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    Predefinito Sudafrica: negri contro indiani

    Manifesto del 25 giugno 2002

    Così una canzone infiammò il nuovo Sudafrica

    Mbongeni Ngema, artista anti apartheid, canta contro gli indiani d'Africa.

    La storia dei lavoratori «importati» dagli inglesi, discriminati e
    sfruttati, finisce con l'accusa di opprimere i neri


    MARCO D'ERAMO


    E'Ama-Ndiya («Indiani») il titolo della canzone che sta scatenando un
    putiferio in Africa del Sud e ha costretto ha intervenire persino Nelson
    Mandela. La canzone consiste in un attacco pesantissimo contro gli indiani
    d'Africa, discendenti di quei lavoratori che tra l'800 e l'inizio del `900
    gli inglesi portarono dall'India in nel Continente nero per lavorare nelle
    loro fattorie e costruire le loro ferrovie. «Oh miei fratelli compagni,
    abbiamo bisogno di gente forte e coraggiosa per affrontare gli indiani»,
    dice uno dei versi della canzone scritta dal commediografo, impresario e
    paroliere Mbongeni Ngema: qui «noi» significa «noi neri». E, almeno a stare
    a quei versi che ho potuto collazionare dalla stampa sudafricana
    (Mail&Guardian, The Star, The Independent), Ngema rincara la dose: «La
    situazione è difficile. Gli indiani hanno conquistato Durban. Noi siamo
    poveri perché ogni cosa ci è stata presa dagli indiani. Continuano ad
    arrivare e affollano i nostri aeroporti. Ci stanno opprimendo. Noi ci
    battiamo così tanto qui a Durban, perché siamo stati espropriati dagli
    indiani che stanno sopprimendo il nostro popolo. Gli indiani non vogliono
    cambiare. Neanche Mandela è riuscito a convincerli. Era meglio con i
    bianchi. Allora sapevamo che era un conflitto razziale».

    A dare peso alla canzone contribuisce certo la figura del suo autore. Ngema
    è infatti il più famoso artista nero sudafricano. Ha prodotto i musical di
    successo Township fever (1995), Sarafina! (1995) e Woza Albert! (1998). Ha
    alle spalle un glorioso passato di lotta antiapartheid, cui ha contribuito
    con le sue canzoni, ma anche la partecipazione al primo scandalo di regime
    dell'African national congress (Anc) dal 1996 al 1998.

    La canzone è uscita in marzo e ha subito suscitato un'iradidio. I membri
    della comunità indiana l'hanno accusata di fomentare l'odio razziale e hanno
    chiesto che fosse bandita dalle trasmissioni radio-tv e ritirata dai negozi.

    In Sudafrica i discendenti degli indiani costituiscono il 2,6% dei 44
    milioni di abitanti, sono cioè 1,2 milioni, ma la grandissima maggioranza è
    concentrata nel Natal e in particolare nell'area metropolitana di Durban.
    Dal 1815 gli inglesi cominciarono a importare indiani in Africa orientale
    dall'isola Mauritius per allevare bachi da seta. Dopo il 1834, li
    importarono per costruire strade e lavorare nelle piantagioni. Dopo il 1888,
    quando le furono garantite patenti reali, la British Imperial East African
    Company cominciò a importare indiani per la costruzione delle ferrovie,
    soprattutto dalle regioni più povere del subcontinente, Bihar, Uttar
    Pradesh, Tamil Nadu: la politica era d'importare 40 donne ogni 100 uomini.
    Ma quasi tutti i lavoratori (quattro su cinque) preferirono tornare in India
    (questi dati sono tratti dalla voce «Indian Communities in Africa»
    dell'enciclopedia Africana curata da Kwame Anthony Appiah e Henry Louis
    Gates, Jr.). Furono altri gli indiani che restarono in Africa e fondarono
    comunità, furono i mercanti (hindu, musulmani, sikh e cristiani) provenienti
    soprattutto dal Gujarat, dal Punjab e dall'enclave di Goa.

    Gli inglesi fecero degli indiani ciò che i francesi stavano facendo dei loro
    «libanesi», gli intermediari del dominio coloniale, la classe mercantile, di
    commercianti, bottegai e usurai che subiva minori restrizioni rispetto ai
    locali. I libanesi erano per esempio gli unici ad avere un passaporto che
    permetteva loro di viaggiare in tutte le colonie francesi. Ma così facendo i
    francesi posero i libanesi, e gli inglesi posero gli indiani, in una
    situazione scomoda. Come nell'Africa francese «libanese», così in quella
    inglese «indiano» diventò ciò che era stato «ebreo» nell'Europa medievale,
    una comunità coesa di commercianti, gioiellieri, prestatori a pegni,
    micro-banchieri, vissuta come estranea e sottoposta a periodiche angherie.
    Come gli ebrei nel medioevo europeo, così libanesi e indiani subirono
    pogrom, persecuzioni, incendi e saccheggi dei negozi, e divennero, dopo le
    indipendenze africane, facile capro espiatorio in varie sommosse popolari.

