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la pietra filosofale
CHE FINE HA FATTO SOCIALISMO RIVOLUZIONARIO?





Sul finire degli anni '80, quando Voce Operaia era un mensile cartaceo, pubblicammo una serie di articoli che analizzavano i punti salienti delle argomentazione teoriche di S.R. Allora questa organizzazione si considerava "trotskysta", era anzi apparentata ad uno dei partiti più ortodossi e stalinofobi del variopinto panorama del trotskysmo internazionale: il M.A.S. (Movimento al Socialismo) argentino, il cui leader e fondatore era Nahuel Moreno. Quelle nostre analisi si concludevano con un pronostico audace: tra le pieghe dei ragionamenti di S.R. vi erano elementi che potevano condurre, se dilatati, alla rottura con la tradizione comunista (per quanto nella forma della "eresia trotskysta"). Qual'era il punto decisivo su cui S.R. ancorava allora le sue argomentazioni di fondo? Il rifiuto, per quanto esso fosse inizialmente edulcorato con il dolcificante dell'antiautoritarismo luxemburghiano, della dittatura proletaria, .
Proprio sul finire degli anni '80 l'Argentina conosceva una crisi sociale acutissima, segnata da una prorompente mobilitazione operaia e popolare. Il M.A.S. era sulla cresta dell'onda. Esso descriveva la situazione come rivoluzionaria e prospettava la possibilità di una rapida vittoria delle forze anticapitaliste. Accadde invece il contrario: il movimento di massa rifluì e crollò, la stabilizzazione capitalistica prese il sopravvento. Tutta la sinistra argentina conobbe un periodo di sfascio e di frammentazione, di cui la pima vittima fu proprio il M.A.S. La morte improvvisa di Nahuel Moreno, privando il partito della sua principale mente politica e del suo punto di equilibrio interno, accentuò la crisi che dilagò in un processo di scissioni a catena. La disintegrazione del M.A.S. ebbe un effetto a cascata su tutta la corrente internazionale (L.I.T, Lega Internazionale dei lavoratori), che in pochi anni scomparirà dalla scena.
Lo scollamento dei legami internazionali di S.R., la sua autonomizzazione, accelerarono il processo di ripensamento teorico di S.R., spingendo il gruppo dirigente italiano ad imboccare la strada che lo condurrà a tagliare per sempre i ponti con la tradizione leninista e trotskysta da cui proveniva.
Erano, quelli, gli anni del crollo del Muro di Berlino, del collasso dei regimi staliniani in Est Europa, delle guerre civili in Jugoslavia, dell'implosione e dello sbriciolamento dell'URSS. S.R. inanellò una serie di posizioni mostruose: dal giubilo per la riunificazione imperialista della Germania, agli osanna a tutti i "movimenti democratici di massa" che spianarono la strada all'assimilazione dell'Est Europa da parte della NATO, al sostegno viscerale a tutte le secessioni reazionarie (da quella croata a quelle baltiche), fino ad uno sfacciato appoggio all'ascesa di Eltsin al potere definito "genuino processo democratico".
Questa scelta di campo da parte di S.R. era solo l'avvio della metamorfosi programmatica di questa organizzazione. Dalle iniziali simpatie per le critiche luxemburghiane al bolscevismo, S.R. giunse a sposare le posizioni storiche dell'anarchismo libertario, che consideravano il bolscevismo e il leninosmo come fenomeni congenitamente autoritari e contrirovoluzionari. Il mito della Rivoluzione russa venne rimpiazzato con quello della Rivoluzione spagnola (1936-39), considerata come la forma suprema di emancipazione degli oppressi, e da quelle polacca del 1980 (!!).
Questa radicale virata consentì ad S.R. (erano gli annni dell'occhettismo e del passaggio dal P.C.I. ai D.S., del generale ripudio del comunismo) di intercettare settori giovanili e intellettuali che vedevano in S.R. allo stesso momento un'alternativa, sia alle tradizioni ossificate e staliniane del movimento operaio, sia all'approdo liberal-socialista dei gruppi dirigenti della sinistra storica. S.R., anche grazie ad un'ecomiabile attività tra gli immigrati, diverrà nella seconda metà degli anni '90, mentre il P.R.C. si andava consolidando, la sola organizzazione dell'estrema sinistra in crescita.
