Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell'intervento dell'on. Davide Caparini, vice presidente
della Commissione Vigilanza Rai, sul messaggio del presidente della REpubblica alle Camere.
Riteniamo le dichiarazioni del Presidente della Repubblica condivisibili ma tardive. Il pluralismo e
la libertà di informazione sono condizioni fondamentali per l'esercizio dei diritti dei cittadini sanciti
dalla Costituzione. Partendo da tale assioma abbiamo invano sperato di sentire la voce del Quirinale
a difesa delle minoranze e per la tutela della democrazia (cito le parole del Presidente), anche
quando la RAI dell'Ulivo cancellava la Lega dalla televisione pubblica. Venne messa in atto una
vera e propria campagna di diffamazione, di falsificazione e di censura; siamo stati insultati e
calunniati ed ogni nostro atto strumentalizzato o taciuto, a seconda della convenienza.
Sono stati cancellati milioni di elettori, identità e culture diverse, istanze di persone che vogliono,
ieri come oggi, il cambiamento. Ma dal Colle il silenzio assoluto. Come quando, per il solo fatto di
parlare di libertà dei popoli, molti di noi - non solo politici, ma anche studenti, operai e liberi
professionisti - vennero processati e condannati sulla base di un codice fascista. La televisione
pubblica tacque, mentre le nostre sedi venivano perquisite dalla polizia giudiziaria o fatte oggetto di
attacchi da parte di gruppi estremisti.
Presidente, ho invano atteso l'intervento del Capo dello Stato quando, incredulo, ho assistito alle
faziose trasmissioni di Santoro o alle esibizioni coprofagiche di Luttazzi. Ho sperato in un richiamo
al rispetto dell'etica professionale, quando un direttore di rete dell'Ulivo si vantava di aver fatto
perdere un milione e mezzo di elettori al centrodestra. Purtroppo dal Quirinale nessun messaggio,
nessun intervento. Eppure la legge di sistema, proposta dall'allora Governo di centrosinistra era
impantanata da anni in Commissione, al Senato, perché l'allora maggioranza di centrosinistra non
riusciva a trovare l'accordo tra le sue numerose componenti.
Registriamo con particolare favore il richiamo al rispetto dei principi del federalismo nel servizio
pubblico, ma mi permetta, Presidente, una considerazione. Compito precipuo del servizio pubblico
non è esclusivamente quello di promuovere l'identità nazionale, bensì di valorizzare e diffondere le
diverse culture e identità locali, come sancito dall'articolo 11 del contratto di servizio tra il
ministero e la RAI, in attuazione della Convenzione che regola il servizio pubblico.
Anche in questo caso paghiamo paurosi ritardi. Uno standard qualitativo ed una netta
differenziazione dei programmi irradiati dalle reti private implica per il servizio pubblico,
innanzitutto, la necessità di liberarsi dalla eterodirezionalità e dal generalismo, tipico del modello
pubblicitario e commerciale, per cercare la propria missione in un servizio sempre più autonomo
dalle ideologie nazionalpopolari e sempre più pluralista, nel quadro della modifica federalista della
Costituzione e del processo di devoluzione in atto.
Rivendichiamo, quindi, la paternità della vocazione federalista del servizio pubblico, confermata
dalla delibera del consiglio di amministrazione della RAI del 16 aprile del 2002 nella quale, tra gli
obiettivi primari ed immediati, si rileva quello di un'autentica televisione federalista. In tale delibera
vengono individuate tre linee strategiche di intervento: l'informazione di prossimità con i Tg
regionali di Raitre, la valorizzazione dei centri di promozione e la creazione di adeguati spazi
quotidiani sulle reti.
Quindi, dallo stallo di una rete regionale ancora allo stato embrionale si deve ora passare ad una
fase più matura, estendendosi ad una segmentazione strategica dell'intero palinsesto, attraverso una
programmazione su base macroregionale che coinvolga le tre reti. Infatti, la citata delibera del
consiglio di amministrazione della RAI sottolinea che le trasmissioni dovranno avvenire in
contemporanea, differenziandosi per le tre zone geografiche. A tal fine, si deve incentivare il
passaggio di attività verso i più centri di produzione, togliendo a Roma all'attuale monopolio
culturale.
Presidente, non può sfuggire la coincidenza temporale del suo messaggio con la polemica intentata
dal partito RAI, che vuole riaffermare il primato della capitale anche sulla scelta degli uscieri.
Interpretiamo, quindi, il suo passaggio come un rinnovato stimolo al progetto federalista.
Presidente, abbiamo particolarmente apprezzato il riferimento ad una più severa regolamentazione
dei programmi a protezione dei diritti dei minori. Un recente studio ha fornito gli ennesimi dati
agghiaccianti: nella fase che va dalla nascita alla fine della scuola elementare, un bambino assiste in
televisione ad oltre ottomila omicidi e a centomila atti di violenza. L'abitudine alla violenza,
favorita dalla televisione, conduce alla lunga i giovani a perdere la sensibilità morale e, perfino, ad
indebolire la consapevolezza della differenza tra bene e male, tra giusto ed ingiusto. L'assenza o la
sottovalutazione delle problematiche morali - che costituisce già di per sé una scelta ideologica
negativa - è capace di produrre effetti diseducativi di enorme portata. La televisione trasmette
implicitamente una forma di banalizzazione della vita, di relativismo e di nichilismo etico, carico di
conseguenze negative per la crescita dei nostri ragazzi.
Un'altra ricerca - vi invito a leggere gli atti della Commissione parlamentare per l'infanzia - riferisce
che un telespettatore viene sottoposto, in media, a circa 2.500 scene di erotismo all'anno. Quindi
non solo la televisione non educa, ma genera un popolo di guardoni.
Violenza e pornografia sono due veleni distillati da questa scatola magica; vi è la manifesta volontà
di demolire i più autentici valori morali. La fedeltà e il mutuo rispetto vengono ridicolizzati a
vantaggio degli antivalori.
La legge Mammì, all'articolo 30, prescrive che, nel caso di trasmissioni radiofoniche o televisive
che abbiano il carattere di oscenità, l'emittente colpevole viene punita con le pene previste
dall'articolo 528 del codice penale. Anche in questo caso, Presidente, la legge è rimasta quasi lettera
morta.
Presidente Ciampi, il suo invito a guardare il futuro è condivisibile, ma non ci può chiedere di
dimenticare il passato, durante il quale abbiamo assistito all'impotenza delle istituzioni che
avrebbero dovuto garantire pluralismo, imparzialità e rispetto delle regole democratiche.
Presidente, è vero che non c'è democrazia senza pluralismo ed imparzialità dell'informazione; lo
sappiamo molto bene noi che lo abbiamo provato sulla nostra pelle, che abbiamo vissuto la censura
del Governo di centrosinistra.
Proprio perché conosciamo i reali e i profondi pericoli per la democrazia, promuoveremo una legge
di sistema, che garantisca il pluralismo delle fonti e dei programmi.
Stia tranquillo, Presidente, la cultura del pensiero unico e della censura non appartengono a questo
movimento.


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