Mps ha il 30 per cento di Bnl, ma la fusione può saltare, per quanti sforzi faccia lo stesso governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, di agevolare il disegno del suo amico Davide Croff, amministratore delegato di una Bnl in evidente crisi.
Tutto sarebbe pronto per il matrimonio Bnl e Mps, ma tutto può saltare. Il Monte dei Paschi ha già praticamente il 30 per cento dell'azionariato di Via Veneto: gli altri soci maggioritari sono tutti con Siena d'accordo. Lo sono il Banco di Bilbao, che detiene una quota del 14,9 per cento, le Generali con il 7,5 del capitale di Bnl, e la Popolare di Vicenza con il 3,4 per cento.
Ma - rivela il VeLino, l’agenzia diretta da Lino Jannuzzi - rimane ancora il problema dell'Argentina, della delimitazione esatta del buco Bnl e/o della sterilizzazione delle perdite e dei debiti congelati di Bnl in Argentina in una bad bank.
E c'è di più:
Il piano industriale triennale di Bnl, approvato venerdì scorso, avrebbe dovuto congelare l'aggregazione con il Monte dei Paschi. Ma poi si scopre che, invece, proprio questo è il momento delle decisioni sull'aggregazione Mps-Bnl. Come stanno allora le cose? La verità sembra ruotare intorno al management di Bnl e più in particolare intorno al suo ad, Davide Croff. Il comunicato di venerdì, che non cita il Monte dei Paschi e che disegna un profilo stand alone per la banca romana, lo ha scritto praticamente lo stesso Croff. E per il suo ufficio comunicazioni esterne il messaggio è stato chiaro: fate sapere che con Siena si ferma tutto e che siamo aperti ad altre avventure. Ma al VeLino aziende un consigliere non di parte, cioè non Mps, ha rivelato che la posizione di Croff ha lasciato freddo il consiglio. E che, anzi, sotto il linguaggio manierato, in consiglio sono venuti inviti non equivocabili a valorizzare la banca nei fatti, e non negli auspici. Un auspicio il piano stand-alone è stato definito. Alla fine Croff ha avuto il sopravvento.
Fatto è che Abete e Croff vogliono garanzie sul proprio futuro, sulle proprie poltrone. La strategia di stand alone concordata dalla Bnl a conclusione del consiglio di amministrazione si giustifica unicamente con le resistenze del suo management. Il presidente Luigi Abete e l'amministratore delegato Davide Croff, ora che la fusione con Mps si avvicina, vogliono garanzie anche personali, di ruolo, di carriera e di retribuzione. Una difesa preventiva tanto più forte in quanto, per il carattere di quasi public company della Bnl, Croff e Abete hanno finora quasi da padroni. Sia Abete che Croff del resto sono consapevoli di un fatto. La strategia seguita finora dal Monte dei Paschi di Siena a livello di governance, nei confronti delle banche acquisite, come la Bam e la Banca del Salento (ora Banca 121), ha seguito un doppio binario. In qualche caso ha rispettato l'autonomia di gestione e gli equilibri dei gruppi dirigenti trovati, in altri ha proceduto con pugno di ferro. Da qui i timori del management di Via Veneto. Non è un caso che Abete, un mese fa, sul piano Tremonti per realizzare la definitiva autonomia delle banche dalle fondazioni, si sia mostrato scettico: "Tra tre anni che succede? E nel frattempo", aveva detto Abete, "c'è il rischio di una neocentralizzazione del governo delle principali banche".