Da Il Foglio
Sorridente lo è sempre stato. Potente lo è diventato. Sorrideva il giovanissimo Casini, naturaliter predisposto all'arte della mediazione che fu appannaggio della grande Dc. Appena ventenne, ricordano ancora nella sua città, divenuto consigliere comunale soppiantò l'influenza del padre Tommaso, un notabile dc vecchio stampo ma un provinciale abilissimo nel sottogoverno, radicato nel suo territorio ma solo in quello, mentre il figlio, sulle spalle di Toni Bisaglia, e passando poi per le Partecipazioni statali, saltò senza imbarazzo nel ventre della Balena.
Il maturo Presidente della Camera, sgusciato fuori dal ventre della Casa delle Libertà incolla ora sulle sue spalle istituzionali (e su quelle del suo partito) quella funzione di mediazione politica che gli è sempre stata congeniale mentre è ancora così ostica per gran parte della maggioranza. In tutte le questioni di competenza parlamentare, Casini "aggiusta" le pretese della maggioranza, favorisce le soluzioni condivise sui temi di imbarazzo istituzionale (seggi vacanti, emendamento all'articolo 68 della costituzione, Rai, terrorismo), apre alle opposizioni, guida una Camera che "corregge" la politica del governo (ultimo il caso delle slot-machine).
Fa in proprio, o attraverso il suo partito, ciò che la Casa delle Libertà non riesce a fare come coalizione. Il problema Casini è tutto qui. Nessuno però potrebbe affermare che il volto sorridente del potere nasconda improvvisazione. La preparazione è partita dal basso. L'appeal presidenziale, al di là della vocazione super partes che il ruolo istituzionale richiede, si è inizialmente giovato della successione morbida con la quale Casini ha omaggiato il presidente uscente Violante, della riconferma di tutto lo staff del palazzo scelto dal predecessore, che gli ha garantito la lealtà della nomenklatura di Montecitorio.
E un insolito fair play del più importante partito dell'opposizione guidato alla Camera dall'ex presidente. La tranquillità del Palazzo, non solo l'inamovibilità della carica, ha liberato le mani del sorridente sovrano che può dedicarsi a gestire in proprio l'immagine della politica italiana attraverso una vera e propria diligence parallela, spesso competitiva con quella di Palazzo Chigi, e forte del suo spessore istituzionale, fino al passo estremo, carico di valore simbolico, di invitare il Papa a varcare la soglia di Montecitorio.
Del resto l'ambizione di dilatare urbi et orbi la sua politica è testimoniata dall'attivismo planetario del presidente della Camera, dai numerosi viaggi, dalle esternazioni extra moenia e soprattutto dall'imminente nomina di un consigliere diplomatico nel kitchen cabinet della presidenza, il primo nella storia di Montecitorio.
Si era certamente sbagliato Silvio Berlusconi, prima della discesa in campo, a definire quello di Casini un sorriso che "allieta lo sfondo" della scena. La parabola dell'ex giovanotto parla da sé: sopravvissuto al naufragio democristiano del '93, approdato a nuoto alle liste elettorali di Forza Italia nel '94, però già in grado qualche settimana dopo di farsi il suo partito. Dice che il giovanotto ebbe subito l'abilità di profittare delle inesperienze altrui. Fino a garantirsi in questa legislatura una pattuglia parlamentare ben nutrita e sproporzionata, numericamente, al peso elettorale della sua lista.
Fino a gettare tutto il suo aplomb istituzionale nel lavorio che, alla nascita dell'Udc (risultato della fusione con il Cdu di Rocco Buttiglione) ha favorito, a far da contrappeso a quest'ultimo, anche l'ingresso di D'Antoni che presiederà il nuovo partito con segretario Marco Follini. Fino ad aver predisposto l'intelaiatura dell'unico "partito" della Casa delle Libertà che si comporti come tale, ancorché di piccole dimensioni. "Tout aboutit en un parti", secondo un aforisma di Pierre Mendès France, tra i protagonisti della politica francese fino agli anni Sessanta. Nel resto ha la sua parte la devozione alla Madonna di San Luca, invocata in aula il giorno dell'investitura presidenziale, protettrice di Bologna e dei suoi ridanciani abitanti.
Ha la sua parte la bolognesità di Casini, il secondo, remoto, tassello del network presidenziale. Tra i registi dell'operazione Guazzaloca, che fece crollare il muro di Bologna, e sponsor dell'attuale sindaco fino ad aver sciolto nella lista civica che lo portò alla vittoria il suo locale ccd. Forte di un antico odio-amore con Romano Prodi, tradotto in politica grazie all'ingresso di eminenti prodiani nella squadra del sindaco, come la testa d'uovo Gianni Pecci. Casini è poi stato sponsor del candidato anti Arturo Parisi, Sante Tura. Sostenuto dal ceto imprenditoriale, come testimonia il fatto che l'Api, l'Associazione delle piccole imprese, ha avuto presidente Silvia Noè e tuttora ha segretario Paolo Beghelli, entrambi coccolati dal Ccd.
Legato da solida amicizia con l'editore Andrea Riffeser. Da simpatia con Piero Gnudi attuale presidente dell'Enel. Prediletto, ça va sans dire, dalla Curia e stimatissimo dal cardinale Biffi. Casini rappresenta insomma la saldatura della élite non comunista sopravvissuta nell'ex capitale modello del comunismo nostrano. Un mattone che pesa nella costruzione del piedistallo e di ancor più ponderoso valore simbolico. L'incubatrice dalla quale proviene anche il neoconsigliere Rai Marco Staderini, legato al presidente della Camera e da questi voluto in viale Mazzini.
