCO MENSURATI


    MILANO - La moglie lo chiama con dolcezza: "Pasquale, Pasquale... ci sono due giornalisti... non ti spaventare". La mummia si gira con lentezza. Non si può dire che apra gli occhi, perché non ha più ciglia né palpebre. Ma lo sguardo è attento. Un secondo di silenzio. Scruta le figure che ha davanti, avvolte nei camici, nelle cuffie, nelle maschere sterili della camera di terapia intensiva dell'ospedale di Niguarda. Poi sembra quasi che sorrida: "Spaventare? Dopo quello che è successo, di cosa mi posso spaventare?". La mummia è Pasquale Padovano, 48 anni, operaio della Sea di Linate, unico superstite della tragedia dell'8 ottobre dell'anno scorso. Dopo nove mesi, due settimane e quattro giorni di lotta per sopravvivere, finalmente riesce a parlare.

    E quello che Padovano racconta è sconvolgente quasi come l'immagine di quest'uomo rattrappito su un letto di una stanza a due posti al quarto piano del vecchio ospedale, reparto Grandi Ustionati. Una vecchia, sorridente foto di famiglia rimanda il volto di un uomo robusto, dai folti baffoni neri. Oggi Padovano pesa quaranta chili, non ha più i baffi, la bocca è una ferita arrossata. L'unica parte quasi integra del suo corpo sono gli stinchi e i piedi. Ma la voce non è il rantolo che ci si aspetta. È una voce forte, a volte rabbiosa, a volte commossa, a volte ironica. È questa voce a raccontare cosa accadde la mattina in cui l'orrore piombò addosso a lui e ai suoi quattro colleghi di lavoro, nella palazzina smistamento bagagli di Linate. L'orrore sotto la forma delle sessanta tonnellate di alluminio e dei ventiseimila litri di kerosene del Boeing Md 87 per Copenaghen, colpito da un Cessna che aveva sbagliato pista e spedito a 257 chilometri all'ora contro la palazzina del "toboga", il nastro dei bagagli.

    "L'ultima cosa che mi ricordo è quel finanziere, quello che mi ha salvato la vita, che mi gridava "stai giù, stai giù" e mi spegneva usando la giacca della sua divisa. Se non fosse stato per lui, oggi sarei morto. Come Agnetta, come Mastromauro. Come De Vico, come Muscatello". Che i suoi compagni fossero tutti morti, lo ha saputo da una manciata di settimane, quando è uscito dal nulla della rianimazione. "Nella testa ho un buco di mesi, i miei ricordi ricominciano quando mi hanno portato in questa stanza". Ma il ricordo dei secondi dell'incidente è lucido. E ancora più lucido è il ricordo di prima, della sua vita di tutti i giorni a Linate. E di come quella palazzina dove lavorava, piazzata incredibilmente alla fine della pista di decollo, gli avesse fatto paura. Da sempre. "La prima volta che ho visto decollare un Jumbo da Linate, mi sono messo a correre per la paura. Pensavo che non ce l'avrebbe fatta a sollevarsi sopra la palazzina, che ci sarebbe crollato tutto addosso. Poi un po' alla volta ti abitui, e non ci fai più caso. Ma ho sempre pensato che quella palazzina non avrebbe dovuto essere lì". Pasquale non lo sa, ma la stessa convinzione l'hanno raggiunta i periti della Procura che indagano sull'incidente.

    Quel lunedì mattina, invece, era Pasquale che non doveva essere lì. "Dovevo essere sull'altro toboga, quello vecchio. Invece i colleghi mi avevano chiesto di andare con loro perché erano in pochi. Avevano insistito tanto. Detto modestamente, d'altronde, io lì dentro ero il numero uno. Alla fine avevo accettato. Loro, i quattro che sono morti, stavano al molo 31. Io al molo accanto, il 32, quello dove si passano i bagagli ai raggi X. Potevo fare qualunque altra cosa, quella mattina: restare al mio posto, andare a caricare giornali, e oggi sarei ancora un uomo intero. Invece eccomi qua. Mi hanno già operato ventitrè volte, e siamo solo all'inizio".

