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    Predefinito Lombardo-Veneti, nei secoli fedeli

    L'Imperial Regio Esercito Austriaco contava il 40 per cento di militari reclutati nelle regioni padane

    Anche la campagna restò leale all'Impero e diffidò della propaganda unitarista

    di Alberto Lembo
    L'impero austriaco reclutava nei territori di lingua italiana (Lombardia, Veneto e Friuli) gran parte dei contingenti del suo esercito, particolarmente la fanteria che giungeva ad avere quasi il 40% di militari di lingua italiana. Approfondiremo questi aspetti trascurando, in questa ricerca, la situazione della Imperial Regia Veneta Marina, che richiede un'attenzione particolare e che si fermò intorno a un nucleo di uomini fra cui spiccava quel N.H. Silvestro Dandolo, già "nobile di nave" sotto il comando di Angelo Emo, che finì la sua carriera col grado di Contro Ammiraglio e le funzioni di Vice Comandante della Marina Imperiale.Tornando alla fanteria c'è da dire, in premessa, che i militari venivano reclutati, attraverso un sistema di coscrizione con possibilità di riscatto (per chi ne aveva la possibilità) che prevedeva otto anni di servizio effettivo e due di impegno nella riserva, anche se spesso, in realtà, per motivi economici, gli anni di servizio effettivo si riducevano a tre, cui seguiva il collocamento in congedo con obbligo di rientro in servizio in caso di richiamo. Nel 1848 i reparti di lingua italiana erano costituiti da otto reggimenti di fanteria: N° 13 (Veneto) "Wimpffen" (reclutato a Padova e Vicenza); N° 16 (Veneto) "Graf Zannini" (reclutato a Vicenza e Treviso); N° 23 (lombardo) "Ceccopieri"; N° 26 (Veneto) "Arciduca Fernando D'Este" (reclutato ad Udine); N° 38 (lombardo) "Haugwitz" (reclutato a Verona e Brescia); N° 43 (lombardo) "Geppert" (reclutato a Como); N° 44 (lombardo) "Fml Arciduca Alberto" (reclutato a Milano); N° 45 (Veneto)"Fml Arciduca Sigismondo" (reclutato a Verona e Rovigo); N° 55 (lombardo) "Fml Baron Bianchi". (Il 38°, 43° e 44° erano di stanza in Italia, il n° 45 solo in parte).A questi andavano aggiunti: 2 battaglioni Cacciatori (8° e 11°) (di stanza in Slovacchia); 2 battaglioni Granatieri (di presidio a Milano e a Venezia); 2 battaglioni Presidiari (n° 5 a Venezia - n° 6 a Mantova); 7 battaglioni Presidiari di guarnigione nel 1848 in altri territori dell'Impero.Le vicende di questi reparti nel periodo 1848 - 1849 furono assai varie. Il reggimento n° 16 aveva il primo e il secondo battaglione a Budapest e successivamente verrà posto di guarnigione a Francoforte sul Meno fino al 1800. Il terzo battaglione era stanziato a Ceneda e nel vicentino come forza di guarnigione e proprio da questo battaglione disertarono alcuni militari che si unirono nel 1048 ai rivoltosi. Fra loro era il Caporale Ottavio Framarin, di Gambellara (Vi) che partecipò al combattimento di Sorio, entrando poi nell'esercito italiano facendovi carriera e venendo collocato in pensione nel 1880 con grado di Maggior Generale.Anche il battaglione di Granatieri di presidio a Venezia passò con i rivoltosi che furono affrontati a Sorio da una colonna austriaca (7-8 aprile 1848) al comando del Maggior Generale Principe Federico di Liechtenstein, costituita in gran parte da militari dei reggimenti 38° e 43° (15 compagnie di fanteria più contingenti di artiglieria e cavalleria) e quindi veronesi e lombardi, cui il comando austriaco affidò il compito di affrontare i rivoltosi confidando nella lealtà delle truppe, il che avvenne senza difficoltà. La fiducia nei soldati di lingua italiana non venne meno per i fatti di Venezia, Vicenza, Brescia e Milano, considerati episodi non indicativi di effettivi sentimenti rurali (e anche quelle cittadine, penso al caso di Verona) restarono fedeli anche in seguito, diffidando nella grande maggioranza della propaganda unitaria, monarchia o repubblicana che fosse. (Non dimentichiamo il ruolo che ebbe anche la profonda religiosità dei contadini veneti che si trovarono naturalmente vicini ad uno stato rispettoso delle tradizioni, che, per esempio, sulle bandiere militari portava da una parte lo stemma imperiale, dall'altra l'immagine della Vergine).Nel 1859 le forze