    Così, a Dakar, nel 1968 la borghesia d'affari locale chiese allo stato di
    proteggere le «imprese interamente senegalesi» contro - in particolare - le
    ditte siriano-libanesi. In Costa d'Avorio l'ostilità contro i libanesi è
    scoppiata in parecchie violenze durante gli anni `80. Negli anni `60 la
    Tanzania nazionalizzò banche e ditte commerciali che valevano più di 5,830
    sterline. La popolazione asiatica scese perciò da 88.000 nel 1961 a 52.000
    dieci anni dopo. In Kenya vi furono restrizioni alla libertà di movimento
    degli asiatici. Nel 1968 in Zambia il presidente Kenneth Kaunda proibì ai
    non cittadini di esercitare il commercio. In Uganda il presidente Milton
    Obote pose tali restrizioni alla libertà degli indiani che il loro numero
    crollò del 35%, finché nel 1971 prese il potere il dittatore Amin Dada che
    nel 1972 espulse tutti gli indiani dal paese, benché fossero titolari di un
    passaporto britannico in quanto cittadini del Commonwealth: ma scoprirono
    allora che il loro passaporto britannico non valeva niente perché le
    autorità inglesi li respinsero alla frontiera. Lo stato d'anima degli
    indiani in quell'epoca è descritto in modo straordinario da W.S. Naipaul nel
    suo forse più bel romanzo, «Alla curva del fiume» (1979, tr. it. Rizzoli
    1982). Personalmente, fu assai comica la mia prima esperienza delle
    disparità tra indiani e neri in Africa: saltava infatti agli occhi che la
    maggior parte degli indiani (e delle indiane) erano occhialuti, mentre
    nessun nero portava lenti. La mia prima, sciocca reazione fu di pensare
    «Quanto ci vedono bene i neri e quanto ci vedono male gli indiani!», prima
    di rendermi conto che un paio di lenti costavano sei mesi di stipendio di un
    nero. Non avevo mai pensato agli occhiali come a simboli di appartenenza di
    classe.

    In Sudafrica l'importazione di mano d'opera indiana seguì la parabola
    dell'Africa orientale, ma si concentrò in Natal perché li vi governavano gli
    inglesi, tanto che nel 1904 in questa regione gli indiani erano più numerosi
    dei bianchi.

    Ma, diversamente dall'Africa orientale, in Sudafrica gli indiani
    parteciparono alla lotta anticoloniale, grazie a uno di quegli immigrati, un
    certo avvocato Mohandas Gandhi che proprio a Durban insegnò la sathyagraha,
    la resistenza non violenta, e che nel 1894 divenne primo segretario del
    Natal Indian Congress (Nic). La partecipazione indiana alla lotta
    anticoloniale e anti-apartheid è durata fino alla vittoria dell'African
    national congress, nonostante la politica del divide et impera messa in
    opera dai bianchi, che portò per esempio ai disordini razziali neri-indiani
    nel 1949: ai neri era permessa una migliore istruzione, era consentito avere
    imprese, anche se era negato loro il diritto di voto e se dovevano vivere in
    aree segregate. Ma con la fine dell'apartheid, nonostante il contributo
    indiano alla lotta di liberazione, le tensioni tra i due gruppi sono
    cresciute, anche se oggi gli indiani detengono quattro importanti ministeri
    nel gabinetto del presidente Thabo Mbeki.

    Nella società post-apartheid sta esplodendo un multi-razzismo di tipo nuovo:
    c'è un razzismo dei neri sudafricani contro i neri immigrati dagli altri
    paesi del Continente nero, un'ondata di milioni di umani che i neri
    sudafricani rendono responsabili di tutti i mali del proprio paese, a
    cominciare dalla criminalità dilagante (questa l'avevamo già sentita); e poi
    un razzismo anti-indiano, davvero simile all'antisemitismo europeo con le
    accuse di usura, avarizia, accaparramento, tanto da spingere gli indiani su
    posizioni di razzismo anti-nero: e infatti l'elettorato indiano ha spostato
    i propri voti dall'Anc al conservatore National Party.

