da il Foglio di giovedì 20 giugno.
I giornali israeliani si erano appena interrogati sulle parole del premier, dopo la strage di due giorni fa, che già dovevano iniziare a chiedersi che cosa farà il governo dopo il nuovo attentato, quello di ieri, a Gerusalemme. A chi parlava Ariel Sharon? “Gli atti sanguinari palestinesi, quelle immagini orribili, sono più forti di ogni parola”, ha detto il premier ai giornalisti, a pochi passi dal body bags in cui erano stasti raccolti i resti degli uccisi nell’esplosione dell’autobus 32°: “Sarebbe importante sapere quale Stato palestinese abbiano in mente. Di cosa stanno parlando?”.
Per shimon Shiffer di Yediot “Sharon non si rivolgeva al presidente Bush, quanto a quegli israeliani che chiedono la creazione di uno Stasto palestinese ora, con Arafat”. Ma secondo Emanuel Rosen di Maariv “la sua rabbia era diretta contro l’amministrazione americanas, fredda e cinica. Contro Condoleezza Rice, che auspica la sua sostituzione, contro Powell che insiste a credere in Arafat, contro Bush che con una mano lo abbraccia e con l’altra costruisce uno Stato palestinese”.
Da quando è a capo del governo, è la prima volta che Sharon si reca sul luogo dell’attentato, e Rose scrive che non ha mai usato gli attentati per strumentalizzazioni politiche. Tutto il sangue che ha visto è sempre stato quello dei soldati. “Ieri, per la prima volta, i suoi occhi hanno visto i soldati di oggi: la studentessa, il ragazzo, la madre che era andata ad iscrivere le figlie al campo estivo, il guidatore dell’autobus. Fotomodelli linea omicidio, primavera estate 2002.
“Quale Stato palestinese?” è anche il titolo di un commento di Zeef Schiff su Maariv. Schiff però formula la domanda retoricamente, chiedendo al presidente Bush – che ieri ha deciso di rinviare un suo intervento sylla situazione in Israele – che l’auspicio che la formazione di uno Stato palestinese domandi anche la promessa “che esso risolva le questioni con gli stati vicini attraverso kezzi pacifici e negoziati”. Lo Stato va creato, secondo Schiff, per non convincere ulteriormente il mondo che Israele è una potenza occupatrice che nega deliberatamente il diritto all’autodeterminazione di un popolo occupato. “Ed è anche importante piantarla con la costruzione di avamposti nei Territori, che indebolisce la tesi che Israele stia conducendo una guerra difensiva contro il terrorismo.
Bene: tra gli israeliani le voci “possibiliste” e di sincera “apertura” ci sono e si sentono.
Ma dall’altra parte cosa cavolo dicono, o pensano veramente?
Oltre a condannare il “terrorismo” ma sempre e solo dopo il suo sanguinoso passaggio, cosa fanno Arafat e i suoi?
saluti




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