Intervista a Carlos Lozano, direttore del settimanale comunista Voz:
l'Europa non vuole aiutarci
«La prossima Argentina esploderà in Colombia»
Salvatore Cannavò
Carlos Lozano è il direttore del settimanale colombiano, Voz, edito dal partito comunista di cui è un autorevole dirigente. Sono circa due mesi che si trova in Europa dove ha fatto un ampio giro di consultazioni e di incontri con governi, partiti politici, della sinistra ma non solo, fino ad essere ricevuto, ieri, dalla Santa sede. Il suo viaggio europeo, però, è motivato anche da altre, gravi, ragioni: Carlos è stato ripetutamente minacciato di morte dai gruppi paramilitari e i locali del giornale che dirige sono stati oggetto di attentato. Sono gli effetti della "guerra sporca" che in dodici anni ha provocato l'uccisione di 5000 (!) dirigenti comunisti, che nel 2001 ha visto morire assassinati circa 200 sindacalisti, mentre per il 2002 il bilancio è finora fermo a 85. Una condizione di scarsa agibilità politica, aggravata dalla decisione del governo Pastrana di rompere il dialogo con le Farc e l'Eln e con la contestuale decisione di applicare un liberismo integrale che ha pesanti ricadute, non solo sociali ma anche sul piano militare. Per questo Lozano ritiene che proprio in Colombia potrebbe prodursi rapidamente una situazione ancora più esplosiva di quella argentina.
Dopo la rottura del processo di dialogo a che punto è la situazione interna?
Il vecchio presidente, Pastrana, ha fatto di tutto per rompere e chiudere il minimo spiraglio di dialogo, attivandosi esplicitamente per isolare le Farc dal resto del mondo. Così anche il nuovo presidente, Uribe Velez, che pure ha fatto una campagna elettorale molto autoritaria, ma che ha anche chiesto formalmente la mediazione delle Nazioni Unite, si trova senza alcun margine di iniziativa. La guerra sembra essere l'unica prospettiva certa per la Colombia. E del resto un clima da guerra è quello che viene preparato anche sul piano sociale con un inasprimento senza precedenti delle politiche liberiste. Se in passato il tentativo di andare a fondo con le privatizzazioni - telecomunicazioni e petrolio - è stato bloccato dalle lotte sociali, oggi con il sostegno del Fmi si torna alla carica.
Qual è la situazione sociale del paese e che ruolo sta svolgendo il sindacato?
Esistono tre centrali sindacali, ma la più grande in assoluto è la Confederazione unitaria dei lavoratori (Cut). Il tasso di sindacalizzazione, però, è piuttosto basso, il 10% della popolazione lavorativa, anche per l'effetto della "guerra sporca" e delle politiche di flessibilizzazione del lavoro. Comunque i punti forti del sindacato sono il settore petrolifero e quello dell'insegnamento dove la Fecode, con 500mila iscritti, rappresenta il sindacato più forte del paese e, non a caso, quello fatto oggetto di maggiori attacchi del governo e del Fondo monetario il quale ha dato la chiara indicazione di farla finita con il sindacato. Sul piano sociale le resistenze continuano a essere forti. Lo scorso anno ci sono stati cinque scioperi nazionali del settore pubblico - il più esposto agli attacchi del Fmi - e uno sciopero generale. Per parte sua il governo punta a raddoppiare le spese militari che oggi sono già al 35%. Spero di no, ma la prossima Argentina esploderà in Colombia.
Qual è stato l'obiettivo del tuo viaggio europeo?
Il giro è servito ovviamente per denunciare la situazione colombiana, gli assassinii e la "guerra sporca", ma anche per chiedere un aiuto concreto ai paesi europei, un impegno diretto nella soluzione del conflitto che sta attraversando il mio paese. In Italia ho incontrato la commissione Esteri della Camera, il responsabile per l'America latina della Farnesina oltre che un membro della segreteria di Stato vaticana. Ho avuti contatti con i governi di Spagna, Francia, Belgio, Danimarca, Germania, Austria, anche con la Svizzera con l'obiettivo di trovare sostegni al rilancio del processo di pace (sospeso unilateralmente dal governo lo scorso 20 febbraio, ndr.), di garantire il rispetto dei diritti umani, ma anche di creare le condizioni favorevoli a un accordo umanitario immediato.
Che tipo di accordo?
In Colombia ci sono moltissimi prigionieri politici. La guerriglia, le Farc, ne detiene 83: sono esponenti militari, ma anche deputati, consiglieri regionali e una ex candidata presidenziale come Betancourt). Molti di più, ovviamente, sono quelli detenuti dal governo. Noi stiamo lavorando per favorire una sorta di scambio concordato in modo da poter offrire segnali concreti in direzione del negoziato e della pace.
Qual è la tua impressione sull'atteggiamento dei paesi europei?
Purtroppo l'Europa, con la decisione di iscrivere le Farc nella lista dei gruppi terroristi, mostra di seguire pedissequamente gli ordini degli Stati Uniti e di rinunciare a una sua autonoma iniziativa politica. Molto più disponibile, invece, ci è sembrato l'atteggiamento del Vaticano che continua a sostenere convintamente gli sforzi della chiesa colombiana per la pace.
Tu sei un dirigente importante del partito comunista e sei già stato membro della cosiddetta commissione dei notabili. Quali sono le vostre priorità politiche in questo momento?
Il partito svolge una regolare attività pubblica, anche se sotto il fuoco dei gruppi paramilitari. In dodici anni abbiamo visto morire 5000 nostri dirigenti e militanti, un genocidio. Però andiamo avanti, abbiamo un buon insediamento sociale e svolgiamo un ruolo rilevantissimo dentro la Cut. I nostri due obiettivi principali sono, innanzitutto la pace, ma con giustizia sociale e democrazia. Bisogna arrivare a una soluzione politica del conflitto in corso e lavorare per il negoziato. In secondo luogo siamo impegnati in un processo di unità politica e sociale. Il "Frente social y politico" con il quale abbiamo affrontato le elezioni, ci ha permesso un buon risultato elettorale (6%) e una reale rappresentanza parlamentare. Noi vogliamo andare avanti in questo percorso per ricostruire una prospettiva nuova per la sinistra colombiana, incentrata sulla collaborazione tra forze politiche e sociali.
Liberazione 28 giugno 2002
http://www.liberazione.it


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