Trent'anni fa un libro di Franco Freda
Tra gli scritti che hanno segnato la generazione che si disse neo-fascista, o come fu altrimenti detta, appartenente alla destra radicale negli anni immediatamente seguenti il '68, una speciale importanza riveste quello che Franco Freda pubblicò trent'anni fa con il titolo "La disintegrazione del sistema".
Il testo, scritto con innegabile stile e qualitativamente di molto superiore a quanto mediamente caratterizzava la letteratura politica dell'estrema destra dell'epoca, appartiene alla fase utopica e sostanzialmente impolitica di questo medesimo ambiente, così come si espresse all'indomani del '68. Il sistema del quale Freda predicava e intendeva perseguire la distruzione era il sistema borghese. Si trattava di un progetto talmente ambizioso che l'autore non esitò a divulgarlo in forma di percorribile progetto operativo, ma che all'epoca destò ben pochi consensi e, semmai, rimediò invece qualche sarcasmo. Secondo quel progetto, veniva avanzata, nei confronti di certi settori della sinistra "rivoluzionaria", un'esplicita richiesta di alleanza tattica, al fine di creare un unico fronte comune antiborghese. Ho detto tattica, perché in termini strategici il "vero Stato" a cui faceva riferimento Freda - già allora coerente discepolo di Platone - per il suo carattere comunistico-aristocratico, non poteva certo essere confuso con gli obbiettivi di una sinistra anarcoide e collettivistica. Si trattava di un'ipotesi di lavoro assolutamente utopica e certamente provocatoria. Servì, se non altro, a chiarire chi veramente a destra e a sinistra faceva una politica antisistema nei fatti e non solo a livello retorico. Inutile ricordare l'accoglienza che una simile proposta ebbe a sinistra, in quegli anni di iper-antifascismo militante.
La superiorità e l'ulteriorità del discorso e della prospettiva a cui faceva riferimento Freda, rispetto ai tentativi di disintegrare il sistema borghese perseguiti da sinistra, dopo trent'anni risultano evidenti e acquisiti una volta per tutte. Sarebbe interessante e istruttivo il confronto tra i percorsi paralleli di un Toni Negri e di Freda; ne emergerebbe l'insufficienza dell'analisi sociologica e filosofica intrapresa dalla sinistra più o meno marxiana. Questo perché il sistema borghese non si disintegra modificando la struttura economico-produttiva della società, come pretende e presumeva il marxismo al quale faceva riferimento la "Contestazione" di sinistra; il problema andava indagato andando alle radici di esso. E' a quest'indagine che si prestò Freda. Ora tutti abbiamo capito che il sistema borghese, come dimostrato da un'ampia letteratura che prende le mosse anche in ambito scientifico con i nomi di Weber e Sombart, è soprattutto e prima di tutto un sistema di vita, un'etica, un certo ordine di principi e di valori; in una parola, una concezione del mondo.
La superiorità delle analisi di Freda, che rappresentarono - peraltro - uno dei tentativi più interessanti di oltrepassare Evola - L'Evola de "Gli uomini e le rovine" e di "Cavalcare la tigre", in particolare - rispetto alle analisi della sinistra cosiddetta rivoluzionaria, spiegano, almeno in parte, la ragione per la quale, mentre nei confronti degli ex terroristi rossi, anche se omicidi confessi, il sistema da anni manifesta indulgenza e comprensione, nulla di lontanamente simile, invece, nei confronti dell'Autore di "Disintegrazione". Anzi, al contrario, perché nei confronti di Freda la più recente repressione ha assunto toni e aspetti, se possibile, ancora più odiosi, inaccettabili, nei confronti dei quali anche qualche benpensante democratico e liberale ha finito per reagire. Il sistema ha riconosciuto che il discorso di Freda era più pericoloso dei vari terroristi alla Curcio; ben più radicale dell'analisi di un Toni Negri, proprio perché andava al cuore della concezione del mondo borghese, solo modificando la quale sarebbe ipotizzabile l'evocazione di un'altra forma di società. Da qui l'autodifesa violenta, inaudita sferrata dal Sistema, attraverso la servizievole opera dei solerti "Custodi" togati della sua ortodossia.
A tutto ciò si aggiunga il fatto che dopo il 1990 Freda, con il suo Sodalizio denominato Fronte Nazionale, si è avventurato in quel terreno minato che è la questione dell'immigrazione. Non sono bastate agli inquisitori tutte le precisazioni intorno al significato che dal Sodalizio veniva attribuito al concetto di razza; Freda andava a contrastare il progetto perseguito dalle forze del mondialismo di trasformare l'Europa in una società multirazziale e multietnica. Ancora una volta il sistema si è sentito toccato nel punto nevralgico e ha reagito. Nei confronti del Fronte Nazionale e soprattutto di Freda la più ortodossa delle procure d'Italia, quella di Verona, si è resa protagonista di uno dei più arroganti processi alle idee di quest'Italia cosiddetta democratica e liberale. Utilizzando la consulenza dello storico comunista Enzo Santarelli, questa Procura è riuscita a far condannare Freda in nome della Legge Scelba e del famigerato Decreto Mancino. Si è trattato di un processo alle idee in grande stile e orchestrato secondo una regia ancora più subdola, perché questa volta mancavano i riflettori della grande informazione.
