L'Osservatorio Giustizia Giusta di Verona ed il nostro periodico hanno più volte e con estrema incisività trattato il caso di Annalisa Baldovin, uccisa nel maggio del 2001 dal Bosniaco Davor Kovac.
L'esposto da noi inviato al CSM viene dopo una serie di iniziative dirette ad ottenere giustizia.
Non crediamo nella volontà-capacità del Consiglio di dare una soluzione dovuta per equità e per eticità al "caso".
Ma continueremo a batterci in ogni sede e con ogni mezzo perchè chi deve pagare paghi.


ASSOCIAZIONE PER LA GIUSTIZIA ED IL DIRITTO "ENZO TORTORA"

Oggetto: esposto

Illustrissimo Consiglio,

riteniamo doveroso interessare codesto organo istituzionale ad una vicenda drammatica accaduta a Belluno nel 2001, che a nostro avviso evidenzia gravi negligenze e responsabilità da parte di alcuni magistrati di quella sede e rispetto ai quali chiediamo l'avvio di accertamenti e di procedimenti disciplinari.
La vicenda, che ha avuto un eco notevole sulla stampa e sulle televisioni locali e regionali è stata oggetto anche d'interrogazioni parlamentari ma che fino ad oggi non hanno prodotto alcun risultato in ordine all'accertamento delle responsabilità e della verità.

"UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA"

L'uccisione dell'imprenditrice bellunese, Annalisa Baldovin, nel maggio 2001 ad opera di un bosniaco, Davor Kovac, è una di quelle vicende che lasciano l'amaro in bocca, non solo ai familiari ma a tutti e che non può essere dimenticata facilmente, non solo perchè se ne è occupata ampiamente la stampa locale e le televisioni ma anche perchè - questa volta - appare evidente a tutti che la responsabilità morale per l'epilogo tragico di questa vicenda ricade sui giudici che non hanno saputo, o voluto, prendere i logici e necessari provvedimenti per tutelare una cittadina ripetutamente minacciata di morte.
Il fatto di cronaca ha uno svolgimento semplice e lineare: il bosniaco che s'infatua della giovane imprenditrice, lei che non corrisponde e lui che inizia a ricattarla e minacciarla (ricatti e minaccie estese anche ai familiari), in un'escalation di violenza che induce la famiglia Baldovin (titolare di una piccola azienda di occhiali a Tai di Cadore) a sporgere ben 17 denunce nell'arco di soli sei mesi, subendo nello stesso periodo anche una tentata estorsione ed un attentato(fatta scoppiare una bomba nell'azienda).
Il bosniaco, nel frattempo, viene arrestato viene arrestato per minacce di morte e porto illegale d'arma, ma viene dopo pochi giorni scarcerato e lasciato libero di continuare a minacciare e perseguitare la donna.
Ci sono segnali gravi, oltre alle continue denunce, (dimissioni dal lavoro, vendita dell'appartamento)che fanno presagire che le minacce denunciate ogni volta stanno avverandosi e questi segnali vengono regolarmente inviati dai Carabinieri in Procura.
Il Pubblico Ministero chiede più volte il ripristino di una misura di custodia cautelare, ma il GIP Raffaele Massaro, nonostante le 17 denunce e i vari rapporti dei Carabinieri sulla pericolosità sociale del bosniaco, decide che NON VI SONO MOTIVI SUFFICIENTI PER PRIVARE DELLA LIBERTA' QUESTA PERSONA che viene cos' lasciata libera di uccidere.
Solo il giorno prima del tragico evento, il Tribunale dispone al bosniaco l'obbligo di non dimora nel comune, provvedimento ridicolo con comuni così piccoli che distano meno di 1 Km l'uno dall'altro!
Anzi, tale provvedimento è peggiorativo perchè a questo punto il bosniaco decide di mettere in pratica il suo disegno criminoso.
Infatti l'extracomunitario, evadendo i controlli a cui lo sottoponevano i Carabinieri, il 18 maggio 2001 con un taxi si reca nell'azienda Baldovin (distante qualche km)entra armato, intimando a tutti di stendersi a terra e si dirige urlando verso la Sig.ra Annalisa e le spara a bruciapelo più colpi, ferendola mortalmente.
Nel frattempo, arrivano i Carabinieri e riescono ad arrestarlo, ma il danno ormai è fattto e la Sig.ra Annalisa muore dopo 47 giorni di agonia il 4 Luglio 2001 all'Ospedale di Padova dove vani sono risultati tutti i tentativi di intervento chirurgico.
Poi la disperazione e la rabbia della famiglia, del figlio, del padre e del fratello Armando in particolare, che imputa ai giudici la responsabilità morale della tragedia e cerca ora di avere giustizia, rivolgendosi anche alla Nostra Associazione per ottenere che coloro che con la loro superficialità e i loro errori hanno consentito ad un criminale di uscire di galera e andare indisturbato ad ammazzare una persona indifesa paghino e rispondano di ciò che hanno fato(o non fatto).

