Parliamoci chiaro
State tranquilli: non ho nessuna intenzione di propinarvi una sorta di “predica” sui massimi sistemi dell’informazione, sulla libertà di stampa, l’obiettività, il lettore come unico sovrano, la Verità con la v maiuscola, i fatti separati (quasi mai) dalle opinioni. Intorno a voi avete ogni giorno molti esempi di gente che scrive, si riempie la bocca in tv o ciancia nei convegni, di simili principi, e poi, appena girato l’angolo, li vìola sui propri giornali sotto gli occhi di tutti senza nemmeno vergognarsene o senza nemmeno avere il pudore di nascondere certi palesi tradimenti delle proprie promesse. Io amo la sincerità, e chi mi conosce sa quale tipo di giornalismo pratico. Chi ha letto i miei libri e i miei articoli, oppure ha visto in questi anni le mie trasmissioni tv e condiviso le mie battaglie (o anche solo vi ha assistito curioso di vedere come andavano, e come andavo, a finire) lo sa benissimo. Quindi niente ipocrisia, cominciamo, anche qui, a dire le cose come stanno. Questo giornale, e chi vi lavora - a cominciare da me - ha una grande fortuna e una sorta di “certificato di autenticità” che tutti i giorni è sotto i vostri occhi: noi sappiamo bene chi è il nostro Editore, chi è il nostro “padrone”, il nostro principale, chi ci paga lo stipendio a fine mese. Sappiamo bene, noi e voi, come la pensa il nostro Editore, quale ideologia ha, qual è la gente onesta che rappresenta, quali sono gli intendimenti, i modi di essere e di pensare che ci ha chiesto vedere ogni giorno rappresentati, illustrati, spiegati ma anche difesi e tutelati dalle menzogne e dalla malafede degli altri. Questo giornale è nato da una esigenza profonda, sentita e incontestabile: poter informare, poter far conoscere, senza le manipolazioni e le mistificazioni della cosiddetta “grande stampa” e degli interessi e poteri che essa rappresenta, le “nostre” posizioni, i nostri intendimenti, i nostri progetti, il nostro lavoro. Noi non siamo politici, siamo giornalisti. Ma conosciamo, e vogliamo che sappiate, qual è il patto di lealtà che abbiamo “firmato”, in tutti i sensi, col nostro Editore, col nostro Direttore Politico - l’onorevole Umberto Bossi - con tutti voi, e soprattutto con la nostra coscienza. Dobbiamo e vogliamo solo registrare le notizie, sceglierle, proporvele, commentarle. Ma soprattutto vogliamo mostrarvi, sottoporvi, le bugie, le contraddizioni, i mutamenti, le incoerenze, i tradimenti degli altri, per dimostrarvi in modo semplice ed efficace quanto noi siamo diversi da loro, quanto loro sono diversi da noi. Loro, che dicono di difendere i lavoratori e non lo fanno. Loro, che dovrebbero difendere i deboli e non se lo sognano nemmeno. Loro, che dovrebbero dare degli esempi di correttezza, di onestà, di rispetto verso i più poveri, i più colpiti, i più deboli, e hanno smesso da un pezzo di farlo. Abbiamo appena finito di leggere con orrore e indignazione le “prediche”, queste sì, di chi oggi invita alla sobillazione, alla rivolta, alla disobbedienza, di chi fornisce le istruzioni scritte su come aggirare o contrastare la legge Bossi-Fini contro l’immigrazione clandestina. Si tratta di palesi reati, di autentici inviti a commettere reati, di violazioni degli articoli 414 e 415 del codice penale. Mi sbaglio o in Italia c’è l’obbligatorietà dell’azione penale? Ma non sono proprio i magistrati a lamentarsi che il governo vuole abolire questa obbligatorietà?