Egli stesso allenato alla gestione di un grande centro di potere, Lottomatica, oggi un baluardo dell'influenza di Casini sulla Rai, dopo la sua vittoria nella partita delle nomine. Significa tutto che Staderini sia l'unico consigliere, oltre il leghista Albertoni, a rappresentare il nucleo storico della Casa delle Libertà: né Forza Italia né An ne esprimono uno. Il 40 per cento delle nomine di secondo rango, vicedirettori e annessi, è stata guidata dal plenipotenziario Rai del presidente della Camera. In una celebre "Intervista sul non governo", anni Settanta, Ugo La Malfa aveva raccontato del suo stupore di giovane leader e alleato del partito di maggioranza relativa, alla nascita della Prima Repubblica, di fronte alla cura per le nomine di secondo rango dimostrata dal ceto politico dc: "Non avevo capito che si trattava dell'intelaiatura del potere".
Il potere non è fatto di pennacchi. Non solo di pennacchi. Discretamente un altro degli uomini del presidente, Alfredo Meocci, ex candidato sindaco di Verona, è dislocato all'Authority per le Telecomunicazioni. L'ipoteca sulla Rai, l'amicizia con la presidenza Enel, un dito nell'Authority: Casini è quindi in grado di muoversi agevolmente in tutto il vasto ed effervescente settore.
Casini-System
Il capitolo più interessante del Casini-System è il rapporto tra il presidente della Camera e l'editore Franco Caltagirone, un rapporto che precede e prescinde dal fidanzamento con Azzurra, di solito scolpito nelle cronache rosa. Un rapporto romano che fa il paio con quello bolognese che lega il presidente all'editore Rieffeser. Pochi ricordano che nel 1995 all'atto del passaggio del quotidiano romano "Il Tempo" da Riffeser a Caltagirone, che con questo acquisto si affacciò alla ribalta editoriale, Casini fu tra gli ascoltati consiglieri dell'editore bolognese.
Pochi possono oggi smentire, ma anche pochi sono disposti a confermare che il presidente della Camera abbia autorevolmente consigliato, se non mediato, lo sfumato affare che avrebbe dovuto qualche settimana fa, ripetendo la triangolazione del '95, portare nelle mani dell'editore romano questa volta l'intero gruppo Rieffeser, forte delle tre testate "La Nazione", "Il Resto del Carlino", "Il Giorno" pari a un totale quotidiano di circa 400 mila copie.
Un'operazione che avrebbe esteso il raggio editoriale del gruppo Caltagirone dall'estremo Sud pugliese dove controlla "Il Quotidiano", un piccolo (10 mila copie di tiratura) ma agguerrito giornale scelto come ripiego all'ambizione di conquistare "La Gazzetta del Mezzogiorno", da Napoli, dove pubblica "Il Mattino", da Roma, regno del "Messaggero", a Milano dove esce "Il Giorno", secondo un vecchio sogno dell'editore romano di allungarsi con una "dorsale" verso Nord. Ma anche un'operazione che avrebbe allargato l'influenza mediatica del presidente della Camera alla dimensione delle sue più recenti ambizioni.
Romiti e il gentlemen's agreement L'affare, sventato in extremis dall'accordo tra Rieffeser e Rcs, ha lasciato a bocca asciutta l'editore romano. La proposta Caltagirone prevedeva la vendita del 10 per cento del gruppo con diritto di prelazione sul resto. Quella di Cesare Romiti invece che sul diritto di prelazione si fondava su un gentlemen's agreement, la clausola con la quale non è stato difficile conquistare l'ancora influentissima signora madre dell'editore bolognese, la cui storica antipatia per Caltagirone non era stata vinta neppure dai sorrisi di Casini. L'editore romano non ha gradito. Ma il fallimento dell'operazione ha messo a nudo che il legame, ormai anche familiare, con Caltagirone, imprenditore difficile e di difficili rapporti con gli altri imprenditori, è un po' il tallone di Pier Ferdinando che rischia di essere risucchiato nella guerra contro tutto e tutti del futuro suocero.
Nell'entourage romano della coppia Casini-Caltagirone si maligna: il mancato appoggio di Palazzo Chigi all'affare Caltagirone-Rieffeser (ma davvero era mai stata all'ordine del giorno di Palazzo Chigi una simile questione?) è una risposta alla vittoria Rai di Casini. Il risultato della sotterranea contesa tra grandi poteri avrebbe poi partorito il topolino della nomina del nuovo direttore del "Messaggero", Paolo Gambescia, gradito all'opposizione, e di quello del "Mattino", il trentaseienne Mario Orfeo, pupillo di Ezio Mauro, non apprezzato dal fondatore di Repubblica che non apprezzò la sua nomina a capo della redazione politica di "Repubblica", ma apprezzatissimo dal presidente della Camera.
Ma sono chiacchiere. Il vero problema dell'abile Casini è la difficoltà di ricondurre sotto una guida stabile il mondo vario e irriducibile della vecchia cultura politica dc. Bruno Tabacci, il sempre più visibile deputato del Nord, il post dc che conosce l'economia e la finanza e si muove come un pesce nell'acqua dei poteri forti, gioca in proprio. E Marco Follini è leale ma non è un personaggio di rappresentanza, un mastino personale del presidente. Casini sorride, uno come lui non ha bisogno di cani da guardia. Ma non si sa mai.


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