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    Naufrago
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    Predefinito "Sul 41 bis ci hanno preso in giro..."

    Chi li ha presi in giro?

    Che promesse hanno avuto?

    Domandina facile facile....

    Da Il Nuovo.it

    41 bis, Bagarella: "Promesse non mantenute"


    Il boss in tribunale legge un proclama a nome dei mafiosi che protestano contro il carcere duro e dice "che sono stati presi in giro". Riina ha paura di essere avvelenato, in cella cucina da sé.


    TRAPANI – “Le promesse non sono state mantenute”. E’ una delle frasi lette in aula dal boss Leoluca Bagarella, intervenuto in collegamento video durante il processo per una serie di omicidi commessi nel trapanese tra il 1989 e il ’92.

    L’esponente di spicco di Cosa nostra ha letto una sorta di proclama a nome dei boss mafiosi che, in otto carceri, stanno partecipando allo sciopero della fame contro il regime carcerario del 41bis. Il cattivo audio ha permesso di capire solo poche frasi, ma in sostanza Bagarella avrebbe detto che i detenuti “sono stati presi in giro”.

    Nei penitenziari dove sono rinchiusi i condannati per mafia, il fermento continua e arriva la notizia che Totò Riina, che pur condividendo la protesta non vi prende parte, teme di essere avvelenato. “Si cucina da solo nella sua cella -spiegano allo studio legale Fileccia, che difende il boss - per la spesa passa un agente che prende l'ordinazione di quello di cui ha bisogno. E' sotto un controllo rigidissimo, per motivi di sicurezza non può accettare il vitto che passa l'amministrazione”.

    (12 LUGLIO 2002, ORE 20:05)



  2. #2
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    Chi ha interesse ad avvelenare uno come Riina???? Qualcuno che teme qualcosa se un giorno dovesse aprire bocca??

  3. #3
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    CARCERI: 41 BIS; RIINA, SONO STATO USATO COME PARAFULMINE
    Da un lancio dell'agenzia Ansa delle ore 20.00

    Toto' Riina ritiene di essere stato ''usato come parafulmine per tutta l' Italia'' per contrastare la protesta dei detenuti soggetti al 41 bis e per portare avanti le proposte di cui si parla in questi giorni di ''stabilizzazione'' del regime di carcere duro e smentisce di essere in qualunque modo il promotore delle iniziative della protesta in cui sono coinvolti i detenuti rinchiusi nelle 15 sezioni speciali delle carceri italiane.

    A far filtrare all'esterno le parole del boss sono stati l' eurodeputato della Lista Bonino Maurizio Turco e il segretario dell'associazione 'Nessuno tocchi Caino' Sergio D'Elia, che oggi hanno visitato il supercarcere di Marino del Tronto dove Riina sconta l'ergastolo. Gia' ieri si era saputo che il boss non stava partecipando all' astensione dal vitto fornito dall'amministrazione penitenziaria, forse per problemi di salute e perche' sottoposto a controlli particolari.

    Ma oggi Riina avrebbe sottolineato di non avere mai protestato per le condizioni a cui si trova o si era trovato e avrebbe respinto possibili strumentalizzazioni del suo nome, ''messo avanti contro la protesta di chi chiede un' 'umanizzazione' del 41 bis''. A cui sono sottoposti, nel carcere di Marino, 66 detenuti, quattro o cinque dei quali - oltre a Riina - non avrebbero aderito allo ''sciopero'' del vitto carcerario.Nel carcere ascolano il capo di Cosa Nostra e' rinchiuso in una sezione speciale, occupata solo da lui e da un altro detenuto ed e' sottoposto a restrizioni particolari. Per l'ora d'aria ha a disposizione un cortile lungo sei metri e largo due, sormontato da una rete metallica.L'altro detenuto e' in 41 bis dal 14 mesi e dovrebbe finire di scontare la sua pena (tre anni e mezzo) tra un mese.

    Un fatto che fa ipotizzare a Turco e D'Elia, impegnati in un giro delle sezioni speciali degli istituti di pena per preparare un ''libro Bianco'' sulle condizioni dei reclusi in regime di carcere duro da sottoporre alle massime autorita' nazionali e internazionali - che la sua presenza ''sia solo un pretesto per dire che Riina e' stato tolto dall'isolamento''


    Da un lancio dell'agenzia Ansa delle ore 20.37

    Le condizioni sono nettamente migliori per i detenuti delle altre due sezioni speciali, che possono usufruire di quattro ore di socialita' da trascorrere tra un cortile piu' ampio e senza rete metallica o in una palestra, munita di alcuni attrezzi essenziali. ''Corretti'' e senza problemi, secondo i detenuti, i rapporti con la direzione e gli agenti di custodia.

