Prima della pioggia di Luglio
Di Marco Antonio Garaventa [volontario del soccorso della Croce Rossa Italiana]
Il racconto è stato scritto in base ai ricordi dell'autore. In seguito al tempo trascorso dai fatti e a causa della confusione che regnava in quei giorni gli eventi descritti possono non essere perfettamente ordinati da un punto di vista cronologico.
Estate del duemilauno
L'inverno non era stato clemente e neppure l'estate pareva scherzare. In questi ultimi giorni di luglio la temperatura era diventata incompatibile con la vita umana. Il sole era a pieno regime e l'aria era carica d'umido. I vestiti s'incollavano alla pelle pochi istanti dopo essere stati indossati. Si annunciava tempesta ma non dal cielo e si sudava ancora di più. Una settimana prima era esplosa una bomba a Genova. Il G8 per noi era arrivato proprio come un tuono che annunciava che quella tempesta era imminente. Un tuono che scosse tutto il quartiere di San Fruttuoso alle dieci di mattina e in poche ore agitò tutto il resto dell'Italia, giusto il tempo che i mass media riuscissero a diffondere la notizia. Una busta recapitata al comando locale dell'Arma esplose fra le mani dell'agente di leva che visionava la posta. Il ragazzo aveva circa la mia età, perse una mano ed un occhio. In quella settimana nella città si avvertiva la tensione salire d'istante in istante. La gente per strada scherzava ma non rideva. I tombini venivano saldati. Per strada si vedevano sempre più macchine delle forze dell'ordine e militari. Agenti in borghese, riconoscibili a colpo d'occhio, si aggiravano per tutta la città e controllavano, facevano domande, fotografavano, insomma si davano da fare. Presso i vicoli e le vie più centrali s'erigevano barriere di griglie di metallo e non si parlava che di zona rossa e zona gialla. La città pian piano si svuotava dai civili. La situazione non era meno seria da noi in sede. Ogni poche ore venivamo allertati per una "missione bomba". Consisteva nell'andare nella zona dove gli artificieri controllavano l'eventuale presenza di bombe. Ufficialmente andavamo per essere in grado di agire immediatamente in caso di detonazione e aiutare gli artificieri. Io credo che in caso d'esplosione non fosse l'uomo che aveva l'ordigno da soccorrere ma quelli intorno. Altrettanto ufficialmente tutte quelle emergenze furono per "sospetto ordigno". Personalmente un paio di volte vidi nei volti degli operatori, nei loro modo di muoversi e nelle mezze frasi udite per caso un atteggiamento da "bomba verissima" almeno in un primo tempo. Ammirai moltissimo quegli uomini per le loro capacità e il coraggio. La settimana che anticipava il G8 fu fatta soprattutto di lunghe chiacchierate a cercare d'immaginare cosa poteva accadere e a pianificare le nostre reazioni e necessità. Moltissimi volontari d'altre sedi della Croce Rossa Italiana comunicarono la loro sicura presenza durante il vertice offrendo così un utilissimo quanto indispensabile aumento delle nostre risorse umane. La nostra sede sarebbe diventata molto stretta e difficile da gestire. Dovevamo badare a nutrire tutti, ad offrire mezzi idonei al soccorso, organizzare le squadre con personale misto genovese. In poche parole dovevamo essere efficienti e pensare a tutto prima perché, come ben sappiamo, quando poi si è nella bratta non si ha il tempo di risolvere molti problemi. Nel frattempo il centodiciotto istituiva alcune nuove procedure per questa emergenza. Partecipammo ad una riunione presso l'ospedale San Martino nel quali vennero esposte molte cose interessanti. Ci venne spiegato come trattare i feriti colpiti da gas lacrimogeno e come comportarci in caso attentato terroristico. Si parlò della possibilità di un'interruzione dei ponti radio e telefonici, della possibilità di passare in trasmissione radio simplex e creare ponti radio mobili con i nostri stessi mezzi da soccorso nell'attesa ne venissero cerati nuovi d'emergenza. Ci vennero dati importanti consigli sull'abbigliamento. Doveva essere ben chiaro chi fossimo perciò divise complete e nessun suppellettile che potesse essere collegato alle forze dell'ordine. La serata fu lunga, molto spesso ripetitiva e noiosa ma tutti fummo molto attenti e pazienti. Il giorno dopo la Croce Rossa di Ronco Scrivia depositò un container sala medica nel nostro autoparco. Quel parallelepipedo occupò un'importante zona parcheggio ma purtroppo non avevamo altri posti dove metterlo. Purtroppo durante l'emergenza si rivelò poco utile, in quel bellissimo ambulatorio mobile poteva essere trattata solo una persona alla volta. Nella sala del bigliardo fu eliminato il calcetto, potrà sembrare una sciocchezza ma fu un fatto molto significativo. Per fortuna venne lasciato il tavolo da bigliardo, non per la sua funzione ludica. Sarebbe risultato molto utile anzi fondamentale durante l'emergenza. Negli stessi giorni, nella stessa stanza, comparve uno scatolone nel quale fummo invitati a gettare le bottigliette d'acqua che consumavamo. Durante il vertice sarebbe state riempite d'acqua per lavare i pazienti colpiti da gas. Molti di noi sorridevano sentendo prevedere tali scene catastrofiche. Speravamo fossero esagerazioni ma la verità fu che neppure chi esagerava si avvicinava con l'immaginazione a quello che sarebbe accaduto. Arrivarono diverse brandine da campo, quelle militari composte da due tubi e otto ferretti trasversali sulle quali si tende un tela verde militare tanto ruvida da sembrare carta vetro. Noiosissime da montare, da smontare e scomodissime per dormirci. Organizzammo un dormitorio nella sala dove in genere teniamo le lezioni, il locale più vasto all'interno del nostro autoparco. Tutti riflettevamo sulle poche, confuse, notizie che giungevano e cercavamo di prevedere cosa sarebbe accaduto. Chi parlava di attentati nucleari veniva controbattuto da quello che affermava che sarebbe stato un grande pic-nic estivo. Il più silenzioso era Andrea. Quando si chiedeva la sua opinione si limitava a fare una smorfia e a dire - Scherzateci poco, secondo me sarà un gran casino -. Lui è così, senza peli sulla lingua ma secondo me ha ragione abbastanza spesso da starlo a sentire quando dice qualcosa.
Il Carlini
Mercoledì sera io, Pietro e un paio d'altri volontari, in abbigliamento civile, andammo al campo Carlini. Ci risultava l'insediamento di anti global più grande di Genova. L'intero prato era sparso di tende intorno ad una grossa infrastruttura. Qualcuno aveva installato un impianto d'altoparlanti e si sentiva una voce maschile che annunciava l'imminente riunione d'organizzazione ma non vi furono grandi reazioni da parte degli insediati. L'elenco delle cose da organizzare era infinito. Turni di controllo, regole interne, movimenti, distribuzione di mappe della città e così via. Io ero andato in quel posto per saggiare le intenzioni delle persone. Attaccammo discorso con ragazzi di tutti i paesi e mi fece piacere sentire che nessuno di quelli aveva intenzione di combinare disastri. I loro volti e atteggiamenti sembravano comunicare gli stessi concetti di non belligeranza. Al contrario mi sembravano ben intenzionati, simpatici e la serata si rivelò molto piacevole. Era tardi quando presso l'ingresso dello stadio scambiammo un paio di parole con dei ragazzi italiani. Notai che il loro modo di parlare e atteggiarsi era molto diverso da quelli degli altri. Quando gli comunicammo che eravamo della Croce Rossa ci fu risposto -Allora preparatevi a lavorare molto perché faremo danni- Uscii dal carlini con quelle parole che risuonavano nella mia mente. Arrivò Giovedì. Il giorno in cui sarebbero arrivati i capi dei grandi otto stati a Genova. Il giorno della prima manifestazione, quella pacifica. Io ero di turno in colonnina presso Piazza Portello. Incontro presso la sede Liguria Emergenza in prima mattina, contatto con l'infermiere che sarebbe salito con noi rimanendo in equipaggio tutto il turno. Si chiamava Roberto, giovane e simpatico. La mattinata passò tranquilla in piazza. Ogni tanto qualche straniero ci chiedeva indicazioni sui percorsi per andare da qui a la. Un paio di giornalisti s'avvicinarono a fare un paio di domande. Ci fu portato il pasto dai nostri colleghi addetti alla distribuzione. La mattinata fu lunga, sempre attenti alle comunicazioni radio del canale tre di soccorso. Spesso ci si telefonava per sentire con più esattezza cosa accadeva nelle altre zone. Intorno a noi due persone, chiaramente agenti, filmavano e fotografavano ogni persona che passava. Ci trovavamo presso un valico della zona rossa, dal lato esterno. Alte griglie di metallo chiudeva la stradina alle nostre spalle e la galleria che portava verso il ponte Monumentale. Verso le ore tre ci venne comunicato che un imponente corteo stava giungendo dal lungo mare in Via Corsica e ci fu ordinato di portarci in presso quest'ultima. Raggiungemmo il luogo e Vittorio mise il mezzo in maniera tale da essere libero di partire in qualsiasi direzione. Dopo circa venti minuti i primi manifestanti apparirono dalla salita. Dopo poco capimmo che il flusso era deciso ad aumentare e prendemmo le prime precauzioni. Tutti indossammo sopra le divise le pettorine in tela catarifrangente bianca con la croce rossa impressa sopra inoltre indossammo i caschetti anch'essi con il simbolo. Volevamo essere il più visibili possibile. In quel momento capii che quei giorni sarebbero stati di puro sudore. A quel punto vestivo una maglietta alla pelle, la giacca a maniche lunghe blu scuro con tanto di simbolo di plastica sulla schiena che causava notevole fastidio.Sopra avevo la pettorina che per quanto leggera si sentiva.Si aggiungeva a questo il caschetto, i pantaloni in tessuto sintetico blu e gli anfibi.Cercavo di bere il più possibile anche quando non ne sentivo il bisogno. Decidemmo che per nessun motivo dovevamo allontanarci oltre i cinque metri dall'ambulanza. Ormai dovevano essere passate almeno cinquemila persone. Tutta la strada era invasa di persone a perdita d'occhio. Solo quella massa di gente, con la loro presenza, bastava a creare una situazione molto seria. Il corteo fu fermato a cinquecento metri da noi ma dal nostro lato continuava ad arrivare folla. Via radio sentimmo che la coda della processione era ancora a quasi un chilometro verso levante. Di fronte a noi passava di tutto. Vecchietti, ragazzi e ragazze più o meno vestite, alcune molto belle! Pelli di tutti i colori, chi urlava, altri suonavano strumenti ma la maggioranza cercava di prendere fiato dopo la salita e respirava profondamente. Quasi tutti erano a piedi ma di tanto in tanto affiorava una cariola, una sedia a rotelle spinta da un ragazzo esausto dalla salita. Passarono anche delle automobili e un paio di camion. Verso le cinque due manifestanti corsero da noi per avvertirci che nell'incrocio appena sotto la nostra posizione c'era stato un incidente stradale fra un mezzo della polizia e una moto. Partimmo e comunicammo che eravamo in missione di soccorso alla centrale. In meno di un minuto arrivammo sul posto. Un furgone della Polizia aveva scontrato una Vespa con due genovesi a bordo. Forse erano gli unici due non manifestanti in zona. Stavano andando a casa a mangiare e non avevano potuto utilizzare altri percorsi. La donna aveva qualche contusione e per sicurezza la posizionammo su barella spinale. Intanto un altro mezzo della croce Bianca era stato fatto avvicinare. Data la minima gravità delle ferite della vittima si decise che il trasporto in pronto soccorso sarebbe stato fatto dall'altra ambulanza che era sprovvista d'infermiere. In tal modo in nostro mezzo con capacità d'intervento maggiori, con a bordo l'infermiere, sarebbe rimasto sul posto e libero per altri interventi. Dopo una mezzora l'ambulanza della Croce Bianca tornò per restituirci l'attrezzatura utilizzata. Il corteo pian piano si sciolse. Alle otto tornammo al centodiciotto per far scendere l'infermiere. Firmammo il rapporto redatto da Roberto e si fece rotta verso casa. La giornata era passata senza nessun intervento particolare. Tornai a casa mia a Pieve insieme a Pietro e Giorgia. Essendo le loro abitazioni in zona rossa li ospitavo durante quei giorni. Era più facile andare fuori Genova a quattordici chilometri di distanza che andare ad un chilometro verso il centro.