Non sono forse questi magistrati, coi loro comportamenti omissivi, ad averla di fatto già abolita? Dove sono i procuratori cui bastava trovare in una perquisizione un distintivo o una cartina geografica per aprire un fascicolo e mandare un avviso di garanzia? Il reato è palese, ieri lo potevate trovare in evidenza su pagine intere di due quotidiani. Restiamo in attesa di vedere che cosa accadrà.. Le “prediche” cui accennavo arrivano - guarda caso - proprio da parte di coloro che usarono definizioni insultanti contro chi, ad esempio, invitava la gente non a violare una legge ma semplicemente a mettere in pratica una forma di protesta avvalendosi delle istruzioni contenute in un libretto che milioni di persone conoscono e hanno in casa e che porta il titolo di “Modalità di disdetta del canone radiotelevisivo”. Noi venimmo indicati come “mascalzoni”, “lestofanti”, “poco di buono” per una protesta di tipo fiscale su un tema come quello. Noi, ora, che cosa dovremmo dire delle mistificazioni, dell’invito alle sedizione (mandano avanti gli altri, come sempre) di costoro che fingono di stare dalla parte dei “poveri” immigrati, mentre invece spesso sono animati da una sola evidente preoccupazione personale: regolarizzare, pagare i contributi arretrati della colf filippina, smettere di “sfruttarla” economicamente, dover andare a fare la coda in questura per i documenti necessari. Come farà il direttore dell’“Unità” a risolvere questo problema che certo lo assilla personalmente? Come farà a regolarizzare una sola colf lui che, da perfetto sedicente “uomo di sinistra”, è sicuramente abituato ad averne ben più di una? Le farà passare per “badanti”? Colf a parte, pensate alle reazioni e agli interessi delle imprese che adesso non avranno più fuori dalla porta una coda interminabile di aspiranti operai e non potranno più sottopagare, sfruttare, “torchiare” simili lavoratori, ma dovranno regolarizzarli, tutelarli, rispettarli. E quindi smetteranno di lucrare profitti, mettendo nelle loro tasche gli utili e addossando alla collettività gli enormi costi sociali. E, finalmente, queste imprese dovranno anche scegliere dei lavoratori, dei giovani delle nostre parti offrendo loro condizioni di lavoro, contratti e salari adeguati. Per non parlare di quel “certo volontariato” (con “volontari” stipendiati che assorbono l’80 per cento delle risorse di queste associazioni) e che teme che vengano meno gli interessi cospicui che ruotano intorno al business-immigrazione. Sì, cari amici e care amiche: per tutti costoro l’immigrato è un business, non un essere umano. E infine, con la legge Bossi-Fini viene a cadere anche la loro speranza di avere una massa di votanti extracomunitari. Altro che preoccupazioni di carattere umanitario, altro che il discorso delle impronte! Tutti i cittadini di sesso maschile fino a poco tempo fa hanno fornito le proprie impronte, al raggiungimento dei 18 anni, in occasione della visita di leva. E se in seguito sono stati chiamati a prestare il servizio militare, tali impronte sono state prese loro per la seconda volta. Le persone oneste e perbene non hanno alcun problema, non hanno alcuna paura a dare, a fornire le proprie impronte. Anzi, sono liete di farlo. Se, per caso, fossero accusate ingiustamente di un reato avrebbero, grazie alle impronte, una possibilità in più per discolparsi o essere scagionate. Al contrario, se mai io decidessi di accoltellare qualcuno o compiere una rapina, gli inquirenti avrebbero il compito facilitato nell’identificarmi e catturarmi. Definire “razzista e fascista” questa legge è pericoloso, apocalittico, falso. C’è un solo obiettivo: sobillare la rivolta, tenere alta la fiamma sotto una pentola che non sanno più come portare al punto di ebollizione, un compito che nonostante gli sforzi di Cofferati, ancora non è riuscito. E non riuscirà. In molte reazioni di certa sinistra e di certi organi dei poteri forti emerge una autentica incitazione all’odio politico attraverso l’eccitazione di quello che qualcuno ha definito “il senso di colpa occidentale”. La realtà è che l’immigrazione è un fenomeno sociale da governare, non solo in Italia. Stanno cercando di farlo anche Blair, Chirac, Schroeder. Chi si pone il problema di arginare gli arrivi selvaggi con accordi internazionali, chi cerca di garantire quote di immigrazione pensando a garantire la sicurezza collettiva, chi ha lavorato e lavora per una legislazione al servizio dei propri cittadini, o attraverso l’impiego corretto della Marina e degli organi di polizia, non è un razzista, non è un fascista, ma solo uno preoccupato per il futuro del proprio paese, uno che intende tutelare, prima di tutti gli altri, i propri cittadini. Ma lasciamo perdere i finti e falsi moralizzatori. Avete notato quali sono gli organi di