Con un interrogazione parlamentare del 16 ottobre 2001 si chiedeva al Ministro di verificare, tramite un'ispezione, eventuali responsabilità dei magistrati di Bolzano che si sono occupati della vicenda, i quali nonostante vi fossero state precedentemente ben 17 denunce contro il Kovac per minacce di morte, non avevano disposto quelle misure idonee a rendere inoffensivi gli intenti criminosi del bosniaco.
A questa veniva data risposta dal Sottosegretario Jole Santelli, nella seduta del 19 ottobre 2001; si dava conto dell'operato dei magistrati interessati alla vicenda e si comunicava che in ogni caso era stata interessata un apposita articolazione ministeriale.
Evidenziato che dalla comunicazione del Sottosegretario appare chiaro che i giudici in questione e l'allora Presidente del Tribunale, il Dott. Giuseppe Schiavon, conoscevano benissimo la vicenda e le varie denunce presentate dalla Baldovin, chiediamo per quale motivo, invece, dal verbale di udienza del 15/11/2001 - Tribunale di Belluno, Ufficio del GIP in camera di consiglio relativo ad incidente probatorio e alla discussione della perizia psichiatrica del Kovac - il GIP, Dr. Massaro, dichiara di non aver mai visto nè lui nè il Tribunale le denunce presentate; infatti dichiara testualmente:"DOTTORESSA LUZZAGO LEI HA FATTO RIFERIMENTO A DELLE DENUNCE DELLA BALDOVIN".

Risposta: "SI, IO HO VISTO UNA SERIE DI DENUNCE"

GIP:"SI, MA NON ESISTONO IN QUESTI ATTI E NON ESISTONO NEANCHE NEGLI ALTRI ATTI DEL PROCEDIMENTO CHE SONO ANDATI AL DIBATTIMENTO" prosegue poi ancora il Dr. Massaro: "E' UN ASPETTO CHE M'INTERESSA PARTICOLARMENTE, PERCHE' NON ESISTONO QUESTE DENUNCE NE' NEL FASCICOLO CHE E' GIA' ANDATO A DIBATTIMENTO CON IL GIUDIZIO IMMEDIATO ED IN QUEL FASCICOLO IL TRIBUNALE HA DISPOSTO DIVIETO DI DIMORA, CHE E' QUELLO CHE HA DETERMINATO LO SPOSTAMENTO. E NON ESISTONO QUELLE DENUNCE, RIBADISCO, E NON ESISTONO IN QUESTO FASCICOLO".

