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  1. #1
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    Predefinito Come combattere la Mafia

    http://www.lastampa.it/_WEB/_SERVIZI...fault.asp?ID=2

    22-LUG-02 10:25
    Uccisa imprenditrice a Nuoro in un agguato
    Il marito sfugge ai colpi dei sicari
    (ANSA) - NUORO, 22 LUG - Un' imprenditrice, Amelia Piras, 51 anni, e' stata uccisa davanti alla propria azienda, a Villagrande Strisaili. Il marito e' sfuggito all' agguato. Stavano rientrando verso l'una di notte nella loro azienda agricola. Gli assassini hanno colpito quando la donna e' scesa dall'auto per aprire il cancello d' ingresso. Il marito, carabiniere in pensione, e' riuscito a fuggire, mentre alcuni colpi di fucile raggiungevano la vettura. Piras e' la seconda imprenditrice uccisa nella zona. Meno di un anno fa, era stata uccisa Rosanna Fiori.

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  2. #2
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    IL RITORNO DELLA MAFIA IN SICILIA. UN REGALO DEGLI "ALLEATI"

    http://www.adsum.it/mafia.htm


    LO SBARCO IN SICILIA NEL 1943

    Gli USA e la mafia

    Vittorio Martinelli

    Nei primi dieci mesi di guerra i sommergibili tedeschi affondarono nei pressi delle coste dell'Atlantico cinquecento navi statunitensi; era chiaro che venivano riforniti di viveri e di nafta da spie e traditori; marina e controspionaggio si dimostrarono impotenti. Il controspionaggio ebbe l'idea di ricorrere ai servigi della mafia, con la mediazione di Salvatore Lucania (detto “Lucky Luciano”) che stava scontando una condanna a 15 anni. I fratelli Camardos e Frank Costello, con la loro organizzazione mafiosa, riuscirono dove le strutture ufficiali avevano fallito: I'attività filo-nazista fu stroncata.

    Da cosa nacque cosa. Abrogati nel 1942 i “decreti Mori” parecchi mafiosi ritornati in Sicilia avviarono contatti con gli “Alleati” che incominciarono ad arruolare uomini d'origine siciliana. A mezzo dei pescherecci, i mafiosi esercitarono lo spionaggio nel Mediterraneo; poi fornirono notizie sulle infrastrutture dell'isola, la dislocazione e la consistenza delle truppe dell'Asse in Sicilia. Del resto perché gli Alleati iniziarono l'invasione dell'Europa meridionale dalla Sicilia, anziché dalla Sardegna o dalla Corsica, dalle quali sarebbe stato agevole effettuare sbarchi in Toscana, Liguria o Provenza?

    La tranquillità nelle retrovie delle truppe che sarebbero sbarcate costituiva la preoccupazione principale dei comandi alleati: fu scelta la Sicilia con la certezza di poter contare, sull'appoggio della mafia. Fu quest'ultima ad ospitare dal 1942 il colonnello Charles Poletti, futuro governatore militare, dall'aprile 1943 il colonnello britannico Hancok e un buon numero d'infiltrati italo-americani.

    Dalla relazione conclusiva della Commissione antimafia presentata alle Camere il 4 febbraio 1976: “Qualche tempo prima dello sbarco angloamericano in Sicilia numerosi elementi dell'esercito americano furono inviati nell'isola, per prendere contatti con persone determinate e per suscitare nella popolazione sentimenti favorevoli agli alleati. Una volta infatti che era stata decisa a Casablanca l'occupazione della Sicilia, il Naval Intelligence Service organizzò una apposita squadra (la Target section), incaricandola di raccogliere le necessarie informazioni ai fini dello sbarco e della “preparazione psicologica” della Sicilia. Fu così predisposta una fitta rete informativa, che stabilì preziosi collegamenti con la Sicilia, e mandò nell'isola un numero sempre maggiore di collaboratori e di informatori. Ma l'episodio certo più importante è quello che riguarda la parte avuta nella preparazione dello sbarco da Lucky Luciano, uno dei capi riconosciuti della malavita americana di origine siciliana.

    Si comprende agevolmente, con queste premesse, quali siano state le vie dell'infiltrazione alleata in Sicilia prima dell'occupazione. Il gangster americano, una volta accettata l'idea di collaborare con le autorità governative, dovette prendere contatto con i grandi capimafia statunitensi di origine siciliana e questi a loro volta si interessarono di mettere a punto i necessari piani operativi, per far trovare un terreno favorevole agli elementi dell'esercito americano che sarebbero sbarcati clandestinamente in Sicilia per preparare all'occupazione imminente le popolazioni locali. “Luciano” venne graziato nel 1946 “per i grandi servigi resi agli States durante la guerra”. E un fatto che quando il 10 luglio 1943 gli americani sbarcarono sulla costa sud della Sicilia, raggiunsero Palermo in soli sette giorni. Scrisse Michele Pantaleone: “...è storicamente provato che prima e durante le operazioni militari relative allo sbarco degli alleati in Sicilia, la mafia, d'accordo con il gangsterismo americano, s'adoperò per tenere sgombra la via da un mare all'altro...”.