Isteria nell’aria
La mattina successiva ci svegliammo verso le sei. Già a quell'ora l'afa toglieva il fiato e l'umidità si poteva vedere. Da Pieve Ligure si distingueva appena la sagoma del promontorio di Portofino. Svegliai Pietro e Giorgia, dopo la colazione ci spostammo con due auto differenti. Arrivando in città, lasciai la mia macchina nel garage di mio fratello. Avevo deciso di posteggiarla li al sicuro, al chiuso. Nel vano dietro tenevo la bicicletta e coprivo quegli ultimi trecento metri che mi separavano dalla sede su due ruote. Chi incrociavo poteva vedere un omino blu con una grossa croce rossa sulla schiena che pedalava disperato nella calura mattutina. A dir il vero non vidi quasi nessuno per le strade. La città era spaventosamente vuota, mi sembrava di vivere nel romanzo "il giorno dei trifidi". Era forse scomparsa tutta l'umanità e non lo sapevo? Sicuramente la fine del mondo doveva essere prossima! Scesi Via Corridoni e ignorai il semaforo che segnava rosso. Uno sguardo a destra. Nessuno. Un altro a sinistra. Ancora di più nessuno. Possibile? Entrai in sede e trovai un clima che rasentava l'isteria. Mille problemi da risolvere. Quella mattina avevano diciannove equipaggi da ordinare e controllare, ben più di una dozzina di mezzi da soccorso, un'automedica per la centrale Genova Soccorso e altre due a nostro uso e tre furgoni da trasporto. A queste unità si doveva aggiungere il personale fisso per la sede. In compenso ci mancavano le maschere antigas, non sarebbero bastate per tutti. Mi venne chiesto da Lavinia di rivedere le squadre in uscita. Tutte dovevano avere a bordo un membro di Genova che conoscesse le strade, un autista, un soccorritore esperto per svolgere la funzione di caposquadra. Dovevo inoltre tener presente le capacità fisiche dei volontari in maniera da non ritrovarmi in equipaggi "deboli". Quindi ancora confuso dal sonno ma con molta volontà passai velocemente in rassegna tutti i volontari che arrivavano da altre sedi e non conoscevo. Avevo bisogno d'inquadrarli in pochi istanti per decidere con chi metterli. Fra tanti incontrai il viso di Luca, soccorritore di Davagna. Lo conoscevo già dall'emergenza per l'alluvione del duemila in Val d'Aosta nella quale avevamo lavorato assieme. Alla fine del mio lavoro io mi ritrovai con lui in squadra sulla Genova settantacinque, l'ultimo arrivo di classe A di Davagna. Era nuovo di zecca, aveva appena i cinquecento chilometri percorsi da Roma alla Liguria. Luca era l'autista. Con noi due un altro suo compagno di Lavagna, Stefano. Ore otto, i mezzi che andavano alle postazioni fisse uscirono per il consueto incontro presso la sede del centodiciotto. Radunammo tutti gli altri equipaggi. L'ordine d'uscita era fisso e immutabile, appesi una copia in vista per tutti. Si poteva leggere il nome della squadra, l'autista e i due soccorritori. I mezzi uscivano con lo stesso ordine in cui erano incolonnati. Alcune squadre erano legate al mezzo sotto la responsabilità dell'autista in quanto entrambi arrivavano da uno stesso comitato esterno a quello di Genova. La lista era stata pensata in maniera da risolvere quel problema. Si chiese a tutti gli equipaggi di essere sempre pronti e di porre massima attenzione a quali squadre uscissero. Andava considerato "preallarme" quando la propria squadra diventava terza in partenza. A quel punto la squadra doveva assolutamente rimanere unita e presso l'entrata della sede. Quando si era di seconda uscita ci si portava vicino al mezzo. A tenere ordine nelle manovre c'era Debora che armata di blocco con lista d'uscita e matita segnava i mezzi usciti e chiamava all'ordine gli equipaggi. Come si dice sulla portaerei era il direttore di ponte, il "miniboss". Si fecero le nove e intanto non accadeva nulla. Corso Gastaldi era incredibilmente vuota, la città appariva surreale. Le poche macchine che passavano erano tanto sole da sembrare perdute. Gruppetti di manifestanti passavano creando isole di rumore che si disperdeva dopo qualche secondo. In sede si respirava tensione e ansia. Eravamo pronti e dentro di me due emozioni contrastanti si combattevano. Sentivo il desiderio di lavorare e dimostrare ciò che potevamo fare ma nel contempo speravo non accadesse nulla. Dopo quasi due ore d'inattività il destino della nostra città si manifestò rapidamente. Alcuni volontari si trovavano presso il cancello d'ingresso della sede. Da quel punto si poteva vedere dall'alto il centro della città. Sentii che alcuni di loro ci chiamavano con tono agitato. Corsi su per la breve salita e osservai. Di fronte a noi una nuvola nera stava salendo da quella che doveva essere la piazza di fronte alla stazione di Brignole. Alzai il volume della radio portatile che avevo al fianco e sentimmo le voci del nostro mezzo che si trovava proprio in quella piazza. I miei due amici, Francesco detto "Galle" e Simone stavano comunicando alla centrale centodiciotto che si stavano spostando in tutta fretta. Era in corso uno scontro fra manifestanti e forze dell'ordine. Ad un lancio d'oggetti, forse bottiglie incendiarie, i carabinieri stavano rispondendo con il gas lacrimogeno. Una gran massa di manifestanti si stava dividendo spostandosi in parte verso il mare e in parte verso la nostra sede. Le comunicazione vennero disturbate dalle sirene dell'ambulanza. Sentii il mio cuore che iniziava a pulsare più forte. "Allora accade davvero!" pensai. Altre voci ci chiamarono dal basso. L'autoparco ha due cancelli. Uno dei due da su via Dassori. Scesi i pochi metri di rampa. Attraverso le grate del cancello potevamo vedere che un nutrito gruppo di manifestanti, tutt'altro che pacifici, stavano marciando verso di noi distruggendo tutte le poche auto parcheggiate. Furono chiusi i cancelli su Corso Gastaldi e mi portai vicino alla mia ambulanza. Avevo già violato una regola. Io ero il primo equipaggio in partenza perché le prime due ambulanze erano uscite per dei trasferimenti di pazienti da un ospedale ad un altro. Non avrei dovuto allontanarmi dal mio mezzo. Il tempo di raggiungere Luca e Stefano affianco alla Genova settantacinque e il telefono delle emergenze suonò. Debora chiamò la squadra e le segnalammo che eravamo pronti. Ci fu passata la missione. Un foglietto sul quale si poteva leggere: "Pzzl Kennedy porticciolo india2 " A voce ci venne rapidamente spiegato che presso il porticciolo di Piazzale Kennedy si aggirava una donna anziana apparentemente ferita ad un braccio. Il centodiciotto ci consigliava prudenza perché in zona si stavano schierando molti manifestanti e molte forze dell'ordine. Ci aprirono i cancelli e Luca portò l'ambulanza su per Corso Gastaldi. Presso l'incrocio della Casa dello Studente una troupe della Rai ci filmò mentre affrontavamo la curva in sirena. Luca gli donò una bella inquadratura svoltando attorno all'operatore di telecamera per imboccare Via Corridoni. Ci portammo sul target e con Stefano scesi dal mezzo. Bombola ossigeno e zaino da soccorso iniziammo a cercare la vittima. Non si trovava. Diversi passanti ci dissero d'averla vista andare verso est lungo la passeggiata. Intanto intorno a noi la situazione si faceva sempre più seria. Tutto il lungo mare era pieno di manifestanti. A cento metri da noi, in piazzale Kennedy, un numero infinito di poliziotti si stavano schierando e potevo vedere che in due o tre punti c'erano già degli scontri in atto. Ricordo le scie dei lacrimogeni che iniziavano a segnare lunghe curve in aria. Noi ci stavamo allontanando lungo la passeggiata. Luca ci seguiva per la strada parallela a noi. Ci fermammo quasi a Punta Vagno e chiesi l'opinione a Stefano. Continuare a cercare in quella direzione? Chiamai la centrale con il mio telefonino e spiegai la situazione. Ormai eravamo oltre duecento metri almeno dal target indicato e non avevamo trovato nulla. Ci fu consigliato di continuare a cercare con prudenza ma di ritirarci immediatamente nel caso la situazione diventasse pericolosa. L'operatore mi ricordò che le forze dell'ordine si stavano scontrando in quel momento dietro di noi, dalla foce. In quel momento intorno a noi scoppiò il panico. La folla ci c'investì. Afferrai un braccio a Stefano per non perdere il contatto con il mio collega. Volevo raggiungere il bordo del marciapiede dove alcune aiuole ci avrebbero protetto da quell'onda. Sentii alcuni scoppi e non ne compresi la natura fintanto che un cilindretto non rimbalzò lasciando una densa scia bianca pochi metri dietro il mio collega. Mi guardai attorno e vidi molte altre sorgenti di fumo bianco. Lacrimogeno! -Gas!-gridai a Stefano. Il nostro mezzo era proprio al di là di una nube che ormai era troppo alta. La folla si era violentemente spostata a valle. Io e Stefano eravamo quasi soli nel gas. Ormai non vedevamo più nulla e iniziavo ad avere difficoltà a respirare. Sentii inserire le sirene della Genova settantacinque e il motore che si alzava di giri e si allontanava. Un'inchiodata e di nuovo uno stridere di ruote. Luca, il nostro angelo custode, aveva fatto inversione ed era tornato indietro dove la sede stradale permetteva di salire il marciapiede, troppo alto presso di noi. Sentii il mezzo inchiodare dietro la mia schiena.Trovai il portellone a tastoni. Entrammo entrambi dietro e appena chiusi il portello Luca partì a razzo. In quel momento ci trovavano nell'occhio del ciclone. Nel vuoto fra forze dell'ordine e manifestanti. Dopo che la folla era stata spinta lontano da noi altri agenti l'avevano caricata dalla parte opposta e la stavano spingendo nuovamente verso di noi. Il nostro autista ci stava portando velocemente fuori dai guai. Mi chiesi come poteva tornare sulla strada perché di fronte, ricordavo bene, non c'erano punti in cui ci fosse l'invito per giungere sul manto stradale. Un istante dopo l'ambulanza si staccava dal suolo e ricadeva sulla corsia lato mare di Corso Italia. Luca aveva sterzato e aveva fatto saltare il mezzo giù dal gradino. Di fronte a noi potevo intravedere fra le mie lacrime un nutrito fronte di mezzi e agenti che prontamente si aprirono un istante per consentirci di passare. Arrivammo al Bar Italia dove era ferma un'automedica in attesa d'istruzioni. Tossivo ancora quando, i miei occhi erano cotti dal gas. Mi preoccupai di afferrare la mia maschera e fissarla alla mia cintura. -La prossima volta portatela con voi-disse Luca dopo essersi tolto la sua(Questa fu la prima lezione riguardo gli scontri urbani per un soccorritore). -Problemi?-ci chiese il medico -Gas e scontri a trecento metri verso la fiera-gli risposi -Addirittura da mettersi la maschera?-ci chiese con un tono che mi fece comprendere che ci riteneva i soliti volontari esagitati. Lo guardai tossendo e con gli occhi gonfi di lacrime. Intanto il traffico radio si era intensificato. Sentivamo d'altri mezzi nel mezzo degli scontri. Chiesi istruzioni al centodiciotto. Mi risposero di tenere la posizione. Era probabile che servissimo in quel punto.Gli scontri si spostavano verso di noi. La piazza in cui ci trovavamo è un noto luogo di ritrovo. In quel punto si trova una famosa gelateria e un bar tavola calda con tavoli all'esterno che godono di una fantastica vista sul golfo. Noi eravamo fermi di fronte a questi locali. In quel momento potei constatare cosa significa trovarsi in una situazione surreale. Distanti solo un chilometro si trovavano le otto persone più influenti del globo, a meno di trecento metri la città era scenario di scontri fra manifestanti di tutto il mondo. Uomini e donne molti con intenzioni pacifiche, altri decisamente bellicosi, si stavano scontrando con le forze dell'ordine. Storie di ragazzi che cercavano riparo e una via di fuga, di black block con la stessa forza devastante delle cavallette, di ragazzi della mia età in divisa impauriti o imbestialiti che cercavano di ubbidire agli ordini. Li eravamo noi, appena usciti dalla nostra prima esperienza di guerriglia urbana e un equipaggio del centodiciotto che presto avrebbe avuto il suo battesimo del fuoco. Consapevole di quello che stava accadendo la figura della vecchietta col cane che passò fra me e il bar mi fece guardare attorno. Vidi persone sedute sulle sedie del bar, bambini nei giardini alla mia sinistra che giocavano sotto lo sguardo attento dei genitori. Ragazzi che prendevano il sole sul muretto. Non potevo credere a quello che vedevo. Le mie orecchie sentivano le comunicazioni delle altre ambulanze: fumo, scontri, gas, fuoco, cariche delle forze dell'ordine. Tutto attorno a noi, distanti al massimo cinquecento metri. Situazioni che si spostavano da un luogo all'altro con una velocità sorprendente. Queste persone ignare a prendere il sole. Com'era possibile che non sapessero cosa stava accendo? Adesso a mesi di distanza ho maturato il pensiero che spesso la gente è disinformata perché lo vuole essere. Meno si sa meno problemi si hanno. Si eliminano le responsabilità e si vive tranquilli. Si vive. Non so se questo è vivere. Con calma mi avvicinai ai genitori dei bambini presso i giardini. Li informai che si trovavano in una situazione potenzialmente molto pericolosa. Mi preoccupai di tenere la radio portatile alla cintura con il volume udibile anche per loro. I miei colleghi si avvicinarono a confermare la situazione. Chiesi loro in quale posizione si trovassero le loro case. Sapendo che dovevano attraversare le zone più calde consigliammo loro di spostarsi verso levante e di aspettare un momento di maggiore calma. In fondo se volevano passare una tranquilla domenica in riva al mare Camogli, Recco e giù di li andavano benissimo. Pochi minuti dopo l'automedica fu chiamata in servizio e sparì in direzione centro. Alla radio potevamo riconoscere le voci dei nostri amici. Le loro voci esprimevano le emozioni con le quali ricorderò quei giorni. Stupore, paura e tensione. Noi eravamo fermi. Avevamo richiamato la centrale e ci era stato confermato l'ordine di rimanere in posizione. Tutti e tre fremevamo di tensione. I nostri colleghi erano al lavoro e stare fermi costava molta fatica. Sapevamo che gli scontri dai quali eravamo usciti invece che spostarsi nella nostra direzione si erano mossi in quella opposta. In Corso Sardegna e Corso Torino la battaglia aveva raggiunto un'intensità tale da non riuscire più a quantificare i feriti e la necessità di mezzi da spostare in zona. In attesa di ordini, poiché siamo volontari e non martiri, io e Luca entrammo al bar. Per esperienza vissuta so che quando si è in servizio si deve prima pagare e poi consumare in maniera da poter abbandonare tutto in pochi secondi. Chiesi alla cassa due caffè. Il gestore voleva non farci pagare e vi fu un tira e molla con lui. Non mi piace approfittare della divisa. Da parte sua fu un gesto molto gentile che dimostrava la gratitudine che riservava nei nostri confronti. Li consumammo con calma e uscimmo. Dopo altri minuti d'attesa presi il mio telefono cellulare e chiamai il centodiciotto. Mi rispose Alfio, noto operatore della centrale. -Sono la Genova settantacinque, noi siamo fermi dalla gelateria Italia da quasi quarantacinque minuti. Qui non accade nulla, dammi un target- -Fermi?Perché?-il suo tono era quello di una persona stupefatta. -Qualche tuo collega ci ha dato quest'ordine- -Allora Genova settantacinque vai in Corso Torino in codice giallo- -A che altezza di Corso Torino?- -Tu va in Corso Torino e vedrai. State attenti!- l'ordine era stato chiaro. Mi voltai verso Luca che era al posto di giuda. -Corso Torino- la mia voce era piatta, non capivo molto bene. -Corso Torino dove?