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  1. #1
    ghost dog
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    « Prego bensì che l'una e l'altra cosa, la vittoria e il ritorno, tu conceda, ma se una sola cosa, o Dio, darai,la vittoria concedi sola! »
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    Predefinito Ethos Rebelde Pro Una Liberatzione Natzionale

    Il Pensiero e l'analisi di Guevara secondo Massari

    DA “CHE GUEVARA, L’UOMO DAL MITO ALLA STORIA” DI ROBERTO MASSARI
    (Editori Riuniti/Erre emme,settembre 1997, Bologna, pp.28-32):

    LIBERAZIONE, CONCEZIONE ESISTENZIALE, UMANISMO RIVOLUZIONARIO PER UN MONDO NUOVO: IL PENSIERO DI GUEVARA


    Ed è così che, leggendo e rileggendo le sue opere , si può incontrare improvvisamente il suo discorso alla Textilera “Ariguanabor” (marzo 1963) in cui egli parla esplicitamente in termini di “liberazione della donna”, anticipando di alcuni anni problematiche che poi esploderanno in gran parte del mondo:

    “…La liberazione della donna non è completa…ottenere la sua libertà totale, la sua libertà interiore, perché non si tratta di una costrizione fisica che si impone alla donne per farle arretrare rispetto a determinate attività; è anche il peso di una tradizione precedente.”

    Ma poi aggiunge Guevara:

    “…senza arrivare alle tradizioni del passato precedente il trionfo della Rivoluzione, rimane una serie di tradizioni del passato posteriore, vale a dire del passato che appartiene alla nostra storia rivoluzionaria.”

    E’ affermazione esplicita, quindi che i ,meccanismi dell’oppressione psicologica e sociale della donna non sono soltanto eredità del capitalismo, “ma nascono anche da alcune caratteristiche della fase di transizione”. In particolare dalla sopravvivenza delle vecchie e dalla nascita delle nuove forme di alienazione che il processo di costruzione del socialismo provoca anche nella Cuba rivoluzionaria. Guevara era convinto – e lo ripete anche in altre occasioni – che vi fosse una forma specifica di alienazione presente in germe nei meccanismi della fase di transizione, che in determinate condizioni poteva svilupparsi fino al punto di compromettere irrimediabilmente le conquiste sociali di un popolo. Anche per questo tanto vigore ebbe la sua lotta contro la nascente burocrazia cubana e nel mondo per l’estensione della democrazia.
    Sulla donna, sull’amicizia, sul mondo spirituale del combattente, sull’etica dell’odio e dell’amore, abbiamo una serie di affermazioni, spezzoni di discorso, che non costituiscono un insieme teorico coerente e che Guevara non ebbe l tempo di sviluppare. Esse rappresentano però delle intuizioni, delle felici anticipazioni di tematiche di liberazione, che si inseriscono perfettamente nella sua concezione del mondo, vale a dire nella sua concezione di un moderno umanismo rivoluzionario. Esse stimolano e rispondono, in ogni caso, alle esigenze di quanti avvertono - e sempre più avvertiranno nel futuro – la necessità che la lotta per il socialismo non sia soltanto rivolta a ottenere maggiore ricchezza sociale e una vita migliore, ma soprattutto a cambiare qualitativamente il meccanismo produzione: sia quella dei mezzi di produzione, sia quindi coerentemente anche quella della nostra vita, di noi stessi.

    Ne “Il socialismo e l’uomo a Cuba”, egli torna ampiamente sulla problematica dell’alienazione nella società di transizione. E lo fa a un livello ancora più alto, in particolare quando parla dell’arte e della cultura rivoluzionaria. Su questi temi il discorso di Guevara non può che essere ispirato al massimo di tensione ideale e aspirazione libertaria, scartando contemporaneamente il realismo decadente della borghesia come realismo socialista.
    Quest’ultimo, afferma il Che, con la sua pretesa di mantenersi al livello di ciò che capiscono le masse finisce col produrre un’arte

    “alla portata di tutti, che è poi alla portata dei funzionari. La ricerca autentica viene annullata e il problema della cultura generale si riduce a una riappropriazione del presente socialista e del passato morto ( e quindi non più pericoloso)”.
    (Socialismo e l’uomo a Cuba- marzo 1965-, in Scritti scelti, II,p.708)

    Qui e altrove si vede che per il Che la funzione dell’intellettuale rivoluzionario – o dell’intellettuale tout court – consiste fondamentalmente nell’aprire nuove strade, senza predeterminarne necessariamente i contenuti. A “le nuove idee” quindi il compito di spalancare porte, spezzare incrostazioni, anticipare elementi del disegno utopistico.
    Ci si intenda sul significato del termine “utopia”. Non la concezione caricaturale secondo cui sarebbe “utopia” ciò che non si può realizzare materialmente, ma al contrario ciò che è desiderabile socialmente a livello di massa, che eleva la coscienza nel momento stesso in cui lo si desidera e che potrà realizzarsi solo seguito a grandi rivolgimenti delle coscienze prima, e delle forze materiali,poi.
    In questo senso Guevara è un utopista e il suo disegno”utopistico” è molto avanzato, proiettato in una dimensione futuribile, ma tutto sommato prossima al mondo di aspirazioni e nuovi valori dell’uomo moderno. Per fare solo degli esempi: egli parla di un nuovo uso del macchinismo ( e dell’informatica!); dell’abolizione delle leggi di mercato:

