PROFEZIE
Il testamento politico del «padre del marxismo» in Russia, morto nel 1918. Uno scritto che anticipava il fallimento del bolscevismo
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E Plechanov rinnegò Lenin, figlio degenere
«E' una mia creatura, ma la sua rivoluzione sarà una sciagura per tutto il movimento operaio». «Non avere capito le vere finalità di questo fanatico massimalista è stato il mio errore più grande»
Èormai un luogo comune accettato dagli storici l'idea di Anna Achmatova che, nel suo Poema senza eroe, più di cinquant'anni fa, indicò l'inizio vero, non «calendariale», del XX secolo nel 1914, avvio della prima guerra mondiale. Tuttavia, se da un'intuizione poetica si passa a una rigorosa periodizzazione, il parto del nostro secolo va datato tra il 1914 e il 1917, anno, questo secondo, che vide il crollo dell'impero zarista e lo scoppio della rivoluzione comunista. Di conseguenza, un altro diffuso luogo comune vede la fine, sempre non «calendariale», del secolo nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e la conclusione della guerra fredda, o nel 1991, col crollo dell'Unione Sovietica.
In realtà, se si possono accettare convenzionalmente queste date di nascita e di morte del nostro secolo, si deve riconoscere che il concepimento del Novecento ha coinciso quasi col suo inizio «calendariale», mentre, d'altra parte, oggi, a Novecento ultimato, più che di una sua morte accertata si deve parlare di una sua lunga agonia che ne protrarrà l'esistenza oltre la frontiera temporale del 2000.
Se ora consideriamo non il lento declino del nostro secolo, ma la sua complessa concezione e gestazione, oltre all'intreccio di impulsi e interessi nazionalistici sfociati poi nel primo conflitto mondiale si deve rivolgere l'attenzione a un episodio avvenuto nella socialdemocrazia russa, che nel 1903 si scisse in due parti, dette dei bolscevichi e dei menscevichi, primo germe di quello scisma della sinistra mondiale tra comunisti e socialisti (o socialdemocratici) che, a partire dall'ottobre 1917, attraverserà, fino ai nostri giorni, tutta la sinistra europea. In quell'anno nacque infatti quel bolscevismo, più tardi ribattezzato secondo il Manifesto marxiano «comunismo», che, come movimento internazionale, darà la sua impronta indelebile a tutto il secolo. Fu tra il 1901 e il 1902 che un rivoluzionario marxista russo allora sconosciuto, Vladimir Lenin, scrisse il libro fondatore del bolscevismo, Che fare?, pubblicandolo a Stoccarda nel 1902.
A queste riflessioni induce la pubblicazione recente in Russia, nel quotidiano Nezavisimaja gazeta (Giornale indipendente), di un testo tanto inatteso quanto interessante, presentato come il «testamento politico» di Georgij Plechanov (1856-1918), il «padre del marxismo» in Russia. Si tratta di un ampio e analitico scritto, dettato sul letto di morte al compagno di milizia socialdemocratica Lev Deutsch, e giunto a questa prima pubblicazione in un modo fortunoso che meriterebbe un racconto a sé.
Figura di rilievo nella storia del marxismo non solo russo, Plechanov, seguace «ortodosso» di Marx e di Engels, intendeva applicare le idee dei suoi maestri alla situazione russa, progettando per il suo Paese una rivoluzione socialista soltanto dopo che fosse avanzato in esso uno sviluppo capitalistico moderno di tipo «europeo». La sua lotta era orientata su due fronti: contro il «revisionismo» di Bernstein, che liquidava l'idea stessa di una rivoluzione socialista e abbandonava così il marxismo, e contro il radicalismo «giacobino» di Lenin, il quale portava la lotta contro il «revisionismo» a un estremismo rivoluzionario di nuovo tipo in quanto fondato originalmente su quella teoria marxista di cui Plechanov si voleva il fedele custode.
È naturale che nel suo «testamento politico» Plechanov concentrasse la sua attenzione angosciata sull'azione di Lenin e su una rivoluzione, quella bolscevica, che egli considerava una sciagura non solo per la Russia, ma per l'intero movimento operaio. Dramma personale, quello di Plechanov, in quanto egli si sentiva corresponsabile di tale catastrofe come iniziatore principale della socialdemocrazia marxista in Russia.
Nel «testamento politico» si legge: «Nella mia vita io, come ogni uomo, ho commesso non pochi errori. Ma il mio errore principale e imperdonabile è Lenin. Ho sottovalutato le sue capacità, non ho capito le sue vere finalità e la sua fanatica perseveranza nel conseguire gli scopi prefissati, ho trattato con indulgenza e ironia il suo massimalismo». Plechanov non lesina riconoscimenti a Lenin, che definisce «una personalità grande, eccezionale» e, insieme, «dai mille volti», capace cioè di cambiare coloritura come un camaleonte, secondo le necessità, pur conservando intatta la sua sostanziale identità. Nella sua analisi egli, però, vede a che cosa porterà la rivoluzione comunista: «Nel socialismo leniniano gli operai da salariati del capitalista si trasformeranno in salariati di uno Stato feudale, e i contadini, ai quali in un modo o nell'altro verrà tolta la terra e sui quali inevitabilmente graverà tutto il peso della crescita industriale del Paese, ne diventeranno i servi della gleba. La storia russa sarà spinta da Lenin su una falsa via, senza sbocco». Quanto alla rivoluzione mondiale che secondo i bolscevichi avrebbe dovuto seguire a quella russa, Plechanov vede lucidamente che «il proletariato occidentale è oggi lontano dalla rivoluzione socialista quasi tanto quanto lo era al tempo di Marx». Per cui «il cammino del bolscevismo, breve o lungo che sia, sarà inevitabilmente ca ratterizzato da una falsificazione della storia, da crimini, da menzogna, da demagogia e da atti infami».
Plechanov riconosce con amarezza la verità di quanto gli disse scherzosamente una volta Victor Adler, leader della socialdemocrazia austriaca: che Lenin era politicamente «figlio» suo, in quanto formato all'interno del marxismo plechanoviano. Ma anche Plechanov, naturalmente, era, a sua volta, «figlio» di Marx, le cui teorie egli aveva applicato alla Russia con meccanica «ortodossia». Ma ha forse senso parlare, in sede storica, di «ortodossia»? Sia Plechanov sia Lenin erano figli legittimi di Marx e di Engels, come tutti gli altri diversi «marxismi» che fanno la storia del marxismo, un movimento teorico e politico dalle varie anime che via via si sono incarnate in vario modo fino alla fine del secolo, quando questa capacità d'incarnazione sembra essersi esaurita, senza però che esaurita possa dirsi una energia sovvertitrice che in futuro, di fronte alle contraddizioni della realtà, potrà trovare altre fonti di ispirazione e manifestazione.
Vittorio Strada
Corriere della Sera
Martedì, 11 Gennaio 2000




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