- disse l'autista avviando il motore. -Mi ha detto di andare e basta, la situazione deve essere peggiore di quanto possiamo immaginare- Ci guardammo un istante tutti e tre. -Mi sa che stiamo per andare nella bratta- disse Stefano dal finestrino del vano sanitario dopodiché allungò la mano e afferrò la sua maschera antigas, appesa al faretto da ricerca fra me e Luca. Luca fece uno strano sorriso, accese sirene e lampeggianti e fece partire il mezzo. -Non passare per la galleria di Piazza Palermo!- gridai per contrastare le sirene. -Kappa!- -Non voglio trovarmi chiuso in un buco- Mi voltai a parlare a Stefano -Sicure alle porte abbassate. Si scende solo all'ordine di Luca e rimaniamo spalla a spalla- L'amico dietro alzò il pollice in risposta. Arrivammo in fondo a Corso Italia, sentii il motore alzarsi di giri e Luca inserì la seconda. Voltammo verso nord. Di fronte a noi si vedeva fumo fiamme ovunque. Dei black block stavamo tenendo in scacco le forze dell'ordine. I ragazzi in nero si spostavano rapidamente da una zona all'altra della larga strada. Non sapevo dove guardare. In diversi punti vedevo chiazze di sangue per terra. Luca continuò ad avanzare a velocità più bassa evitando gli innumerevoli ostacoli costituiti sia da oggetti che da persone. Nuvole di gas si spostavano fra gli alberi e sagome sparivano in esse come fantasmi. Mi venne l'idea di inserire l'aria condizionata e il ricircolo. -Forse riusciamo a tenere fuori il gas!- dissi. In quel momento di fronte a noi la strada era chiusa da un fronte di poliziotti in assetto completo e manifestanti ben attrezzati che li contrastavano. L'ambulanza sterzò e c'infilammo nel controviale che risultava libero. A pochi metri da noi alcune persone richiamarono la nostra attenzione. Con loro, seduto e con la schiena appoggiata ad un albero, un uomo aveva il viso completamente insanguinato. -Guarda la!- -Visto, l'ho visto!- gridò Luca concentrato per evitare bottiglie e pietre sparse sull'asfalto. -Siamo vicini a quelli -aggiunse Stefano indicando la battaglia a pochi metri da noi. Ci fermammo ad un paio di metri dal ferito. -Lanciano gas!Maschere!-era la voce di Luca. Tolsi il caschetto e indossai in pochi istanti la maschera. Un colpo secco ad ognuno dei cinque laccietti per stringerla bene e di nuovo il casco addosso. Avevo il cuore in gola e sentivo le mani sudate sotto i guanti di gomma. -Andate, veloci!- ancora l'autista svolgeva il suo compito con precisione. Anche lui afferrò la maschera siccome fino a quel momento non aveva potuto indossarla. Io e Stefano scendemmo dall'ambulanza. Io raggiunsi il ferito. Un profonda lacerazione correva dall'occhio sinistro fino a sparire fra i capelli. Era inutile cercare di parlare con la maschera. Si vedeva che era in stato confusionale. Le pupille fortunatamente apparivano uguali. Non potevo valutare altro dato che il lacrimogeno iniziava ad invadere la nostra zona. Stefano era arrivato con la barella, rapidissimo. La vittima iniziò a tossire. Feci segno con testa di caricarlo e vidi lo sguardo di Stefano attraverso i due vetri delle maschere. Osservava ad occhi sbarrati dietro le mie spalle. Mi voltai e vidi rapide scene di intensa violenza appena pochi metri dietro di me. Pensai molte brutte parole e afferrai la vittima sotto le ascelle sperando non avesse traumi che quello alla fronte. Stefano prese le gambe e in un istante issammo la persona sulla barella. Quando caricammo la barella Luca era prossimo ad una fibrillazione ventricolare tanta fretta aveva di togliersi dalla zonata i suoi movimenti rimanevano controllati. Salii dietro con Andrea e appena lui chiuse il portello diedi due pugni alla parete divisoria fra vano sanitario e cabina di giuda. Al volante l'amico che indossava la maschera come noi. Mi guardò dallo specchietto interno e io gli segnalai di muoversi. Il mio collega mi passò delle garze per tamponare l'emorragia, io ero dal alto della testa del paziente. Mentre io tamponavo lui misurò la saturazione parziale dell'ossigeno. Il valore era basso, ottanta, il che significava che il suo sangue stava veicolando poco ossigeno e stava andando incontro ad uno stato di shock. Immediatamente afferrai la mascherina dell'ossigeno e aprii il rubinetto erogando un alto flusso. L'appoggiai al suo viso. Non era una bella condizione, trauma cranico, ferita lacero contusa, stato confusionale, saturazione bassa e tachicardia. Intanto l'impianto di condizionamento, regolato al massimo, pareva aver depurato l'aria all'interno del mezzo. Afferrai il filtro della mia maschera e provai a scostarla un poco dalla pelle del mio viso. Aspirai lentamente dal naso, percepii appena un ricordo dell'odore del lacrimogeno. Portai le mani ai blocchi dei lacci e rapidamente li allentai. Nell'allontanarla dal viso sentii la pelle distendersi nei punti in cui era a contatto con la gomma.
Maschere antigas
Per chi non avesse mai avuto il "piacere" di dover indossare una maschera antigas vorrei spiegare i problemi e i fastidi che comporta. Innanzi tutto il proprio viso viene completamente avvolto all'interno di questo involucro di gomma e la prima sensazione che si prova è un deciso senso di claustrofobia. Il plexiglas che permette la visione non è mai perfettamente trasparente, in situazione "operative" è importante proteggerlo altrimenti si riga rapidamente, si appanna facilmente e l'angolo visivo viene ridotto. In pratica con la maschera la propria visuale è limitata e si vive con le "pareti nere". Se ci vuole inquadrare qualcosa ai propri lati non si può semplicemente girare un poco gli occhi per dare un'occhiata. Si deve voltare la testa, il che comporta un gran male al collo a fine giornata. Fate caso ai video nei quali si vedono militari o pompieri che indossano le maschere antigas, non fanno altro che girare la testa continuamente a destra e sinistra. Vinto il senso di claustrofobia e il fastidio di una visione sempre sporca si deve fare i conti con il fatto che non siamo elefanti e non siamo abituati ad avere una proboscide. In particolare all'interno dell'ambulanza, dove gli spazi sono esigui, molto facilmente si sconta ogni oggetto con il filtro. Questo non solo risulta molto fastidioso ma può causare un allentamento della gomma dalla pelle con il conseguente immediato inquinamento dell'aria che entra nei polmoni. Se il vano è invaso da molto gas ci si ritrova a tossire e lacrimare. In quel caso bisogna applicare con tutta la propria convinzione la prima regola del soccorso: calma! Cercare di respirare e aspettare che l'effetto svanisca. In quei giorni io ero avvantaggiato. M'immergo con le bombole da più di dieci anni e inoltre avevo già usato il sistema di respirazione "granfacciale" che consiste nell'applicare l'erogatore dell'aria ad una maschera quasi identica a quelle che usavamo al G8. Conoscevo già i problemi che esso comportava ed ero abituato a trovarmi in situazioni nelle quali non ci si può togliere la maschera e si deve rimanere calmi. Molti miei colleghi non erano così fortunati. Per loro fu molto difficile dover lavorare in quelle condizioni. In quei giorni i volontari del soccorso dimostrarono di che stoffa erano fatti adeguandosi a situazioni incredibilmente inusuali e ardue. In ogni caso ero molto felice del fatto che il sistema di condizionamento della nostra ambulanza fosse in grado di depurare l'aria dai gas. Nel frattempo Luca aveva comunicato le condizioni della vittima alla centrale Genova Soccorso e ci avevano indirizzato verso il San Martino. Quel primo viaggio verso l'ospedale fu sconvolgente. Passammo in Via Invrea, Piazza Alimonia. Ovunque forze dell'ordine e ragazzi che correvano, si fronteggiavano, nubi di gas bianco e nero di macchine e spazzatura che bruciava. Le strade erano invase da rottami, pietre e pezzi di marmo staccati dai gradini d'ingresso dei negozi. I pochi bidoni di raccolta differenziata erano stati rovesciati. La carta incendiata e i vetri venivano sparsi sull'asfalto. Luca, concentratissimo, stava dimostrando la sua abilità di guida evitando tutti questi pericoli. A volte passavamo così vicino al fuoco che mi pareva di sentire il calore attraverso i vetri. Improvvisamente mi resi conto che mi stavo dissociando. Vedevo tutto come se mi fossi trovato di fronte alla televisione. La mia mente non voleva accettare quello che stava accadendo. -Genova- sussurrai a me stesso. Quella era la mia città. Ero nato e cresciuto in quel posto. Quante volte con i miei amici mi ero lamentato che " non accadeva nulla!" oppure l'avevo definita "città noiosa". Compresi a fondo il significato della maledizione cinese che dice: "Ti auguro di vivere tempi interessanti". Cosa stava accadendo? Perché qualcuno stava combinando quei disastri? Perché ragazzi della stessa età adesso si stavano fronteggiando e cercavano di farsi del male, spesso riuscendo nel loro intento. Vedevo giovani il cui sguardo esprimeva odio alla ricerca di vittime. Mi chiesi se quelle persone, da entrambi le parti indifferentemente, erano consapevoli che solo pochi giorni prima potevano essere nello stesso locale a bere e chiacchierare divertendosi. La mia città era la sede della follia dell'uomo e quella follia la stava incendiando. Fui pervaso da un profondo senso di sconforto. Basta così poco per far scoppiare una guerra? Improvvisamente le ruote del mezzo inchiodarono. Via Montevideo era chiusa da due macchine incendiate. C'era un po' di spazio a sinistra, utilizzando il marciapiede. Sempre sulla sinistra, pochi metri prima, un grosso mucchio di vetri occupava il suolo. Vista quella possibilità il mio amico di Lavagna ripartì e lavorando molto di sterzo riuscì a passare. Mi girai verso Stefano, era sbalordito quanto me Durante il percorso avevo tamponato la ferita al paziente e premevo delicatamente utilizzando sopra le garze una sacca di ghiaccio chimico. Ormai le garze erano intrise di sangue. Le rimossi tutte escluso la prima a contatto con la ferita stessa. Quella non va rimossa. Lasciai cadere sul pavimento quelle sporche. Stavamo avanzando con difficoltà di fronte alla nostra sede in Corso Gastaldi. Tutte le sei corsie erano invase dalla folla. Sotto i portici vidi i miei colleghi che si stavano occupando d'alcuni feriti. Attraverso i vetri vidi una grossa nube nera alzarsi dal quartiere di San Fruttuoso al di la della ferrovia. Era enorme e densa. Da come si muoveva avvolgendosi a su se stessa si capiva che era stata quasi una esplosione, giù vicino all'appartamento dove vivevo con altri studenti qualcuno doveva aver acceso tanta benzina. Ma proprio tanta. Finalmente arrivammo in ospedale. L'attività era frenetica. All'ingresso chiesero se il nostro paziente era contaminato. -Contaminato!- disse chiaramente Luca. -Allora andate a sinistra- ordinò l'addetto presso la sbarra dell'entrata. L'ingresso dell'unità di crisi del DEA di San Martino era stato organizzato per poter accogliere i feriti contaminati. Ci fermammo a qualche metri dall'ingresso. Io e Stefano scaricammo la barella e fummo affiancati immediatamente da colleghi della Corpo Militare della Croce Rossa e da alcuni medici. -Stato confusionale, trauma cranico con ferita lacero contusa alla tempia. Mostrava segni di shock, abbiamo somministrato ossigeno- riassunsi al personale sanitario. -Lascialo a noi- mi rispose un viso conosciuto di uno dei militari della Croce Rossa. Lo spostarono dalla nostra barella alla loro per poterlo lavare. Io afferrai il rapportino di missione mentre Stefano si occupava dell'ambulanza. -Veloce. Dobbiamo tornare la!- gridò Luca dal finestrino.Stavano arrivando altre ambulanze. Mi resi conto in quel momento che miscelati nella folla di personale sanitario c'erano molti giornalisti che annotavano le condizioni e la breve storia di ogni ferito. Non una parola sfuggiva alle loro orecchie e veniva segnata con gesti quasi isterici su blocchetti le cui pagine venivano riempite in pochi secondi. Questi erano affiancati da operatori che si preoccupavano di filmare tutti i visi, tutte le ambulanze e ogni lacrima che scivolava giù dal viso di ogni persona che quel giorno disgraziatamente arrivava in quel luogo. L'interno dell'ospedale sembrava una ricostruzione di "M.A.S.H.". Neppure la mente perversa di Steven Spielberg in "E.R." era mai riuscita ad avere una visione tanto impressionante. Nella corsia si potevano contare decine di feriti, medici e infermieri si muovevano rapidi da un paziente ad un altro senza interruzione.Ovunque si potevano individuare agenti delle forze dell'ordine, quasi tutti con mazzetti di pratiche burocratiche in mano. Il personale ospedaliero portava al collo mascherine del tipo usato dai giardinieri per le disinfestazioni. Nessuno le stava portando sul viso. Quel tipo di maschera non serviva ad eliminare i problemi del gas e, come dovevano aver già scoperto, rendeva difficoltoso il colloquio con il paziente e i colleghi. Mi resi conto che all'interno dell'ospedale si sentiva l'odore del lacrimogeno e che se ne avvertivano leggermente gli effetti. Malgrado l'ottimo lavoro svolto dal personale all'ingresso il gas rimaneva appiccicato addosso alle vittime che entravano nella corsia. Immaginai che pur essendo in una concentrazione molto bassa alla lunga diventasse molto noioso lavorare il quel reparto. Osservai gli occhi di un infermiere che mi stava passando vicino; erano lucidi e rossi. Notai che molti medici avevano a disposizione apparecchiature portatili per misurare la concentrazione dell'ossigeno nel sangue, identiche a quelle che abbiamo a bordo delle ambulanze. Ebbi così conferma che i lacrimogeni avevano un effetto devastante sulla capacità di veicolare ossigeno. Trovai il banco degli infermieri che si preoccupavano di registrare i pazienti in entrata. Rapidamente comunicai i dati del mio e timbrai il rapportino. Incredibile vedere come si cercava gestire la burocrazia in quel contesto. Rapidamente diedi i dati della persona che avevamo trasportato in pronto soccorso e timbrai i fogli per convalidare i rapporti. Uscii e vidi la Genova settantacinque che mi attendeva a motore acceso ad una decina di metri dall'ingresso. Altri miei colleghi stavano scaricando tre feriti da due ambulanze. Ci salutammo con un accenno della testa e mi sbrigai a salire a destra di Luca. Immediatamente partimmo. -Dove si va?- chiesi afferrando la mia maschera antigas e controllandone le fibbie in maniera fosse pronta in caso di necessità. -La centrale ha chiesto, a chi riesce, di andare presso Piazza Tommaseo o Corso Torino. Alla radio tutti dicono che Via Invrea e Corso Gastaldi sono impraticabili- -Proviamo a passare da Albaro?.passiamo da dietro la casa dello studente, scendiamo verso piazza Palermo- -ok!- Luca azionò le sirene e accelerò entrando in Corso Europa. Dopo appena duecento metri procedevamo a passo d'uomo nella folla. I manifestanti faceva il possibile per aprirci strada ma si trattava di migliaia di persone e regnava la confusione. Arrivammo all'inizio di Corso Gastaldi. Potevamo vedere la massa di persone che saturavamo tutta la carreggiata per centinaia di metri verso Brignole. Venivano verso di noi. Alle loro spalle, circa all'altezza di Corso Torino, una grande nuvola di fumo offuscava il resto della città. Intravedevo mezzi della Polizia verso il fondo. -Forza, proviamo da Via Corridoni- consigliai di nuovo. Appena svoltato la strada appariva quasi libera. Dico quasi perché evitammo diversi ostacoli fattispecie fuoco e detriti ma ormai eravamo abituati. Il codice della strada aveva perso di significato, "strada" era qualsiasi superficie abbastanza larga da poter essere affrontata con un'ambulanza modello Ducato.