austriache erano sostanzialmente assimilabili alla situazione del 1848 con questa ripartizione su otto reggimenti di fanteria: N° 13 (Veneto) "Fml Prinz G.H. Hohenloe-Langenburg" (reclutato a Padova e Vicenza); N° 16 (Veneto) "Fml Baron Wernard" (reclutato a Treviso e Vicenza); N° 23 (lombardo) "Fml Baron Airoldi"; N°26 (Veneto) "Granduca Michele Di Russia" (reclutato a Udine); N° 38 (lombardo) "Fml Graf Haugwitz"; N° 43 (lombardo) "Fml Baron Alemann"; N° 44 (lombardo) "Fml Arciduca Alberto"; N° 45 (Veneto) "Fml Arciduca Sigismondo" (reclutato a Verona); N° 55 (lombardo) "Fml Baron Bianchi".A questi reparti vanno aggiunti 5 battaglioni di Feldjager autonomi: n° 6-18 a Brescia, n° 8 a Udine; n°11 a Pizzighettone; n°25 a Verona, i quali non furono impegnati durante la campagna del 1859.Nel corso di questa vi furono comportamenti differenziati che videro il reggimento n° 45 combattere con onore a Magenta ma sbandarsi nella ritirata e, in contrapposizione, il 16° reggimento battersi molto bene a Solferino.Nel 1866 i veneti rimasti inquadrati nell'I.R. Esercito combatterono sul fronte della Boema dove si distinse particolarmente il reggimento di fanteria n° 38 (Haugwitz) che combatté accanitamente opponendosi all'urto delle forze prussiane perdendo quasi metà degli effettivi ma senza sbandarsi e ritirandosi poi in buon ordine salvando le bandiere.Fra i veneti che rimasero lealmente al loro posto ricordiamo la figura di Antonio Baldissera (Padova 27 maggio 1838 - Firenze 8 gennaio 1917) che, nato da umile famiglia, era stato iscritto a spese dell'Imperatrice ai corsi dell'accademia militare di Wiener Neustadt uscendone col grado di sottotenente nel 1857. Nel 1866, respinti inviti di colleghi e esponenti filo - italiani perché lasciasse l'esercito, partecipò col grado di Capitano di Stato Maggiore alla guerra sul fronte boemo ottenendovi l'Ordine di Maria Teresa, la massima ricompensa militare austriaca.Ceduto poi il Veneto all'Italia e sciolto dal giuramento di fedeltà passò a far parte del Regio Esercito dove si distinse per elevate qualità militari che lo fecero scegliere per assumere il comando delle truppe italiane in Africa. Nominato a tale incarico l'8 febbraio 1896 sbarcò a Massaua il 4 marzo, tre giorni dopo la disfatta di Adua.Si trovò quindi a gestire una situazione gravissima sotto vari aspetti, non solo militari, che ne fecero apprezzare le qualità organizzative. Fu nominato successivamente Senatore del Regno e, credo, sia stato l'unico caso di Senatore del Regno decorato dell'Ordine di Maria Teresa.Anche se i libri di storia ufficiali ci hanno raccontato scene di tripudio all'arrivo dei Franco - Piemontesi "liberatori" è giusto ricordare che, come le truppe estensi seguirono in esilio il loro duca, così i nostri soldati fecero il loro dovere, osservando il rapporto di fedeltà con la loro Patria, che allora era il Veneto, componente in un certo senso "federata" dell'Impero.Un'altra nota: in periodi in cui era consistente già al Nord il numero dei disertori dall'esercito italiano e, al Sud decine di migliaia di coscritti fuggivano rifugiandosi alla macchia, rinforzando così i contingenti di partigiani borbonici, i soldati veneti reclutati dall'esercito austriaco si presentavano regolarmente. Cito il dato del 1863 che vide 17 renitenti su 7.008 reclute e quello del 1864 che riporta 22 renitenti su 6.907 reclute.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Nel 1896 Mozzetti fondò il !Comitato per il decentramento e l'autonomia"
    Un Veneto orgoglioso di esserlo

    di Ettore Beggiato
    Pierluigi Mozzetti, chi è costui? Immagino che ben pochi sapranno rispondere ad una domanda, per la verità, un po' singolare. Emilio Franzina nel suo La transizione dolce ne parla come di un «pubblicista minore». Mozzetti scrive sulla Gazzetta di Treviso e nel novembre del 1894 ha l'ardore di domandare ai Veneti : «Di fronte al movimento che si solleva nelle altre Regioni d'Italia fino a quando voi dormirete?». Dopo pochi mesi, e precisamente nel marzo 1895, nella vicina Lombardia nasce il Comitato lombardo per decentramento e le autonomie : questo dà un'ulteriore spinta al Mozzetti che l'anno successivo stampa il Programma