Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    Claude
    Ospite

    Predefinito Il capitalismo gigante malato (Sylos Labini)

    Il capitalismo gigante malato
    di Paolo Sylos Labini

    Fino a non molti anni fa la sinistra aveva ambizioni grandiose. Una parte, soprattutto quella influenzata da Marx, intendeva, sia pure in tempi lunghi, abbattere il capitalismo e fare la rivoluzione, addirittura a livello mondiale. Un’altra parte voleva invece riforme radicali - riforme «di struttura». I semplici riformisti gradualisti erano guardati con tenerezza e quasi con compassione. Oggi sembra che tutti i progetti ambiziosi siano stati abbandonati e che gli Stati Uniti siano diventati il modello da seguire, col loro liberismo primitivo - e contraddittorio. Dalla megalomania alla micromania: un bel tonfo!
    Molti si dichiarano riformisti senza spiegare però il significato del termine. Sembra che sia entrata in ibernazione anche quella che a molti era apparsa come la questione centrale del riformismo e cioè la questione della democrazia industriale e, in particolare, della cogestione delle imprese.
    Questo non è vero solo per la sinistra (James Meade può essere annoverato fra i liberalsocialisti); è vero anche per il centro - almeno per il centro cattolico - e per la desta liberaldemocratica. Certo, le formule sono varie; ma la questione di fondo è quella, l’unica che può aiutare a superare la contrapposizione fra capitale e lavoro.
    Dopo nove anni di crescita, sia pure a velocità non uniforme, l’economia americana - la locomotiva dell’economia mondiale - è entrata in una fase di recessione. Nove anni sono molti; la Grande depressione, che iniziò nel 1929, fu preceduta da una crescita durata pure a lungo anche se non così a lungo - sette anni.
    Ogni fase espansiva dell’economia è trascinata da industrie che s’innovano e che ottengono extra-profitti determinando una spirale positiva negli investimenti e nei consumi aggregati - negli anni Venti troviamo le imprese di pubblica utilità, a cominciare da quelle dell’elettricità, e l’automobile; oggi troviamo le nuove tecnologie spinte dell’informatica. Ogni volta, anche durante le espansioni di più breve durata, si innesca una speculazione di borsa, che ad un certo punto, come si suol dire, va oltre il segno. Questa volta negli Stati Uniti gli eccessi speculativi sono stati accompagnati, e poi aggravati negli effetti negativi, da imbrogli colossali e da falsi in bilancio compiuti dai manager di grandi imprese, che spesso hanno avuto complici grandi società di testificazione: l’intento era di occultare le perdite, sperando per il meglio; ma il meglio poi non è venuto. Quando le perdite sono emerse ci sono stati massicci licenziamenti e, quel che è peggio, è risultato che i principali manager, sapendo prima degli altri che la nave stava per affondare, si sono salvati in tempo, attribuendosi assai cospicue prebende. Hanno gravemente sofferto e tuttora soffrono i risparmiatori piccoli e medi - alcuni anche assai facoltosi - e i dipendenti licenziati. Tutto ciò negli Stati Uniti ha suscitato indignazione, spesso genuina, a volte ipocrita; tutto ciò ci deve indurre a riconsiderare le vie per riformare il capitalismo industriale. La rapacità e l’avidità dei grandi manager del nostro tempo rendono inadeguate le più spietate descrizioni che Karl Marx faceva dei capitalisti del suo tempo. Non solo la vita economica, ma l’intera vita sociale risulta inquinata.
    È chiaro che le progettate riforme delle società di certificazione e degli organi di controllo non bastano. Occorre tornare a riflettere sulla cogestione, ricordandoci che si configura in varie forme e che per una sua attuazione che entri in profondità e raggiunga un’estensione socialmente significativa occorrono tempi lunghi, poiché la gradualità è indispensabile.
    Può la cogestione ridurre drasticamente gli abusi dei grandi manager?
    Sì, per motivi evidenti: la cogestione evita il diaframma fra lavoratori e consiglio di amministrazione - i lavoratori stessi contribuiscono ad amministrare l’impresa e in tal modo gli abusi diventano ardui. In tutto ciò i meccanismi di mercato restano intatti.
    La cogestione crea le premesse per stabilizzare ad alto livello l’occupazione - spingendo la quota dei disoccupati a livello di attrito - per Meade, come anche per Weitzmann, un economista americano che più di recente ha elaborato proposte di partecipazione, in via complementare occorrono misure per stabilizzare anche il reddito dei lavoratori.
    Dunque, fra gli effetti positivi della cogestione, due hanno particolare rilievo: la drastica riduzione degli abusi dei manager e la riduzione al minimo delle fluttuazioni dell’occupazione dipendente.
    Con la cogestione diviene necessaria una riforma generale del mercato del lavoro, a cominciare dalle regole sui licenziamenti, come mette in evidenza, in una nota breve e acuta apparsa nel numero di giugno 2002 della rivista «Aprile», Pier Luigi Sorti. L’autore richiama l’articolo 46 della nostra Costituzione, che riguarda il principio della cogestione, e ricorda che oramai non è lontana l’approvazione di una legislazione che stabilisce l’applicabilità a tutta l’Unione europea di tale principio. Aggiunge poi: «La non subalternità del lavoro - rispetto al capitale è un principio che ha trovato cittadinanza piena nella tradizione liberale, in quella sociale cattolica (almeno dalla «Centesimus annus» in poi) e nella sinistra, che lo ha sempre considerato il paradigma principe della sua analisi economica e sociale».
    La cogestione riguarda le imprese relativamente grandi, organizzate come società per azioni. Forme particolari di cogestione sono concepibili per le imprese medie, che spesso sono le più dinamiche. Per le imprese piccole e molto piccole, che in Italia prevalgono, la cogestione, per così dire, è nelle cose: in un’impresa formata da dieci persone tutti i lavoratori partecipano in qualche modo a tutte le decisioni. In tali imprese lo stesso concetto marxista di «lotta di classe» sembra difficile da utilizzare; anzi, usarlo può apparire perfino ridicolo. Per le piccole imprese si tratterà d’introdurre norme capaci di rendere più certi i rapporti. In queste imprese diviene essenziale il sostegno fornito da distretti bene attrezzati, in primo luogo per la ricerca applicata e poi per semplificare al massimo gli adempimenti amministrativi e fiscali delle imprese - occorre creare in ogni distretto uno sportello «attivo», che si assuma tutte le incombenze burocratiche, in modo da lasciare ogni impresa alle prese col solo «mercato», ossia coi concorrenti e coi consumatori. Se le grandi società per azioni hanno certi vantaggi sotto l’aspetto organizzativo e sotto l’aspetto della ricerca e delle innovazioni tecnologiche, le imprese medie e piccole, nelle quali la personalità dell’imprenditore conta, spesso rappresentano il capitalismo dal volto umano; le grandi imprese possono rientrare in questa categoria attraverso la cogestione.
    La ricerca applicata deve assumere un ruolo di rilievo in tutte le imprese - quella di base spetta all’Università e ad enti pubblici. La ricerca può contribuire in modo decisivo a porre fine al problema dell’alienazione che, in configurazioni diverse, ha accompagnato tutta l’evoluzione del capitalismo, caratterizzato, come finora è stato, dalla contrapposizione fra lavoro di direzione e di gestione da un lato e lavoro esecutivo dall’altro. La via maestra per superare tale contrapposizione sta nella cogestione e in uno spazio crescente lasciato alla ricerca applicata, che dovrebbe promuovere nei modo più diversi la partecipazione dei lavoratori all’introduzione di nuove tecnologie, stimolando l’«apprendimento attraverso il fare» (learning by doing) e organizzando seminari periodici aperti a tutti i lavoratori. Percorrere questa via significa, fra l’altro, moltiplicare progressivamente le mansioni gratificanti e quindi non alienanti.
    L’alienazione, messa già in evidenza critica da Smith ben prima di Marx, ha finora contrassegnato il capitalismo. In prospettiva, la fine dell’alienazione può significare la fine del capitalismo così come lo abbiamo finora conosciuto.
    Tratto da:
    www.unita.it