    La protesta dei detenuti non prevede anche il tintinnio delle stoviglie sulle sbarre e si articola soprattutto su due temi: un' attenuazione delle restrizioni al contatto fisico con i familiari, che i sottoposti al 41 bis possono incontrare solo una volta al mese per mezz' ora, dietro ad un vetro, e la possibilita' concreta di ricorrere in Cassazione contro i provvedimenti semestrali di proroga del regime speciale.

    I ricorsi vengono regolarmente rigettati perche' le proroghe - hanno indicato i detenuti - sono di fatto, nelle motivazioni, ''fotocopie'' del primo decreto, in contrasto con una sentenza della Corte Costituzionale, in base alla quale i provvedimenti dovrebbero essere motivati in maniera non stereotipata.

    L'effetto ''fotocopia'' e' particolarmente evidente per chi - e a Marino ce ne sono diversi - si trova in regime speciale da dieci anni. Gente giunta ad Ascoli dall'Asinara o da Pianosa, protagonisti della primissima stagione di applicazione del 41 bis.

    ''Non chiediamo che il carcere duro venga eliminato - ha detto un anziano detenuto napoletano - ma chiediamo che le esigenze di sicurezza siano conciliate con quella di poter toccare i nostri cari, o anche solo di poterli tenere per mano''. Ad uno basterebbero ''due buchi nella parete di vetro'', un altro ha detto di essere disponibile a sottoporsi ''a tutti i tipi di controlli e, se vogliono sentire quello che dico, anche farmi infilare un microfono in bocca''. Basta che che ci sia ''un contatto fisico, anche minimo'', per non recidere i legami familiari e affettivi.

    ''Ci chiediamo - hanno osservato Turco e D'Elia al termine della visita - se lo Stato italiano stia realizzando l'obiettivo di porre l'aggressore in condizione di non minacciare piu' la nostra vita e la nostra sicurezza o non stia invece vendicandosi di fatti orribili e consentendo un degrado inutile e pericoloso della propria civilta' e umanita'. Il problema non e' chi sono, cosa hanno fatto o cosa potranno fare i detenuti in 41 bis - hanno aggiunto - in discussione e' chi siamo noi, noi Stato, noi societa' civile e cosa ci accadrebbe di essere se noi non riconoscessimo al peggiore degli assassini quei diritti umani fondamentali che loro hanno negato alle loro vittime''. Prossime tappe del giro di Turco e D'Elia dovrebbero essere gli istituti di pena di Viterbo, Spoleto e dell'Aquila.

    Wolare
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  4. #4
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    gia'....diamogli lo champagne e la vasca con idormassaggio a questi benefattori.
    Antonio

  5. #5
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    Aragoste e champagne, prego...

    Essi', il 41 bis uno strumento di tortura, una barbarie....

    DA La Stampa:

    (Del 11/7/2002 Sezione: Cronache italiane Pag. 12)