stampa che si dimostrano più apocalittici e preoccupati (lasciamo perdere quelli che insultano)? Avete notato la consonanza tra chi, consapovole che sta per perdere utili e potere, ordina ai suoi giornali di sparare a zero? Ho letto un incredibile “appello” addirittura alla Marina Militare, una sorta di invito all’insubordinazione. Gente che fino a ieri ha sputato contro gli uomini in divisa, qualunque essa fosse, oggi vorrebbe essere ascoltato (e sentirsi ubbidito) da ammiragli, tenenti di vascello, capitani di corvetta e nostromi. Quale coerenza! Quale faccia tosta! Volete sapere chi firmò il 25 marzo 1997 l’infausta convenzione politica intergovernativa tra Italia e Albania che portò allo speronamento tra una nave italiana e una carretta albanese? Il sottosegretario agli Interni, Massimo Brutti (Ds), per conto del ministero della Difesa e per conto del governo di Romano Prodi. E sapete che cosa prevedeva quel testo? Appoggiava la tesi che si potesse usare violenza nei riguardi dei profughi. E allora ci viene proprio voglia di rivolgere un appello, non alla Marina Militare ma al proprietario di “Ikarus” o a tutti quegli uomini di sinistra abituati al “tek degli yacht”, al legno pregiato dei loro velieri o delle loro imbarcazioni d’altura, piuttosto che alla conoscenza vera dei problemi o al solo contatto con i clandestini, o con le vittime della violenza di certi criminali arrivati nel nostro paese. Come vedete, fin da subito, abbiamo tenuto fede al nostro impegno. Che è riassumibile in un concetto: noi non porgiamo l’altra guancia. Questo giornale cercherà di informare, farà campagne e battaglie al servizio dei cittadini ma sarà anche uno strumento di difesa: di fronte alle ingiustizie, di fronte ai soprusi, di fronte alle illegalità, ma anche di fronte a chi insulta la nostra gente, il Popolo della Lega e i suoi rappresentanti in Parlamento e al Governo. Noi, questo giornale, siamo dalla parte del Popolo, come sempre. Lo abbiamo dimostrato, e lo dimostreremo coi fatti, giorno per giorno. Questo è un organo di informazione che ha una cosa in più importantissima e decisiva, rispetto agli altri: la possibilità di non limitarsi ad “abbaiare alla luna”. Le nostre battaglie, fatte in nome dei cittadini, di tutti i cittadini, avranno una prosecuzione nei nostri gruppi parlamentari, nei nostri uomini di governo, nel nostro leader, che è anche il nostro Direttore politico. E diventeranno occasione, spunto, suggerimento per azioni politiche. Io sono un artigiano di questo mestiere. Ho imparato a fare il giornalista da direttori come Cesare Lanza, Piero Ottone, Franco Di Bella, Guglielmo Zucconi ma soprattutto da Pierluigi Magnaschi, il migliore di questa generazione. Io ho imparato i segreti artigianali di questo mestiere da uomini meno noti dei precedenti come Carlo Galimberti o Lorenzo Pilogallo, miei indimenticabili caporedattori al Corriere della Sera. Al mio tavolo di lavoro in via Solferino avevo di fronte, nella redazione del Politico, un uomo dabbene che si chiamava Walter Tobagi. Lo assassinarono le Brigate Rosse. Lo voglio ricordare oggi, insieme a sua moglie Stella e ai loro degni figlioli, Luca e Benedetta. E rileggendo quello che accade oggi sull’uccisione di Marco Biagi, rivedo certe situazioni di allora, a proposito di mandanti morali e di certi ambienti sindacali. Un giornalista americano una volta ha scritto: “I giornalisti, specie quelli italiani, passano la metà del loro tempo a scrivere quello che non sanno, e l’altra metà del tempo a non scrivere quello che sanno”. Cercheremo di in vertire la tendenza. Al vostro servizio, al servizio della gente che ci segue e che tornerà a seguirci, per le nuove grandi battaglie che ci apprestiamo a compiere a favore della famiglia, nella lotta contro la prostituzione nelle strade, per la devolution. In sostanza le riforme per cambiare il nostro Paese. Grazie a chi vorrà seguirci e a chi avrà fiducia in me e in questa redazione che non ha nulla da invidiare a nessuno e che aspetta i vostri suggerimenti, i vostri consigli, il vostro appoggio, il vostro aiuto, e naturalmente le vostre critiche. Un’ultima notazione: voglio ricordare l’amico e collega Daniele Vimercati. Da lui ho imparato che, fin dal primo giorno, un direttore di giornale deve sempre tenere pronta la valigia, non deve disfarla del tutto. Infatti, io non sono mai rimasto incatenato alla poltrona a tutti i costi. Qualora dovessi accorgermi che è venuta meno la fiducia del mio Editore, del mio Direttore politico certo non farei come Biagi (Enzo) o Santoro. Io, contrariamente a loro, conosco bene il significato della parola “dimissioni”. Senza sapere se il giorno dopo ci sarà ad aspettarmi un nuovo contratto o la disoccupazione.




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