  2. #2
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    Predefinito

    Queste cose esistono già nelle aziende moderne di servizi. Ci si stufa di sentire di questi comunisti che parlano come se il 75% del PIL fosse indutria manifatturiera. Non è così : è servizio.
    L'indice ISM che esce periodicamente a Wall Street misura proprio l'andamento della produzione della industria manifatturiera e ha sempre meno valore perchè 3/4 del Pil USA non sono quello.
    Se poi si vogliono sempre portare avanti le immagini stereotipate del minatore invece che dell'impiegato che lavora su una scrivania lo si faccia , ma si dica che si vuole fare politica , non economia , che sono cose da tenere separate più che si può.

    Comunque , il capitalismo ha bisogno di una regolata. Ci sono questi problemi :
    1. le crisi finanziarie a birillo di certe aree ( asia poi sudamerica )
    2. il crollo del Nasdaq e l'impoverimento di famiglie e di banche
    3. frodi dei manager e taglio del personale per arginare errori non suoi

    Se ci aggiungiamo una motivazione politica , gli scenari di guerra che si aprono , stiamo freschi.
    Forse non è questo il luogo adatto ma ho un grafico che fa un pò paura a studiarlo .

  3. #3
    Claude
    Ospite

    Predefinito

    Primo Sylos Labini non è comunista, secondo, mi dici che centra quello che dici tu con l'articolo che ho postato?
    Si parla di "cogestione", termine di cui riesco a capire il concetto generale, ma francamente non saprei entrare nel dettaglio.
    Comunque in Italia di operai e lavoratori manuali in genere ce n'è ancora parecchi, se non erro.
    PS
    Sei per caso Crystal?

 

 

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