In ambulanza
In quei giorni i semafori devono aver affrontato una grave crisi depressiva, nessuno, neppure le poche persone non coinvolte nella manifestazione che circolavano su autoveicoli, li degnava d'alcuna attenzione. Attraversammo il quartiere d'Albaro in pochi minuti. Arrivati presso Piazza Tommaseo trovammo la prima via che entrava nello spiazzo chiusa da detriti e bidoni. -Provo da Via Monte Suello- affermò Luca. Notai che in quel momento gli scontri erano molto intensi a pochi metri da noi e mi preoccupai. In quel punto le strade erano strette, sarebbe stato un grosso problema rimanere bloccati nel mezzo di una battaglia senza potersi allontanare. Non ebbi il tempo di finire il pensiero che Luca svoltò e, immediatamente, inchiodò. A pochi metri da noi manifestanti violenti avevano incendiato una Fiat Barchetta e usandola da scudo stavano scagliando pietre e molotov oltre di essa, verso al Polizia. Ovviamente stavano rispondendo a colpi di lacrimogeni. Cilindretti di gas che stavano atterrando intorno a noi. -Via, via, via!- gridai all'autista. Mi chiesi se un proiettile di lacrimogeno poteva forare il parabrezza, intensamente sperai di non scoprirlo. Luca inserì la retromarcia ma non mosse il veicolo. -Stefano guarda dietro!-urlò. Il collega nel vano sanitario si gettò verso i finestrini posteriori - Libero! Libero!-. Luca si era comportato bene, senza farsi prendere dal panico aveva valutato la possibilità che in quei pochi secondi qualcuno si fosse riparato dietro l'ambulanza. Ci spostammo. -Adesso?-chiesi ad alta voce. Alla radio sentivamo che quasi tutte le unità di soccorso avevano difficoltà a muoversi. -Beh. continuiamo e vediamo dove arriviamo.Sono tutti impazziti in questa città- - E' la nostra città!- aggiunsi intristito. A quel punto procedevano a bassa velocità. Mettevamo il muso oltre ogni incrocio e si guardava com'era la situazione al di là, dopo si decideva. Eravamo usciti da un quarto d'ora dall'ospedale quando arrivammo in Corso Torino per la seconda volta. Eravamo verso il mare, iniziammo a percorrere lo stradone verso monte. Intorno a noi si vedeva poca gente. L'asfalto esibiva i suoi trofei di guerra: detriti, armi al gas esauste, macchie di sangue. Arrivati quasi all'incrocio con Via Invrea dei Carabinieri ci fecero segno. Accelerammo per raggiungerli più velocemente. Si trattava di un nutrito gruppo d'appartenenti alle Forze dell'Ordine. Non feci in tempo a scendere che vidi alzare a braccia un agente apparentemente svenuto. Mi preoccupai molto. Stefano aprì le porte posteriori e il ragazzo venne caricato a bordo e steso sulla lettiga. Stavo per salire anch'io quando fu richiamata la mia attenzione alle mie spalle. Altri due agenti sorreggevano un collega. Mi voltai e li raggiunsi. -Sei stato colpito?-chiesi al militare. -No. Sto male- Lo vedevo bene che stava male. Volevo qualche indicazione in più ma per lo meno mi aveva detto di non aver subito traumi. -A bordo- indicai agli agenti che lo aiutavano. Avendo la barella già occupata lo misero seduto su una poltroncina. Stefano aveva applicato la maschera dell'ossigeno al suo paziente e stava tentando inutilmente di togliere i vestiti intrisi di gas. Notai che l'agente ora aveva gli occhi aperti. -Dimmi cosa ti senti?Dove hai male?-precisai mentre rilevavo il polso radiale. Il battito cardiaco era molto rapido. -Sto male- di nuovo. - Ok, lo vedo. Hai respirato gas?- Mi fece cenno di si. Mi voltai e scoprii che non eravamo pronti per più pazienti. Mancava una seconda maschera d'ossigeno.Aprii l'armadietto e afferrai un confezione nuova. Strappai la busta di plastica e agganciai il tubo al secondo erogatore, regolando poi il flusso affinché uscisse una grande quantità di ossigeno. Mi voltai e trovai il ragazzo svenuto. -Stefano ho bisogno d'aiuto! Abbassa lo schienale, è incosciente- Stefano si trovava dietro la poltroncina. Mentre lui ruotava il comando dello schienale io gli misi la mascherina e iniziai a lottare per slacciargli la giacca. Vedevo che respirava, il petto si muoveva in maniera evidente. -Vado?-chiese Luca dal vano di guida. -No! Abbiamo un problema- Il portellone posteriore dell'ambulanza venne aperto da un maresciallo. -Cosa aspettate?-il tono era di rimprovero. -Chiuda il portello!- gridai,il mio tono era altrettanto deciso e seccato. Sperai non iniziasse a discutere proprio in quel momento. Il sottoufficiale rimase un istante in silenzio e, infine, richiuse lo sportello. Aperto il giaccone mi resi conto che all'interno dell'ambulanza l'odore di gas lacrimogeno si faceva più intenso. I vestiti degli agenti erano saturi. Diedi una manata all'interruttore dell'aria condizionata e sentii immediatamente il flusso d'aria fresca sul viso. -Riesci a togliere il cinturone?- mi chiese Andrea. -Prova tu. Io gli alzo le gambe- Riuscii ad appoggiare gli anfibi sul sedile che si trovava alle spalle del conducente. Per fortuna quel ragazzo era molto alto. In quel momento vidi che aveva aperto gli occhi. -Mi senti?- chiesi. Lui rispose muovendo un poco la testa. -Cerca di respirare profondamente- Vidi che Stefano era riuscito ad aprire il cinturone e stava slacciando i calzoni. -Grazie dell'aiuto- aggiunsi rivolto al mio collega. Mi appoggiai al finestrino che ci divideva da Luca. -Vai! Abbiamo due agenti intossicati da gas - -Andiamo di nuovo al San Martino- -Kappa!-risposi. In gergo significa "ricevuto". Mi venne il dubbio che potesse essere pericoloso dover affrontare centinaia di metri in mezzo alla folla con due agenti a bordo, visibili dall'esterno. -Copriamoli con dei lenzuoli. Non voglio che si vedano le divise- -Ottima idea.Controlla che la sicura del tuo portellone sia chiusa- aggiunse il mio collega. Mentre mi preoccupavo di avvolgere il mio agente iniziai a riflettere sul fatto che se avessero assalito la nostra ambulanza ci saremmo ritrovati in uno piccolissimo spazio insieme a due pistole cariche, tre bombole d'ossigeno e diversi lacrimogeni che pendevano dai cinturoni dei militari. Ovviamente dopo poche centinaia di metri il nostro mezzo era fermo nel mezzo di migliaia di persone. Vedevo molte teste voltarsi verso i vetri. Quest'ultimi sono opacizzati ma in molti punti sono trasparenti e chi sta vicino all'ambulanza non ha difficoltà a vederne perfettamente l'interno. Sudavo freddo, mi aspettavo di veder la folla aizzarsi contro di noi. Anche se coperti s'intravedevano le divise e gli anfibi. Nel vano sanitario eravamo tutti in silenzio. Cercavamo di sentire cosa gridava la gente al di fuori. Entrambi gli agenti avevano la mascherina e stavano respirando ossigeno a forte concentrazione. Con gli occhi ci scambiavamo sguardi tesi e carichi di preoccupazione. Anche loro avevano compreso la natura del pericolo. Pian piano la folla ci fece passare. La manifestazione d'odio verso gli agenti si limitò ad un paio di colpi poco convinti sui vetri e sulle fiancate del mezzo. Riuscimmo ad arrivare in pronto soccorso senza guai. Consegnai alle cure dei sanitari i due ragazzi. Appena Luca comunicò che eravamo nuovamente disponibili la centrale ci ordinò di andare in Corso Italia dove avremmo trovato l'automedica che stava trattando un uomo in crisi epilettica. Ripartimmo. Luca stava diventando sempre più esperto nella guida in condizione di guerra urbana. Spostandoci un particolare attirò la mia attenzione. Spesso si vedevano bottiglie di vetro appoggiate sul suolo stradale, intere, in piedi e sempre presso qualche cosa d'incendiato. In quella confusione mi sembrava strano che qualcuno si preoccupasse di appoggiare in piedi delle bottiglie. -Hai visto?-chiesi. -Cosa?- fece eco Luca senza diminuire la concentrazione. -Quelle bottiglie!- -Le ho viste e sto ben attento ad evitarle- -Perché?- -Non so. Non so perché siano messe così ma mi sembrano pericolose- Solo la mattina dopo scoprimmo che erano piene di benzina. Venivano posizionate vicino a auto o cassonetti infuocati in maniera che s'infiammassero appena venivano rotte o rovesciate. Arrivammo sul mare, presso Piazzale Kennedy. Voci conosciute di amici alla radio narravano storie parallele alla nostra. Come noi si stavano dando da fare, scansavano i problemi e continuavano nel loro incarico. Le nostre menti lavoravano a pieno ritmo. In quei momenti riuscivamo a seguire ed elaborare ciò che ci accadeva intorno, allo stesso tempo memorizzavamo le informazioni riguardo alle condizioni delle strade che passavano sul canale di soccorso via etere. Luca evitò un ostacolo individuato all'ultimo e il mio casco scontrò il finestrino. L'automedica era in vista con i suoi isterici lampeggianti. Intorno a noi evidenti segni di una grossa battaglia occupavano il suolo ma in quel momento regnava una relativa tranquillità. Arrivammo presso medico e paziente. -Facciamo veloci ragazzi. Caricate in fretta- mi disse il medico con tono spazientito. Immagino abbia dovuto aspettare un bel po' prima di veder arrivare un'ambulanza. In quell'occasione scese anche Luca. In pochi secondi appoggiammo l'uomo sulla nostra barella e la caricammo sul mezzo. Con noi salirono medico ed infermiere. -Cosa accade?- chiesi per avere informazioni riguardo il nostro ospite. -Crisi epilettica- mi rispose l'infermiere mentre posizionava il sacchetto della flebo al gancio che pendeva dal soffitto. -Codice e destinazione?- fece eco Stefano dal vano di giuda. -Giallo Galliera data la situazione per le strade- rispose il medico. In effetti da quello che sentivamo dalla radio sembrava più facile percorrere il lungo mare fino a Piazzale Kennedy e continuare per l'ospedale Galliera che cercare di raggiungere il San Martino attraversando gli scontri più accesi. Come previsto in pochi minuti arrivammo al Pronto Soccorso scortati dall'automedica sempre poco dietro di noi. Consegnammo il paziente alle cure dei sanitari e prima ancora di tornare al nostro mezzo i due dell'equipaggio del centodiciotto partirono di corsa. Erano stati chiamati per un altro intervento. Saliti in ambulanza stavamo per ripartire quando la radio Genova 516 ci chiamò. Era il nostro superiore, l'ispettore dei volontari del soccorso, che ci ordinava di tornare in sede per un cambio equipaggio. -Di già?- dissi stupito. Stefano guardò l'orologio. -Marco, siamo fuori da più di tre ore!- Noi avevamo previsto una turnazione ben più frequente che poi non era stato possibile applicare a causa degli eventi. Adesso l'ispettore giustamente pretendeva che noi tornassimo in sede per lasciare il mezzo ad un equipaggio un poco più riposato. Non si trattava solo di fatica fisica ma anche questione di fatica mentale. Lo stress era altissimo in quelle condizioni e avendo la possibilità era molto intelligente dare delle pause ai volontari. Personalmente non mi sentivo stanco ma razionalmente sapevo che dovevo esserlo. Compresi che la mia situazione era dovuta allo stesso stato di tensione. L'ordine era di tentare di portarci verso la nostra sede. Iniziammo la solita odissea quella direzione. Ad un paio di centinaia di metri di distanza la centrale ci chiese di non fermarci ma di proseguire fino alla caserma dei Carabinieri in Via San Martino per evacuare tre manifestanti feriti. Inseriti le sirene passammo come si usa dire "in volo radente" ai cancelli della Croce Rossa.
