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    Predefinito Genova 20 luglio 2002:onore a Carlo Giuliani!

    Un anno fa il 20 luglio a Genova si consumava l'assassinio di un giovane, Carlo Giuliani, ammazzato a colpi di pistola da un carabiniere al termine di una giornata di scontri provocati dalla polizia e dai vari corpi speciali dello Stato.Vorrei anche ricordare le ignobili strumentalizzazioni di chi dopo aver buttato irresponsabilmente migliaia di persone alla conquista della famosa "Zona Rossa" oggi mendica qualche posticino nei consigli comunali oppure in coalizioni di centrosinistra.

    E' importante anche ricordare tutti recenti tentativi di depistare le indagini e le responsabilita' con perizie artefatte e testimonianze contraddittorie tese a garantire l'impunita' a chi ha ammazzato Carlo come sempre è accaduto in Italia quando a morire è un manifestante.

    Voglio anche ribadire che non mi piace affatto il tentativo di vari gruppi (disobbedienti, tutine bianche , PRC e compagnia) di egemonizzare la "ricorrenza" per rilanciare le loro ambigue parole d'ordine tendenti a far confluire i giovani nel pastrocchio riformista dell'Ulivo e ad annacquare ogni istanza antagonista.

    ONORE A CARLO GIULIANI!

  2. #2
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    Predefinito

    da la Repubblica

    Continua la battaglia di perizie intorno alla morte del giovane
    Per i consulenti di parte Placanica sparò addosso al ragazzo Giuliani,
    l'altra verità
    "Il proiettile non fu deviato". Respinta la tesi del calcinaccio che sposta
    la traiettoria
    "Lo dimostra lo stesso filmato della Digos"
    di CARLO BONINI e MASSIMO CALANDRI


    GENOVA - La verità di Piazza Alimonda è in un doppio battito di palpebre.
    Due secondi e 24 centesimi. Cinquantasei fotogrammi. In questo spazio che
    separa la vita e la morte di Carlo Giuliani, una Beretta 92 Sb
    semiautomatica, un calcinaccio, una jeep, due proiettili calibro 9
    parabellum, un sordo e impastato rumore di fondo lacerato dai picchi sonori
    di due esplosioni. Un soffio di violenza che imprigiona il dramma di due
    ragazzi e su cui un pubblico ministero, Silvio Franz, va cercando una parola
    conclusiva capace di determinare il destino del sopravvissuto di quella
    giornata di sangue, il carabiniere ausiliario Mario Placanica. Innocente
    trasformato dal capriccio del caso in assassino per necessità. O, al
    contrario, omicida per inescusabile colpa, per eccesso di legittima difesa.

    I quattro periti del pm (Carlo Torre, Paolo Romanini, Nello Balossino,
    Pietro Benedetti) una parola conclusiva l'avevano promessa per la fine di
    luglio e in 32 punti, cinque settimane or sono, ne avevano anticipato la
    sostanza. Placanicà sparò - avevano scritto - perché costretto dalla
    necessità di doversi difendere da un'aggressione furiosa e ormai prossima al
    bersaglio. Ma in aria. Dove la sfortunata quanto incredibile carambola con
    un calcinaccio aveva trasformato un proiettile innocuo in un colpo di
    grazia. La scienza balistica e delle immagini - avevano promesso - avrebbe
    sostenuto la conclusione, al di là di ogni ragionevole dubbio.

    Bene, quella parola definitiva per la fine di luglio non ci sarà. I 32 punti
    di conclusioni provvisorie sono state ricacciate nel limbo dell'ipotetico.
    Su richiesta degli stessi periti della Procura, tornano ad essere lettera
    morta o, quantomeno, sospesa, per la cui verifica si è ottenuto un
    supplemento di indagine fino al 18 settembre. Cosa è dunque davvero accaduto
    in quei due secondi e 24 centesimi? Repubblica ha avuto accesso ai
    documenti, ai referti, alla complessa scansione di immagini e suoni che nei
    sei mesi appena trascorsi sono andati raccogliendo e organizzando i quattro
    periti di parte (Claudio Gentile, Giorgio Accardo, Roberto Ciabattoni,
    Ferdinando Provera) incaricati dalla famiglia Giuliani e dal suo legale
    Giuliano Pisapia di rendere forse meno insensato il dolore. Anticipandone la
    "discovery", li restituiamo al giudizio di ciascuno per quel che sono. Nudi
    fatti. Nulla di più. Nulla di meno.

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    Luna Rossa e il Vhs Digos - Per poter capire, in quell'affollato pomeriggio
    del 20 luglio 2001 è importante fare pulizia. Del prima, del dopo, del
    durante superfluo. Conta fermare la moviola al cuore dei 1300 fotogrammi
    girati in piazza Alimonda dagli operatori della cooperativa "Luna Rossa" e
    acquistati da Rai e Mediaset. Cerchiare in rosso i "frame" decisivi e ad
    oggi inediti restituiti all'indagine nelle ultime settimane da un nastro
    "Vhs" annotato agli atti della Procura come "Filmato B estrapolato dalla
    videocassetta catalogata con il numero 21 e acquisita dalla Polizia
    scientifica".

