Faceva freddo a Milano
il 18 marzo 1978, e il
centro era intasato di
auto della polizia e dei
carabinieri: lampeggianti
accesi, posti di blocco, mitra
spianati. Due giorni prima a Roma
era stato rapito Aldo Moro, e la macchina
dello Stato sembrava impegnato
in una buffa parodia di efficienza e
«pronta risposta alla sfida brigatista»,
come promesso dal ministro dell’Interno
Francesco Cossiga. Ma non c’erano
sirene e poliziotti al Casoretto,
quartiere di periferia. Solo persiane
sbarrate a tener fuori lo smog e televisori
accesi, in attesa del tg delle 20.
A quell’ora Fausto Tinelli e Iaio
Iannucci camminano lungo via Mancinelli,
stretti nei paltò. Chiacchierano,
e il freddo forma nuvolette di
vapore davanti alle loro bocche. Hanno
trascorso un pomeriggio tranquillo:
Lorenzo in piazza Duomo insieme
alla sua ragazza, Fausto al Parco Lambro
con gli amici. Mezz’ora prima si
sono incontrati alla “Crota Piemunteisa”,
un bar-trattoria di fronte al
centro sociale Leoncavallo, e ora si
dirigono verso casa di Fausto, in via
Montenevoso 9, per l’appuntamento
del sabato col risotto di mamma
Danila. L’edicolante all’angolo tra
via Casoretto e via Mancinelli li vede
fermarsi davanti alle edizioni
straordinarie dei giornali, a commentare
i titoli sul sequestro Moro.
Sono ragazzi come oggi ce ne sono
sempre meno, Fausto e Iaio: attenti al
mondo intorno a loro, impegnati nel
quartiere. Negli ultimi mesi hanno
lavorato ad un dossier sullo spaccio
di droga al Casoretto.
All’altezza dell’Anderson School
di via Mancinelli ci sono tre persone
infagottate in trench bianchi. Una
signora, Marisa Biffi, vede Fausto e
Iaio fermi alla loro altezza. Ecco il suo
racconto, tratto dal libro Fausto e Iaio,
di Daniele Biacchessi, uno dei tanti
giornalisti che hanno tentato di ricostruire
il delitto: «Tre ragazzi sono in
piedi sul marciapiede, a 5-6 metri da
me. Contemporaneamente un altro
giovane è leggermente piegato e si
comprime lo stomaco con entrambe
le mani. Odo tre colpi attutiti che lì
per lì sembrano petardi. I tre giovani
sul marciapiede scappano velocemente
mentre quello che è piegato su
se stesso cade a terra. Mi avvicino al
giovane caduto... Subito oltre il suo
corpo, a un paio di metri, il corpo di
questo ragazzo che prima non avevo
visto né in piedi né a terra. Nessuno
dei due ragazzi pronuncia un parola...
Altrettanto fanno gli assassini che
fuggono nel silenzio, avviandosi verso
via Leoncavallo. Noto che il giovane
con l’impermeabile ha un sacchetto
che sembra di cellophane
bianco in mano».
Dalla testimonianza si
deduce che gli assassini
sono professionisti:
agiscono rapidamente,
non dicono un parola,
raccolgono i bossoli nel sacchetto di
plastica che la signora Biffi ha visto
nelle mani di uno dei killer. A sparare
otto o nove volte è stata una Beretta
80 calibro 7,65, arma leggera e agile,
ideale per colpire da vicino. Prima è
caduto Fausto, colpito all’addome, al
torace, al braccio destro e ai lombi.
Poi è toccato a Lorenzo: torace, ascella
destra, inguine, fianco destro.
Dopo l’omicidio, il gruppetto di
sparisce nel nulla. L’indomani un
funzionario della Questura parla con
cronisti: «E’ chiaro, si tratta di una
faida tra gruppi della nuova sinistra, o
inerente al traffico di stupefacenti».
scientifica fa circolare la voce che
l’assassino abbia sparato con una
pistola calibro 32. «E’ un’ipotesi tirata
per i capelli, come del resto quasi
tutte quelle formulate - scrive L’Unità
C’è almeno un elemento certo nelle
indagini sulla barbara uccisione di
Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli. I
killer per uccidere hanno usato pistole
automatiche avvolte in sacchetti di
plastica».
L’articolo è firmato da Mauro
Brutto. Non ancora trentenne, Brutto
il prototipo di una specie oggi in
estinzione, il cronista di nera. La
Milano di quegli anni, splendidamente
raccontata da Scerbanenco,
gli offre mille spunti di lavoro. Ma
Brutto è anche un uomo di sinistra, e
nella morte di Fausto e Iaio vede chiaramente
la mano della destra milanese.
Ne parla mesi dopo il delitto
con Danila, la mamma di Fausto:
«Mauro venne a casa mia - ha raccontato
la donna - si stava occupando
del connubio tra trafficanti di eroina,
fascisti milanesi e romani, apparati
dello Stato; mi disse che la verità
su Fausto e Iaio non era chiara».