In sede
Notai che l'attività " in casa" si era fatta più intensa. Ci fermammo di fronte alla caserma. Molti agenti affollavano la strada. Nell'ingresso trovammo tre ragazzi sorvegliati a vista dagli agenti. Sorveglianza inutile in quando tutti erano in condizioni tali da non riuscire a muoversi. Due erano feriti al capo, uno in maniera tanto seria da farmi sospettare una grave frattura cranica. Il terzo probabilmente aveva un braccio rotto e molte altre contusioni. A cercare di curarli, dotata di sole garze e ghiaccio in buste di plastica della spesa, una civile. -Croce Rossa- disse Stefano avvicinandosi e appoggiando la sacca da soccorso per terra vicino al ragazzo ferito alla testa. -Sono un'infermiera- rispose la donna -questi due hanno traumi cranici. Mi preoccupa questo ragazzo in particolare- continuò alludendo a quello sul quale teneva il ghiaccio. Il giovane in questione aveva lo sguardo spento, faticava a stare in posizione seduta ed era sostenuto dall'infermiera. Io decisi di controllare l'altro ferito alla testa anziché quello che si teneva il braccio lamentandosi sonoramente. Il fatto che si lamentasse dimostrava di stare meglio del primo. In quel momento un'altra giovane manifestante, apparentemente incolume, stava tenendo ghiaccio sulla zona sanguinante dell'amico imitando giustamente l'infermiera. La giovane ragazza era terrorizzata e tremava intensamente, mi guardò con gli occhi spalancati ma senza aprire bocca. Le presi il polso e le feci alzare il ghiaccio guardandola negli occhi e cercando di farle capire che volevo aiutarlo. Sotto di esso un ammasso di garze oltremodo intrise di sangue non stavano svolgendo alcun effetto poiché erano state messe in malo modo. Con delicatezza le alzai pronto ad interrompere l'azione nel caso mi sembrasse ci fosse anche la minima aderenza con la ferita. Osservando la trama della stoffa ebbi il sospetto che non fossero neppure garze ma una qualunque tela. Le rimossi tutte contro le regole. Tra sangue e capelli riuscii a vedere una estesa ferita irregolare. Quel tipo di ferite che non smettono di sanguinare per un bel po'. I lembi di pelle erano molto lontani fra loro e conoscendo la tensione della pelle sulla testa sapeva che avrebbero continuato ad aprirsi pian piano. In quel momento entrò l'equipaggio dell'automedica. Infermiere e medico si divisero. Mi affiancò l'infermiere. -Ho rimosso il tampone, non serviva a nulla- dissi indicandolo. -Hai fatto bene, adesso metti le garze e ghiaccio- Fui felice della risposta. -Un collare per questo ragazzo- sentii dire dalla dottoressa che era presso Stefano. -Stai li Stefano, vado io- Stefano si stava già muovendo in direzione dell'ambulanza. Preferivo che lui rimanesse con il ferito che necessitava maggiori attenzioni in appoggio al medico. Uscii e scaricai la barella, in pochi secondi appoggiai su di essa il collare adatto al ragazzo, una stecco benda per braccio e la sedia barella per il paziente che avevo visto io. Rientrai nell'atrio e trovai molta più agitazione di quando ero uscito. Incredibile come in pochi secondi variassero le situazione durante quei giorni. Inizialmente non compresi la causa. Offrii il collare al mio collega che era rimasto a vegliare il ferito da solo, il medico stava controllando il ragazzo con il braccio dolorante. -Steccobenda?- chiesi porgendola al medico. -Bene- rispose lei afferrandola. Ammetto che speravo in un complimento dato che non mi era stata chiesta. Che ingenuità! Due erano i motivi per cui non dovevo aspettarmi tale reazione. Era evidente che servisse anzi, era palese e anche il più stupido soccorritore sarebbe stato in grado di comprenderlo. Inoltre in quel contesto, in quel momento, non era proprio il caso di iniziare ad erogare complimenti. Intanto vedevo che era rimasto solo un agente a sorvegliare i feriti e gli altri manifestanti in stato di fermo. Gli altri si erano dedicati a molte frenetiche attività. Con il personale sanitario caricammo i tre. Il più grave sulla barella, l'altro sulla sedia barella e quello con la probabile frattura al braccio fu accompagnato a bordo a piedi con l'arto steccato. In un altro contesto ci sarebbe stato un mezzo a testa, tutti sarebbero stati barellati. Purtroppo in quella situazione non era possibile un simile lusso. Stavamo caricando la sedia quando sentii un carabiniere, sicuramente un ufficiale o sottoufficiale, che dava ordini agli uomini. -Stanno salendo da via San Martino!- questa frase mi giunse all'orecchio nel momento in cui vidi spuntare delle carabine in mano ad alcuni agenti che immediatamente arretrarono l'otturatore per controllare la camera di scoppio. Ormai avevo visto come i manifestanti violenti, poi chiamati "black block", approfittavano della massa sia per confondersi, colpire e ritirarsi, sia come vero e proprio strumento d'offesa spingendola contro le forze dell'ordine. Molte altre volte erano quest'ultime a far muovere la gente. In conclusione i manifestanti rimbalzavano avanti indietro rimanendo sempre più pressati creando situazioni molto pericolose per tutti. Scoprii in quei giorni che ci vuole poco per spostare qualche migliaio di persone. Un po' di fuoco dalla parte opposta, un paio di frasi giuste gridate con convinzione. Tipo: "dall'altra parte qui sta arrivando la polizia" oppure "ci stanno attaccando scappate". Si chiama telegrafo senza fili e si può stare certi che nel giro di pochi secondi la voce arriverà distante, amplificata di vigore e tenore. Riflettendo proprio sulle reazioni e l'energia che la folla poteva avere mi preoccupai intensamente. -Luca forse è meglio sbrigarci- la mia voce era un misto fra l'ironico e la preoccupazione. Guardai l'amico con un'espressione come per dire "che ne dici?Io penso che siamo proprio mal messi". -Credo proprio di si!- rispose. -Ragazzi, in fretta!- insistette il medico che si trovava presso il portellone posteriore. Improvvisamente la sedia con il ragazzo sopra divenne leggerissima e fu caricata con indubbia facilità. Mentre intorno a noi si preparavano lacrimogeni noi preparammo il mezzo per partire. L'equipaggio dell'automedica non sarebbe salito in quanto l'ospedale era appena a duecento metri ma ci vennero lasciati tre distinti fogli con la situazione di tutti e tre i ragazzi. Al momento di muoverci sull'ambulanza eravamo in nove. Tre volontari del soccorso, tre agenti e i tre feriti. "Nuovo record di presenze a bordo" annotai nella mia mente. Mai visto un mezzo così stipato. Altro che personale sanitario a bordo, ancora un po' di folla a bordo e avrei optato per un posto sul tetto del mezzo, sdraiato e ben saldo ad un lampeggiante. Fortunatamente eravamo a pochi secondi dalla nostra destinazione. Arrivati al pronto soccorso compresi che la situazione era si era fatta ancora più seria. Con noi entrò perfino un mezzo adibito a pulmino. Capita che alcuni mezzi immatricolati ambulanza siano utilizzati per trasportare persone. Le tre file di sedili sono ribaltabili e nello schienale si trovano i blocchi per le barelle vecchio tipo, senza ruote. In genere se ne possono disporre due parallele. Basta aggiungere una bombola d'ossigeno e una sacca da soccorso ben dotata per poter operare. Ovviamente sono mezzi utilizzati per il soccorso unicamente in situazione gravissime nelle quali, come si usa dire da noi, "tutto vale". Su quel mezzo entrambe le barelle erano occupate da due agenti e il soccorritore era a cavalcioni di una panchetta. All'interno del pronto soccorso il personale stava facendo il possibile per controllare la situazione e non far prevalere il caos. La mia impressione era che ci si trovava sulla soglia di un collasso del sistema. Sulla soglia ma non oltre. Gli ospedali riuscirono a gestire la situazione durante l'emergenza in maniera ammirabile. In compenso noi soccorritori iniziavamo ad avere terribili problemi con la burocrazia. Io non ero riuscito a farmi dare i dati dei miei pazienti. Troppo poco tempo e troppa confusione. Scrissi semplicemente "manifestante" nella casella prevista per le generalità e timbrai il rapporto. L'infermiera non mi aveva considerato molto dopo che gli diedi i fogli scritti dal medico ed era giusto così. Malgrado fossero ben tre gli infermiere del triage (così viene chiamata l'operazione di accoglimento in pronto soccorso) con grande difficoltà riuscivano a svolgere il loro incarico. I pazienti arrivavano senza sosta. L'aria all'interno era sempre meno respirabile a causa dei gas. Uscii volentieri. Aria malsana, confusione e folla. Oltre la porta alzai lo sguardo al cielo. Era offuscato dai fumi trasportati dal vento. Sentivo anche il brusio che la folla, poco lontana da me, causava. "Non è molto diverso l'esterno" pensai ironicamente. Aria malsana, confusione e folla. Il tutto esteso su molto più spazio! Riuscimmo a tornare in sede. Lasciammo l'ambulanza all'esterno presso il marciapiede a pochi metri dal cancello. Ci venne ordinato così e rimasi stupito inizialmente. Era insensato posteggiare un'ambulanza dove era più facile che venisse danneggiata. L'ispettore mi spiegò che sotto non c'era più spazio. Vedevo che molti manifestanti si erano radunati presso la nostra sede. Alcuni colleghi stavano girando controllando la situazione generale e raccoglievano le bottiglie di plastica vuote. Non era un atto a favore della natura ma una necessità in quando non bastavano quelle raccimolate nei giorni precedenti. Ci servivano contenitori per l'acqua sulle ambulanze. Scesi verso l'ingresso della sede e rimasi colpito dalla scena. La nostra sede era diventata un vero ospedale da campo. Moltissimi feriti erano seduti nel piazzale, appoggiati al muro della sede. Diversi volontari e dipendenti della C.R.I. si occupavano di loro aiutandoli a liberarsi dai vestiti intrisi di gas, controllando le ferite e cercando di valutarne la gravità. Era stata allestita una doccia all'esterno per permettere di eliminare meglio il gas. Mi accorsi che sentivo la pelle bruciare come se avessi preso troppo sole. Strano dato che ero completamente coperto. Alzai la manica nella mia giacca e notai che la pelle era arrossata. In giro vidi materiale particolare. La mia attenzione fu attirata da uno scudo in materiale plastico trasparente, dotato di due impugnature in diagonale. Degno di Ben Hur, peccato che non doveva essere particolarmente efficace. Da lato interno due grossi schizzi di sangue coagulato, sicuramente del proprietario, narravano la sua inutilità. Osservai anche diversi caschi e mascherine di carta sparse in giro. Queste ultime potevano essere utili quando si leviga il legno per non respirare la polvere, non erano molto utili al G8. Entrai nella sede e trovai il tavolo da bigliardo occupato da una montagna di materiale medico. Individuai due medici e diversi amici che svolgevano la funzione di assistenti. La luce all'interno della sede è sempre stata bassa. Non ci sono finestre e le fonti artificiali sono poche. Siamo sempre genovesi. Un medico era impegnato a suturare la testa ad un ragazzo, affianco un mio collega utilizzava la sua torcia portatile per illuminare la ferita. Pietro e Giorgia stavano tagliando i capelli ad un altro ferito che nei minuti seguenti sarebbe stato a sua volta trattato nello stesso modo. Il mio amico Marco, per tutti Ciccio, mi si avvicinò. -Sei proprio uno scemo!Hai lasciato lo zaino con tutto dentro sul divano!- il suo tono era severo. - Non c'era nessuno quando sono uscito, che ne sapevo di 'sto caos?- mi giustificai. - L'ho trovato pochi minuti qua fuori, affianco al container medico.Adesso è in ufficio,vai a controllare cosa manca-. Non mi diede il tempo aggiungere altro.Si girò e si portò presso un altro giovane che in quel momento era controllato da una dottoressa. Entrai in ufficio e controllai il contenuto della mia borsa. Mancava un telefonino e una maglietta. Incredibilmente c'era ancora la macchina fotografica, nascosta sul fondo sotto altri ricambi di biancheria. Rimasi molto contrariato. Stavamo facendo il possibile per aiutare quelle persone ed in ricompenso ero derubato. In quel momento sentii l'ira crescere in me. Feci appello dalla razionalità. Non dovevo estendere a tutti la rabbia che era dovuta al comportamento di uno singolo. Nel momento di necessità, in quelle ore impegnative, con la divisa indosso dovevo ricordarmi solo della nostra imparzialità. Sembrano parole banali e dense di retorica in situazioni di normale quotidianità. In quel momento erano sature di significato. Non era nostro compito selezionare, prendere una posizione politica, non potevamo permetterci il lusso di preferire o disprezzare. Essere volontario significa che queste possibilità si hanno prima di entrare in servizio oppure dopo averlo interrotto. Offerta la propria disponibilità è dovere mantenere l'atteggiamento giusto. Lasciai la borsa nell'ufficio e mi resi conto che non mangiavo ne bevevo da ore. Mi procurai un panino senza nulla da infilarci dentro. Lo ingoiai velocemente e lo spinsi giù dalla gola grazie a diversi, dolorosi, sorsi di una bottiglietta d'acqua. La mia fame si fece più intensa anziché sedarsi. Trovai una confezione di cibo che una volta, ore prima, era appetitosa, calda e sicuramente dal sapore favoloso. Le sue condizioni erano differenti. Ingoiai anche quel pezzo di gomma di pasta al forno e fu seguito da una bibita in lattina. In condizioni normali sarei collassato mezzo minuto dopo per blocco digestivo. Quel pomeriggio mi sentii particolarmente soddisfatto. Quanto più si apprezzano le cose quando vi è una reale necessità e non un superficiale desiderio. Uscii e mi misi seduto fra i manifestanti. Non condividevo il loro modo di esprimersi in quanto lo ritengo inutile ma avevo bisogno di qualche minuto di riposo e volevo sentire le loro storie. Ascoltai loro e ascoltai il mio corpo accaldato dai vestiti, affaticato dal lavoro e dalla tensione che godeva di quegli istanti. Tutti loro erano piuttosto pentiti d'essere venuti e spaventati in vista delle ore che sarebbero venute. L'argomento di cui più si discuteva: come lasciare velocemente la città. Alzai lo sguardo al cielo. Sopra di noi diversi elicotteri continuavano a volteggiare. il suono di quei velivoli fu caratteristico in quei quattro giorni. Ovunque io fossi loro erano sempre sopra la mia testa. Sapevamo che erano dotati di telecamere potenti e che potevano anche lanciare gas. Oramai potevo discutere una tesi sui lacrimogeni. Avevo individuato diverse tipologie. I due più pericolosi, il cui gas era più urticante, erano quelli lanciati a colpo singolo da carabina e quello che gli agenti portavano al cinturone. Il primo si montava sulla punta della canna dei fucili e veniva spinto da una cartuccia a salve.Si riconosceva benissimo quando veniva lanciato. Botto secco alla partenza e una scia in aria a "cavatappi".Occhio e croce poteva arrivare a quaranta, cinquanta metri di distanza. Il secondo era lanciato a mano.Scia voluminosa data la lenta velocità in volo. Questi due erano i più voluminosi che producevano più gas, entrambi in grado di riempire interamente una strada a due corsie per molti metri. Dopo, in ordine di preoccupazione nel trovarcisi vicino, venivano quelli calibro quaranta. Cartucce d'alluminio di quaranta millimetri di diametro. Venivano utilizzati da strumenti simili a piccoli fucili a colpo singolo oppure da altri con buffi caricatori che le facevano apparire armi da film fantascientifico. Buffe ma molto fastidiose. Producevano piccole quantità di fumo ma erano molto precisi e lanciavano il proiettile molto lontano. Da quello che ho osservato esisteva ancora un modello. Utilizzava dischetti di plastica nera simili a dischetti da hokey. Viene lanciato da un "cannoncino" quasi sicuramente a molla o ad aria compressa.Lo so perché rinvenni una cartuccia ancora carica per strada e notai che non aveva propellente, solo un foro centrale nel quale affiorava una dura miscela rossa di magnesio o fosforo che doveva essere l'innesco d'accensione. Pochissimo il gas che ogni colpo più erogare ma ogni arma carica molte munizioni e in pochi secondi può scagliarne decine.Li vidi installati sempre su dei veicoli. Il sistema d'arma è molto voluminoso e, probabilmente, necessita di una fonte d'energia abbondante. Con queste le forze dell'ordine riuscivano a creare dei muri di gas che duravano pochi istanti. Può anche essere che questi ultimi non fossero "lacrimogeni" ma semplicemente fumogeni con lo scopo di essere un ostacolo puramente visivo. Sono convinto che questo fosse il modello impiegato dagli elicotteri poiché i dischetti erano leggeri ed erano meno pericolosi se gettati dal cielo. Inoltre non avevano il problema del bossolo esausto che a bordo di un velivolo ad ala rotante può essere un serio problema.