del comitato veneto per il decentramento e le autonomie. Il progetto dedica, accanto al ruolo dei comuni e delle province, ampio spazio al dibattito in corso sulla necessità di istituire la Regione come «unione di molte province per tradizioni, interessi, posizioni affini». Già, ma il concetto di Regione è «il tremendo spauracchio dei moderni bigotti dell'unità nazionale, i quali arricciano il naso al solo sentirla, quasicché il concetto che essa esprime non esistesse diggià ab antiquo, in genito nell'istessa costituzione fisica dell'Italia, e quasicché il constatare amministrativamente le differenze, gli squilibri che distinguono in suddivisioni la nostra penisola corrispondesse addirittura a richiamare l'odiato straniero».E allora invece di Regione c'è chi tenta di far passare compartimento, sul modello del francese departement. E su questo Mozzetti insorge: «Noi Veneti non dobbiamo né possiamo intanto adattarci a subire una parola, che può forse non sembrare del tutto impura dove fiorì la repubblica cisalpina, ma che non ha corrispondenza alcuna né nella convenienza né nell'assenza delle cose, né nella convenienza dei fatti. Quale parte d'Italia può vantare né suoi fasti la gloriosa ed immacolata Storia della nostra Serenissima di S. Marco? È risalendo a quelle invidiare, ma giammai emulate memorie, che si fortifica, si consolida il pensiero anche moderno; per cui fonte di ammaestramenti ed argomento di imitazione ai pubblici amministratori, nel limite delle mutate contingenze, può essere il ricordo del passato».E più avanti: «Il sempre compianto Minghetti fino dal 1861 abbia messo fuori la proposta, che Egli voleva già innestare nella revisione della legge comunale e provinciale che l'Italia venga amministrativamente divisa in Regione essendo questa la forma da Lui ritenuta la più consentanea, la più conveniente alla molteplicità ed alle enormi differenze esistenti nella nostra penisola per suddivisioni fisiche del territorio, per antichissime diverse consumanze, per lingua, per fortunatamente distrutte variate dominazioni politiche. Questa idea dell'illustre statista ottenne largo consenso dai migliori di quel tempo, fra i quali il Ferrari ed il Cattaneo, ma le insorgenti aspirazioni unitarie ed il timore di danneggiarle la fecero abbandonare; resta ancora a vedersi con quanto vantaggio della Nazione».Si passa poi alla condanna del centralismo romano: «Intanto le leggi italiane, accumulatesi l'una sull'altra con progressione geometrica, ispirandosi al più accentuato sistema di accentramento hanno portato nelle mani del Governo tutta la somma delle pubbliche funzioni e dei pubblici uffici, ed hanno di continuo trattato alla stregua tanto il settentrionale Veneto, che la quasi Africana Sicilia, costringendo quindi quello o questa (ma specialmente quello) a subire tiranniche imposizioni di inadatti e pessimi provvedimenti. Dagli orari e dalla durata dell'anno scolastico, alle misure di precauzione per l'igiene, ed a molte disposizioni della stessa legge provinciale e comunale, si ha una intera legislazione fatta a favore di questa e di quella Regione ed estesa coattivamente a tutto il Regno».Ed infine una proposta che assomiglia a quella elaborata dalla Fondazione Agnelli un secolo dopo: «Tutti sanno che le regioni della penisola, una più, una meno a seconda che si suddivide in due o tre parti l'ex Regno delle Due Sicilie, sono undici: Piemonte, Liguria, Veneto, Lombardia, Emilia, Toscana, Marche ed Umbria, Lazio ed Abruzzi, Napoletano, Sicilia, Sardegna, e ad ognuno di tali Regioni dovrebbe corrispondere quel gruppo di Province destinato a formare un nuovo corpo locale. Ogni esclusione od ogni inclusione forzata sarebbe una cosa anti-naturale e dannosa».Quali riflessioni si possono trarre ad oltre un secolo di distanza?Soprattutto che il concetto di "popolo veneto", il tentativo di riappropriarsi della nostra identità e dei nostri diritti, sono da sempre presenti nella nostra storia, anche nei periodi meno esaltanti. Piaccia o non piaccia a tutti coloro che continuano a calpestare l'identità veneta, a ridicolizzarla, a criminalizzarla, a portare avanti un folle progetto di omologazione culturale e politica.
