L'11 settembre ha cancellato il mito del 14 luglio

Se la presa della Bastiglia mise fine al regime delle lettres de cachet, il crollo delle Torri rischia nuovamente di inaugurarlo. Una mostra virtuale rilegge quell'evento con gli occhi del XXI secolo

di Roberto Moro


PARIGI - È possibile celebrare la fine di un mito? E quando e perché i racconti muoiono? Come cambia il paesaggio ideologico-culturale delle civiltà? Un'occasione di riflessione su questi temi del tutto attuali può essere offerta dalla ricorrenza del 14 luglio: essa cade in un clima nuovo, quello del XXI secolo, che sembra archiviare tutto il passato. Si tratta di un paesaggio nel quale anche l'albero della libertà, per effetto di mutazioni climatiche e del degrado ambientale sembra essere rinsecchito. La presa della Bastiglia e il crollo delle Torri Gemelle sembrano confrontarsi per segnare un confine netto tra due momenti della storia universale.

In un recente articolo, disponibile in rete, Michel Vovelle traccia un bilancio della storiografia e del dibattito politico culturale sulla Rivoluzione Francese: ne conclude che ormai la temperatura di questo dibattito è pericolosamente vicino a un ground zero e lascia un vuoto nel quale si agitano altri racconti e altri fantasmi.


Celebrazione gollista e nazionale in una Europa che le nazioni non le vorrebbe più, festa delle istituzioni repubblicane di un'epoca che registra la crisi dello Stato e delle istituzioni nate proprio nel 1789, il 14 luglio di emozioni ne suscita ben poche: anche i tradizionali balli che invadono tutta la provincia francese hanno perso il loro tratto di "popolare" e per una semplice ragione, il popolo non c'è più, del citoyen si è perso il ricordo e la sequenza "liberté, egalité, fraternité" appare una vetusta filastrocca piuttosto che un imperativo morale, sociale e politico della cultura europea e mondiale.


Ho suggerito ai miei collaboratori di rinverdire l'evento del 1789 con una mostra virtuale on line che proprio oggi viene editata nel quadro di un più ampio sito dedicato alla Rivoluzione Francese. Ma nel corso di questo impegno di analisi, ricerca e narrazione del "récit exacte de la prise de la Bastille" quel che è balzato alla nostra attenzione è la totale asimmetria del quadro e del paesaggio culturale nel quale questo racconto oggi si situa: il raffronto di questo mito fondante della modernità con quello che ci ossessiona da ormai quasi un anno e che sembra caratterizzare tutto il secolo a venire è a dir poco scioccante.


Del 14 luglio (come del resto dell'11 settembre) sappiamo ormai tutto: sterminate le fonti, la bibliografia, le analisi. Della Bastiglia sappiamo che altro non era, alla data del 14 luglio, se non un immobile ormai vetusto e semivuoto, un carrozzone i cui costi di manutenzione ne avevano suggerito a più riprese la demolizione. Dei prigionieri liberati alle ore 18/18,30 di quella fatale giornata sappiamo che erano sette, nessuno dei quali prigioniero "politico". Sappiamo anche che le poche decine di prigionieri ospitati nel corso del regno di Luigi XVI vi ebbero un trattamento accettabile ("Il vitto era ritenuto buono e abbondante, le camere furono ammobiliate a spese dello stato..."). La Bastiglia, si sa, era odiata da una piccola frazione della classe dirigente. La cultura dei Lumi ne aveva fatto un simbolo, ma non per la disumanità del regime carcerario, piuttosto come simbolo visibile della pratica delle lettres de cachet, in virtù delle quali il governo si sostituiva al potere giudiziario, facendo trionfare l'arbitrio del potere contro gli oppositori dell'Antico Regime. La cultura aristocratica e della classe dirigente odiava la Bastiglia come la procedura delle lettres de cachet e tuttavia se ne serviva nella sua guerra per bande e cabales, che sono il motivo dominante di tutte le corti e i girotondi del potere. Ancor oggi il mondo è disseminato di Bastiglie (si pensi solo alla base di Guantanamo) e la procedura delle lettres de cachet (degli atti arbitrari del potere in deroga ai più elementari principi di giustizia e rispetto dei diritti umani) è dominante, ma nel 1789 la Bastiglia, quella Bastiglia, era odiata.