Una nuova consapevolezza
Mi resi conto che in poche ore stavamo assimilando concetti a noi estranei fino a quel momento. Quanto è mutabile la mente di dell'uomo! Sentivo che alcuni miei colleghi discutevano e si scambiavano informazioni su come utilizzare il succo di limone per abbassare l'effetto dei lacrimogeni in mancanza di maschera, altri su come evitare gli ostacoli per strada e di cosa fare se ci si trovava nel mezzo di uno scontro. Senza stupore, senza emozioni, discutevano di questi argomenti come se si trattasse di una partita di calcio. Ormai sapevo che le persone accettano queste novità. Se avessi potuto filmarli e portare indietro nel tempo il nastro per mostrarlo a loro stessi chissà che reazioni avrei ottenuto! Poter dire ad una persona -Tu fra una settimana avrai vissuto questa esperienza e ti sarai adattato, l'accetterai e sarai esperto nell'affrontarla-. Immagino che sarei stato deriso. Questo manca alle persone spesso. La capacità di vedersi proiettati in situazioni imprevedibili. Solo perché sono assai improbabili ad una mente abituata alla nostra quotidianità non ci si deve riflettere. Mi chiedo come si possa guardare un telegiornale senza questa capacità. Come si può avere un'opinione senza queste riflessioni. Se si parte dal principio che certi eventi non possono e non coinvolgeranno mai le nostre vite e che in qual caso noi non ci adatteremo (come invece finisce per trovarsi a fare ogni essere umano), come è possibile avere un'opinione su quello che avviene altrove? L'unica riflessione sarà nata dal preconcetto che chi la sta vivendo è diverso da noi come uomo e come anima.Che il suo comportamento è diverso dal nostro in quanto lui è differente da noi nel suo stesso essere. Sicuramente un italiano, si trovasse nel mezzo di una guerra, non farebbe nulla. Starebbe a guardare? Cercherebbe un nascondiglio o finirebbe col cercare di sopravvivere impugnando un'arma, odiando un suo simile al punto d'ucciderlo? Pur essendo pensieri poco piacevoli ritengo sia importante cercare di rispondere sinceramente a se stessi. Vivendo quelle ore mi sono reso conto che poco è necessario affinché le persone decidano di avere dei nemici, degni della peggiore violenza e di nessuna pietà. In pochi minuti si può indirizzare il proprio odio verso una categoria, una razza, una opinione politica, un mestiere. Affinché questo avvenga in maniera davvero pericolosa è sufficiente che più persone con questa idea siano vicine, il loro sentimenti saranno così amplificati e si faranno coraggio. E' un atteggiamento tipico degli animali, far branco. Ma nel caso dell'uomo si aggiunge il fattore organizzazione e la futilità degli obiettivi che spesso esso vuole raggiungere. In tal caso si chiama guerra. Per evitare di farne parte il primo passo è accettare che noi stessi possiamo essere trascinati da questo turbine. Come con la guida in macchina. Il primo passo per una guida prudente avviene quando si è consapevoli che anche a noi può capitare un incidente. In tal caso c'indosserà il casco, le cinture, si sarà prudenti insomma. Accettarsi con i propri difetti è un processo molto arduo. Smisi di filosofeggiare e tornai alla realtà. Forse erano passati venti minuti, forse meno. Chiamai mio padre che si trovava con il resto della mia famiglia in Sardegna. Gli spiegai quello che sta accadendo e gli consigliai di tenere lontana mia madre da qualsiasi fonte d'informazioni. Sapevo che se fosse informata di quello che stava accadendo sarebbe rimasta in ansia. Mio padre mi spiegò che erano ancora lontani da casa, in riva al mare e che fin'ora non avevano avuto informazioni su quello che accadeva. Spiegai quello che avevamo vissuto fino a quel momento. Lui abbassò il tono di voce, compresi che lei doveva essersi avvicinata. -State attenti e complimenti a tutti per quello che fate- così finisce la telefonata. -Marco, vieni!- gridò Luca uscendo di corsa dalla porta della sede affianco a me. Scattai in piedi e lo seguii. -Che accade?-chiesi mentre notavo che avevo recuperato un po' di forze. -Feriti di fronte al DiMI-. Il Dipartimento di Medicina Interna si trova nel viale che porta all'ingresso principale dell'ospedale San Martino. Se gli scontri erano arrivati così vicino alle strutture mediche la situazione poteva diventare tragica, molti pazienti potevano essere in pericolo. Corso Gastaldi era invasa da una folla impressionante. non riuscivamo a vedere il termine della processione ne zone meno affollate. Ogni persona era spalla a spalla e procedere risultò molto arduo. Per coprire appena trecento metri impiegammo diversi minuti. Arrivammo di fronte al DiMI. Bruciavano diverse cose. Una machina, dei cassonetti, carta. Molto fumo e molta plastica fusa per terra. Giungemmo quando un'altra ambulanza aveva già caricato il ferito e stava partendo per il pronto soccorso. Alcuni pompieri stavano finendo di spegnere gli incendi, medici all'esterno della struttura ci guardarono con occhi severi. Non era mica colpa nostra se non eravamo giunti in un minuto! Scesi ugualmente a controllare che non ci fossero ancora feriti. Chiesi ai pompieri e a dei medici che mi fecero notare che eravamo arrivati in ritardo. Ero prossimo a sedermi affianco a Luca quando fui richiamato presso l'ingresso. Alla radio sentii una nostra unità affermare che Corso Sardegna era diventata infuocata. Era stato incendiato un distributore di benzina e gli scontri, molto estesi, erano violentissimi. Molti black block stavano agendo con tutta la loro capacità devastante. Sentita quella notizia mi voltai verso la voce alle mie spalle. Vidi un medico, il primo con un camicie pulito e stirato quel giorno, affianco ad un uomo seduto su una sedia a rotelle. - Quest'uomo deve essere dimesso. Aveva prenotato un'ambulanza ma non è venuta- spiegò il dottore. "Ma che strano!"pensai ironicamente "avrà trovato traffico!" -Io voglio tornare a casa- disse con tono molto scortese l'anziano signore. -La capisco ma deve comprendere che adesso tutte le ambulanze sono impegnate nel soccorso- speravo che questa ovvia precisazione bastasse a terminare la discussione. -A me non importa!- inveì l'uomo- lei ha il dovere di portarmi a casa!- Feci appello al mio autocontrollo. In che mondo viveva? -Signore, le ho detto che la capisco ma proprio non si può. Dove dovrebbe andare?- -A Scoferra- Fantastico. Non solo abitava lontano ma la strada più sensata era attraversare il peggio degli scontri, alternativa percorrere venti chilometri in più per aggirare il centro città. Mi rivolsi al medico. -Forse non lo sapete ma in questo momento è estremamente pericoloso muoversi. Ci sono scontri ovunque e noi siamo necessari al centodiciotto. Non posso neppure assicurare la sicurezza del signore.Dovete tenerlo qui almeno qualche altra ora.- -Ma non si può proprio?- Ero incredulo. Potevo accettare che il vecchio fosse un po' suonato ma il medico doveva comprendere! -Senta, in questo momento prendo ordini solo dalla centrale di Genova Soccorso. Se loro mi dicono che posso fare questa dimissione, andremo.- Invitai il medico ad avvicinarsi al mezzo, afferrai il microfono e inviai una chiamata alla centrale. -Avanti Genova settantacinque- -Siamo liberi e disponibili presso il DiMI. Hai una missione? Qui un medico insiste che dovrei svolgere una dimissione, urgente- aggiunsi l'ultimo aggettivo per calcare l'assurdità. Nessuna dimissione può essere urgente e in quel contesto il tutto appariva alquanto ridicolo. -Dimissione? Siamo impazziti?-il tono era chiarissimo. Dopo una pausa l'operatore ci diede la missione- Genova settantacinque portatevi in corso Sardegna. Prudenza e attenzione- Mi voltai verso il medico sorridendo. -Mi dispiace!- alzai il microfono a sottolineare l'ordine ricevuto. Un istante dopo stavamo tornando indietro. Non riuscimmo a raggiungere Corso Sardegna. Era impossibile ma attraversammo la galleria che porta verso Brignole e finimmo in mezzo ad un blocco formato da mezzi della polizia. Ci fu chiesto di portare in ospedale manifestante lievemente ferito. Dal Galliera il centodiciotto ci fece rimbalzare verso la nostra sede. In via Invrea due agenti delle forze dell'ordine avevano bisogno di assistenza. Arrivammo in zona. Eravamo a circa quaranta metri da Piazza Alimonia. La zona era invasa dai gas e le forze dell'ordine avevano enormi difficoltà a gestire la situazione. Indossammo le maschere. Giù dal mezzo individuai un ufficiale di polizia a terra. Era senza maschera! Nel mezzo di quel gas non mi serviva sapere che stava soffocando. In diverse persone lo caricammo a bordo dove immediatamente fu applicata la mascherina dell'ossigeno. Vidi dei segni rossi dove la maschera aderiva al volto, la pelle era incredibilmente infiammata. Mentre Stefano si preoccupava dell'uomo io scesi di nuovo e mi avvicinai ad un poliziotto. -Ci hanno detto due agenti feriti- gridai da dentro la maschera. Lui fece un'espressione che mostrava chiaramente di non aver udito bene le mie parole. Normale. Io parlavo da dentro una scatola, lui doveva capire. Feci segno con le dita, "due". Gridai ancora- Due, due feriti- Lui mi fece segno di si con la testa. "Ma bravo!" -L'altro?-Unii le dita della destra a mostrare l'universale gesto di domanda. Lui alzò il braccio verso Piazza Alimonia dove in quel momento molti manifestanti, potevo intravedere nel fumo, stavano adunandosi in un punto in particolare. Un botto. Un altro botto. Spari. Io diventai incredibilmente sensibile alla forza di gravità.Mi abbassai quanto possibile. Mi sembrava il rumore caratteristico, secco, breve di cartucce d'arma da fuoco. L'agente e i suoi colleghi rivolsero l'attenzione verso la piazza. Pensai alle bombole d'ossigeno, pensai alla possibile sparatoria che forse sta iniziando, pensai alla mia pellaccia e ai miei colleghi. Proiettili e ambulanze sono un pessimo connubio. Saltai a bordo dal portello posteriore e mi portai fino al finestrino che mi divideva da Luca. All'interno c'era ancora gas, non era importante. Mi sfilai la maschera. -Vai via. Sembra che stiano sparando- e indicai la piazza. Luca sterzò tutto e fece fare inversione al mezzo in una sola, larga curva. In pochi secondi ci trovammo a centinaia di metri verso Brignole. Adesso, dopo mesi, penso a quello che è appena accaduto mi sorgono i dubbi. Saranno stati veri spari? Ancora oggi io, Luca e Stefano non siamo riusciti a stabilire se fosse stato quello l'istante in cui un carabiniere colpì un manifestante. E' molto probabile ma non è così importante per noi saperlo. L'agente che avevamo a bordo si trovava in stato d'intossicazione da gas. Somministrammo ossigeno, che per tutto il G8 si rivelò un farmaco miracoloso. Ancora una volta verso ospedale. Altri soccorsi, sempre stesse situazioni. Pian piano si fa sera. La nostra percezione del tempo era confusa, fu il tramonto ad avvertirci della fine di quella giornata. La città si fece più calma. Pian piano le strade si svuotarono dalla gente e rimase uno spesso strano di spazzatura. Sull'asfalto c'era di tutto. Vetri e carta principalmente. Osservando bene vennero trovati gli oggetti più strani. Orologi dal cinturino spezzato, resti di limoni strizzati (adoperati per diminuire l'effetto dei lacrimogeni), cartucce scariche e non di tutti i tipi di gas. Camminando lungo corso Gastaldi intravedi nella sporcizia pure un caricatore. Riconobbi il modello, si trattava del modello per un FAL, in sette e sessantadue. Era vuoto e mezzo schiacciato. Inutilizzabile. Scudi, quello che resta di protezioni di cartone, neoprene e legno. Molte erano sporche di sangue. Zaini, filtro di ricambio per maschere antigas. Afferrai quest'ultimo. Era ancora sigillato, un modello compatibile con le nostre, risultava molto prezioso. In quell'istante mi venne in mente che forse avevo la possibilità di procurarmi una maschera. Il che significava una maschera in più nella sede. Tornai in sede e cercai l'elenco del telefono. Le persone che volevo chiamare hanno un'armeria. Fa strano che in quella situazione uno della Croce Rossa chiami i proprietari di un negozio d'armi! Riuscii a rintracciare il loro numero e li contattai. I coniugi erano entrambi in casa e ricordavano che prestavo servizio in Croce Rossa. Mi chiesero informazioni riguardo la giornata. Erano ansiosi di sapere se stavamo tutti bene e rimasero sollevati sapendo che a noi non erano accaduti incidenti. Gli spiegai che avevamo bisogno di maschere e mi dissero di passare a casa loro tornando dal servizio.Fortunatamente la loro abitazione si trova sul mio percorso. Arrivano le otto. Arrivò il cambio e i mezzi tornarono pian piano tutti in sede. Ci ritrovammo tutti assieme, stanchi ma ancora attivi. Ci si scambiava esperienze e consigli con quelli che entravano in turno. Arrivarono altre due chiamate, due ambulanze uscirono in direzione della stazione di Brignole. Dopo pochi minuti venivamo chiamati via radio. Un mezzo non aveva potuto evitare un mucchio di vetri e aveva forato. Venne fatto partire un altro mezzo immediatamente. Utilizzai le poche energie rimaste, salii in bici e avvertii Pietro e Giorgia che sarei passato a prendere la maschera oltre che le pizze. Potevano attardarsi in sede. Mi fermai presso l'abitazione dei miei amici e mi venne consegnata la maschera. -Purtroppo è l'unica. La tenevamo più che altro per scenografia. Il filtro è scaduto- mi spiegò la moglie. -Ne ho uno nuovo- risposi felice d'aver afferrato quello rinvenuto per terra. Lo cercai nella