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Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
    non umanista
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    Predefinito Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai.

    Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai. Gay, per esempio


    Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai. Non mi riferisco al turpiloquio tradizionale: io continuo a non rassegnarmi all’idea che una donna possa dire “scopare” o “cazzo” come se niente fosse ma so che comunque il mondo non cascherà, che il problema rimarrà circoscritto perché quelle parole diminuiscono soltanto lei. Invece il neoturpiloquio oltre che involgarire il singolo parlante diminuisce l’intera società che lo accetta e anzi vi indulge, minando la capacità di ragionamento di milioni di uomini. La prima delle nuove parolacce è talmente infettiva che non mi basta usare, a mo’ di guanti o di pinze, le tradizionali virgolette. Chiaramente sto riferendomi alla parola di tre lettere che comincia con G e finisce per Y. Se la vedrà chi in redazione dovrà titolare l’articolo, io non la pronuncio di sicuro, io indosso giacche Boglioli e pantaloni Incotex, ho uno stile da difendere. Quella parola lì è quattro volte insoffribile: 1) è una parola inglese-americana; 2) è una parola rubata al neolatino; 3) è una parola che non si legge come si scrive; 4) è una parola che impone un giudizio. La prima colpa può sembrare lieve ma fateci caso: da quant’è che a Parma, se siete di Parma, non sentite la parola “culano”? e se siete di Bologna, la parola “busone” da quanto tempo non risuona melodiosa nelle vostre orecchie? Io in via del Pratello non l’ho mai sentita, gli studenti fuorisede sono i più conformisti, l’ultima ridotta potrebbe essere l’osteria Da Vito, se Guccini ci capita ancora. L’inglese internazionale applicato alla tecnologia e ai suoi recenti ritrovati è meno nocivo, denominando oggetti nuovi non uccide parole esistenti, quando invece si accanisce su cose antiche come il mondo (tipo la sodomia) ecco che taglia le lingue, falcia interi vocabolari. La parola cattiva scaccia quella buona e negli ultimi anni molti meravigliosi sinonimi si sono estinti e molti altri sono serissimamente minacciati, alla stregua del rinoceronte di Giava. Il movimento per i diritti di coloro che cominciano per G e finiscono per Y (scusatemi se non sono più esplicito, io vesto camicie Borrelli e maglie Zanone, non vorrei dover portare tutto in lavanderia) ci impone il dovere di parlare la sua lingua. Altro che difesa dei dialetti, qui è già molto se riusciamo a difendere l’italiano e la sua ricchezza espressiva. Infatti la proposta di legge della lesbica professionista Paola Concia, la cosiddetta legge contro l’omofobia, aggredisce finanche l’italiano regionale di “finocchio” e “culattone” e l’italiano-italiano di “invertito” e “pederasta”: ogni vocabolo tradizionale sarà querelabile e i magistrati diventeranno i nuovi cruscanti, l’italica favella cadrà nelle loro mani. Colpa numero due: quella parola assassina è una parola ladra che ha saccheggiato il provenzale, una delle lingue più poetiche del pianeta, già massacrata dal centralismo francese. Lo sanno bene i piemontesi e i liguri che di cognome fanno Gay e i cui capostipiti erano allegri, non culi, e che oggi si ritrovano forse dileggiati e di sicuro storpiati foneticamente per colpa dell’omosessualismo giunto da Oltreoceano. Vista la gravità della colpa numero tre vorrei che il turpiloquente si buttasse in acqua con l’evangelica macina al collo: la parola di tre lettere che comincia per G e finisce per Y provoca dislessia, specie nei più piccoli. Perché la mancata corrispondenza tra grafema e fonema, problema tipico dell’inglese, colpisce la neurobiologia del bambino italiano, a cui il latte materno suggerisce di pronunciare A la lettera A. Ci sono studi medici in proposito ma gli omosessualisti non se ne curano: chi più egoista di loro? Colpa numero quattro: la parola di tre lettere che comincia per G e finisce per Y impone alla società un giudizio positivo su chi imposta la propria vita sui rapporti omosessuali. E’ una parola pubblicitaria e se lo sterminio dei sinonimi non verrà fermato presto non ce ne saranno altre. L’uomo orgoglioso di andare con gli uomini è gaio quindi felice, è uno che ride, che balla e si diverte e non avendo figli da mantenere può permettersi più viaggi, più vacanze, più ristoranti, più mostre, più cinema, più concerti. Uno che si gode la vita: questo è il significato nemmeno tanto subliminale della parolaccia in questione. E se invece io giudicassi costui un povero sfigato, in senso stretto e lato, una cicala che non canterà a lungo, un patrimonio genetico finito in un vicolo cieco, un segno di ripugnante decadenza? Vincesse Paola Concia dovrei usare un mucchio di frasi contorte mentre invece qui mi basta dire “frocio”: una parola, questa sì, all’altezza dei miei mocassini Cole Haan.
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  2. #2
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    Predefinito Rif: Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai.

    Da leggere :sofico:

  3. #3
    Becero Reazionario
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    Predefinito Rif: Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai.

    becerissimo! :sofico:

    cmq a Bari "frocio" e soprattutto "ricchione" si usano ancora...:sofico:

  4. #4
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    Predefinito Rif: Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai.

    Citazione Originariamente Scritto da codino Visualizza Messaggio
    becerissimo! :sofico:

    cmq a Bari "frocio" e soprattutto "ricchione" si usano ancora...:sofico:
    per fortuna aggiungerei..:sofico:
    Me ne fregio !
    E.Petrolini

    Non mi dite che sono incoerente,perchè lo so già.