    TROPPA televisione. Così dàgli oggi, dàgli domani, il bombardamento mediatico fa il suo corso e persino i detenuti modello per antonomasia, quegli uomini d'onore famosi per la proverbiale capacità di sopportazione dei - chiamiamoli - disagi carcerari, persino loro che si autodefiniscono «nati per soffrire» vengono attraversati dalla tarantola della protesta. E quale migliore occasione, per finire appunto sui telegiornali, che mettersi sulla scia dello scheletrico Marco Pannella digiunatore di lungo corso? Chissà quante volte, i boss di Cosa Nostra ci avranno pensato. Chiusi nelle anguste celle dei «bracci» destinati al «41 bis», dove il carcere è duro e le restrizioni si fanno sentire, lontani da casa per scelta di legislatori della prima Repubblica che li hanno scientificamente distribuiti tra Rebibbia, Cuneo, l'Aquila o Novara, piuttosto che ad Ascoli, insomma a migliaia di chilometri dalla Trinacria, compressi e accaldati davanti alla tv, anche gli uomini d'onore possono cedere ai metodi pannelliani. Ed ecco la più inedita delle proteste: lo sciopero della fame dei boss. Addirittura «benedetto» da don Totò Riina in persona, il quale - pur non partecipando direttamente (non è serio per un capo, direbbero i vecchi mafiosi che, pestati dai secondini, riferivano ai magistrati di sorveglianza «di essere scivolati scendendo per le scale) - ha fatto sapere di condividere tutte le iniziative tese a far scomparire l'incubo di questo maledetto «41 bis». Non deve essere casuale la scelta della forma di lotta, il ricorso alla tradizione radicale. Da sempre Cosa Nostra ha cercato di inserirsi - fosse anche per difendere il privilegio dello champagne in cella - sulla scia dei temi del carcere e del garantismo. Proprio all'inizio dell'avvento del «41 bis» - infuriava la repressione dopo le stragi del '92 e del '93 - Emma Bonino andò a Pianosa che, per la durezza delle condizioni dei detenuti (insieme con l'Asinara), era definita «la fabbrica dei pentiti». Fu accolta da boss in perfetta linea, asciutti e senza le evidenti conseguenze di sughi e intingoli (melanzane e ricotta salata) portati dalle mogli. Niente pacchi-viveri da casa, niente maxiacquisti allo spaccio, perchè il «41 bis» lo vietava (e lo vieta), insieme con l'uso del cucinino in cella. Erano nervosi già allora, i boss. Ma non scelsero la protesta eclatante. Affidarono ogni speranza di successo alle capacità affabulatorie di un don Masino Spadaro, particolarmente emaciato per malesseri vari. Don Masino, boss della Kalsa palermitana e grande industriale delle «bionde», avviò una supplica alla Bonino in perfetto linguaggio radicale. Era il periodo dei fax per fermare le esecuzioni capitali in Usa e così Spadaro andò a colpo sicuro: «Onorevole, con un fax avete salvato vite umane, sprecate una telefonata anche per noi poveri cristi, segregati e torturati contro la legge, senza nessun controllo democratico». Decine di boss si attardarono e descrivere lo strazio dei colloqui coi figli attraverso il vetro divisorio: «Neppure il bambino piccolo mi fanno abbracciare». Un martellante refrain, sempre lo stesso, sia che parlassero gli Spadaro o anche i Madonia o il mite Michele Greco, che mise in crisi la resistenza di Emma Bonino, tanto da impedirle di finire l'ispezione a Pianosa per il sopraggiungere di un malore. Erano già irriconoscibili, alcuni di quei boss che eravamo abituati a vedere appesantiti dalla buona tavola. Già, perchè il mangiar bene può essere una religione, oltre che irrinunciabile status-symbol. E' vero, la protesta è rivolta ad alleggerire le condizioni carcerarie: l'ora d'aria è poca, un colloquio al mese pure, un pacco (da qualche tempo due) limita persino il ricambio giornaliero della biancheria intima, l'impossibilità di contatti coi familiari spesso crea contraccolpi alla salute mentale di tutti. Ma lo sciopero della fame ha qualcosa di più e di inespresso. Forse persino di involontaria ammissione che, al di là di quanto sappiamo, pesa - fisicamente e psicologicamente - il dover sottostare al menù governativo che, comprensibilmente, non offre quella qualità cui sono abituati gli uomini d'onore, siano essi liberi o reclusi. La mafia sta molto a tavola. Un po' come facevano gli antichi romani, Cosa Nostra ha trasformato l'esigenza dell'alimentazione in ritualità che scandisce la stessa esistenza delle singole «famiglie» e, in ultima analisi, dell'intera organizzazione. La nascita, le ricorrenze principali (dal battesimo al matrimonio), le tappe più felici di ciascun affiliato, persino la tragedia della morte, naturale o violenta che sia, viene celebrata a tavola. Davanti a cibo e bevande si amministra giustizia, la loro giustizia. E persino l'esecuzione capitale può essere trasfigurata e nascosta da un'orgia di cibo. Stefano Bontade riuniva il «tribunale» attorno ad un «fratino» che stava in una immensa sala comprendente una grande cucina in muratura. Immersa tra gli agrumi di Falsomiele, la «cupola» discuteva mentre un addetto arrostiva chilometri di salsicce al finocchio «ingranato», bistecche alte due dita e carciofi conditi col olio, sale, aglio e pepe. Litri di buon vino precedevano la cassata del bar «Rosanero» o di «Scimone» o di «Oscar» o di «Mille Luci», per finire col brindisi targato rigorosamente Moettesciandon. «Qui c'è un torto e una ragione», esordiva sempre don Stefano, ma alla fine qualcuno doveva spesso morire. E per uccidere sovente si ricorreva alla tavolata, l'immancabile scampagnata. Come quella che si fece a Ciaculli, nella tenuta di Favarella, feudo di don Michele Greco, per uccidere Saro Riccobono. Il solito soldato-cuoco arrostiva gamberoni grossi come aragoste, disponendoli sulla brace accatastata dentro una carriola di quelle per muratori. Un altro si dedicava allo spaghetto al nero di seppie («mi raccomando il pesce, deve essere quello di Tagliavia a Sant'Erasmo»), mentre caciocavallo e ricotta aprivano la gran maratona culinaria. Quando Riccobono fu vinto dal cibo, andarono a svegliarlo in tre. Gli dissero poche parole: «Saro, qui finisce la tua storia». Uno gli passò la corda al collo, gli altri due tirarono fino a strangolarlo. Tutto questo mentre gli invitati alla scampagnata continuavano ad ingozzarsi e a tirarsi addosso «le bucce dei gamberoni», ricorda un pentito. Ecco perché lo sciopero della fame deve rappresentare proprio un gran sacrificio per i boss in difficoltà. Uomini abituati ad avere «il meglio» non possono rassegnarsi all'odiato pasto dello Stato, che un tempo riservavano ai detenuti extracomunitari o ai giovani sfigati. Ogni direttore dell'Ucciardone, fino all'inizio degli Anni Novanta, assisteva impotente allo spreco quotidiano di ottocento (su novecento) pasti mandanti al macero. Il catering produceva, ma a mangiare erano un centinaio, gli altri erano autosufficienti. Ma non a pane e formaggio: la «roba» arrivava anche dai ristoranti alla moda, oltre che dai familiari. C'era un gran via vai dalla porta carraia di via Albanese. Buscetta ricordava sempre la festa di compleanno di «Totò l'Americano», Onofrio Catalano, ad aragoste e champagne. La tavola grande fu allestita nella sala della palestra, opportunamente lasciata aperta sulla «parola d'onore» che niente di spiacevole sarebbe accaduto. Altri tempi. E la sofferenza dell'uomo d'onore - seppure nato per soffrire - era davvero limitata a pochi impedimenti sulla libertà personale. Il mafioso recitava il suo ruolo di «combattente» che rifiutava qualunque rapporto con lo Stato, fosse anche la minestra del carcere, magari standosene tranquillamente accomodato sul lettino dell'infermeria. Oggi le cose stanno diversamente e la detenzione è diventata dura, secondo alcuni troppo dura. Un gran fermento deve agitare i boss, se si sono dati molto da fare per aggirare le ristrettezze di comunicazione (lo dimostra l'adesione allo sciopero di detenuti sistemati in carceri diverse) e ricorrere ad uno stile di lotta che non appartiene loro. Non deve essere casuale che il rifiuto del cibo sia sopraggiunto mentre all'Antimafia si parlava, appunto, del «41 bis». Se è così, non è facile che si rassegnino alle scatolette.