    Ancora la Commissione antimafia: "la mafia rinascente trovava in questa funzione, che le veniva assegnata dagli amici di un tempo, emigrati verso i lidi fortunati degli Stati Uniti, un elemento di forza per tornare alla ribalta e per far valere al momento opportuno, come poi effettivamente avrebbe fatto, i suoi crediti verso le potenze occupanti”.

    Scrisse Lamberto Mercuri: “fu in quei mesi che la mafia rinacque e non tardò ad affacciarsi alla luce del sole: in realtà non era mai morta, né completamente debellata: le lunghe ed energiche repressioni del prefetto Mori ne avevano sopito per lungo tempo ardore e vigoria e fugato all'estero i capi più “rappresentativi” e più spietati che avevano tuttavia mantenuto contatti e legami con l'onorata società dell'isola”.

    Nella confusione seguita all'invasione e alla caduta del Fascismo, la mafia vide l'opportunità di riorganizzare il vecchio potere, di insinuarsi nel vuoto del nuovo, raccogliendo i frutti della collaborazione con gli alleati. Molti suoi uomini noti ebbero cariche importanti: per esempio, un mafioso celeberrimo, don Calogero Vizzini, fu nominato da un tenente americano sindaco di Villalba; nella cerimonia d'insediamento, fu salutato da grida di “Viva la mafia!”.

    “Vito Genovese - scrisse Mack Smith - benché ancora ricercato dalla polizia degli Stati Uniti in rapporto a molti delitti compreso l'omicidio, e sebbene avesse servito il fascismo durante la guerra, risultò stranamente essere un ufficiale di collegamento di una unità americana. Egli utilizzò la sua posizione e la sua parentela con elementi della mafia locale per aiutare a rastaurarne l'autorità...”.

    Divenne il “braccio destro indigeno” del governatore Poletti, ma una banda ai suoi ordini rubava autocarri militari nel porto di Napoli, li riempiva di farina e zucchero, (pure sottratti agli alleati) che vendeva nelle città vicine. Altri mafiosi, meno noti, divennero interpreti o “uomini di fiducia”. L'atteggiamento del Governo militare fu ispirato a criteri utilitaristici; sta di fatto, però, che quest'apertura verso gli “amici degli amici” permise in breve alla mafia di riorganizzarsi, di riacquistare l'antica, indiscussa influenza. Aveva sempre cercato l'alleanza con il potere (anche con quello fascista, agl'inizi) ma per la prima volta le veniva conferito un crisma di legalità e di ufficialità che le consentiva d'identificarsi con il potere. I “nuovi quadri” saldarono o ripresero solidi legami con la malavita americana, indirizzandosi verso il tipo di criminalità associata “industriale” caratteristico del gangsterismo USA nel periodo tra le due guerre.

    Sul numero di aprile di "Volontà" ho riepilogato le vicende della lotta - vittoriosa - condotta dal Fascismo contro la mafia. Il seguito della vicenda dimostra come, grazie agli anglo-americani, la seconda guerra mondiale rappresentò per la mafia l'occasione d'oro per una rigogliosa rinascita, come i fatti hanno dimostrato ampiamente.

    Si suol dire oggi, da chi intende sminuirne il successo, che il Fascismo non debellò la mafia, semplicemente la costrinse all'inazione, tant'è vero che poi si ridestò più forte di prima. Se fu poco, perché il regime attuale non perviene al medesimo risultato? Basterebbe. Senza più delitti ed attività criminale, la mafia si ridurrebbe ad una patetica, folcloristica conventicola segreta che non darebbe noia e non farebbe più paura a nessuno.

    VOLONTA' n. 12 - Dicembre 1993.