    È su questo sfondo di tensioni crescenti e speranze non mantenute che
    s'inserisce la canzone Ama-Ndiya. A maggio, un deputato Anc, Magwaza
    Maphalala, ha chiesto al Parlamento di condannare la canzone. Iamichand
    Rajbansi, leader del Minority Front, un partito appoggiato dagli indiani, ha
    espresso la sua indignazione a Ngema. Alla fine di maggio, il Comitato dei
    diritti umani ha denunciato la canzone alla Commissione di sorveglianza
    radiotelevisiva. Il 17 giugno Ngema ha incontrato Mandela. Ed è molto
    interessante notare come il vecchio uomo politico non abbia perso nulla
    della sua astuzia diplomatica. Nel 1996 Ngema è stato infatti implicato in
    un mega-scandalo, insieme all'allora ministra della salute, Nkosazana Zuma
    («una delle donne più potenti del Sudafrica», secondo la stampa locale). In
    quell'anno infatti la ministra affidò a Ngema la produzione di un kolossal
    musicale, Sarafina II, dal budget di più di 3 milioni di dollari (enorme per
    il Sudafrica), nell'ambito di una campagna educativa di lotta all'Aids,
    sostenendo di avere avuto l'approvazione della Comunità europea per il
    finanziamento della commedia. Ma l'Unione europea negò di aver approvato una
    simile spesa, il progetto fu congelato, Ngema fu accusato di frode, la
    ministra posta sotto accusa, finché un «anonimo donatore» rifuse i 3 milioni
    di dollari.

    A quel tempo, Mandela difese la ministra Zuma. Nello stesso modo, pur
    chiedendo a Ngema di ritirare la canzone, Mandela lo ha difeso come artista.
    Della canzone, Mandela ha detto che «Ognuno deve porre i problemi in modo da
    contribuire a risolverli, non da infiammare le passioni» e ha aggiunto:
    «Sfortunatamente il modo in cui Ngema ha sollevato il problema ci ripiomba
    nei peggiori pregiudizi inculcatici dal passato». Mandela ha ricordato che
    «la comunità indiana è stata da molti punti di vista pioniera (nella lotta
    contro l'apartheid) ed è stata fonte d'ispirazione per tutti noi». Ma poi ha
    detto di aver voluto l'incontro di lunedì scorso perché Ngema è stato
    «qualcuno che ha resistito all'apartheid con la sua arte e che deve
    continuare ad agire responsabilmente».

    Così, dopo aver difeso per mesi la sua canzone («Dico solo quel che sento
    dire dappertutto negli stadi e per strada») Ngema ha riconosciuto che forse
    ha esagerato, anche perché il suo Cd non ha tutto il successo che prevedeva.
    Il distributore Universal Music dice di averne venduto solo 5.000 copie in
    media la settimana scorsa, nonostante la massiccia pubblicità (la musica è
    stata scritta dal leggendario trombettista Hugh Masekela). L'addetta stampa
    di Ngema attribuisce le vendite mediocri al fatto che molti negozi hanno
    ritirato il disco dalle vetrine e dagli scaffali.

    Infine giovedì scorso 20 giugno la Commissione di sorveglianza (Broadcasting
    complaint commission, Bcc) ha giudicato che Ama-Ndiya è «infiammatoria» a
    «promuove l'odio in un linguaggio emotivo e impetuoso contro gli indiani
    come razza». Ha perciò decretato che sia bandita da tutte le trasmissioni
    d'intrattenimento e che sia lecito solo trasmetterne alcuni versi
    nell'ambito di trasmissioni informative per illustrare il dibattito.

    Questa vicenda ci mostra come nel Sudafrica del post-apartheid anche l'odio
    razziale sia sottoposto a compromessi, trattative, attenuazioni, in una
    sorta di «diplomazia del razzismo». Non per nulla, la settimana scorsa il
    presidente della Edison Corporation del Sudafrica, Vivian Reddy, ha
    dichiarato che sta organizzando per la fine del mese un incontro a Durban
    cui parteciperanno 1.000 uomini d'affari africani e indiani, per spegnere
    l'ostilità tra i due gruppi che la canzone di Ngema ha infiammato. Il signor
    Reddy deve avere la vocazione del pompiere, in particolare per quanto
    riguarda gli affari di Ngema, visto che era stato proprio lui nel 1997
    l'anonimo donatore che aveva aiutato a sopire lo scandalo di Sarafina II.

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  2. #2
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    Quando ho cominciato a leggere questo articolo simpatizzavo al 100% per la comunita' indiana.

    Poi ho letto che questi indiani hanno contribuito alla lotta anti-apartheid, e lo hanno fatto dopo aver visto come erano finiti gli altri indiani in Uganda, Zambia, ecc !

    Stando cosi' le cose, e' giusto che ora paghino per le loro colpe.

    Chi e' causa del proprio male, pianga se stesso

  3. #3
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    Gli indiani occidentalizzati in genere seguono nei destini il proprio padrone (britannico). E ne seguono anche l'evoluzione culturale, moda antirazzista compresa.

  4. #4
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    Predefinito

    Originally posted by Patrizio
    Gli indiani occidentalizzati in genere seguono nei destini il proprio padrone (britannico). E ne seguono anche l'evoluzione culturale, moda antirazzista compresa.
    Giustissimoa e chi glielo ha fatto fare agli indiani nella seconda guerra mondiale di combattere per i loro sfruttatori ?