    "Avevo cominciato a lavorare alle cinque e mezza del mattino. Non mi ricordo che ci fosse nebbia. Un po' di foschia, direi. E comunque la nebbia dà problemi agli aerei che atterrano, non a quelli che decollano...". Basta questa frase per capire che Padovano non sa ancora cosa è successo, non conosce la dinamica dell'incidente che lo ha ridotto in questo stato. Se la fa spiegare, ascolta con attenzione. "Non è possibile... Il raccordo di cui si parla incrocia la pista quasi a metà, ancora lontano dalla palazzina, il pilota dell'aereo grande doveva frenare, poteva frenare. Se ci fosse arrivato addosso a cento all'ora, forse la palazzina avrebbe retto...".

    Vagli a spiegare che - come racconta la perizia della Procura - il pilota dell'Md87 ha fatto tutto il possibile per domare il gigante ferito e impazzito. Vagli a spiegare che a quella velocità un Md carico di carburante ha una massa inarrestabile. Lui, Pasquale Padovano, operaio venuto da Bisceglie a guadagnarsi il pane al nord, di queste cose non si occupava. La sua vita, il suo orgoglio, era il "toboga". Svuotare dalle valigie le pance degli aerei, farle sbucare sul nastro gusto. Farlo presto, farlo bene. Fino alle sei e dieci di quel lunedì mattina. "Ero girato di spalle alla parete. Ho sentito uno schianto, mi sono girato di colpo. Era un inferno. L'aereo aveva sfondato la parete, era già in pezzi, ma non bruciava ancora. Verso di noi, verso i moli 31 e 32, è arrivata l'ala sinistra Le ali sono i serbatoi degli aerei, sapete? Dall'ala squarciata è iniziato a piovere kerosene.

    Una cascata Violenta, intensa. Mi ha preso in pieno, mi sono ritrovato fradicio, in un lago di combustibile. Un attimo dopo, tutto ha preso fuoco. Bruciavo come una torcia, non vedevo che fuoco. Ho pensato a mia figlia, che ha undici anni. Mia figlia, mia figlia mi dicevo. Non vedrò mai più mia figlia. Invece volevo vederla ancora. E così ho cominciato a correre. Sono riuscito a raggiungere una porticina, a scaraventarmi all'esterno. È lì che ho trovato quel finanziere che mi ha salvato la vita. Non c'erano estintori, non c'era niente, solo lui che mi spegneva le gambe con la sua giacca e mi gridava "stai giù, stai giù". Poi è arrivata una macchina della polizia, io mi sentivo morire, dicevo a quelli della macchina "portatemi voi in ospedale, non ce la faccio più, non ce la faccio più". "Dobbiamo aspettare l'ambulanza", mi dicevano loro"

    L'ambulanza è arrivata tardi? "No, abbastanza in fretta". I dati delle indagini dicono che non è andata proprio così. Ma che percezione del tempo ha un uomo bruciato, che agonizza su un letto d'asfalto? La voce di Padovano si affatica, si spezza in un convulso di tosse che esce dalla trachea aperta. La moglie Teresa si piega su di lui, lo ripulisce con un fazzoletto, scaccia una mosca che chissà come è entrata nella camera sterile. "Lui è il mio Rambo", dice con tenerezza, e si vede che per lei in questo letto non c'è una figura bruciata e rattrappita ma l'omone con i baffi neri che la teneva per le spalle. "Gli ho portato la bistecca, a pranzo gli ho portato le lasagne. Pasquale è una buona forchetta...". Ma poi si gira da un lato, come per non farsi sentire del marito, e lo sguardo sopra la maschera sterile si fa duro come la pietra: "Io non avrò pace fin quando qualcuno non avrà pagato per tutto questo".

    (26 giugno 2002)

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  2. #2
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    Dio mio...spaventoso...incredibile....
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  3. #3
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    Mi auguro che qualcuno paghi per quello che è successo e nessuno esca impunito.
    Solidarietà alla famiglia Padovano e alle famiglie delle altre vittime di Linate.


    CHE SCHIFO!!!

  4. #4
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  5. #5
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    Predefinito Re: Per 300 € di benzina risparmiati

    Originally posted by Nanths
    lo sguardo sopra la maschera sterile si fa duro come la pietra: "Io non avrò pace fin quando qualcuno non avrà pagato per tutto questo".

 

 

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