  3. #3
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    http://www.neomedia.it/cosanostra/Or...i%20ferro.html

    Il 22 ottobre 1925 si insedio' a Palermo Cesare Mori, che sarebbe passato alla storia con il nome del "Prefetto di ferro". Mussolini per vincere la mafia siciliana diede pieni poteri al prefetto Mori.I sistemi adottati dal prefetto furono energici. Le sue vittime furono considerati perseguitati politici, tra cui i due potenti boss Calogero Vizzini e Genco Russo. Cesare Mori non fu' affatto fascista, ma solo il fascimo gli diede l'unica arma vincente per sconfiggere la MAFIA, infatti tutt'ora oggi i metodi del "Prefetto di ferro" sono considerati gli unici per conbattere la mafia. Gli stessi mafiosi ammettono che Mori fu' il loro piu' accerrimo nemico. Con Mori, dopo la guerra, la mafia non esisteva piu'; i mafiosi erano usciti dal fascismo. Mori ebbe a disposizione tutti i mezzi e i poteri necessari per svolgere al meglio la sua missione; il suo esercito privato é composto da 800 uomini fra carabinieri e polizia di stato. Un'altra arma utlizzata dal prefetto fu quella del sequesto di tutti i beni dei banditi. Mussolini invia un telegramma al prefetto dove, Mussolini, esprimeva il suo "Altissimo e vivo compiacimento", esortando Mori a proseguire fino in fondo sensa riguardo per alcuno. Dunque una violenza e di metodi che erano accettabili in uno stato non piu' democatico, dove le garanzie per i cittadini erano considerate molto meno delle necessita' di assicarare i banditi alla giustizia. Tali metodi furono perseguiti per anni, furono arrestati migliaia di persone, tra cui anche degli innocenti, ed alla condanna per associazione a delinquere, sulla base di sospetti o sulla "notorieta'-mafiosa". Il 1927 é ricordato l'anno in cui Mori fece arrestare moltissimi mafiosi.Moltissimi furono costretti a fuggire negli Stati Uniti. Ancora oggi i metodi del "Prefetto di ferro" sono considerate i migliori per sconfiggere la mafia.


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  4. #4
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    http://www.comune.modena.it/scuole/i...fia/stocn2.htm



    Il "prefetto di ferro"


    --------------------------------------------------------------------------------


    Con alterne vicende, la situazione descritta nel capitolo sulla mafia rurale andò avanti fino all'avvento del Fascismo.

    Con il nuovo regime, divenne evidente che la funzione della mafia di concorrenza con i poteri dello stato non poteva essere tollerata da un sistema di potere che dall'esercizio assoluto del monopolio non solo della forza, ma anche del controllo sociale, traeva la sua ragion d'essere. Fu per questo che mafia e Fascismo entrarono in rotta di collisione.

    Il 22 ottobre 1925 si insediò a Palermo il prefetto Cesare Mori, che sarebbe passato alla storia con il soprannome di "prefetto di ferro". I suoi metodi si rivelarono subito di estrema decisione e violenza. Leggiamone il resoconto dal volume di C. Duggan:

    ""L'assedio di Gangi" ebbe inizio la notte del 1 gennaio 1926 [...] Carabinieri e membri della Milizia occuparono come posti d'osservazione le cime delle colline. Nevicava abbondantemente. I banditi erano stati spinti dal freddo a tornare alle loro famiglie, e la polizia sapeva più o meno esattamente dove si trovavano. L'unico problema fu che Gangi era un paradiso per i banditi. La cittadina era costruita sul fianco di una collina ripida e molte case avevano due ingressi, uno al pianterreno e l'altro al primo piano. Vi erano anche nascondigli abilmente costruiti dietro muri, sotto i pavimenti o nei solai, ad opera di un certo "Tovanella".
    In queste condizioni, l'operazione ebbe un andamento più lento del previsto. Il primo bandito ad arrendersi fu Gaetano Ferrarello, un uomo alto, anziano, con una lunga barba, molto orgoglio e dotato di una certa nobiltà d'animo. Era stato latitante per trent'anni. Uscì dal nascondiglio la mattina del 2 gennaio, si avviò verso la casa del barone Li Destri, attigua alla piazza centrale, e si costituì al questore Crimi, l'uomo inviato da Mori a condurre l'operazione. [...]
    Ferrarello si sbagliava se pensava che a quel punto Mori avrebbe desistito. Scopo dell'azione non era semplicemente la resa dei banditi, ma anche la loro umiliazione: "Volevo dare alle popolazioni la tangibile prova della viltà della malvivenza", scrisse Mori nelle sue memorie. Non si doveva sparare: i banditi dovevano essere privati dell'onore di una resistenza armata. "La gente si aspettava che facessimo interrogatori - ingiuriassimo e agissimo con violenza - e ce ne andassimo senza aver ottenuto alcun risultato", disse Mori al diplomatico americano R. Washburn: "Ma io avevo un'idea diversa. Dissi ai miei uomini di entrare nelle case dei criminali, dormire nei loro letti, bere il loro vino, mangiarele loro galline, uccidere il loro bestiame e venderne la carne ai contadini della zona a prezzo ridotto". Fu dato ordine di prendere ostaggi: come per le operazioni successive, sembra che gli obiettivi principali siano stati donne e bambini. Che le donne siano state maltrattate, come affermarono in seguito critici di Mori, non è certo. Sarebbe stato indubbiamente conforme allo spirito, se non alla lettera dell'impresa, perché scopo della cattura di ostaggi era far leva sul senso dell'onore dell'uomo nei confronti della moglie e della famiglia: così un pizzico di durezza non sarebbe stato inopportuno".