    “L’essere umano, alienato, ha un cordone ombelicale invisibile che lo lega alla società nel suo insieme: la legge del valore(ibid. p. 698)


    dalla ricomposizione dell’individuo frantumato – quell’uomo che

    “cerca di liberarsi dall’alienazione mediante la cultura e l’arte”, che “muore quotidianamente durante le otto e più ore in cui funge da merce, per rinascere poi attraversi la sua creatività culturale”(ibid.. pag.706).

    Esplicito è il rifiuto di tutti i processi di unidimensionalizzazione dell’uomo, così come di tutte le forme di mercificazione e reificazione sociale. Egli parla spesso anche di “libertà”, in contesti diversi e con significati diversi, ma si capisce che quella parola ha per lui un suono quasi magico, in sé positivo e quindi la distribuisce a piene mani nei propri scritti.
    Guevara utilizza il termine “alienazione”, come si è già detto, ma anche “angoscia”: un’espressione tipicamente esistenzialistica e che mostra un alto livello di attenzione particolare al mondo psicologico-spirituale dell’individuo, senza remore di ordine dogmatico.

    “…questa arte decadente del XX secolo, da cui traspare l’angoscia dell’uomo alienato”(p.708).

    Oppure, arriva a scrivere sempre nel celebre saggio per il settimanale uruguaiano “Marcha”:

    “il compito del rivoluzionario di avanguardia è a un tempo magnifico e angoscioso.

    Mi permetta di dirle, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore.E’ impossibile concepire un rivoluzionario autentico privo di tale qualità”(p.711)

    ---------------------------------------------------------------

    “…Mi dici che voi 30 anni fa fermaste un po il mondo
    mi dicono che 20 anni fa era tutto diverso

    ma son pronto/ Das ist filleist freihit

    PER VOLARE SENZA VENTO

    ...qualcosa di mio lo lascerò in questo mio tempo
    saltando nel vuoto aspetterò il nostro momento….

    ma son pronto/Das ist filleist freiheit

    PER VOLARE SENZA VENTO”

    (Timoria)
    PRO SA REPUBRICA DEMOCRATICA SARDA
    FINTZAS A SA BINCHIDA, SEMPER!

  2. #2
    ghost dog
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    Predefinito Pensamentos informales pro un' ETHOS REBELDE INDIPENDENTISTA.

    Pensamentos informàles pro un' ETHOS REBELDE INDIPENDENTISTA.

    "L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica."

    Antonio Gramsci

    --------------------------------------------


    DAL “MANIFESTO DELLA GIOVENTU’ ERETICA DEL COMUNITARISMO E DELLA CONFEDERAZIONE POLITICA DEI CIRCOLI, ORGANIZZAZIONE NON-PARTITICA DEI SARDI”.
    Eliseo Spiga; Francesco Masala; Placido Cherchi;

    Da Quartucciu Arasolè Oschiri, gennaio 2000.
    Zonza editori.

    (…) siamo prigionieri, giovani e vecchi, conservatori e riformisti, conformisti e divergenti, di una organizzazione sociale fatta di paesi in morienza, di ghetti urbani, di città congestionate gassificate, tutti popolati da moltissima gente esclusa dalla cultura, dall’economia, dalla politica, da molta gente che ha paura crescente della possibile esclusione, e persino da gente che pur inclusa, o tale ritenendosi, è in realtà in preda a sindrome dell’assediato e a nevrosi da successo e da denaro. (…)
    (…) semus giai presoneris, giovunus i beccius, attacaus a su cunnotu i arreformadoris, ubidientes i travessus, de una organizazioni soziali aundi ddui funt biddas mori mori, acorradroxius urbanus tancaus, zittadis carraxiadas de machinas i affumentadas cun fragus perigulosos, totu prena de genti chi timit de nd’essiri bogada cantu prima, i finzas de genti, chi mancai galu aintrus, de sa cultura, de s’economia i de sa politica, o creendi de ddoi essiri, s’ammalaidat de sa timoria de su marginai allobau i de su nervosu chi castigat sos riccos i sos brafanteris. (…)

