... bisogna tenere la testa all'ombra .... con questo caldo ...
... scrosci di applausi dei lavoratori della Cgil ... Epifani in testa ... alla relazione di Montezemolo a margine dell'assemblea generale dell'Assindustria di Pistoia ...
«COME imprenditori siamo pronti a fare i sacrifici necessari per reperire i 7 miliardi che sono l'obiettivo numero uno sapendo che questi sono sacrifici che non possono fare solo gli industriali».
Ma come ... a me avevano sempre detto che gli industriali cercano sempre di metterlo in tasca ai lavoratori ... qua gatta ci cova ... siamo passati dai tempi in cui i lavoratori repubblicani venivano appellati come "servi del padrone" a quelli in cui Epifani si "spella" le mani alla vasellina della Confindustria.
Dialogo difficile, di Davide Giacalone
http://www.nuvolarossa.org/modules/n.../topics/35.jpg
Luca Cordero di Montezemolo aveva iniziato la sua presidenza di Confindustria parlando di dialogo, di far squadra, di concertazione. Aveva rispolverato alcuni pilastri della politica dei primi anni novanta, e la sinistra aveva gradito. Il feeling con i sindacati, poi, ha raggiunto l’azimut pochi giorni fa, ...
(continua sotto al link)
http://www.nuvolarossa.org/modules/news/article.php?storyid=323
tratto da IL MATTINO Caltanet 18 gennaio 2005
OGGI L’INCONTRO CON LE PARTI SOCIALI SULLA PREVIDENZA INTEGRATIVA
Pensioni, i sindacati contro Maroni
Roma. Non sarà un incontro tutto in discesa. A dispetto delle previsioni ottimistiche espresse l’altro giorno dal ministro del Welfare, Roberto Maroni, i sindacati si presenteranno alla riunione di oggi sulla previdenza complementare con l’intenzione di non mollare sulla contrarietà ad almeno tre punti: la decisione sulla scelta del fondo affidata al datore di lavoro nel caso di silenzio-assenso; l’equiparazione tra fondi di categoria o negoziali e polizze assicurative; il trattamento fiscale. La bozza sulla quale si discuterà oggi è già da qualche giorno sulle scrivanie delle parti sociali (oltre ai sindacati parteciperanno al tavolo Confindustria, Confcommercio, rappresentati degli artigiani e delle altre categorie datoriali). I sindacalisti l’hanno guardata e riguardata, studiata e analizzata, la conclusione è che così proprio non va. «Ci sono alcuni punti che non rispettano la delega. E quindi devono essere modificati. Se questa è l’intenzione del governo, allora l’incontro può essere utile, altrimenti il ministro si deve rassegnare a vederci totalmente contrari» dice il numero due della Uil, Adriano Musi. «La bozza è generica e la parte sull’affidamento della decisione al datore di lavoro sul Tfr in caso di silenzio del lavoratore è al di fuori della filosofia della previdenza complementare» concorda il segretario confederale della Cgil Morena Piccini. «Devono essere stabilite delle priorità sui fondi ai quali destinare il Tfr» avverte il segretario confederale Cisl, Pier Paolo Baretta. A questo proposito aggiunge Musi: «Bisogna fare una differenza tra gli investimenti finanziari e quelli che hanno una finalità sociale come quello previdenziale». Critica anche l’Ugl. «Se non si pone mano a un regolamento trasparente e più partecipativo di quello proposto dal ministro Maroni è assai improbabile che la previdenza complementare possa decollare» spiega il vice segretario generale, Renata Polverini. La bozza prevede la decisione del datore di lavoro sul conferimento del Tfr in caso di silenzio del lavoratore (entro i 6 mesi previsti dalla delega) ma anche la costituzione di un fondo residuale presso l’Inps nei casi in cui non ci sia per il lavoratore che non esprime la propria posizione un fondo collettivo, aziendale o regionale. Inoltre prevede che la permanenza minima in un fondo sia ridotta da cinque a due anni (altro punto molto contestato dai sindacati) e di fatto equipara le diverse tipologie di fondi. Per quanto riguarda il trattamento fiscale si limita l’esenzione di imposta fino a un versamento di 5.164,23 euro mentre per il resto si applica in fase di contribuzione la regola del 12%. gi.fr.