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    Ereditò dal padre uno Stato che si estendeva dall'alta
    Lombardia fino al Lazio e lo governò con polso di ferro
    Matilde di Canossa, una donna padana
    Il suo ruolo di mediazione fu decisivo durante la "lotta per le investiture"

    di elena percivaldi
    Una donna estremamente carismatica ed intelligente ed una dei governanti più potenti del Medioevo: questa, in sintesi, può essere la descrizione che più si addice a Matilde di Canossa, personaggio femminile tra i più importanti della nostra storia e che recentemente - e non a caso - è stato scelto dall'Associazione Donne Padane tra le figure simbolo del loro movimento. Matilde discendeva da una delle schiatte più nobili e antiche. Il padre, il marchese Bonifacio, era un uomo molto in vista e ricchissimo, con un patrimonio vasto ed eterogeneo che si estendeva dall'alta Lombardia fino ai confini settentrionali del Lazio: uno vero e proprio stato cuscinetto, ambìto da molti e arbitro per forza di cose nelle faccende tra l'imperatore (a Nord) e il papa (a Sud). Era anche un valoroso guerriero, e forse fu proprio a causa dell'invidia nutrita nei suoi confronti da parte di altri signorotti locali (o forse addirittura dell'imperatore Enrico IV), che un giorno, mentre cacciava nei suoi possedimenti, fu raggiunto da una scarica di frecce avvelenate e ucciso a tradimento. Era il 1052 e Matilde aveva solo sei anni. La morte del marchese decretò il passaggio dei suoi beni a lei e alla madre Beatrice, che era di sangue tedesco e parente di re e imperatori. Ma un principato così vasto aveva bisogno di mani stabili. Il papa Leone IX, approfittando delle difficoltà per aumentare il controllo sui beni di Canossa, convinse Beatrice a sposare il duca di Lorena Goffredo il Barbuto, vassallo dell'imperatore ma non sempre a lui fedelissimo. Ed Enrico, timoroso di perdere definitivamente la gestione su quelle terre, reagì facendo rapire Beatrice e Matilde e liberandole solo dopo aver ottenuto la garanzia di fedeltà da parte del Duca. Nel 1069 Matilde sposò per ragioni politiche Goffredo di Lotaringia detto il Gobbo, uomo deforme ma potente, ma il matrimonio durò poco. Lo stesso accadde vari anni dopo, quando ormai quarantenne, sempre per motivi politici sposò Guelfo di Baviera, che aveva solo sedici anni. Dai suoi matrimoni non nacquero figli, e per assicurare la successione adottò il conte toscano Guido Guerra.Molto lucida malgrado la giovane età, Matilde si rese perfettamente conto della difficoltà della sua posizione. Si trovava a capo di uno degli stati più estesi e ricchi del tempo, e soprattutto, del territorio strategicamente più importante che, come tale, attirava gli appetiti dei contendenti in lotta per decretare il vincitore tra Impero e Papato nella "questione delle investiture". Matilde parteggiava per il papa, il marito per l'imperatore. Non poteva durare. Abbandonato Goffredo, decise di fungere da intermediaria nella lotta che le due massime istituzioni dell'Europa occidentale stavano conducendo da tempo per stabilire definitivamente chi tra imperatore e papa dovesse avere la supremazia nel campo temporale e in quello spirituale. La controversia riguardava soprattutto la prassi secondo la quale i principi erano soliti consegnare a vescovi e abati, nel momento in cui ricevevano i loro uffici, l'anello e il pastorale, i due simboli, cioè, dell'autorità spirituale. I prelati infatti trovavano che questa procedura fosse sbagliata in quanto in qualche modo subordinava la loro missione spirituale ad un potere terreno, cosa inaccettabile per chi faceva discendere la propria autorità direttamente da Dio.Ma l'uso aveva radici ben più lontane. Già Ottone I di Sassonia, nel X secolo, aveva introdotto la figura del vescovo-conte, un ecclesiastico che riceveva dall'imperatore allo stesso tempo un feudo territoriale - con tutti i diritti e i doveri che questo comportava, come fornire al proprio signore un esercito - e la funzione religiosa legata al feudo stesso. In tal modo si riunivano in un'unica persona la facoltà di amministrare beni territoriali (in quanto vassallo dell'imperatore) e il dovere della cura d'anime. Tale prassi fu estesa anche agli abati dei monasteri. Al principe naturalmente