    Montati tra loro, i filmati costruiscono un'ordinata sequenza in grado di
    osservare la scena di Piazza Alimonda da più angolazioni. Dal retro del
    defender dei Carabinieri, dal suo fianco sinistro, dove la telecamera della
    polizia riprende medesimi eventi da una diversa prospettiva. Immaginando un
    ordine crescente, in cui ogni "frame" ha un numero, conviene sincronizzare
    la scena e le immagini che la fissano al fotogramma numero 180.

    Sono le 17 e 27 minuti del 20 luglio. Mario Placanica arma la sua Beretta. A
    Carlo Giuliani restano due secondi e 24 centesimi di vita. La scena della
    piazza è fissa nell'attimo che precede il dramma. Il defender dei
    carabinieri con a bordo gli ausiliari Mario Placanica, Dario Raffone e
    Filippo Cavataio (l'autista), ha il muso incastrato in un cassonetto che
    chiude la più naturale delle vie di fuga. E' circondato, fatto bersaglio di
    un primo assalto a colpi di trave, bersagliato dal lancio di un estintore
    che, rimbalzando sulla ruota posteriore della jeep è ora sull'asfalto.

    Fotogramma 189. Sono passati 36 centesimi di secondo da quando Placanica ha
    retratto il carrello della sua Beretta innescandola. Il suo braccio si
    tende, Carlo Giuliani è chino nell'atto di raccogliere l'estintore
    sull'asfalto. I fotogrammi di "Luna Rossa" e quelli della Digos lo collocano
    nella medesima postura e posizione. E' di profilo a tre metri e 0,6
    centimetri dal retro del defender (mandate a mente questo dato). Diviso ora
    dalla morte da un solo secondo e 68 centesimi.

    Lo sguardo e la volontà - Spostiamoci dentro il defender. Abbiamo detto del
    braccio teso di Placanica. Della sua Beretta ormai armata. Ma è davvero il
    braccio di Placanica quello teso? Scrivono i periti dell'accusa nelle loro
    conclusioni provvisorie: "Le mani che impugnano l'arma sono altamente
    attribuibili al Placanica". "Altamente attribuibili". L'espressione tradisce
    un giudizio probabilistico che non regala dunque certezze. A sormontare il
    corpo di chi impugna l'arma è infatti un altro carabiniere che, rivolto
    verso il posto di guida del defender, copre il lato sinistro del proprio
    volto con una mano.

    Chi è quel carabiniere? Se è Placanica che spara, non può che essere
    Raffone. Ma se è Raffone, vuol dire allora che Placanica ha mentito alla
    Procura o, quantomeno, ricorda male. Nell'immediatezza dei fatti, Placanica
    racconterà infatti a verbale di aver esploso quei colpi in una posizione
    innaturale, mentre con il corpo proteggeva Raffone. E' un dettaglio non
    secondario che fa a pugni con le immagini e lascia sospesa una domanda cui
    ripetuti esami antropometrici di comparazione fotografica non hanno saputo
    dare risposta definitiva. I profili di Raffone e Placanica appaiono infatti
    identici. Stesso taglio di capelli, simile ovale. Mani di medesima
    complessione.

    Con certezza non se ne verrà mai a capo. Come con certezza non si è ancora
    venuti a capo della curiosa doppia manomissione rintracciata sulla spina
    conica che sorregge l'affusto della Beretta di Placanica e con lui il dente
    che in ogni arma dà l'imprinting ai bossoli che espelle. "Manutenzione di
    fabbrica di un anno prima", ha spiegato l'Arma. Ma tant'è. Placanica dice di
    aver sparato, dunque Placanica spara. Lo fa al fotogramma 231. Poco più di
    un secondo dopo aver armato la Beretta.

    Quando esplode il primo proiettile, il calibro 9 parabellum che raggiunge
    Carlo Giuliani allo zigomo sinistro martoriandone il cervello. Cosa ha
    catturato lo sguardo di Placanica in quell'attimo? Cosa può la volontà di un
    uomo in un secondo? Che Placanica abbia già spinto il colpo in canna prima
    ancora che Carlo Giuliani raccolga l'estintore lo dice lui stesso, lo
    conferma la sequenza delle immagini. Ma ha armato la sua Beretta per
    uccidere?

    Minaccia e deviazione - I periti della Procura, sulla scorta dell'ormai
    celebre foto Reuters, definiscono l'ultimo secondo di vita di Carlo Giuliani
    con una meccanica corporea che lo condanna. Il ragazzo raccoglie
    l'estintore, lo carica sollevandolo al disopra delle spalle, compie ancora
    un passo che dimezza la sua distanza da 3 metri e 0,6 a un metro e cinquanta
    dal Defender. Si trasforma da minaccia ipotetica, in pericolo attuale e
    immediato. Il colpo che lo uccide è esploso da chi, all'interno del
    defender, improvvisamente vede comparire nel proprio ristretto campo visivo
    la minaccia che lo perderà. Di più. Il colpo che lo uccide - azzardano i
    periti della Procura - non è neppure indirizzato alla sua vittima. Ma in
    aria, dove incrocia il volo di un calcinaccio che ne devia il percorso, ne
    crepa la camicia di piombo, ne rallenta la corsa spingendolo ad una
    carambola che conclude la sua corsa nello zigomo sinistro di Carlo Giuliani.