Ma anche quello libertario e anarchicheggiante era per S.R. solo un momentaneo punto di approdo. Rotti tutti gli ormeggi, spezzati per sempre gli ancoraggi al marxismo, S.R. conoscerà una seconda tappa nel suo profondo processo di cambiamento. Il gruppo dirigente, sotto l'incalzante spinta delle riflessioni ontologiche di Dario Renzi, giungerà a recuperare un certo egualitarismo spiritualista cristiano, per abbracciare un umanesimo radicale e metapolitico.
Questa svolta verrà sancita nell'anno 2000 e sarà sintetizzata nel breve ma limpido documento dal titolo "L'utopia socialista come impegno di civiltà". Si tratta di 14 tesi che non lasciano adito a dubbi di sorta.
Il materialismo storico, l'analisi scientifica delle condizioni sociali, sono rimpiazzati da considerazioni etico-morali e idealistiche. La "specie umana", grazie alla sua "essenza" tende al "bene" e mostra di resistere all'imbarbarimento indotto dai "poteri sistemici", tutti costitutivamente dis-umani. Le possibilità della liberazione non poggiano tanto sulle condizioni materiali di esistenza, sulla lotta di classe, sulla forza proletaria, quanto sulla "tensione antropologica al socialismo della specie umana". Questa concezione manichea della lotta tra il bene e il male, tra chi stà in basso e chi in alto, si ammanta poi con un escatoligismo senza mezze misure: "L'era più rivoluzionaria della storia, quella del riscatto globale della specie contro i suoi nemici, deve ancora giungere: essa si annuncia appena, contraddittoriamente e soggettivamente, mentre viene osteggiata, ferocemente e soggettivamente, dai circoli dominanti".
Fondato su basi ontologiche e assiologiche (cioè idealistiche e moralistiche) questo "nuovo marxismo rivoluzionario", non ha evidentemente più nulla in comune con quello storicamente conosciuto (come non ricordare che il marxismo sorse dalla separazione con l'umanesimo di Feuerbach) se non il tenue filo appresentato dal fatto che anch'esso si batteva per "il finale avvento del regno della libertà". Ma a parte questa "comunanza ideale" col patrimonio marxista S.R. non di esso rivendica più niente. Sentiamo: "Il rinnovamento del marxismo rivoluzionario passa per una critica spietata della politica, della logica stessa della politica, in tutte le sue varianti attuali, come via obbligata nella scoperta delle forme ideali e sociali necessarie all'autoemancipazione". Per questo "... il nuovo marxismo rivoluzionario si distacca nettamente dagli altri marxismi esistenti".
Se ne è distaccato fino a tal punto che oggi S.R. sembra diventata, da Organizzazione politica, una setta per le ricerca della "pietra filosofale". Di fatto S.R. sembra aver subito un processo di autodissoluzione, che ha portato a dissipare il terreno guadagnato negli anni '90.
Difficilmente poteva andare diversamente. Quando si teorizza che la politica, in quanto tale, non può essere la forma che gli oppressi e gli sfruttati possono utilizzare per emanciparsi dal capitalismo e dall'imperialismo, viene fatta cadere automaticamente la ragione primordiale, il fondamento di ogni organizzazione. Il punto è che S.R., mentre rimuoveva la propria forma politica, non se ne dava un'altra, e si è venuta così a trovare nel limbo dell'indeterminatezza e della totale precarietà. La conseguenza non poteva che essere una profonda emoraggia, di quadri, di militanti e di simpatizzanti.
Come afferma il vecchio adagio: "chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che lascia ma non quello che trova".
Di rinnovare il marxismo c'è sicuramente bisogno, anzi senza questo rinnovamento il marxismo rischia di perire come una delle tante utopie moderne. Tuttavia questo non può significare demolire, né tantomeno questo può portare da qualche parte se si riscodella un utopismo escatologico. C'è bisogno del contrario, di rafforzare il carattere scientifico del marxismo, di dotare i proletari di una teoria rivoluzionaria epurata dagli elementi idealistici, trascendentali, senza per questo abbracciare né lo scientismo deterministico né il "nichilismo della verità" che va per la maggiore.
Il tentativo di S.R. si è risolto in un'eutanasia perché ha mosso dalle premesse sbagliate. E chi parte da presupposti errati non può che giungere a conclusioni altrettanto sbagliate.