Risponde l'Avvocato di parte civile, De Vecchi:"IO HO AVUTO DAL FRATELLO DELLA BALDOVIN, Ing. ARMANDO BALDOVIN, UN FASCICOLO CON UNA SERIE DI DENUNCE"(le famose 17 denunce)

GIP: "E NON SONO MAI STATE VISTE NE' DA ME NE' DAL TRIBUNALE"

AVV. De Vecchi:"SONO QUA, ME LE HA DATE"

GIP:"QUINDI NOI STIAMO PARLANDO DI COSE CHE NON ESISTONO. ALLORA SAREBBE ANCHE OPPORTUNO CHE IO AVESSI CONOSCENZA DI QUESTI ATTI CHE NON HO MAI VISTO"

AVV.De Vecchi:"PUO' DARSI CHE SIANO SPARSI IN VARI FASCICOLI APERTI DALLA PROCURA E QUINDI NON UNIFICATI, QUESTO NON GLIELO SO DIRE"

Pubblico Ministero:"GIUDICE NELLA COMUNICAZIONE DI NOTIZIA DI REATO"

GIP:"MA LA COMUNICAZIONE E' UNA SINTESI; A NOI INTERESSA PIU' CHE LA SINTESI,CHE NON CI DICE NIENTE, L'ANALISI PER AVER DEGLI ATTI DA VALUTARE"

Pubblico Ministero:"SIGNOR GIUDICE, MA LA PROCURA, CHIARAMENTE PER RISPONDERE A QUELLO CHE DICE L'AVV. DE VECCHI FA LE SUE SCELTE OPERATIVE: NOI TUTTO QUELLO CHE DOBBIAMO DEPOSITARE, LO DEPOSITIAMO"

AVV. De Vecchi:"COMUNQUE IO L'HO PRODOTTO AL MIO CONSULENTE PERCHE' SI FACESSE UN'IDEA DELLA SITUAZIONE"

GIP:"MA A ME STA BENE, SICCOME A ME INTERESSA CONOSCERE LA VERITA' SOSTANZIALE E NON FORMALE, MA POI ARRIVIAMO SEMPRE A UNA VERITA' FORMALE, PERO' PIU' ELEMENTI ABBIAMO PER CERCARE DI RAGGIUNGERE LA VERITA' SOSTANZIALE E PIU' SIAMO CONTENTI. QUINDI C'ERA UN ALTRO ELEMENTO CHE IO NON CONOSCEVO"

AVV. De Vecchi:"LE PRODURRO' TUTTO IL FASCICOLO"(quello delle 17 denunce)

GIP:"NO, A ME NON INTERESSA PIU' PERCHE' CHIUSO QUESTO GLI ATTI RITORNANO AL PUBBLICO MINISTERO. COMUNQUE LEI SAPEVA DI COSA SI TRATTAVA"

CHIEDIAMO QUINDI alla luce di quanto sopra dichiarato dal GIP di accertare che fine abbiano fatto le 17 denunce presentate dalla defunta Sig.ra Baldovin, atteso che, come è logico dedurre, avrebbero dovuto essere accorpate nell'unico procedimento penale aperto nei confronti del Kovac e quindi portate alla conoscenza sia del Pubblico Ministero che del GIP, anche in considerazione del fatto che la Procura di Belluno non è certo, per diemensioni e complessità, la Procura di Roma o Milano.

Quanto sopra appare gravissimo dal momento che se è vero che le 17 denunce presentate dalla Sig.ra Baldovin NON SONO MAI STATE VISTE nè dal GIP nè dal Tribunale, allora viene logico chiedersi sulla base di quali elementi i giudici abbiano agito nei confronti del Kovac, quando hanno disposto delle misure restrittive della sua libertà per impedire che mettesse in atto il suo intento delittuoso?
Misure che si sono poi rivelate insufficienti di fronte alla gravità della situazione e stante l'intento criminoso del bosniaco.
Ad avviso della scrivente Associazione, è più che mai necessario che siano disposte iniziative di accertamento delle responsabilità al fine di verificare chi abbia sbagliato, o per negligenza o per omissione, ed adottare i conseguenti provvedimenti disciplinari.