tratto da L'OPINIONE 26 agosto 2005
Perché le hostess non piacciono alla sinistra
di Sergio Menicucci
Le hostess non piacciono alla sinistra politica e sindacale. Il loro sorriso, la loro eleganza, la loro sicurezza, il loro modo di camminare, la simpatia con cui accolgono a bordo anche il più “imbranato” dei viaggiatori sono dietro le spalle. Non contano. Non c’entra la professionalità. Quelle dell’Alitalia, come anche gli steward, hanno fatto epoca, scuola. Le ragazze prima di voler fare le veline chiedevano alle mamme di fare un corso da hostess. Viaggi, bella vita, alberghi di lusso, amicizie. Tutto in positivo. Lo stress, il lavoro, allacciatevi le cinture, vuole tè o caffè, tutte attività che stanno dietro il fascino e la necessità di volare. Tutti i giorni, per tutto l’anno, con fuso e senza fuso, d’estate o d’inverno. Partenza in un emisfero, arrivo in un altro. Una valigetta sempre pronta. Era un mestiere affascinante, romantico. Poi sono venuti i problemi economici e sindacali. Le retribuzioni contrattuali non più all’altezza della situazione. Le ristrutturazioni aziendali.
Anche l’Alitalia è stata investita dal ciclone dell’economia globalizzata, dalla necessità di far quadrare i conti, dalla psicosi della sicurezza aerea. E soprattutto dopo l’undici settembre con l’impatto dei due aerei sequestrati dai terroristi che distruggono le Torri gemelle di New York tutto è cambiato. Anche l’Alitalia è cambiata. La compagnia di bandiera non riesce a tirarsi fuori dalla crisi. Air France, Klm, Lufthansa ci stanno riuscendo a prezzo di duri sacrifici, di tagli di personale e retributivi. Il sindacato in Italia difficilmente accetta riduzioni delle conquiste contrattuali raggiunte. Ci sono, però, momenti in cui la realtà porta a fare altri ragionamenti. A salvare i posti di lavoro magari accettando di lavorare di più, oppure di avere meno ferie. I tagli spesso fanno parte di un piano di risparmi che prevedono minori costi. E’ la politica industriale. Alla General Motors prevedono, per esempio, un 2006 di crisi. E allora il potente sindacato americano Uaw (United auto worker) decide per la prima volta nella storia del colosso automobilistico di accettare i tagli richiesti dal vertice di Detroit. La Ford si accinge a presentare un nuovo piano di ristrutturazione per cercare di riportare in attivo la sua divisione Nordamericana. La forza lavoro sarà ridotta dell’8 per cento secondo Bill Ford jr. Nel maggio scorso è stato firmato dai sindacati tedeschi un accordo con la Lufthansa che congela gli stipendi dei 14 mila assistenti di volo fino a tutto il 2006. Hostess e steward hanno accettato di rinunciare a due giorni di ferie e di lavorare due ore in più al mese.In cambio niente tagli di posti di lavoro fino a tutto il 2008 e aumenti dei salari del 2,5% a partire dal 2007. Accordi anche per i 4 mila piloti, gli assistenti di cabina e per i 37 mila dipendenti di terra. Risparmi, quindi, e garanzia del posto di lavoro.
In Italia cosa succede? Le relazioni sindacali sono pessime.Guai a contrastare l’egemonia della Cgil, Cisl, Uil. Per fare sentire le proprie ragioni sindacali si sciopera. Sempre. Anche quando non si dovrebbe. Con gravi danni per i cittadini e la mobilità. Nel trasporto pubblico si assiste ad un delirio di agitazioni. Quando a bloccare tram, bus, navi ,metropolitane sono i sindacati confederali è tutto regolare. Il diritto di sciopero non si tocca. Se sono i “sindacati autonomi” a proclamare le agitazioni gli scioperi sono “selvaggi” e i vertici “ribelli”.Ora è la volta del Sult. Le hostess che fanno le “sindacaliste” non piacciono alle sinistre politiche e sindacali. Bordate dalla sindacalista della Cgil Rocchi, bordate dall’economista Ds Nicola Rossi, bordate dalla Cisl. Perché? Non è soltanto una questione di rivalità sindacale. Il Sult è fortemente rappresentativo nei tre settori del trasporto aereo, ferroviario e locale. E allora c’è nella vertenza in corso qualcosa di più. Le sinistre politiche e sindacali non possono accettare che venga messa in discussione la loro egemonia culturale e organizzativa. Il Sult ha diritto ad essere considerato soggetto sindacale e quindi contrattuale? Sì per l’art.39 della Costituzione che recita che l’adesione alle organizzazioni sindacali è libera. Ma sono passati quasi 60 anni dal varo della Costituzione e questo punto è ancora inattuato.
