Ma questi qua di CL ai loro Congressi di Rimini non dicevano peste e corna della "sinistra statalista"????
Bene, ora beccatevi il buon Giulio Tremonti![]()
DA IL NUOVO
DI GIORGIO VITTADINI
TREMONTI "GIU' LA MANI DALLE FONDAZIONI"
Tremonti sbaglia sul futuro delle Fondazioni
No allo statalismo onnivoro e antiliberale
Più società e meno Stato
La tradizione della sussidiarietà nel credito
Nel mondo culturale e politico, in Parlamento, nelle assemblee pubbliche, sui quotidiani, sta avvenendo un acceso dibattito sul futuro delle Fondazioni bancarie. La CdO è fra i protagonisti di questo dibattito, in netta opposizione - assieme alla presidenza dell’Acri (Associazione delle Casse di Risparmio) e di molti altri - alla riforma voluta dal ministro Tremonti.Questo non per un improvviso protagonismo politico, ma perché la questione riguarda le radici stesse della libertà del nostro Paese, quel “più società meno Stato” che da anni ha caratterizzato la presenza della CdO nella società italiana.
In Italia c’è una gloriosa tradizione di sussidiarietà nel credito, riconducibile a tre indirizzi: le casse di risparmio, le banche popolari e le casse rurali. Sin dalla prima metà dell’Ottocento vennero create le casse di risparmio per promuovere e tutelare il reddito delle famiglie. Banche popolari e casse rurali si diffusero, invece, alla fine dell’Ottocento. Le caratteristiche comuni di queste realtà sono sempre state: un forte radicamento locale, il richiamo a una precisa tradizione popolare di tipo socialista o cattolico, uno spiccato scopo solidaristico - basti pensare che ancora oggi le casse di risparmio sono governate da un organo che prende il nome di “comitato di beneficenza” -. Alla radice dello sviluppo “diverso”, rispetto ad altri, del nostro Paese c’è questa strana tipologia di banca, attaccata, da una parte, da uno statalismo becero e, dall’altra, da un liberismo rozzo e ignorante incapace di riconoscere la dimensione locale nel mondo globale.
Banche d’affari e fondazioni - Le leggi Amato e Ciampi hanno dato il via alla trasformazione delle originarie casse rurali di risparmio o banche del monte in due entità differenti: le banche d’affari vere e proprie (es. Banca Intesa) e le Fondazioni, a cui è stato assegnato il patrimonio e il controllo delle banche d’affari. L’attuale legge Tremonti in apparenza doveva intervenire per togliere la proprietà delle banche alle Fondazioni, allo scopo di immetterle completamente sul mercato borsistico e finanziario. Tralasciando questo pur importantissimo aspetto, è necessario sottolineare la serie di provvedimenti complementari che il Ministro, in stretto accordo con la Lega Nord, ha proposto: il 70% dei componenti degli organi centrali delle Fondazioni sono decisi dagli enti locali; imposizione dei settori di intervento delle Fondazioni (con almeno il 10% destinato a infrastrutture); imposizione di “strane” incompatibilità nella gestione dei patrimoni delle Fondazioni (non può farne parte chi ha responsabilità in finanziarie, anche se non legate alle banche ove si è nominati, e chi è membro di enti “finanziabili”). L’intervista di Tremonti pubblicata sul Corriere della Sera del 30 aprile scorso chiarisce l’ottica liberticida di tale provvedimento. Secondo il Ministro dell’Economia, le Fondazioni non sarebbero governate democraticamente se i loro organi sono espressione equilibrata degli enti locali e della società civile. Solo la nomina maggioritaria da parte degli enti locali le riporterebbe nell’alveo della democrazia, eliminando in questo modo il “conflitto di interessi”.
Ora, è un’idea molto asfittica quella che identifica la democrazia unicamente con gli organi elettivi, in particolare con gli enti locali. Ed è anche una concezione strana per un liberale, se si pensa che Tocqueville - esponente classico del liberalismo - già nel 1835, ammirato, descriveva la «democrazia in America» sottolineando come la forza del sistema politico statunitense fosse proprio «il principio associativo», cioè la capacità dei cittadini di unirsi in associazioni per contribuire a risolvere i problemi comuni. Pertanto la proposta Tremonti sembra ridurre la democrazia a una forma di partitocrazia localistica. Inoltre risulta oltremodo strano privarsi della competenza di scienziati, professori, rettori, imprenditori per affidarsi unicamente a consiglieri comunali per la gestione e l’erogazione di fondi.
Amministratori-faccendieri - Ciò è tanto più grave se si pensa che l’esclusione dai Consigli di amministrazione di chiunque appartenga a organismi finanziabili, configura come futuro amministratore delle Fondazioni solo un’ipotetica persona senza alcun interesse personale. Insomma, si creerebbe la possibilità di avere amministratori-faccendieri che fanno, ma formalmente non appaiono. È forse un invito al clientelismo politico? Negli Stati Uniti le Fondazioni cercano personalità capaci di indirizzare le strategie di gestione del proprio patrimonio per coinvolgerle nei board a fianco di specialisti nei settori di attività.
Ma anche il vincolo, preassegnato dall’autorità politica, a operare solo su tre settori e l’imposizione a destinare il 10% alla realizzazione di infrastrutture, è senza senso. Perché un’istituzione privata deve essere vincolata dal pubblico nella strategia dei suoi interventi? Come possono le Fondazioni non buttare via i soldi, se i politici dall’interno e dall’esterno decidono come e dove usare i loro soldi? In realtà è un modo per allargare la spesa pubblica senza dirlo. In America, ad esempio, dove le Fondazioni gestiscono liberamente il proprio patrimonio, questa imposizione di legge sarebbe incostituzionale.
Infine, il Ministro si preoccupa di come usare i soldi e di come gestirli; ma non pensa a come generare il patrimonio che è la vera ricchezza? Questa impostazione complessiva della legge, che di fatto consegna le Fondazioni ai partiti, metterà in pericolo la consistenza patrimoniale delle Fondazioni stesse. Infatti la società civile, i privati, le banche stesse difficilmente decideranno di elargire soldi a questi futuri nuovi carrozzoni di partecipazione statale. Tanto più che l’esclusione dai consigli di chiunque svolga attività finanziarie taglia via proprio i competenti che in questi anni hanno saputo amministrare al meglio questi patrimoni.
E poi ci si lamentava della Prima Repubblica perché la politica partitica e le partecipazioni statali occupavano tutto…
* presidente della Compagnia delle Opere




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