    Dunque una violenza e dei metodi che erano accettabili solo in uno stato non più democratico, dove le garanzie per i cittadini erano considerate molto meno della necessità di assicurare banditi alla giustizia. Testimonianze autorevoli, inoltre, dicono che Mori, durante l'assedio di Gangi e molte altre volte in seguito, si servì dell'intermediazione di personaggi al confine della legalità per ottenere la resa dei latitanti. Nell'assedio di Gangi una parte importante ebbe ad esempio il barone Sgadari, grosso proprietario terriero da tempo in affari con i mafiosi ed ora pronto a tradirli in cambio dell'impunità personale.

    Tali metodi furono perseguiti per anni: furono fatti migliaia di arresti, senza troppe preoccupazioni se nel mucchio finivano anche molti innocenti. Si procedeva all'arresto, ed alla condanna per associazione per delinquere, sulla base di un semplice sospetto, o della cosiddetta "notorietàmafiosa". In questo modo alcune correnti all'interno del partito fascista, riuscirono a far arrestare, con accuse spesso infondate, i propri avversari politici. Una delle vittime più illustri fu Alfredo Cucco (fascista della prima ora e già segretario del partito, dell'ala radicale del Fascismo, in contrasto con i latifondisti e la vecchia nobiltà palermitana) che fu accusato e fatto incarcerare proprio da coloro i quali, nel partito, invece volevano appoggiarsi a questa classe sociale. Dopo undici processi, l'innocenza di Cucco fu provata, ma la sua carriera politica era terminata da tempo.

    I metodi brutali del prefetto Mori ebbero sicuri risultati in termini militari. Il 1927 viene ancor oggi ricordato come l'anno in cui furono arrestati più mafiosi (ma forse anche più innocenti accusati di esserlo). Moltissimi altri furono costretti a fuggire, per lo più "rifugiandosi" negli Stati Uniti, andando a rimpolpare la nascente mafia italo-americana, che troverà poi, com'è noto, negli anni Trenta, una grande occasione di crescita nel proibizionismo.

    A fianco di questi positivi risultati polizieschi, la lotta alla mafia condotta dal Fascismo presenta alcune notevoli pecche:

    1. La lotta antimafia fu usata a volte per fini poco limpidi. Fu lo stesso Mori a riconoscere, nelle sue memorie, che "La qualifica di mafioso venne spesso usata in perfetta malafede ed in ogni campo, compreso quello politico, come mezzo per compiere vendette, per sfogare rancori, per abbattere avversari" (citato da Lupo, p. 148).

    2. Il Fascismo non unì alla lotta sul piano militare, alcun intervento di tipo sociale, facendo anzi dei passi indietro, soprattutto nelle campagne, riaffidando quasi interamente il potere ai latifondisti. Ha scritto uno dei massimi storici dell'Italia contemporanea, Denis Mack Smith: "Mori era amico dei latifondisti. [...] Dal 1927 gli agrari erano di nuovo al potere, e la Sicilia ne pagò a caro prezzo la riabilitazione; e gli anni Trenta furono caratterizzati da abbandono e declino" ("Introduzione" a Duggan, p. IX). Un dato può dare l'idea di cosa significò questo nuovo ordine sociale in Sicilia: dal 1928 al 1935 le paghe agricole, secondo le statistiche ufficiali, diminuirono del 28% (Comm. Antim., p. 66).

    3. I metodi brutali di Mori crearono malcontento nella popolazione, che spesso fu tentata a schierarsi dalla parte dei mafiosi, di fronte a forze di polizia che apparivano quasi come invasori stranieri, senza rispetto delle più elementari regole di legalità. Leggiamo ancora Mack Smith: "Ironicamente, l'operato di Mori potrebbe aver rafforzato proprio quella diffidenza nei confronti dello Stato che, come il governo, era stato così desideroso di vincere".

    4. Alcune ricostruzioni storiche sembrano indicare che anche il Fascismo non fu immune da compromessi con la mafia. La cosa pare ormai accertata per il Fascismo delle origini (Duggan, Lupo), ma alcuni indizi vi sono per supporre che anche dopo l'azione di Mori, in alcune zone, l'alleanza del Fascismo con i latifondisti condusse ad un quieto vivere dove, in realtà, i vecchi mafiosi ebbero un qualche ruolo (Lupo).


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  5. #5
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    Sì, ricordiamo il grande Cesare Mori (non a caso mio unico, anche se inattivo, clone... )... Up!

 

 

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