    Dalla parte dei giapponesi dovevano stare !

    Un saluto

  5. #5
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    per giudicare i conflitti interetnici vale in prima istanza il criterio di affinità genetica. Noi europei siamo+ affini agli indiani (razza derivata da antiche mescolanze tra invasori ariani e popolazioni dravidiane autoctone), rispetto ai negri africani. Anche la semplice osservazione del fenotipo lo conferma.
    La ricerca antropologica recente (DNA mitocondriale) indica inoltre che i negri hanno almeno 100.000 anni di distanza evolutiva rispetto a tutte le altre razze, compresa la nostra.

    Quindi in primis solidarietà etnorazziale con gli indiani.

    saluti

  6. #6
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Felix
    per giudicare i conflitti interetnici vale in prima istanza il criterio di affinità genetica. Noi europei siamo+ affini agli indiani (razza derivata da antiche mescolanze tra invasori ariani e popolazioni dravidiane autoctone), rispetto ai negri africani. Anche la semplice osservazione del fenotipo lo conferma.
    La ricerca antropologica recente (DNA mitocondriale) indica inoltre che i negri hanno almeno 100.000 anni di distanza evolutiva rispetto a tutte le altre razze, compresa la nostra.

    Quindi in primis solidarietà etnorazziale con gli indiani.

    saluti
    Caro Felix:
    premesso che:
    - non voglio addentrarmi in questo conflitto, mettendomi a parteggiare come in una partita di calcio
    - considero il razzismo un'ideologia della modernità, quindi, per dirla con la Ferilli, mé rimbalza proprio

    rivolgo alla tua opinione sull'affinità di razza la stessa obiezione che si può rivolgere alla famosa teoria lepeniana del la causa di mio fratello sarà più condivisibile di quella di mio cugino e quella di mio cugino più di quella del mio vicino:
    questo tipo di affinità si basa su presupposti illogici, puramente emotivi, non diversi da quelli che (vedi il conflitto palestinesi-israeliani) basano le loro ragioni sulla "memoria".
    Cosa significa solidarietà etnorazziale: se scoprissi che in un conflitto hanno ragione quelli più distanti da me come DNA (tra l'altro, grandissima bufala, perché bisogna distinguere tra genotipo e fenotipo), io dovrei parteggiare per quelli che hanno torto solo perché la vulgata li vuole più simili a me.
    No. Preferisco la distinzione classica amico/nemico.
    Inoltre, se davvero io devo parteggiare per chi mi è più "affine", allora nel conflitto europei-indiani nella costituzione dell'America dovrei parteggiare per i bianchi perché gli indiani sono un po' meno "puri"?
    No. Io ho sempre parteggiato per gli indiani.
    Ciao.

  7. #7
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    Predefinito

    caro claudio,

    ho risposto in parte nell'altro thread alle tue obiezioni. Spero che tu abbia capito che in parte cerco di provocare la riflessione per uscire dai cliché e dai tabú della cultura di sistema. E quale miglior modo di farlo che colpire al cuore la parafernalia mondialista e buonista aprendo temi scomodi, usando espressioni "proibite" e rovesciando verità dogmatizzate.

    Ora, queste discussioni sulle etnie e le identità possono affrontarsi da diversi angoli visuali, con diversi strumenti intellettuali. Un motivo di fondo che soggiace a tutte è peró la relazione che esiste nell'uomo tra natura e cultura. Ovvero determinare quanto noi siamo Homo Sapiens, mammifero ominide parente stretto degli altri primati, oppure un essere che trascende per via della cultura (e quindi della coscienza e dello spirito) la sua parte meramente animale.
    Confesso che questa è una tensione di fondo che porto appresso con me praticamente sempre, e non ho ancora trovato una risposta univoca e soddisfacente a tale dilemma.
    Di volta in volta "sento" che stiamo trascurando troppo la nostra parte animale, perdendoci nelle nuvole metafisiche delle religioni, dei diritti, delle ideologie, ecc... In altri momenti esperimento la sensazione inversa, specie quando converso con persone che professano un vero determinismo biologico (che io non condivido affatto).
    Forse se vivessi in un regime bio-razzialista nazisteggiante sarei un critico severo del biologismo eccessivo, farei forse come Evola: correggere il razzialismo becero con la cultura, la storia, lo spirito..
    Ma non viviamo in un regime del genere, viviamo invece nel suo opposto, in un sistema che nega sistematicamente ed ipocritamente il valore fondamentale della componente biologica dell'uomo. Un sistema che cerca di impedire agli esseri umani di assumere coscientemente un aspetto centrale della propria eredità ancestrale, e quindi della propria identità...

    saluti

 

 

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