    (…) È certo che l’orizzonte dell’Occidente è il tramonto, la caduta nella notte, la consegna all’orrore e all’incubo. Che la cultura della modernità, dell’illuminismo, ovvero del pensiero in costante progresso, non fa più neppure promesse ma solo minacce, e che tra le sue coordinate non è possibile inventare nessuna soluzione accettabile ai nostri problemi.
    È certo, purtroppo, che abbiamo smarrito la via del comunitarismu, l’unica che conduce al nostro futuro. La sardità, anzi, l’abbiamo non solo nascosta perché scandalosa come un’eresia ma, proprio come un’eresia, l’abbiamo più spesso abiurata. È la via del comunitarismu, da noi percorsa per tremila e cinquecento anni, tra mille peripezie, l’abbiamo abbandonata, tradendo la nostra cultura originaria, nettamente antiurbana, per seguire le strade senza futuro della civiltà urbana. (…)

    (…) Est siguru, primamenti, ca s’Occidentighettat a su scoricadroxiu, i nci sperefundat in su iscuriori de sa notti i de sos malos bisos, de is muttadoris. Est siguru ca sa cultura de sa modernidadi, de s’illuminismu, est che a narri pensiero in costante progresso, no donat prus mancu falsas promissas ma minetat ebbìa, i ca in su strxu clturali cosa sua no s’agatant mexinas po sos males de sa Sardigna.
    Est siguru, po disgrazia, ca euscuau, po bregungia i pagu sentidu, sa cultura de sa sardidadi, i chi emus perdiu sa bia de su comunitarismu, s’unica chi tocat conca a su tempu chi at benniri. Sa sardidadi, anzis, dd’eus imbusticada poita est iscandalosa comenti a un’eresia i, in prus, comenti a un’eresia dd’eus meda bortas negada malinniamenti. Nosus e totu eus iscuminigau sa sardidadi. I sa bia de su comunitarismu, chi eus sighiu po milli i chimbechentos annos, in mesu a milli trumentus, dd’eus sbendonada, traixende sa cultura nostra de is arrexinis chi fiat craramenti contras a sa zittadi, nettamente antiurbana, po appetigai is carrelas chena futuru de sa zivilidadi urbana. (…)

    --------------------------------------------------------


    “Che cos’è il sottosviluppo?

    Un nano dalla testa enorme e il torace gonfio è “sottosviluppato” in quanto le sue deboli gambe o le sue corte braccia non si armonizzano con il resto della sua anatomia; è il prodotto di un fenomeno teratologico cha ha distorto il suo sviluppo. Questo è ciò che in realtà siamo noi, blandamente detti “sottosviluppati”, a dire il vero paesi coloniali, semicoloniali o dipendenti. Siamo paesi dall’economia distorta dall’azione imperiale che ha sviluppato in modo anormale i rami industriali o agricoli necessari a complementare la sua complessa economia.”(Ernesto “Che” Guevara,Cuba eccezione storica o avanguardia della lotta anticolonialista? Aprile 1961)


    La pace è degli uomini che la desiderino con tutte le loro forze, che sono disposti a giovarsene al massimo per la felicità del loro Popolo, ma che sanno che non possono mettersi in ginocchio per conquistarla, che sanno che la pace si conquista a colpi di audacia, di coraggio, di incrollabile pertinacia, e che così si difende, e che la pace non è una condizione statica ma qualcosa di dinamico al mondo, e che quanto più forte, unito e belligerante sia un Popolo, più facilmente potrà mantenere la pace cui aspira.
    Ernesto “Che” Guevara; Discorso alla cerimonia di omaggio al generale Lìster (2Luglio 1961).

    “Non dobbiamo avvicinarci al popolo per dire: “Siamo qui. Veniamo a farti la carità della nostra presenza, a insegnarti con la nostra scienza, a dimostrarti i tuoi errori, la tua in cultura, la tua mancanza di nozioni elementari”.
    Dobbiamo andare con ansia di ricerca e con umiltà di spirito a imparare da quella grande fonte di sapienza che è il popolo.”
    (Ernesto “Che” Guevara ;19 agosto 1960)

    “….Fatto sta che non si tratta di una lotta fra un paese e un altro; si tratta di na lotta fra due ideologie e due modi di pensare diametralmente opposti. La lotta fra quanti vogliono vivere di sfruttamento, discriminando gli uomini a seconda del colore della loro pelle, della loror religione, del denaro che possano avere e coloro che cercano di far sì che tutti gli uomini siano uguali, che vi siano le stesse opportunità per tutti e, inoltre, che lottano perché tutti i popoli del mondo –ivi compreso quello nord-americano- siano liberi.”( Ernesto “Che” Guevara ; 17 maggio 1964).




    Organizzare la propria sfiducia è qualcosa che può essere fatto da chiunque, non è niente di straordinario nè sono necessarie grandi cose, nè tutte quelle cazzate che ha detto la Procura Generale della Repubblica. Sono necessari cuore, coscienza, chiarezza in ciò che si vuole. Come dice la poesia di Paul Eduard: Per essere felici occorre semplicemente vederci chiaro e lottare. Allora si che si potrà assaltare il cielo."(Sub-Comandante Marcos EZLN)
    PRO SA REPUBRICA DEMOCRATICA SARDA
    FINTZAS A SA BINCHIDA, SEMPER!

 

 

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