Siamo così arrivati alle cronache di questi ultimi anni e alla verità che esse ci insegnano: il sistema non si è disintegrato affatto. Quasi tutti coloro che a vent'anni ne volevano la distruzione, ora in esso sono perfettamente integrati e omogenei. Avrebbe detto Nietzsche che "nella vita si diventa sempre ciò che si è". Non è questione di moralismo, la mia: è semplicemente una constatazione. Il borghese come "tipo", nel senso attribuito alla parola da JUEnger, ha vinto e ora predomina ovunque. La grande utopia di Freda si è dissolta o si è solo eclissata? Impossibile dare una risposta. Nonostante tutto ancora esistono uomini capaci di sottrarsi alle lusinghe del sistema borghese. Ricordare oggi quel libriccino di trent'anni fa non può avere nulla di intellettualistico; non si tratta di un divertissement, di un nostalgico tuffo nel proprio passato di aspirante rivoluzionario, per chi, ormai, è alle soglie dei cinquant'anni. Deve valere ancora una volta la regola già indicata da Evola secondo la quale: ciò su cui non posso nulla, nulla possa su di me. Se non sarà possibile disintegrare il sistema, quanto meno, si cerchi di non vedere disintegrato il nostro io, radice metafisica dell'uomo integrale.
Dal quotidiano "Linea"
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Franco Giorgio Freda - La Disintegrazione del sistema, quarta edizione, integrata con scritti degli anni 60/80, a cura di Francesco Ingravalle. Corollario con scritti del Curatore, di Giovanni Damiano e Piero Di Vona. Collezione ‘Consonanze’, L. 25.000.
La disintegrazione del sistema manifesta una intuizione che è stata sviluppata dall’autore nella pratica politica non meno che nell’opera editoriale: la possibilità di invertire la tendenza del decadimento dell’occidente, di restaurare la Gestalt aria attraverso il disfacimento della civilizzazione del Terzo Stato. Disintegrare il sistema borghese equivale a eliminare ciò che, integrando le sue parti complementari, ne permette il funzionamento: ossia eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione e la funzione di sintesi sociale propria del danaro.
Freda ha colto con chiarezza come l’ostacolo alla realizzazione del "vero Stato" sia l’organizzazione capitalista della società, oltre all’ethos borghese che la fonda (e che su di essa si fonda).
La disintegrazione del sistema è l’unico esempio di "platonismo politico" all’interno della cultura italiana contemporanea. Dietro questo scritto di Freda c’è Platone, ossia la più compiuta formulazione del "vero Stato", che è paradigma intemporale destinato a "incarnarsi" di volta in volta nella realtà storica senza mai esaurirsi totalmente in essa. Pertanto lo "Stato Popolare" di Freda altro non è che la proiezione dell’idea platonica dell’Ordine adattata a un particolare contesto storico.
La disintegrazione del sistema non è però il patetico tentativo di annullare tutta la distanza storico-temporale che ci separa dal modello (lo Stato platonico): essa ha invece rappresentato il tentativo di vivificare il passato alla luce del presente, di far iniziare in modo nuovo (con il rimando allo "Stato popolare") quel che è perenne (il "vero Stato").
Rileggere oggi La disintegrazione del sistema significa riflettere su quanto l’autore scriveva allora: "Nella Disintegrazione non vi è nulla di originale; di personale vi sono i punti e le virgole; di originario quasi tutto." Quasi tutto: non la tattica, legata a fattori contingenti; non la configurazione dello "Stato popolare", mero strumento per eliminare la cultura borghese. Ma l’idea-forma del vero Stato: il contenuto essenziale, il punto perenne da cui si sviluppano tutte la possibili figure della prassi politica.
A cura di Francesco Ingravalle, questa edizione della Disintegrazione del sistema è integrata da una raccolta di testi -composti dall’autore tra il 1961 e il 1988- e arricchita da un corollario di saggi, a opera di Giovanni Damiano (Un agguato alla storia), Piero Di Vona (Spinozismo di destra, spinozismo di sinistra) e Francesco Ingravalle (Un comunismo dorico).
Indice degli scritti: La disintegrazione del sistema, Alienazioni e prospettive, Per un radicalismo di destra: Cavalcare la tigre, "Le fascisme, notre mal du siècle", Gruppo tradizionalista di Ar, Manifesto dell'Argo, L'ordine di Sparta, Il vero Stato secondo Platone, Due lettere controcorrente, Risguardo, Ordine dei Ranghi, Il cattiverio e le beatitudini, Lettera a un commilitone, La rievocazione di un autore Corollario: Un 'agguato' alla storia, Spinozismo di destra spinozismo di sinistra, Un comunismo 'dorico'


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