Per mesi Mauro Brutto raccoglie
elementi sul delitto di Via Mancinelli.
In novembre qualcuno gli spara tre
colpi di pistola senza colpirlo. Pochi
giorni dopo il giornalista mostra una
parte del suo lavoro ad un colonnello
dei carabinieri. Il 25 novembre, dopo
cena, Brutto ha appuntamento con
una sua fonte. Lo vedono entrare in
un bar di via Murat, comprare due
pacchi di Gauloise, uscire, attraversare
la strada. A metà della carreggiata
si ferma per far passare una 127 rossa.
In senso inverso arriva una Simca
1100 bianca, lo investe e scappa.
«La Simca sembrava puntare sul
pedone», dirà nel corso della rapida
inchiesta l’uomo a bordo dell’altra
auto, la 127. Sparisce il borsello di
Brutto, pieno di carte, forse trascinato
dalle auto in corsa. Lo ritrovano
qualche ora dopo in una via vicina,
vuoto.
Ci sono elementi sufficienti per
fare ipotesi, ma non per evitare che la
morte di quel bravo cronista sia
archiviata come incidente, mentre
prosegue l’inchiesta su Fausto e Iaio.
Dopo il delitto sono arrivate alcune
rivendicazioni di ambienti di estrema
destra. La più credibile appartiene
all’Esercito nazionale rivoluzionario
- brigata combattente Franco
Anselmi. Anselmi era un neofascista
romano, morto dodici giorni prima
dell’omicidio di Fausto e Iaio, mentre
tentava di rapinare un’armeria della
capitale. Tra i camerati del gruppo di
Anselmi c’è Massimo Carminati, il
guascone senza paura che svolge i
lavori sporchi per conto della banda
della Magliana, la più potente organizzazione
criminale romana, e ha
rapporti con i servizi deviati. Tra le
molte cose, Carminati è stato accusato
di aver ucciso Carmine Pecorelli ed
ha lavorato con due ufficiali del Sismi
a un tentativo di depistaggio dell’inchiesta
sulla strage di Bologna...
Dopo anni d’indagine, Carminati
sarà prosciolto per l’omicidio di Fausto
e Iaio insieme ai camerati Claudio
Bracci e Mario Corsi. Nei loro confronti
ci sono alcuni indizi e le dichiarazioni
dei pentiti, ma niente che si
tramuti in prove certe. Del gruppo,
oggi il più famoso è Corsi. Lo chiamano
Marione, ed è il conduttore di una
popolare trasmissione calcistica sulla
Roma, in onda su “Radio Incontro”.
Cliccando sul suo sito internet ci si
trova davanti ad un volto aperto e sorridente
che incornicia due occhi gelidi.
Ma è davvero un esercizio inutile,
a distanza di tanti anni, cercare di rintracciare
su quel viso i segni dell’uomo
che Mario Corsi è stato, e di quello
che ha fatto o non ha fatto.
Resta invece una
domanda: perché Fausto
e Iaio? Due ragazzi
come tanti, di sinistra
ma senza strette appartenenze.
Più politicamente in vista
di loro, a Milano, vi sono migliaia di
persone. Si è parlato molto del dossier
sulla droga cui i due ragazzi
avevano collaborato, ma quel lavoro,
una rigorosa analisi dello spaccio
milanese, non contiene rivelazioni
di alcun tipo.
E allora bisogna fermarsi su una
coincidenza, come ha fatto recentemente
Aldo Giannuli, consulente
della commissione Stragi: i due
ragazzi vengono ammazzati cinquantasei
ore dopo il sequestro
Moro, e Fausto Tinelli abita in via
Montenevoso 9, dirimpetto al covo
dei misteri brigatisti, quello in cui
sarà custodito il memoriale di Moro.
Dalla stanza di Fausto alla finestra del
covo brigatista ci sono meno di dieci
metri, e in quell’ambiente il ragazzo
del Casoretto passa buona parte delle
sue giornate, a leggere e ascoltare
musica. Se esiste un misterioso legame
tra il sequestro Moro e il duplice
delitto di Milano, bisogna dare atto ai
registi della trama di aver fornito
anche la controprova: nel 1981 in
provincia di Roma venne ucciso il
capitano di polizia Francesco
Straullu, e il delitto fu rivendicato
dal nucleo fascista che si rifaceva a
Franco Anselmi. Il fatto è che anche
il nome di Straullu riporta al caso
Moro: il capitano aveva indagato
sul famoso borsello trovato nel
1979 in un taxi romano, e carico di
“simboli” riferiti a Moro e al giornalista
Pecorelli. Coincidenza per
coincidenza, Carminati è stato
indagato e prosciolto anche per l’omicidio
Pecorelli. L’autore di quel
delitto, chiunque fosse, indossava
un trench bianco. Come i carnefici di
Fausto e Iaio.




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