La situazione demografica dei popoli padano-alpini è ormai patologica.




Solo l'ignoranza, o la cattiva fede, possono ritenere positivo il collasso demografico.
Sono necessari una vigorosa politica autonomista a favore della natalità
ed un rigido controllo dell'immigrazione.
L'alternativa è un genocidio strisciante.




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Sommario
1) Il quadro generale

2) Realtà demografica della Repubblica Italiana e delle Nazioni Padano-Alpine

3) Il federalismo come risposta ad una situazione demografica patologica


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l. IL QUADRO GENERALE.

L'insieme dell'umanità attraversa oggi una fase di rapido incremento demografico. La sua crescita annua è dell'1,7 % (il che significa UN MILIONE di persone in più ogni 4 giorni). Proseguendo l'attuale andamento, essa sarebbe dunque destinata a raddoppiarsi in soli 42 anni. Fortunatamente, il tasso di accrescimento appare da qualche lustro in lieve flessione, e ci si può attendere di giungere in prossimità della "crescita zero" verso gli anni '50 del 2000 (gli esseri umani saranno allora circa 11 miliardi!).

Il nuovo equilibrio previsto per quella data, sarebbe caratterizzato da livelli di natalità e mortalità entrambi più bassi di circa 3 volte rispetto a quelli tradizionali: 1,2-1,5 % contro 3,5-4,5 % .

Tab. 1 - Popolazione in milioni di alcune grandi aree del mondo

Area
1960
1985
2000
2050

America Latina
217
405
546
779

Cina
657
1060
1256
1475

India
442
759
964
1228

C.E.E. 12
280
321
330
329

Africa
280
555
872
1617


Tale scenario tuttavia nasconde una gamma di situazioni ESTREMAMENTE DISTANTI: si va dalle popolazioni la cui esplosione sembra incontrollabile (Africa, Asia Occidentale), ad altre oggi ancora in forte crescita ma già in fase di "frenamento" (America Latina), a popoli ormai vicini alla stazionarietà... sino ad altri che si stanno infilando in un non meno grave squilibrio di segno opposto, per esser la loro fertilità stabilmente al di sotto della soglia del ricambio generazionale. Tra questi ultimi i Padano-Alpini detengono oggi un non invidiabile PRIMATO MONDIALE.

I demografi ammoniscono pertanto che "EQUILIBRIO" è il concetto di riferimento fondamentale. Abbiamo equilibrio tra le GENERAZIONI se esse si succedono senza espandersi né contrarsi. Questo si verifica - posto che la mortalità infantile sia modesta - se si registrano circa 21 o 22 figli ogni dieci donne. Vediamo nella tab. 2 quanto si sia oggi lontani in certe aree da tali valori.

Tab. 2 - Figli ogni 10 donne (1988)

Siria
67

Algeria
66

India
39

Brasile
35

Cina
25

Svezia
19

Francia
18

Repubblica Italiana
13


Si noti altresì quanto sia sperequata geograficamente la fertilità: il potenziale conflittuale di tali divari abissali (ad esempio tra paesi arabi e paesi europei) è evidente. Un secondo aspetto essenziale dell'equilibrio è pertanto quello tra le diverse AREE GEOGRAFICHE.

Non meno gravi infine, gli squilibri tra gruppi diversi (etnici, religiosi, castali) all'interno di una medesima STRUTTURA STATALE. Ne vediamo un esempio nel martoriato Libano - dove la comunità sciita ha ormai largamente superato quella maronita -, ma simili pericoli si determinano in situazioni diverse come la Jugoslavia o l'U.R.S.S.; in quest'ultima i popoli musulmani stanno passando dall'11,8% nel 1959 al 22,8% previsto nel 2000.

Particolarmente esplosivi gli squilibri "importati" a seguito di flussi immigratori. In Francia le donne nordafricane mantengono una fertilità superiore del 150% (!) a quella media francese. La comunità islamica del paese transalpino, forte oggi di circa 3,5 milioni di individui, con forte concentrazione nelle fasce di età più giovane appare dunque destinata a raddoppiarsi entro qualche decennio ANCHE SENZA NUOVI ARRIVI.