tasca laterale dei pantaloni e lo mostrai orgoglioso. Chiesi quanto costava e lui con la mano fece un gesto come per dire che non volevano parlare di soldi. -Se non si rovina riportala indietro.State facendo qualcosa di molto importante.Abbiamo visto tutto in tv, quella è il nostro contributo- Mi congedai, stanchissimo. Entrai in pizzeria ancora vestendo la divisa. Mi trovavo a Pieve Ligure, ben fuori Genova e i clienti mi guardavano con curiosità. La cassiera chiese informazioni dei fatti svolti durante la giornata. Il locale era piccolissimo, solo tre tavoli, principalmente si vendevano pizze d'asporto. Iniziai a raccontare. Sono bravo a farlo, mi piace parlare, problema in genere è fermarmi prima che la gente si stanchi. Quella sera non stancai nessuno. Attirai l'attenzione di tutti che si girarono ad ascoltare attenti. Qualcuno ogni tanto mi chiedeva delle precisazioni, rispondevo solo quando potevo farlo con cognizione delle informazioni richieste. Stavo attento a non enfatizzare le scene che narravo. Le pizze, finalmente! Arrivai a casa insieme a Pietro e Giorgia, sbranammo il cibo. Doccia e letto. Mezz'ora dopo mi scoprii sveglio. Mi lacrimavano gli occhi e mi bruciava la gola. Dopo un minuto compresi. Gettai la mia divisa fuori dalla finestra, tra il vetro e la persiana. Mi alzai con profonda stanchezza e bussai alle porte dei miei amici. Stesso problema, gas in camera. Risparmiai loro la fatica di alzarsi.Mesi fuori le loro divise e tornai a dormire. Il gas per lo meno aveva risolto il problema degli insetti. Non so se i genovesi si sono accorti che per settimane dopo quei giorni non ci furono zanzare a molestare i nostri riposi. (Quindi se le vostre notti sono disturbate dalle punture accendete un lacrimogeno in casa. si consiglia di aerare il locale prima di soggiornarvi!) Mi sembra di pesare un quintale. E' difficile addormentarsi dopo una giornata di quel tipo. Mentre prendevo rapidamente sonno pensai al fatto che un ragazzo era morto. "Chissà cosa accadrà domani?" Un ultimo pensiero, ricorrente quando so che ho solo poche ore di sonno, passò per la mia testa. "So bene che quando suonerà la sveglia sarò ancora stanco. Ho voluto la bici." M'addormentai. Entrai in una Genova desolata, ancora stanca dal giorno precedente. Il Sole non aveva alcuna intenzione d'essere timido questo mattino, dimostrava tutta la sua forza gia alle sette. -Potrei essere altrove. Al mare, in montagna, in quel piacevole stato di sonno leggero che anticipa un risveglio spontaneo. Aprire gli occhi e preoccuparsi di pensare ad una colazione ideale e, di seguito, avere il solo impegno di realizzare quel desiderio- pensai. La mia famiglia mi aveva dato la possibilità di scegliere e avevo preso la decisione giusta. Le vacanze arriveranno presto. Li avessi seguiti sicuramente sarei stato bene, avrei assaporato piacevoli giornate. -Comunque vada, rimanendo a Genova con i miei colleghi, sarò soddisfatto Non è vacanza, non è divertente, ma lascia una piacevole sensazione nel cuore- mi convinco così d'aver compiuto il passo giusto. Passai affianco al campo sportivo Carlini e mi chiesi chi in quel luogo aveva passato un "buon sonno". Non distinsi particolari attività. Non c'era sono segni che ricordassero la battaglia di Venerdì. Sospirai profondamente. Cosa ci attendeva quel giorno? Tornai in me. Posteggiai la macchina e scaricai la bicicletta. Il sonno residuo lo lasciai dietro di me, iniziai a elencare mentalmente ciò di cui mi dovevo preoccupare appena arrivato in sede. Rimasi stupefatto trovando le strade incredibilmente pulite. Durante la notte era stato rimosso quasi tutto il materiale rimasto sull'asfalto. Un lavoro immane da compiere nelle poche ore di buio delle brevi notti estive. Scivolai silenzioso sotto i portici di Corso Gastaldi ed entrai in sede. Immediatamente identificai diversi visi che il giorno prima non avevano prestato servizio. La disponibilità dei militi è sempre legata alle loro possibilità condizionate ovviamente dal lavoro ed altri impegni. Questi erano i colleghi che, come previsto, avrebbero prestato il loro servizio il terzo giorno del meeting. I loro visi non esprimevano ciò mi sarei aspettato. Dopo le immagini e le notizie che sicuramente gli erano state propinate attraverso tutti i mezzi di comunicazione mi aspettavo di trovare persone tese, preoccupate o in qualche maniera emozionate dall'esperienza che stavano per affrontare. Con piacevole stupore vidi personale impegnato e attento ad apprendere i propri doveri. Immediatamente mi venne chiesto dalla vice ispettrice di spiegare l'uso della maschera antigas ad alcuni volontari. Li radunai attorno a me e gli spiegai come indossarla. Dopo pochi secondi la feci indossare a tutto il gruppetto e continuai la lezione. In quella maniera avrebbero potuto constatare i diversi fastidi prima di trovarsi nella bolgia. Mi preoccupai che comprendessero l'importanza di tenerla sempre pronta, mettendo i lacci in posizione di totale riposo non appena veniva sfilata. Inoltre illustrai i motivi per cui, nel caso un collega si fosse trovato in difficoltà, prima di aiutarlo ad indossare la maschera, era assolutamente necessario vestire in maniera corretta la propria. Terminata la mia lezione tutto il personale venne chiamato nella sala interna della sede. In quella riunione illustrammo a tutti i problemi che avevamo incontrato il primo giorno di scontri. Serviva tanto per i nuovi quanto per i "veterani". Non tutti avevamo vissuto le stesse situazioni. Venne lanciato un appello a prestare particolare attenzione alle bottiglie lasciate in piedi in mezzo alle strade, dato che oramai si sapeva che la loro funzione era tutt'altro che pacifica. In successione illustrammo il sistema d'uscita delle squadre. Era stato leggermente modificato dal giorno precedente e si rivelò intelligente ed efficace. Quasi alla fine della riunione arrivò una richiesta di dimissione. Decisi d'uscire con Pietro e Giorgia. Il primo era un mio compagno all'università di medicina, la seconda era la volontaria più giovane del gruppo. Uscimmo con la Genova due, una piccola ambula adatta ai vicoli di Genova. Uscimmo nelle strade ancora vuote. Stavo guidando io quando, sotto le bandiere di Piazza delle Americhe, un ufficiale di polizia mi fece segno di accostare. Era insieme ad un gruppo di agenti in assetto antisommossa. Si portò vicino al finestrino. -Non siete in emergenza?- chiese osservando la barella vuota attraverso i vetri. -No signore. Stiamo andando al Galliera per una dimissione- risposi incuriosito di quel comportamento inusuale. -Ho alcuni ragazzi che hanno bisogno di medicazioni, potete fare qualcosa?- -Certamente!- rispose Pietro seduto affianco a me. Tutti quei poliziotti erano stati in servizio il giorno precedente e diversi di loro avevano piccole ma fastidiose ferite. Alcuni, a causa dell'attrito con i tessuti, avevano la carne viva che raschiata dalla parte interna delle divise o degli anfibi. Con il caldo che aumentava queste stavano diventando insopportabili. -Voi aiutate tutti indifferentemente?- mi chiese l'ufficiale. Pensai un istante alle parole giuste da usare in risposta. Non volevo essere banale. -Noi riserviamo a tutti la stessa professionalità. Sicuramente fra di noi soccorritori ci sono passioni differenti ma le riserviamo per i giorni in cui non saremo in servizio- -Penso che tutti apprezzino molto ciò che state facendo- Dopo poco ci congedammo e continuammo per l'ospedale. Ci venne affidato un signore che non era in grado di camminare. Purtroppo abitava al sesto piano di un palazzo servito da scale particolarmente ripide e strette presso il porto antico. La moglie utilizzò tutto il tempo che io e Pietro impiegammo a far levitare il signore fino alla sua abitazione per ringraziare ed elogiare i volontari di tutto il mondo. Data l'energia che stavamo impiegando non riuscii che a ringraziare una sola volta per le gentili parole. Dal secondo piano in poi utilizzai tutto il fiato per terminare il servizio. Salimmo in ambulanza per tornare in sede con le divise zuppe di sudore sapendo che in quella condizione l'avremmo indossate tutto il giorno. Si facevano le nove e mezza, chiamai in sede con il telefonino per chiedere informazioni riguardo eventuali movimenti di masse. Mi venne confermato che due distinti gruppo stavano prendendo forma nelle zone gialle.Ci venne consigliato d'affrettare il ritorno in sede. Al rientro scoprii che la fonte ufficiale di notizie di Genova era un canale locale che trasmetteva in diretta, ventiquattrore su ventiquattro, tutte le informazioni e le immagini possibili sui fatti della nostra città. In quell'istante arrivò la prima richiesta di soccorso dalla centrale. Non era legata alla manifestazione, si trattava di un incidente stradale verso levante. Mentre una delle nostre unità usciva per quell'intervento controllai nella lista appesa presso l'ingresso chi erano i miei compagni di squadra e scoprii con piacere che ero con Federico e un volontario di Verbagna. Quel giorno sarei stato l'autista. Andai a cercare i miei due colleghi. Li trovai vicino alla Genova venticinque, un vecchio Wolkvagen a trazione posteriore. -Mamma mai, oggi usciamo con questa- esclamò Federico. Osservai con calma e rassegnazione il mezzo. Sapevo che quel veicolo era sempre stato lodato dal personale più anziano ma per un volontario giovane e viziato come me pareva preistoria. Tutti e tre assieme controllammo ogni attrezzatura per conoscerne la presenza, il funzionamento e il posizionamento a bordo. Ogni soccorritore sa bene quanto sia importante conoscere il proprio mezzo. Non volevamo trovarci con la barella bloccata nel mezzo di uno scontro oppure doversi alzare, iniziare ad aprire ogni scomparto alla ricerca di qualche attrezzatura per aiutare un ferito mentre l'ambulanza è in velocità e schiva ostacoli. Arrivarono le prime chiamate per interventi in zone di scontri. Diversi mezzi erano posteggiati di fronte alla venticinque ma pian piano scomparvero. Dopo pochi minuti solo due ambulanze ostruivano l'uscita della mia, per amore dei mezzi, accesi il motore per farlo scaldare e regolai il sedile del conducente per le mie misure. Meno due.la situazione fuori la nostra sede si stava facendo seria. Decine di migliaia di manifestanti stavano scorrendo per Corso Gastaldi e le forze dell'ordine erano molto vicine. Meno uno.verso Marassi un nera nube di fumo salì in cielo. Avevano incendiato un distributore di benzina e diverse macchine. -Codice rosso per via Casaregis!Automedica in arrivo- disse l'incaricato a ricevere le chiamate mentre mi passava il foglio con le coordinate. Federico saltò sul sedile anteriore destro, l'altro volontario nel vano posteriore. Mi misi al volante. -Cinture allacciate!- gridai in maniera che mi sentisse anche il collega dietro che alzò la mano in risposta. Federico inviò la selettiva di partenza, un segnale radio computerizzato che segnalava direttamente al computer del centodiciotto la comunicazione di partenza in direzione del luogo d'intervento. Uscito dalla sede dovevo salire un poco verso levante, per poi fare inversione verso il centro. Il corso era sorprendentemente sgombero, stavano tutti salendo velocemente verso il quartiere di San Martino. -Oh oh!- Federico afferrò la sua maschera. Di fronte a noi distinsi alcuni manifestanti determinati ad ostacolare la polizia. Abbassai lo sguardo allo specchietto posteriore e osservai un nutrito numero di agenti che avanzavano verso di noi. Malgrado al sirena udii gli scoppi del lancio di lacrimogeni. Molte scie in aria, molte nuvole che iniziavano a crescere per tutta la zona. -Lacrimogeni!- avvertimmo l'amico dietro che immediatamente prese la sua maschera. Io non potevo indossarla in quel momento.Eravamo prossimi al punto in cui s'interrompe la pensilina centrale e si può invertire. Il gas iniziava ad entrare dai mille spifferi presenti su quel rozzo veicolo che guidavo per la prima volta. -Ho una brutta notizia Federico, - annunciai - mi sa che fino al target non prenderò confidenza con questa macchina!- Stavo per invertire. -Ne ho una buona anche.- continuai mentre iniziavo l'inversione e davo tutto gas- in Via Casaregis ci arriviamo in dieci secondi!- Continuammo verso Brignole e dopo duecento metri uscimmo dalla zona "affumicata". Eravamo in Via Tolemaide, superammo il distributore della Q8 e vidi autobotti dei pompieri presso Corso Torino, la strada era bianca a causa della schiuma ritardante. -Poco male- pensai -tanto dobbiamo svoltare prima-. Inserii la seconda e svoltai a sinistra. Ci ritrovammo dietro uno scontro, le forze di polizia chiudevano la strada a un centinaio di metri da noi. La battaglia era violentissima. Fumo bianco del gas si miscelava a quello nero degli incendi. Alla nostra destra una stradina permetteva il passaggio in Corso Torino. Rallentai e approfittai della bassa velocità per indossare la maschera con una sola mano. Non so bene in quale maniera ma riuscii in pochi secondi nella mia azione, finalmente mi trovai riparato dagli effetti del lacrimogeno che si faceva fastidioso. Percorsi il passaggio e entrammo in Corso Torino. Sorpassai il controviale e mi portati nella corsia centrale. Li inchiodai, nell'altro controviale della benzina accesa impediva il passaggio. In totale silenzio io e Federico guardammo a destra e a sinistra. Verso mare decine di Black Block stavano preparando un lancio di bottiglie incendiarie e stavano scagliando ogni oggetto possibile oltre il nostro mezzo. Verso monte un enorme gruppo di agenti stavano preparandosi per attaccare e si stavano schierando. Solo una quarantina di metri divideva i due gruppi, noi eravamo al centro. -Via!