importava soprattutto la fedeltà dei propri vassalli che la loro rettitudine morale; la conseguenza fu un generale scadimento di costumi che scatenò un'aspra polemica soprattutto in Francia e in Germania, dove nacquero e si diffusero movimenti di riforma che si opponevano con forza a tale usanza. I Papi, più per convenienza politica che per reale convinzione, si posero subito a capo dell'ondata di protesta: l'investitura laica fu condannata nel 1059 da papa Niccolò II e fu vietata espressamente nel 1075 da Gregorio VII, che in un documento noto come Dictatus Papae ribadì la superiorità del piano spirituale su quello temporale e la subordinazione dell'imperatore al papa. Tale presa di posizione scatenò le ire dell'imperatore Enrico IV, che considerò il papa deposto e iniziò una dura contesa. Enrico fu scomunicato dal papa e rischiò di perdere il potere, dato che a quel tempo quando un sovrano riceveva la scomunica, i suoi sudditi erano liberati da qualsiasi vincolo di fedeltà nei suoi confronti. A questo punto intervenne Matilde, che mise a disposizione il suo castello di Canossa per l'incontro decisivo tra i contendenti, fatto che passò come l'avvenimento più importante del secolo. E grazie alle sue doti di mediatrice riuscì ad ottenere un riavvicinamento delle due parti. L'imperatore si umiliò e chiese perdono al papa, che glielo concesse. Ma di lì a poco, nel 1080, la guerra tra i due sarebbe ripresa a suon di scomuniche e deposizioni in un conflitto che sarebbe durato fino al 1122, quando Callisto II ed Enrico V stabilirono a Worms un concordato col quale la Chiesa aveva il diritto di nominare i vescovi e di impartire l'investitura con anello e pastorale, mentre l'imperatore otteneva di presenziare alla cerimonia e di conferir loro i feudi tramite l'investitura con lo scettro. Anche se la riappacificazione di Canossa fu solo un successo momentaneo, il dispiegarsi degli eventi mise in luce le qualità politiche e diplomatiche di Matilde che, donna in un mondo di uomini, seppe sempre dimostrare di essere all'altezza dei suoi compiti. Riusciva a rendere tangibile la sua presenza meglio di tanti altri che sapevano comandare solo con la spada in mano. Matilde si muoveva spesso in lungo e in largo per vedere con i propri occhi e rendersi conto di persona delle varie situazioni locali. E lo faceva sfidando la sorte, in un periodo in cui i pericoli per chi viaggiava (soprattutto se era una donna, seppur scortata) erano veramente immensi. Molto spesso si trovò a fronteggiare rivolte che scoppiavano in città come Mantova, Ferrara, Modena, Bologna e Reggio che, in piena esplosione del movimento per l'autonomia comunale, volevano sottrarsi al dominio feudale della Contessa. E non lesinò nemmeno di comandare col polso di ferro il suo esercito. Comunque lasciò un'impronta molto profonda nelle terre che governò (che non per nulla ancora oggi sono dette "matildiche"), facendo costruire fortezze e castelli, inaugurando chiese, sedando le rivolte e organizzando ella stessa guerre contro i nemici. Le fonti storiche del tempo la descrivono come il modello del principe laico ma cristiano, fedele alla Chiesa ma allo stesso tempo politicamente scaltro, mecenate nelle arti e riformatore in campo giuridico. Fu fedele alle sue scelte fino all'ultimo. Morì nel luglio 1115 a Bondanazzo, sulle rive del Po, a pochi chilometri dal prediletto monastero di San Benedetto di Polirone, dopo una lunga agonia dovuta alla gotta e a problemi al cuore. Aveva sessantanove anni. Il suo corpo fu sepolto con tutti gli onori nella chiesa del monastero stesso, da dove fu più tardi traslato in Castel S. Angelo a Roma e infine, nel 1644, nella Basilica di San Pietro. I racconti che parlano di queste traslazioni dicono che la salma di Matilde, malgrado la Contessa fosse morta da oltre cinque secoli, fosse ancora integra, con una cascata di capelli biondo-rossicci e denti grandi e splendidi. La figura di Matilde è centrale nella storia della Padania e può essere presa come un possibile esempio di donna padana, energica, combattente e volonterosa, con tanta grinta e capace di farsi valere e rivaleggiare con gli uomini, ma allo stesso tempo profondamente e autenticamente donna.
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