Tali comportamenti riproduttivi sono riflesso e insieme causa, in un drammatico circolo vizioso, dell'impossibilità di integrare nelle società europee vasti gruppi umani provenienti da civiltà profondamente diverse. Di questo si è ormai tanto consapevoli in Francia, che in un sondaggio recente il 57% della stessa base socialista ha dichiarato di ritenere che l'islamizzazione ha ormai toccato la "soglia di tollerabilità", mentre il Presidente Mitterrand (non Le Pen!) afferma che il problema delle presenze clandestine va risolto con l'espulsione. I socialisti italiani, a quanto pare, intendono incoraggiare invece l'immigrazione clandestina con sanatorie a ripetizione (già tre in due anni!), ignorando sfacciatamente l'esperienza francese che pure è sotto gli occhi di tutti.





2. REALTA' DEMOGRAFICA DELLA REPUBBLICA ITALIANA E DELLE NAZIONI PADANO-ALPINE

Il valore di 13 figli per 10 donne (venti anni fa era di 25), pone la Repubblica Italiana di fronte ad una situazione del tutto nuova e gravida di conseguenze.

La popolazione complessiva non è ancora in fase calante - anche per l'allungarsi della vita media - ma il permanere di un tasso di sostituzione generazionale inferiore addirittura del 40% a quello di equilibrio, la avvia verso un declino sempre più rapido. Permanendo le attuali tendenze potrebbero esserci tra circa 40 anni qualcosa come TRE MORTI PER OGNI NASCITA.

La situazione padano-alpina, dove il prevalere via via più netto delle morti sulle nascite è da anni una realtà, è poi molto più allarmante. Nelle tabelle 3, 4 e 5 offriamo alcuni strumenti di valutazione (in esse si fa riferimento ad un modello previsionale basato sull'ipotesi del mantenimento degli attuali livelli di fecondità. Tale ipotesi è considerata troppo ottimista ad alcuni demografi).



Tab. 3 - Variazione percentuale della popolazione prevista tra il 1988 e il 2028 a fecondità costante (movimento naturale)

Lombardia
-21%

Veneto
-19%

Piemonte
-26%

Liguria
-34%

Campania
+11%




Qual è la natura reale dei processi in atto? Non si tratta - come ancora si ritiene diffusamente - di "essere in futuro un po' di meno". Ciò che si è avviato dal 1974 in poi è esattamente quel fenomeno che possiamo definire "IMPLOSIONE DEMOGRAFICA", ovvero una contrazione sempre più rapida della popolazione per il succedersi di generazioni ogni volta più piccole.

Nel medio termine L'INVECCHIAMENTO ne sarà la conseguenza rincipale: quando saranno anziani i giovani d'oggi, gli toccherà di vivere in una società di anziani. Moltissimi di loro non avranno alcun familiare che gli sia vicino materialmente e affettivamente. Questa solitudine costituirà una forma spaventosa di quelle NUOVE POVERTA' che già vanno delineandosi, e che vengono sottovalutate dalla cultura materialista egemone.

Dobbiamo distinguere attentamente tra due fenomeni diversi che vanno sotto lo stesso nome: l'invecchiamento dovuto all'allungarsi della vita media è un fatto quasi puramente anagrafico, si vive più a lungo proprio perché si conservano più a lungo le proprie capacità e la propria vitalità (il settantenne attuale è per molti aspetti equiparabile a un sessantenne del secolo scorso). L'invecchiamento dovuto a mancanza di ricambio generazionale è ben altra cosa, esso è sostanziale, biologico: è la vita che non si rinnova.

Per potere realisticamente prendere coscienza di conseguenze di tale portata - anche se esse non sembrano interessare la classe politica italiana - è necessario essere informati; ciò rappresenta un diritto elementare. Nel lungo termine il risultato della implosione è semplicemente L'ESTINZIONE della popolazione interessata.