- Federico gridò così forte che lo distinsi perfettamente malgrado la maschera. Sterzai quando possibile e diedi tutto gas. Compresi i vantaggi di una trazione posteriore, in un brevissimo istante il mezzo compì un'inversione. Con la coda dell'occhio vidi nello specchietto centrale il collega che dal sedile finiva sulla barella. Forse si era slacciato la cintura oppure, più probabile, non funzionava l'aggancio della stessa. Eravamo tappati. Notai che verso mare, sull'estrema sinistra del corso, i manifestanti erano pochi. Controsterzai e imboccai il controviale in senso vietato. La strada era invasa dal fumo, il parabrezza era sporco di fuliggine e la mia maschera non migliorava la visuale. Federico riuscì solo a dire -Attent..- Vidi a pochi metri le tre bottiglie appoggiate per terra, dritte in piedi. Una rimbalzò di lato colpita da un pneumatico, le altre due scomparvero sotto il muso. Pochi passi oltre un cassonetto bruciava emanando un fumo pesante, non potevo fermarmi in tempo quindi accelerai. Le maschere impedivano di sentire l'eventuale odore di benzina, non sapevamo se si era sparso carburante sulla carrozzeria. Nel dubbio accelerai. Lo spazio fra il fuoco e il marciapiede era esiguo ma riuscii a non toccare. Iniziavo ad apprezzare anch'io quel vecchio mezzo. Stava rivelando doti insospettate. Superato il cassonetto non rallentai, vedevo finalmente le luci dell'automedica verso mare. In quel momento notai un bancomat depositato in mezzo alla strada. Qualcuno era riuscito ad estrarlo dalla parete della banca. Eravamo usciti dal fumo e mi tolsi la maschera mentre aprivamo il finestrino di destra per far circolare l'aria. Ci fermammo di fronte al portone di un palazzo. Nell'ingresso, distante molti metri da noi poiché era collegato alla strada da un vialetto, erano radunati molti manifestanti. Vedevo il personale sanitario al lavoro presso uno di loro. Federico stava per scendere. -Se ci sono problemi vi riparate dentro il portone.Io mi allontano e torno a prendervi appena possibile.Contatto via radio- e gli passai la radio portatile. -Perfetto- rispose. Rimasi in attesa con il motore acceso. Nello specchietto vedevo che gli scontri si stavano avvicinando. Se ne resero conto anche medico e infermiere, affrettarono le operazioni di soccorso. I miei due colleghi stavano caricando quando l'infermiere venne da me. -Giallo Galliera,- comunicò - traumatizzata, cerca di non scuoterla troppo. Se passi lungo mare e svolti dalla questura non dovresti aver problemi al momento- aggiunse. -Grazie mille per il consiglio. Buon lavoro- risposi. Depe, questo è il soprannome di Federico, si mise al suo posto affianco a me. -A posto, vai - m'ordinò mentre impugnava il microfono per comunicare l'ospedale di destinazione e le condizione della paziente. Il viaggio fu molto più tranquillo. Incontrammo pochi problemi e poche persone. Stavamo tornando dall'ospedale Galliera quando via radio ci venne chiesto di portarci in Via Torti. Ci venne indicata una delle palazzine vicino a Piazza Martinez, era a fuoco e due persone avevano bisogno di soccorso. In quel periodo abitavo con degli studenti in un appartamento nel tratto indicato dalla centrale. Mi preoccupai moltissimo per i miei amici. Rientrammo nelle zone "calde" di Genova, città che mi pareva essere diventata sede mondiale della follia. Non riuscivamo a trovare un modo di raggiungere il punto dell'intervento. Trovavamo ovunque ostacoli, scontri, fuoco. In quel momento riconobbi alla radio la voce di Francesco, detto Galle, che blaterava qualcosa riguardo del fuoco all'interno della galleria di Piazza Palermo. Il suo tono di voce faceva capire che doveva essersela vista brutta. In quel momento lui era sulla Genova 21, una Fia Marea che aveva funzione di automedica del centodiciotto. Per un istante mi parve anche di sentire l'urlo del motore della sua macchina su di giri. Dopo mille tentativi noi riuscimmo ad entrare in via Torti e ci ritrovammo di fronte ad uno spettacolo terribile. Nel palazzo affianco al mio era stata incendiata la banca. I pompieri cercavano di spegnere l'incendio, le fiamme uscivano violentemente per diversi metri dalle vetrate sfondate senza salire.Solo a quattro, cinque metri dal palazzo iniziavano a salire verso il cielo compiendo una curva stretta. Erano rosso intenso ed erano definite e nette come la fiamma del fornello di cucina. Rimasi impressionato da come il fuoco si comportava, non avevo mai visto un incendio come quello. L'edificio stava funzionando come un forno da pizze, aria fredda e ossigenata entrava dal basso e alimentava abbondantemente la combustione, il fuoco usciva con enorme potenza dalla parte alta del soffitto. Lasciai il mezzo a distanza di sicurezza a bordo strada. A parte pompieri e agenti non si vedeva nessuno. Scesi anch'io in quell'occasione. Ci stavamo portando verso i pompieri per chiedere se ci fossero feriti come il centodiciotto aveva segnalato quando arrivò un'altra nostra ambulanza. Ci unimmo ai colleghi dell'altro mezzo. Notai che le loro pettorine non erano più bianche come il primo giorno, portavano i segni di due giorni molto intensi. Chiedemmo informazioni e ci venne comunicato che si trattava di due persone leggermente intossicate dai fumi dell'incendio, erano già state portate all'ospedale da un'altra ambulanza. Normanno tutti sui mezzi. Comunicammo con la sede, ci fu consigliato, data la breve distanza, di spostarci verso di loro. Al momento non sembrava ci fosse richiesta di interventi. Imboccai contromano il ponte di Terralba che era diventato un presidio delle Forze dell'Ordine. Da quel punto gli agenti potevano controllare sia Corso Gastaldi che il quartiere di San Fruttuoso. Arrivammo in sede dove si stava ripetendo la scena del giorno precedente. Ci fu ordinato di lasciare il mezzo ad un altro equipaggio. Dedicai quella pausa per mangiare qualcosa ed aiutai i miei colleghi impegnati a medicare i feriti. Sentii che erano necessari altri mezzi di soccorso e che avevamo avuto autorizzazione di prelevarli da un'altra sede della Croce Rossa. Un'automedica con il nostro "delegato presidente" e autisti stavano andando a prenderli. Non so quanto tempo era passato quando chiamarono gli equipaggi, dovevamo salire subito sotto i portici. Io mi unii alla mia squadra e, varcato il cancello, trovammo diverse ambulanze parcheggiate una affianco all'altra, tutte pronte per partire. In quell'istante fu una visione paradisiaca. Decisi di salire sulla Genova otto. Non era una di quelle giunte dall'altra sede ma era appena tornata dopo una serie di missioni. Preferivo condurre un mezzo che conoscevo bene. Non ho idea di quante ambulanze fossero in servizio in quel momento. Penso che si aggirassero intorno a ventiquattro, venticinque senza contare le altre tipologie di mezzi. Gli scontri si stavano di nuovo spostando verso la nostra zona. Venne deciso di far spostare tutti i mezzi verso San Martino, di fronte alle ex fabbrica della Saiwa. In colonna ci avviammo verso levante e ci parcheggiammo in ordine, in maniera da non intralciarci a vicenda, tutti pronti a partire. Dopo una breve attesa venni contattato dalla centrale. - Genova otto da otto uno otto - udii. - Avanti per Genova otto- risposi al microfono. - Tornate nella vostra sede, manifestante, cardiologico - - Di fronte alla nostra sede, interrogativo - chiesi. - All'interno della vostra sede, dovete entrare in sede- era stato chiaro. - Genova otto parte per il target- chiusi la trasmissione, trasmisi la selettiva di partenza e avviai il mezzo. Nuovamente la folla aveva invaso il corso ma molti operatori della Croce Rossa crearono un corridoio consentendoci di entrare nel piazzale con facilità. Il mio equipaggio scese con la barella e io girai il mezzo affinché fosse pronto per uscire. Avevo appena finito la manovra che sentii aprii i portelloni posteriori. Il paziente era seguito dal medico, era motorizzato con un elettrocardiografo portatile. Appena fu a bordo Federico staccò il tubo dell'ossigeno dalla bombola portatile collegandolo all'impianto di bordo. -San Martino!- mi ordinò il medico. -Pronti?- chiesi a Depe voltandomi dal finestrino che comunica tra i due vani. -Un attimo- l'amico stava regolando lo schienale della barella un poco più alto. Alzò lo sguardo verso di me e mi fece segno "ok" con le dita, -Vai!- Ritornammo dal pronto soccorso e proseguimmo verso la stazione di Brignole. Erano molti i mezzi in attesa vicino al San Martino, noi dovevamo creare un po' di copertura verso la stazione. Fermai l'ambulanza in una zona sgombra affianco ad una identica di una pubblica assistenza, ci trovavamo sotto Corte Lambruschini. Pur essendo d'enti diversi ci sentivamo molto vicini e iniziammo a parlare volentieri con i colleghi. Scoprimmo che dopo tutti i soccorsi stavano finendo le garze e prontamente il nostro collega, volontario di Verbagna, prese una parte della nostra scorta e la donò. Immediatamente loro chiesero se potevano ricambiare la gentilezza ma non fu necessario semplicemente perché solo un soccorso prima il nostro mezzo era stato rifornito di tutto il necessario. Dopo pochi minuti, quasi nello stesso momento, la centrale contattò sia noi che loro. Ci fu chiesto di raggiungere la parte di Via Invrea verso Piazza Alimonia. Un gesto di saluto ai colleghi affianco e partii. In pochi istanti riuscii ad arrivare nello stesso punto dove il giorno precedente avevamo sentito le detonazioni. Un agente della polizia venne portato a braccia dai sui colleghi presso il portello laterale del mio mezzo. Depe lo aiutò a sedersi sulla barella. Vedevo che la pelle del viso dell'agente era intensamente infiammata e non riusciva ad aprire gli occhi che, si vedeva chiaramente, erano feriti e doloranti. Federico parlò con l'uomo e dopo un istante utilizzò l'acqua conservata nelle bottiglie per lavare il viso al ferito. L'operazione si fu ripetuta numerose volte fino all'ospedale. Da quello che mi venne spiegato per poter comunicare le condizioni alla centrale, la vittima era stata colpita al volto con un piccolo "gavettone" di una qualche sostanza corrosiva. Era stato costretto a togliersi la maschera perché il liquido si era infiltrato tra la gomma e la pelle. Era ben distinguibile il segno rosso intenso attorno alla faccia dove la guarnizione si poggiava pochi minuti prima. Passai tutto il turno presso la stazione di Brignole, a bordo avevamo un'infermiera di Imperia. Per fortuna non accade nulla di particolare. Medicammo un giovane senzatetto che presentava una profondissima ferita al sopraciglio destro ma non voleva essere ricoverato. Tentammo di convincerlo ad andare in ospedale siccome era necessario suturare il taglio ma lui rifiutò. Riprese la sua strada e scomparve con il cane che lo seguiva stanco. Venne sera, la luce stava calando quando la centrale ordinò a tutti i mezzi di rientrare. In quel momento, dopo quattro giorni nei quali il Sole pareva voler bruciare la terra, le prime gocce di pioggia bagnarono il parabrezza. Lungo la strada verso la centrale, dove dovevamo far scendere l'infermiera, la pioggia si fece violentissima. Tornai a casa pensando ai "Promessi sposi" di Manzoni, la pioggia dopo la peste. Quella pioggia di Luglio lavò le strade e rinfrescò gli uomini dopo giorni di dura prova. Tutto iniziava a tornare alla normalità, come prima. E' passato un anno, anche se i ricordi sono confusi, vive sono le emozioni provate in quei momenti. L'ansia delle attese, la sensazione d'ineguatezza di fronte a fenomeni dalle proporzioni incontrollabili. Il desiderio di fare di più e la consapevolezza d'aver già raggiunto il limite delle proprie possibilità. L'incredulità nel vedere la propria, vecchia e tranquilla città trasformarsi in teatro di tanta violenza. L'amaro che si provava quando, al tramonto di Venerdì e di Sabato, salivamo in Corso Gastaldi a vedere una Genova incomprensibile per noi, suoi figli. Il fumo che continuava a salire da molti quartieri. Il senso di legame che mi univa ai miei amici. I miei pensieri scivolarono anche al fatto che in molti posti del mondo si vive tutti i giorni a contatto con simili o peggiori violenze. Per noi furono pochi giorni, per altri si chiama quotidianità. Credo sia stata una buona decisione per me rimanere quei giorni a Genova, sono orgoglioso d'averlo fatto insieme alle migliori persone che io conosca, alle quali va tutta la mia stima. I miei ringraziamenti a loro e a tutti i Volontari del Soccorso d'altri enti che s'impegnarono a portare soccorso dove necessario dimostrando uno spirito d'abnegazione che, spesso, si dice ormai scomparso. Non eroi ma persone assolutamente comuni dai lavori comuni. Uomini e donne che lavorano o studiano come tutti, che hanno le loro storie e i loro problemi. Persone che quando sentono il bisogno d'aiutare il prossimo, si rimboccano le maniche, e si danno da fare. Un ringraziamento anche alla Croce Rossa Italiana che mi ha dato l'insegnamento e la possibilità di migliorarmi, come fece con tutti i volontari che m'anticiparono e farà ancora con quelli che verranno. Infine grazie al Secolo XIX che mi ha permesso di raccontarvi questa storia.




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