Roma
I lavoratori extracomunitari stagionali ammessi ad entrare nel nostro Paese per svolgere la loro opera nell’agricoltura quest'anno sono 49 mila. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, lo ha ribadito durante il question time alla Camera. «In totale ad oggi la quota per lavoratori stagionali è complessivamente di 46 mila lavoratori subordinati stagionali - dice Maroni - ai quali vanno aggiunti una quota di 3 mila ingressi per lavoratori autonomi. Con questo pensiamo di avere sin qui soddisfatto le esigenze delle imprese, delle Regioni, sapendo che non appena la nuova legge sull'immigrazione entrerà in vigore si potrà procedere all’emanazione del decreto annuale di programmazione dei flussi, che potrà intervenire, se sarà necessario, per ampliare le quote già fissate». Ma la tendenza all’invecchiamento della popolazione europea è così forte che neanche un raddoppio dei flussi migratori potrebbe risolvere i problemi destinati ad acuirsi sul mercato del lavoro e nel sistema previdenziale. Soprattutto in Italia, servono quindi «riforme radicali» nel campo dell’occupazione anche per far quadrare i conti delle pensioni. E’ quanto emerge dal rapporto 2002 sulla situazione sociale nell’Ue presentato a Bruxelles. «Anche un raddoppio dei tassi di immigrazione e il simultaneo raddoppio dei tassi di fertilità - sottolinea una nota della Commissione europea - da soli non fornirebbero un significativo contributo ad assicurare mercati del lavoro e sistemi pensionistici sostenibili». L’immigrazione legale, nel 2000, ha portato all’ingresso nell’Ue di 680 mila extracomunitari, le donne europee fanno in media 1,4 bambini a testa e le aspettative di vita aumentano. Insomma: gli europei vivono più a lungo ma fanno meno figli. In meno di 15 anni, emerge dal rapporto, il numero dei cittadini Ue nella fascia di età fra i 20 e i 29 anni diminuirà del 20% mentre quello della fascia 50-64 anni crescerà del 25% e gli ultraottantenni raddoppieranno. Nel 2015, un terzo di coloro che ora sono in età lavorativa avrà più di 50 anni. Tutto questo, afferma in sostanza Bruxelles, non produce tutti i lavoratori e i contribuenti di cui hanno bisogno le fabbriche e le casse pensionistiche dell’Ue. Anche se l’Italia non viene citata esplicitamente, il riferimento è chiaro, soprattutto sul piano dell’invecchiamento demografico. Assieme alla Svezia, la penisola ha infatti il più alto «rapporto di dipendenza» degli anziani dai giovani: il numero di cittadini italiani di oltre 65 anni corrisponde ben al 27% di quello delle persone fra i 15 e i 64 anni, una quota superiore alla media europea, che è pari al 24%, e al virtuoso 17% dell’Irlanda. Il tasso di occupazione dei cosiddetti «lavoratori anziani» (quelli tra i 55 e i 64 anni cui fa riferimento la Commissaria europea) in Italia è pari solo al 27,3% e risulta il più basso quello del Lussemburgo (27,2%, mentre la media Ue è del 37,5%). In tutta l’Ue, emerge ancora dal «Social situation report 2002», una modifica della struttura demografica non si produrrebbe neanche se il tasso di fertilità passasse da 1,4 a 1,8 e se, attraverso politiche delle “porte aperte”, l'immigrazione crescesse a 1,2 milioni di individui l’anno. La mobilità interna all’Ue, in pratica chi emigra per passare da un paese all’altro dell’Unione, è molto bassa e interessa solo lo 0,1-0,2% della popolazione.




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