  5. #5
    Aghori
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    Predefinito Rif: Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai.

    Io di solito dico "ricchione", anche se non è un'espressione della mia zona.
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai.

    anch'io da buon meridionale uso quel termine...pur essendo una persona elegante:sofico:
    Me ne fregio !
    E.Petrolini

    Non mi dite che sono incoerente,perchè lo so già.

  7. #7
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Rif: Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai.

    Parolacce/2

    Avviso a tutti i neolinguisti del mondo, non si dice “escort”

    Per il bene del meretricio, c’è una parola da eliminare

    Avviso a tutti i neolinguisti del mondo, non si dice “escort” - [ Il Foglio.it › La giornata ]

    Puttane, si chiamano puttane. La donna che vende il proprio corpo in una blasfema parodia dell’amore è una puttana, una baldracca, una bagascia, una mignotta, una zoccola, una troia. Poi si riveste e magari torna a essere una madre, una moglie, una studentessa, una commessa e a quel punto la chiamerò madre, moglie, studentessa, commessa: ma nel momento che prende soldi per aprire le labbra la chiamo puttana. Sono uno scrittore e voglio onorare il suo mestiere di putta cattiva, di ragazzaccia, di bad girl cantata da Donna Summer e poi Jamiroquai. La verità rende liberi e non chiamandola escort salvo il suo cliente e salvo lei. Entrambi devono sapere quello che fanno se non vogliono andare all’inferno senza nemmeno accorgersene: la neolingua è demoniaca (la neolingua delle parolacce che sto analizzando in questa serie di articoli) e ha come primo obiettivo quello di capovolgere la realtà, di confondere l’uomo fino a renderlo incapace di distinguere il bene dal male. E a quel punto sono cazzi, come dice Isaia 5,20.

    Escort è quasi una bella parola, significa scorta, e tutti abbiamo bisogno di protezione, di aiuto. “Prego che sia mia scorta” scrive Francesco Petrarca nella “Canzone alla Vergine” e perciò, di traduzione in traduzione, chi chiama escort una puttana chiamerà puttana la Madonna. Anche Michelangelo Buonarroti, sommo artefice e grande poeta i cui mal protesi nervi non lo facevano sentire gaio bensì, giustamente, disgraziatissimo, scrisse sovente di scorte e non alludeva a marchettari. Scorta, nel Rinascimento sì presuntoso ma ancora irraggiato dal luminoso Medio Evo, ricordava i cavalieri senza macchia e senza paura della Tavola Rotonda, Avalon e Camelot, un mondo favoloso basato sull’onore, la fedeltà, la giustizia. Dio mio, com’è possibile che una parola così nobile sia caduta così in basso? Com’è accaduto che sulla prima pagina di Repubblica sia trasformata in infamia e manganello? Per il bene del vivere civile bisogna risalire alle sorgenti del significato e separare le sorti delle parole in oggetto. Per il bene dello stesso Ezio Mauro che ha ridotto un giornale che si vuole autorevole e riflessivo a edizione contemporanea della “Tariffa de le puttane”, il catalogo pubblicato nel 1535 da Antonio Cavallino o da Lorenzo Venier (l’attribuzione è incerta siccome al tempo in cui esisteva la vergogna testi del genere uscivano anonimi). Il sottotitolo era “Ragionamento del forestiere e del gentil huomo: nel quale si dinota il prezzo e la qualità di tutte le cortigiane di Venezia, col nome delle ruffiane”.

    Un documento importante dal quale si ricava, fra l’altro, che la capitale del meretricio non era ancora Bari. Se Mauro non avesse la lingua opaca avrebbe potuto titolare “Tutte le puttane di Berlusconi”. Non esiste, che io sappia, un Arcitroie e nemmeno un Batton Pride, le donne di malaffare non hanno i medesimi strumenti di pressione degli omosessuali e Mauro non avrebbe ricevuto la caterva di insulti che ho ricevuto io dopo la prima puntata di Parolacce, da parte di ferocissimi froci nemici della lingua italiana e della libertà di espressione. Nessuno lo avrebbe chiamato “effemminato”, “frocio represso”, nessuno gli avrebbe augurato “tutto il peggio dalla vita”, nessuno lo avrebbe apostrofato come “fascistone schifoso” (ammesso che non fosse un complimento, magari era un estimatore di Sylvia Plath e del suo verso immortale “Ogni donna ama un fascista”). Nessuno, soprattutto, avrebbe denigrato i suoi mocassini Cole Haan (l’offesa che più mi ha ferito). Eppure quel titolo lì, “Tutte le puttane di Berlusconi”, in prima pagina non è uscito e non uscirà mai perché per dire puttana ci vogliono le prove e soprattutto ci vuole il gusto per la realtà. E per andare a puttane? Per andare a puttane basta pagare. Naturalmente, come sempre, conosco bene la materia di cui scrivo, un giornalista è il contrario di una verginella e figuriamoci chi ha un passato e forse un futuro nel giornalismo enogastronomico, il settore più unto che ci sia. Semplicemente richiamo la perenne efficacia dell’ottavo comandamento che imponendo di chiamare puttana la puttana aiuta a ricordare che sono altre le figure professionali da candidare alle elezioni. Quando il vocabolario funziona si può andare a puttane senza mandare a puttane la propria capacità di giudizio. Infine si può addirittura non andare a puttane, esistono piaceri quasi altrettanto sensuali che risparmiano la tristezza del post coitum: il Lambrusco Vecchia Modena, le biciclette Taurus, i libri Adelphi…

    11 settembre 2009
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

 

 

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