    E' così? Torniamo al fotogramma 231. E' un'immagine nitida, non sospetta di
    interessate manipolazioni perché estrapolata dal nastro Vhs prodotto dalla
    polizia scientifica. Carlo Giuliani ha l'estintore sospeso sopra le spalle,
    un fiotto di sangue che zampilla dallo zigomo sinistro. I suoi piedi sono
    paralleli. E' dunque questo l'istante in cui viene colpito. Dal momento in
    cui ha raccolto l'estintore è trascorso un secondo e 68 centesimi.
    Esattamente il tempo di girarsi in direzione del defender e cominciare la
    fase di carico dell'estintore che ne precede il lancio. Ora, se è vero che
    nel momento in cui Giuliani raccoglie l'estintore la sua distanza dal
    defender è pacificamente collocata a tre metri e 06 e che un secondo e 68
    centesimi dopo le sue gambe, nell'immagine della polizia, appaiono
    parallele, con il corpo arcuato nell'atto del lancio, è evidente che la sua
    distanza da Placanica non possa che essere rimasta sostanzialmente quella
    che lo divideva dal bersaglio al momento della raccolta dell'estintore. Tre
    metri e 0,6. Sostenere il contrario, significherebbe immaginare che Giuliani
    abbia in quel secondo e mezzo fatto quello che forse un decatleta nello
    slancio di una competizione riuscirebbe a fare. Coprire un metro e mezzo
    dopo aver raccolto e caricato sopra le proprie spalle un peso di qualche
    chilo.

    Si dirà: d'accordo, ma se pure Giuliani era a tre metri di distanza resta la
    deviazione del calcinaccio che dimostrerebbe l'intenzione di Placanica di
    sparare in aria. Ad una velocità di immagine normale non sembrano esserci
    dubbi. Giuliani si avvicina al defender quando, contemporaneamente al rumore
    dello sparo, nel campo visivo appare un calcinaccio sbriciolarsi nel suo
    volo verso la parte posteriore del tetto del defender. E' un inganno che il
    più attento esame delle immagini smaschera come tale.

    Il calcinaccio - Basterebbe ricordare che la velocità della luce è superiore
    a quella del suono per concludere che il rumore dello sparo e lo
    sbriciolarsi del calcinaccio raccontano eventi non contemporanei. Che lo
    sparo (il cui rumore viaggia alla velocità del suono) necessariamente
    precede lo sbriciolarsi del calcinaccio (la cui immagine corre con luce). Ma
    per averne la prova è sufficiente tornare alla moviola. Fotogramma 231,
    Giuliani è stato colpito, il calibro 9 di Placanica ha già raggiunto il
    bersaglio. Nessun calcinaccio, in questo istante, appare nel campo visivo.

    Fotogramma 235. Eccolo il calcinaccio. Sono passati 16 centesimi di secondo
    dall'esplosione ed è ancora perfettamente integro, visibile nella sua curva
    impressa da chi lo ha lanciato, mentre si piega in velocità sulla parte
    posteriore del defender per poi sbriciolarsi, un "frame" dopo (4 centesimi
    di secondo), sullo spigolo del tetto, all'altezza della seconda "i" della
    scritta "carabinieri", dove lascerà una visibile rientranza nella
    carrozzeria.

    E' semplice. Chiaro. Il proiettile che uccide Giuliani non viene deviato. O,
    quantomeno, non dal calcinaccio. Non viene dunque esploso in aria, ma ad
    altezza d'uomo (un metro e 70 circa), come del resto il secondo che andrà a
    conficcarsi a 23 metri di distanza e 5 metri e 20 di altezza, seguendo
    un'angolo di tiro di 10 gradi, che certo tutto suggerisce meno una canna
    della Beretta rivolta verso l'alto. E' tutto. Né pare aggiungere alcunché, e
    tantomeno poter ribaltare le conclusioni, il dettaglio delle microtracce "di
    elementi di frequente osservazione nei materiali per l'edilizia e le
    vernici" trovate su frammenti della camicia del proiettile esploso da
    Placanica e trattenuti dal passamontagna di Giuliani. La circostanza nulla
    dice se non che quelle tracce ben potevano essere presenti sullo zigomo e il
    passamontagna di Giuliani prima che venisse raggiunto dal proiettile (aveva
    maneggiato calcinacci prima di morire e nulla impedisce che con le mani si
    fosse strofinato gli occhi urticati dai lacrimogeni).

    Questo dunque accadde nei due secondi e 24 centesimi che hanno cancellato
    una vita e cambiato il corso di un movimento.

    (17 luglio 2002)

 

 

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