  6. #6
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    comunque tranquilli....c'e' gia' Gargani, eurodeputato di FI e forse ripescato alla camera, che si sta prodigando per levare di mezzo questa norma incivile e comnista del carcere duro per i boss mafiosi...non gli manchera' la compagnia di maiolo ed altri e naturalmente di dell'utri.
    Antonio

  7. #7
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    Originally posted by tony
    gia'....diamogli lo champagne e la vasca con idormassaggio a questi benefattori.
    Perché non è giusto? Devono avere tutti i confort che vogliono..... lì dove vorrei metterli io: a un metro e mezzo di profondità sotto i cipressi!
    "

  8. #8
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    ..poveri perseguitati...
    Antonio

  9. #9
    Alessandra
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    L'esperienza mi fa dire come nelle carceri piccole la situazione sia il massimo della schifezza. In tutti i sensi, mancano i servizi elementari di cui la persona ha bisogno a volte anche per sopravvivere. I cortili per l'aria sono di due metri quadri, i libri per leggere non ce ne sono o ce ne sono pochi, la possibilità di lavoro all'interno del carcere, possibilità che la legge prevede sia anche e giustamente retribuita, è molto limitata. Non è solo un problema di 41 bis, è un problema ignobile tra carceri *vivibili* e carceri *tombe*.

  10. #10
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    ma gli ultimi che hanno diritto di lamentarsi sono riina e soci.
    se pensassimo infatti alle condizioni di vita delle persone che hanno ammazzato e fatto ammazzare...e dei partenti a amici sopravvissuti...
    Antonio

 

 
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