Tab. 4 - Confronto tra la popolazione tra 0 e 64 anni di età delle Regioni Padano-Alpine (=100) e il Meridione

Regione
1988
2028

Regioni Padano-Alpine 100 100
Mezzogiorno 81 133

La proposta di innestare in questo nostro scenario gigantesche immigrazioni dal terzo mondo - viste come rimpiazzo dei non nati e "soluzione" a portata di mano per gli squilibri demografici - può venire avanzata solo da chi veda le persone umane (tutte le persone, immigrati ed autoctoni) come robot-consumatori, pezzi d'ingranaggio intercambiabili, numeri privi di ogni identità collettiva, e non veda altresì il succedersi delle generazioni anche come organica trasmissione di comportamenti e di valori.

Di fronte ad una martellante campagna a favore di tali immigrazioni intercontinentali di massa - sostenuta anche dai vertici della Chiesa lombarda - non possiamo non ricordare il messaggio di GIOVANNI PAOLO II in occasione della giornata della pace del 1.1.89, nel quale si afferma con vigore che primo diritto di ogni popolo, per quanto piccolo, è SOPRAVVIVERE e, subito dopo, salvaguardare e sviluppare la propria cultura. Tali diritti, viene precisato, possono essere minacciati sia direttamente sia "in forme più sottili".

Anche qualora non interessasse per nulla l'impoverimento che subirebbe l'umanità intera dalla sparizione di una qualsiasi etnia (si tratti di Boscimani o Làpponi, Tibetani o una qualsivoglia etnia amazzonica, Veneti o Lèttoni, Ainu o Sòrabi di Lusazia) e dei patrimoni culturali e spirituali di cui essa è portatrice - considerazioni che almeno nei nostri riguardi sembrano non avere alcun valore per la cultura dominante - resterebbe comunque da affrontare la lunga fase della SOSTITUZIONE della popolazione autoctona con quella immigrata, fase caratterizzata dalla compresenza artificiosa, e quasi imposta, di culture radicalmente eterogenee.

Ricordiamoci che uno dei massimi eventi della storia contemporanea, è la spartizione del subcontinente indiano tra Pakistan ed India, nel 1947. Da parte dei musulmani - questa l'origine del conflitto sanguinoso che costò un milione di morti -, uno stato laico a maggioranza indù era considerato incompatibile con i valori della propria civilizzazione; e si pensi che nelle varie regioni, essi condividevano generalmente con gli indù lingua e origine etnica! D'altro canto, negli U.S.A. le tensioni etniche sono vivissime, da New York a Miami, pur nella generale matrice cristiana di vecchi yankees, neri, ed immigrati più o meno recenti.

Si pensi ora alla situazione che andrà creandosi da noi, dove schiere di individui appartenenti a comunità distantissime sia per etnia che per religione, si vedono catapultate in una società post-industriale così diversa da quella d'origine. Essi divengono vittime di uno sfruttamento senza scrupoli; non solo di tipo economico, ma anche politico attraverso una propaganda rivendicazionista selvaggia, che gli annuncia che il semplice aver posto piede nella Repubblica Italiana conferisce il diritto ad esigervi "tutto e subito" (casa popolare, sanità gratuita, formazione professionale, lavoro, scuole musulmane per i figli, centri culturali, moschee, voto).

Anche in futuro la "politica del buon cuore" e del "tutto a tutti" e lo sfruttamento del lavoro nero continueranno a muoversi parallelamente, alimentandosi a vicenda.

Si gettano così i semi di lacerazioni senza precedenti, collegate a nuove violente forme di conflittualità sociale, all'insicurezza provocata dall'aumento della criminalità, ma soprattutto al venir meno di riferimenti etici comuni come fondamento della legislazione e di ogni forma di organizzazione della vita civile (significativo a tale riguardo il riconoscimento ufficiale - per i musulmani - della POLIGAMIA, ad opera del TAR dell'Emilia Romagna, dietro sollecito patrocinio del principale sindacato romano: la CGIL).



3. IL FEDERALISMO COME RISPOSTA AD UNA SITUAZIONE DEMOGRAFICA PATOLOGICA.

Nel caso dei popoli padano-alpini si è di fronte a ciascuno dei possibili squilibri demografici: in primo luogo quello tra generazioni (ognuna è LA META' della precedente), in secondo luogo, oltre a quello più generale tra paesi europei ed afroasiatici, un notevole squilibrio entro lo stato italiano tra Padania e Mezzogiorno.