Ripercorrere, attraverso le sale della mostra, ora per ora e minuto per minuto la giornata del 14 luglio spiega bene come questo mito "aristocratico" della Bastiglia divenne un formidabile mito popolare: vi fu il sangue, vi furono i morti, ma vi fu anche un rapido e radicale processo di acculturazione delle masse popolari agli ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza universale. La Bastiglia fu presa dal popolo (dal popolo operaio del quartiere di Saint Antoine) e non abolita per decreto regio o nell'ambito di un razionale processo di riforme. Non fu certo un episodio dell'innovazione dell'Antico Regime, ma divenne il paradigma stesso dell'idea di rivoluzione. Tutto qui.


E così il mito della presa prima e della demolizione poi (in realtà un'abile speculazione finanziaria) divenne il vettore del pensiero e delle emozioni politiche di tutto un secolo: il XIX secolo, secolo di rivoluzioni e di innalzamento della storia occidentale verso gli ideali di emancipazione alla democrazia sociale o liberale. Un racconto forte, esclusivo e fatalmente dogmatico dell'azione politica della modernità.


Ogni secolo ha le sue idee guida, i suoi racconti forti guidano l'azione sociale e determinano la socialità, insomma i suoi miti. Il XIX ebbe quello delle nazioni e della libertà delle nazioni; il XX secolo tentò, per un attimo, di accreditare il mito del declino della civiltà e poi quello della razza, in realtà (forse ormai ce lo siamo dimenticati) fu il secolo del totalitarismo e della lotta contro il totalitarismo (una lotta ancora in corso e tutt'altro che scontata nei suoi esiti finali). A partire dall'11 settembre, il XXI secolo sembra voler accreditare e imporre il mito del terrorismo come idea forte e motore dell'azione politica di un nuovo corso storico. Imposto, fecondato, diffuso dai mezzi di comunicazione che caratterizzano questa nuova fase della modernità, l'evento dell'11 settembre (evento quantitavamente marginale, sol che si pensi ad altre devastanti ferite dell'humanitas che, a volerle vedere, ci stan sotto gli occhi) e divenuto un racconto possente, infinitamente ripetuto e in grado di suscitare vasti processi di acculturazione da un lato e di oblio dall'altro: oblio, per esempio, proprio del 14 luglio 1789.


E tuttavia, il confronto e il contrasto tra questi due miti della modernità è stridente, per certi aspetti altamente drammatico e ci offre una sorta di rovesciamento dei valori. Il mito della presa della Bastiglia fu un mito della libertà e contro il potere, quello del terrorismo si configura come un mito di repressione e del potere che celebra se stesso; il primo vide in campo esseri umani, il secondo suscita il fantasma di tecnologie omicide che nulla hanno di umano e sfuggono a ogni controllo. La caduta della Bastiglia mise fine al regime delle lettres de cachet e a quello arbitrario delle delazioni, il crollo delle Torri rischia nuovamente di inaugurarlo; il 14 luglio fu celebrato per più di due secoli con feste di gioia, il vuoto lasciato dalle Torri Gemelle propone tenebrosi rituali di lutto; i caduti della Bastiglia divenuti eroi non pretesero vendette universali, i morti di Manhattan sembrano aprire la strada a un regime poliziesco su scala planetaria; la presa della Bastigla scaldò il cuore di tutta l'Europa che guardava al futuro, l'attentato dell'11 settembre rischia di archiviare, insieme al 14 luglio, l'idea stessa di Europa...


Forse, proprio in questo clima così radicalmente mutato e di fronte a questo rovesciamento di valori, una riflessione su quella "vittoria sfolgorante, eccezionale e che forse meraviglierà i nostri nipoti che è la presa della Bastiglia avvenuta in circa quattro ore", un ricordo e una rilettura degli eventi di allora, si impone.

IL NUOVO, 14/07/2002

vedi anche: http://www.lastoria.org/e/e_01.htm

*occhio: Vovelle, grande storico della rivoluzione francese, rimane purtroppo prigioniero dei miti ufficiali anzichè porsi in modo critico di fronte a quell'evento.
Un correttivo a Vovelle sono le opere del grandissimo e compianto François Furet (ad esempio: "critica della rivoluzione francese, Ed. laterza).