La sua voce non si unisce al coro dei plaudenti. A quanti, come l’ex premier (Likud) Benyamin Netanyahu e i capi della destra nazionalista, hanno salutato il discorso di George W.Bush come «il più grande regalo fatto a Israele», Yossi Sarid, leader del Meretz e dell’opposizione di sinistra, replica affermando che «nel discorso di Bush c’è più sogno americano e meno realtà mediorientale. È un discorso più adatto alla pacifica Washington e meno a Gerusalemme e a Ramallah che si contorcono nel loro sangue».
Il trionfo di Sharon: così la stampa israeliana ha commentato il discorso del presidente Bush sul Medio Oriente.
«Se così fosse sarebbe un colpo mortale inferto al dialogo israelo-palestinese. Ho letto con grande attenzione il discorso del presidente Usa e da questa lettura ho tratto la convinzione che quel discorso non riflette la realtà del Medio Oriente. Certo, gli obiettivi delineati sono corretti - in particolare la visione di due Stati e due popoli - ma ciò che manca è l’indicazione di come raggiungerli. Bush non indica un calendario né un piano d’azione. La stessa Conferenza internazionale sembra perdersi nel dimenticatoio”.
Su un punto, però, il presidente Usa è stato molto chiaro: nella condanna senza appello di Yasser Arafat e dell’attuale leadership palestinese.
«Non ho mai lesinato le mie critiche ad Arafat, molte delle scelte che ha compiuto si sono rivelate fallimentari e hanno riportato al potere la destra oltranzista in Israele.Tuttavia, spetta ai palestinesi decidere chi dovrà rappresentarli al tavolo delle trattative. La Comunità internazionale deve spingere su Arafat perché dia vita a vere riforme, e deve impegnarsi, anche con l’invio di propri osservatori, affinché le elezioni del gennaio prossimo siano realmente libere. Ma alla fine, saranno i palestinesi a scegliere i loro dirigenti. E Israele, come gli Stati Uniti, dovranno prenderne atto, a meno che non si considerino tutti gli eventuali elettori di Arafat dei potenziali kamikaze. Mi lasci aggiungere che il modo migliore per rafforzare tra i palestinesi Arafat è quello di farlo assurgere a simbolo di una minacciata indipendenza politica”.
Qual è a suo avviso la pecca maggiore del discorso del presidente americano?
«La sottovalutazione del fattore-tempo e l’incapacità di cogliere i guasti prodotti da oltre 20 mesi di guerra sia in campo israeliano che in quello palestinese. Il Medio Oriente è tornato ad essere una polveriera pronta ad esplodere e sono in molti a voler fare della questione palestinese la “miccia” con cui innescare un conflitto generalizzato. Questa percezione non mi sembra appartenere alle considerazioni di Bush”.
Resta la priorità della lotta al terrorismo.
«Nessuno mette in dubbio il diritto di Israele a difendersi dagli attacchi suicidi. La sicurezza è una priorità per ogni parte politica, per ogni israeliano. Il problema è sugli strumenti più idonei per contrastare un fenomeno, quello dei kamikaze, che - come ha ammesso anche il ministro della Difesa Ben Eliezer - fa leva sulla disperazione dilagante nei Territori e tra i giovani palestinesi. Rilanciare il negoziato non è una concessione o peggio ancora un cedimento ad Arafat, ma lo strumento più incisivo, assieme allo sviluppo del lavoro di intelligence, per isolare i gruppi estremisti palestinesi”.
Negoziare significa anche smantellare gli insediamenti?
«Non da oggi sono convinto che una pace duratura non può conciliarsi con il mantenimento della maggior parte delle colonie. Si tratta di negoziare tempi e modalità di smantellamento, riprendere l’idea contenuta nel piano-Clinton relativa al riaccorpamento della maggioranza dei coloni in alcune aree della Cisgiordania, nell’ambito di una ridefinizione dei confini e sulla base di uno scambio di territori. Le idee ci sono, ciò che manca, da parte di Sharon, è la volontà politica di pagare dei prezzi alla pace. Per una parte dell’elettorato di Sharon il problema di fondo non è Arafat ma la nascita di uno Stato palestinese percepita come una minaccia mortale, a prescindere da chi ne sarà il capo”.
In questa intervista, Lei non ha nascosto il suo pessimismo.
«Purtroppo siamo dentro ad un tunnel di odio e di violenza del quale e non riusciamo a scorgere l’uscita. E il discorso del presidente Bush non ci ha aiutato a rivedere la luce».
l'Unità 27 giugno 2002


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