Quattro mesi inflitti al titolare di un locale di Borgo Venezia che tentava di selezionare la clientela per timore di risse e debiti
di Luigi Grimaldi
L ’ordine del titolare del locale ai suoi collaboratori fu categorico: «Non date da bere ai nordafricani, altrimenti in questo bar è finita». Ed è stato sufficiente per far sì che il barista sia stato condannato l’altro ieri dai giudici del tribunale a quattro mesi di reclusione per violazione della norma che punisce la discriminazione razziale, la cosiddetta legge Mancino.
L’ordine di non servire alcolici o altro fu recepito ed eseguito nel bar Giardino di via Rosa Morando in Borgo Venezia fino al 14 novembre 1999, quando, verso le 13, due immigrati del Nord Africa si presentano al banco e chiedono alla sorella del proprietario due caffé. Al rifiuto della donna, i due escono, chiamano la polizia e tornano con gli agenti. Nel frattempo la sorella è andata a casa e nel bar c’è il titolare, Luca Zerman, 40 anni, veronese.
«Anche davanti ai poliziotti», ha spiegato in aula il barista, «mi sono rifiutato di dare i caffé ai due immigrati. Non che li conoscessi come persone turbolente, anzi non li avevo mai visti prima, però avevo già avuto problemi con quel tipo di clientela, perché spesso inscenavano risse per non pagare conti ed io non volevo che il mio locale diventasse meta di quelle persone. Prima di quel giorno avevo già ricevuto una multa di due milioni di lire per aver rifiutato di servire bevande ad alcuni nordafricani, e perciò pensavo che anche in quel caso sarebbe andata così».
Di fronte a queste affermazioni, il pubblico ministero Antonino Condorelli, che aveva chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio di Zerman, ha proposto al tribunale una condanna ad otto mesi di reclusione del barista.
«Non l’ha fatto per motivi di discriminazione razziale», ha replicato invece l’avvocato Davide Adami, che ha difeso il titolare del bar Giardino, «ma ha dato l’ordine di non dare i caffé solo per evitare che anche il suo locale venisse chiuso con gli stessi provvedimenti emessi dall’autorità nei confronti di altri due locali vicini al suo per motivi di ordine pubblico».
Questa motivazione non è però bastata per far assolvere Zerman. Il tribunale, presieduto da Mario Sannite con giudici a latere Enrico Sandrini e Massimo Di Camillo, ha ritenuto colpevole il proprietario del bar così come aveva sostenuto l’accusa. E non solo. Poiché dalle dichiarazioni di Zerman e dalla testimonianza del poliziotto che era intervenuto su invito dei due nordafricani è stato accertato che fu la sorella a non preparare i caffé, gli atti che la riguardano sono stati inviati in Procura affinché venga aperta un’indagine per violazione della legge Mancino.
«Io non ho mai pensato di discriminare quei due immigrati per la loro appartenenza ad un’etnia», ha raccontato ieri Zerman, «perché il bar è frequentato da una clientela mista ed io non mi reputo né sono un razzista. Io avevo solo il timore che nel mio locale potessero avvenire talmente episodi spiacevoli da arrecare danni all’attività lavorativa mia e dei miei familiari. Al processo ho parlato con la massima franchezza ed anche nel 1998, quando ricevetti la multa per lo stesso motivo, avevo presentato un’opposizione e chiesto di spiegare all’autorità le ragioni del mio rifiuto di somministrare bevande in determinati casi».
Zerman c’è rimasto male per la condanna. E quell’ordine oggi non lo darebbe più: «Anzi, preparerei subito i due caffé».


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