La Cgil, la Cisl e la Uil non vogliono, in materia di rappresentatività, alcun vincolo legislativo. Anche se il caso Sult evidenzia che il 40 per cento dei lavoratori chiede di essere tutelato da quel sindacato. Nella vicenda poi il primo strappo lo ha fatto il presidente e amministratore delegato dell’Alitalia Giancarlo Cimoli nel non voler riconoscere (4 agosto) il Sult come soggetto contrattuale dal momento che non intendeva firmare insoddisfacenti accordi attuativi dell’intesa raggiunta a Palazzo Chigi. La risposta “illegittima” di uno sciopero nel periodo di “franchigia” del Sult scaturisce dalla necessità di non scomparire come soggetto sindacale. Il pacchetto di 192 ore di sciopero evidenzia l’importanza della posta in gioco. Alla sinistra dà anche fastidio che il Sult sia nato nel 2003 da una costola della Cgil e che quindi tra gli assistenti di volo (hostess e steward) ha la maggioranza dei consensi.
[mid]http://www.rhost.it/Luli/Midi/Italiani/Gemelli%20Diversi/Un%20attimo%20ancora.mid[/mid]
tratto da L'OPINIONE 27 agosto 2005
L’Alitalia come il Titanic e l’assurdo elevato a sistema
di Ferruccio Formentini
L’assurdo elevato a sistema. Non mancano esempi significativi in qualunque settore. La sinistra vuole il licenziamento di Antonio Fazio dopo averlo preteso inamovibile fino all’altro ieri. Luca Corsero di Montezemolo predica ricette strategiche per l’industria nazionale e intanto la Fiat perde quattrini e la Ferrari gran premi. L’Alitalia è tecnicamente già fallita e se questo non succede è solo perché viene tenuta a galla con potentissimi salvagente, forse al del là del lecito - economicamente parlando-, principalmente per non mandare a ramengo il posto di lavoro ai troppi dipendenti di terra e di cielo. E questi che fanno? Scioperano a tutto spiano conquistandosi l’avversione della clientela che passa alla concorrenza. E’ un po’ come se il personale del Titanic avesse incrociato le braccia durante l’affondamento per rivendicare maggior sicurezza.
Marco Biagi, di Davide Giacalone
Marco Biagi
Un senso di nausea sale su, a vedere come si è potuta trattare la memoria di Marco Biagi. Le ricorrenze (domani saranno quattro anni da quando le Brigate Rosse lo uccisero, sotto casa) hanno valore solo simbolico, ma la miseria morale è salita ogni giorno, senza neanche guardare il calendario. Marco Biagi ha dato il suo nome ad una legge. Quella legge è una buona legge. Ha diminuito e non aumentato il precariato, ha aumentato e non diminuito i posti di lavoro, è una delle poche cose che ha posto l'Italia in cima e non in fondo alla classifica europea. Naturalmente, si può pensarla in modo diverso, sebbene si dovrebbe avere la cortesia di non sparare cretinate sui dati e di chiarire cosa altro si sarebbe dovuto fare.
http://img119.imageshack.us/img119/4...cobiagi2hv.jpg
Le diverse opinioni sono benvenute, anche perché neanche la legge Biagi è perfetta, e tutto si può migliorare. Ma quel che dà il voltastomaco è che il ricordo di un uomo, morto per le proprie idee, segua lo spartito delle appartenenze e delle faziosità, anziché quello della riconoscenza e dell'ammirazione, anche nel dissenso.
Biagi, del resto, era egli stesso sfuggente alle appartenenze: fu candidato, alle amministrative bolognesi, per la sinistra; prestò la sua opera intellettuale, servendo lo Stato, quando al governo si è trovato il centro destra. Non ebbe privilegi, per questa sua collaborazione, anzi, non ebbe, colpevolmente, neanche la scorta. Inseguiva solo un obiettivo: rendere più elastiche ed effettive le regole nel mercato del lavoro, lasciar cadere le tutele formali, che generano violazioni ed evasioni sostanziali, puntando a paletti che potessero aiutare la crescita del numero di lavoratori. Ha avuto ragione, e l'ultimo onore è quello di chiamare con il suo nome il frutto del suo lavoro. Ci pensino, i tanti cinici propagandisti che quel nome neanche vogliono pronunciare.
E adesso corre questo quarto anniversario, che non deve affatto comportare la rinuncia alle distinzioni, che non chiede a nessuno di dire che è bello quello che si crede sia brutto, ma che vorrebbe tutti e ciascuno pronti a riconoscere che il non voluto e non cercato sacrificio della vita è giunto a conclusione di un lavoro fatto nell'interesse della collettività, dei giovani, degli italiani. Mancare a questo dovere è come spiegare quanto si è miserabili.
Michele Tiraboschi, amico ed allievo dei Marco Biagi, ha, con altri, organizzato un convegno internazionale, a Modena, per parlare delle idee del maestro e del futuro delle relazioni industriali. Ma anche, come scrive, “per lasciarci alle spalle le polemiche, misere e provinciali, di una campagna elettorale davvero povera di contenuti e di idee”. Ha ragione, per quanto sia doloroso ammetterlo.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
18 marzo 2006
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tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=2219