Bene ha fatto Berlusconi, come prima di una lunga serie di riforme coraggiose, ad approvare la riforma del diritto societario, che commina pene ridicole a chi falsifica i bilanci.

In fondo si tratta di reati meno gravi rispetto a quelli di sangue, che sono percepiti dalla cittadinanza sondaggiata ad hoc come gli unici reati da perseguire.

Peccato solo che un bilancio falso possa causare la rovina economica di migliaia di persone, come il crollo della borsa attuale ha dimostrato.

Ah, stanno anche per abolire il reato di bancarotta, se non lo sapete.

Così persone come Mendella (500 miliardi fregati ai polli) potranno rinascere come funghi in quella patria di libertà che si chiama ITALIA.

Cattivi con gli immigrati, buoni con i bancarottieri. Baby, è questa la nostra nuova patria.

Corriere della Sera, 27.6.2002
UNICA REGOLA, L’AVIDITA’



La scivolata continua, solo che ogni tanto diviene frana. Ci mancava solo WorldCom, la ciliegia sulla torta; si tratta, a quanto pare, della prassi, antica quanto il mondo, di capitalizzare le spese (cioè «travestire» la spesa corrente da investimento): un abuso cui si fa spesso ricorso per migliorare i risultati economici. Solo, attuato su scala americana, per ben quattro miliardi di dollari. Ma forse i mercati stanno cercando una scusa per eliminare la bolla di liquidità immessa nel mercato dopo l'11 settembre, per sostenere le quotazioni e quindi i consumi delle famiglie: e non è detto che basti. La talpa che si mangia i risparmi in Borsa non è Al Qaeda, lavora nel sistema. Dopo il rallentamento dell'economia Usa e l'11 settembre (due eventi «esterni» al mercato) c'è stata una serie di scandali grandi e piccoli, derivanti dal solito agente distruttore della fiducia nel mercato, l'avidità; è questa che porta i revisori a tollerare pasticci nei conti per non perdere il lavoro di consulenza, più redditizio della revisione stessa. Di qui le alterazioni dei bilanci per gonfiare le voci più esaminate dagli analisti, e i conseguenti timori generalizzati che investono anche i conti di chi lavora seriamente. È sempre l'avidità che porta le investment bank a costruire le muraglie cinesi con il materiale degli interni delle case giapponesi, la carta. All'insegna del conflitto degli interessi le grandi case di investimento consigliano allo stesso tempo le società che vendono i titoli (ricevendone grasse commissioni) e i clienti che li comprano (che non vogliono pagare la ricerca). Era chiaro che questo conflitto si sarebbe risolto con la sconfitta del più debole. Non è che le investment bank siano malvagie, si limitano ad operare nel quadro delle regole del sistema: sono le regole che vanno cambiate. Di qui i giudizi pessimi sulle azioni che invece pubblicamente venivano raccomandate.
Sono esempi di fallimenti del mercato? Sì e no, sì se si pensa che il mercato possa a tutto provvedere, no se si crede, invece, che al mercato spetti perseguire il suo scopo di profitto nell’ambito delle norme esistenti, e sia la regolamentazione a doversi far carico delle esigenze del pubblico interesse. Se il mercato pensa di poter fare da solo, si sbaglia, e paga pegno. Come accade ormai da mesi, triste ma salutare.
Sia chiaro, anche una buona regolamentazione e un mercato ben funzionante non eviteranno mai frodi e scandali. La vicenda fa però svanire un mito degli ultraliberisti, la peer pressure , cioè l'azione di coloro che, facendo lo stesso tuo mestiere, sarebbero danneggiati da un tuo comportamento scorretto, e quindi ti impediranno di sbagliare. I dirigenti di Enron che vedevano il buco crescere a causa delle trovate del loro direttore finanziario non hanno avuto la forza di opporglisi, e oggi piangono sui risparmi andati in fumo. Altrettanto danneggiati i partner della Andersen che vedono il proprio capitale svalutarsi per colpa di colleghi sui comportamenti dei quali essi avrebbero dovuto, secondo la teoria economica, esercitare la peer pressure . E l'organismo di autoregolamentazione dei revisori Usa in tutti questi anni non vedeva, non sentiva e non parlava, mai. La verità è che la regolamentazione ha bisogno della collaborazione dei meccanismi spontanei del mercato, e questi di una efficiente regolamentazione; è molto banale, basta non dimenticarsene domattina, ricominciando a teorizzare un mondo che non esiste.
Con la «bolla» della new economy molti risparmiatori, attirati dal miraggio della ricchezza facile, si sono trovati usati e gettati via, come certe ragazze acerbe che credono di aver trovato la scorciatoia per la bella vita. Come loro, oggi se la prendono col mondo. Fra gli artefici del crollo vanno ricordati anche quei finanzieri che prima si lamentavano perché non c'era un mercato, e quando l'hanno avuto hanno ritenuto che fosse il caso di spremerlo senza pietà. Ora si lamentano perché è scappato. Speriamo che ci sia risparmiato il distillato delle loro riflessioni su cause ed effetti del fenomeno. Hanno fatto i soldi, non pretendano di avere a cuore quell'interesse generale del quale, legittimamente ma evidentemente, non gli importa. Perché per prevedere gli effetti della sbornia non serviva la palla di vetro, ma solo un po' di candida franchezza.

di SALVATORE BRAGANTINI