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DAL NOSTRO INVIATO
NICOSIA (Cipro) - La caserma della polizia marittima di Limassol è calda come una fornace e Claudio Scajola è l'unico della delegazione italiana che ancora indossa la giacca e la cravatta. E' il secondo giorno di una visita importante perché il ministro dell'Interno porta a casa due accordi che permetteranno al governo di rinviare a destinazione tutti gli immigrati clandestini transitati da Cipro e di far approdare presto, anche in questo porto, unità della Marina e della Guardia di Finanza in servizio di pattugliamento internazionale. Il clima è disteso, i ciprioti offrono bibite e fagottini al formaggio ma Scajola non tocca cibo perché il suo telefonino non smette di squillare: «Scusate, c'è Berlusconi che mi cerca», dice allontanandosi verso l'atrio dell'edificio.
Il ministro riferisce che il presidente è preoccupato per il ghiacciaio del Monte Rosa che si sta disintegrando. Ma è pur vero che in queste ore non si placa la polemica sulla scorta revocata a Marco Biagi e sulle lettere del professore consegnate a un periodico bolognese. Scajola è bersagliato dall'opposizione e, quindi, ritorna sull'argomento anche qui, nell'atrio della caserma di Limassol. Prima lo fa con il solito stile asciutto, cadenzato da parole misurate: «Il problema non sono le scorte, è il terrorismo. La nuova legge che crea l'Ucis (l'Ufficio centrale sicurezza personale, ndr) è una buona norma perché il sistema permette lo scambio di informazioni tra città e città e con l'intelligence. Ma ci vorrà un periodo di rodaggio e non dobbiamo farci troppe illusioni perché le scorte non risolvono tutti problemi».
Lo staff preme, il programma incalza. Però il ministro indugia, ha voglia di parlare. Così parte con un crescendo, senza l'assillo delle telecamere accese, che va a colpire la procura di Bologna: «Le lettere? Sapevamo che ce ne erano solo tre e non sei perché le ultime tre si trovavano nell'archivio storico del computer di Biagi. Allora, chi ha avuto accesso a quel computer? Chi le ha spedite e per quale oscuro motivo? E poi: perché la procura di Bologna prima non ha sequestrato l'hard disk del computer di Biagi e ora si affretta a dire che di lettere loro ne avevano solo tre? Potevano tacere e indagare».
Scajola arretra nell'atrio ma non cede alle insistenze del cerimoniale che lo vorrebbe imbarcare subito sulla vecchia motovedetta cipriota «Odysseus» in attesa all'ormeggio. Anzi, il ministro fa una piroetta: «Mi chiedete perché questi dischetti sono arrivati proprio ora? Stiamo cercando di capire, la cosa non è affatto chiara». Qualcuno spara: è per caso una manovra interna alla sinistra per colpire Cofferati? E qui si limita ad alzare le spalle ma poi aggiunge, con espressione ironica: «C'è anche chi parla di servizi deviati». Scajola, ora, cambia tono e riprende il registro dell'ufficialità: «Non servono veleni, serve unità perché il terrorismo tornerà a colpire».
Lo sfogo sembra concluso. Scajola misura il pavimento con i passi ma non riesce a tacere: «A Bologna hanno colpito Biagi che era senza protezione ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. E poi vi chiedo: nella trattativa di queste settimane sull'articolo 18 quante persone dovremmo proteggere? Praticamente tutte». E a questo punto il ministro sorprende i presenti quando gli viene detto che Biagi era comunque una figura centrale nel dialogo sociale: protagonista del patto di Milano, coautore del Libro Bianco, consulente del ministero del Welfare, della Cisl, della Confindustria. C'è un attimo di silenzio, Scajola volta le spalle, si blocca, azzarda:<FONT SIZE= 5 COLOR=RED> «Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza».<FONT SIZE= 2 COLOR=BLACK> Nell'atrio si spande il gelo per quello che appare uno sfogo non trattenuto fino in fondo. Ma non c'è tempo per continuare perché la motovedetta «Odysseus» sta salpando.




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