Infine si profila quello che abbiamo chiamato sopra "squilibrio importato", ovvero un forte differenziale riproduttivo tra popolazione autoctona ed immigrati extraeuropei.

I nostri popoli, dati alla mano, stanno andando verso l'estinzione fisica. Si tratta per certi versi di un "auto-genocidio", ma non esclusivamente di questo. Alle cause "endogene", comuni alle società post-industriali, si sovrappongono nella Padania, determinandovi una vera e propria patologia rispetto al resto d'Europa (vedi tab. 5), fattori strettamente legati alla sua appartenenza ad una struttura statale centralista dove prevalgono situazioni sociali e culturali ben diverse dalla nostra, in grado di determinare gli orientamenti complessivi.

Tab. 5 - Natalità (nati ogni mille abitanti) - 1987

Francia
13,8

Gran Bretagna
13,6

Norvegia
13

Paesi Bassi
12,7

Svezia
12,5

Svizzera
11,5

Austria
11,3

Germania (R.F.T.)
10,5

Regioni Padano-Alpine
7,7


Per quanto-riguarda pòi il secondo diritto collettivo fondamentale ricordato dal Papa (il primo essendo rappresentato dalla sopravvivenza fisica di una comunità), e cioè quello al mantenlmento ed allo sviluppo della propria cultura, l'immigrazionismo sfrenato, assoggettando le nostre genti ad una forma capillare ed irreversibile di invasione, sta predicando ed attuando consapevolmente nel nostri confronti un genocidio culturale. Esso distrugge la multiculturalità reale - quella di una Europa così ricca di culture diverse, espresse dalle sue oltre l00 (tra grandi e piccole) etnie - mostrando per essa solo incomprensione se non disprezzo. Contemporaneamente ne viene minata alla base la possibilità di un confronto pacifico e fecondo con le civiltà extraeuropee, causando con esse impatti traumatici, inevitabilmente conflittuali.

Vogliamo sottolineare che il GENOCIDIO, sia pere strisciante ed in forma incruenta, rappresenta l'espressione più violenta e totale di RAZZISMO. Una politica che tenda all'equilibrio, tutelando insieme i sopra menzionati diritti collettivi fondamentali, è pertanto nel nostro caso la scelta pro-natalista.

Il semplice parlare di interventi a favore della natalità - quand'anche siano auspicati dai demografi - suscita spesso due obiezioni. Da un lato essi vengono confusi ostinatamente con una politica demografica alla Mussolini o alla Ceausescu. E' vero esattamente il contrario: il proposito mussoliniano era di accelerare la crescita della popolazione, rafforzare cioè uno squilibrio già in atto; allo stesso modo, oggi, il rifiuto di scelte volte a rallentare il decremento sempre più rapido della nostra popolazione, avrebbe proprio quel medesimo effetto di allontanarci dall'equilibrio, questa volta in senso opposto.

La seconda obiezione, è che uno stato democratico dovrebbe astenersi comunque dall'intervenire in questo campo. Il "non intervento" è tuttavia un'etichetta illusoria: deliberazioni politiche nei settori più svariati (legislazione fiscale, diritto di famiglia, scelte edilizie etc.) hanno in ogni caso una oggettiva influenza sul comportamento riproduttivo. E non sarebbe davvero più 1ibera la famiglia, in un quadro legislativo che tendesse ad attenuare gli oneri che nella società attuale comporta la scelta di avere più di un figlio?

Ad una nuova attenzione per la vitale esigenza di un più equilibrato ricambio generazionale, si può pervenire solo in un quadro federalista. Nelle regioni meridionali l'implosione demografica o appare lontanissima o non si prevede affatto. Pertanto non solo lo stato centralista non affronta neppure questi temi, ma è evidente che qualora lo facesse le beneficiarie sarebbero proprio

le regioni con più nascite. Sarebbe l'ennesima beffa!

Qualora la Lombardia fosse autonoma e disponesse quindi almeno di una parte di quelle enormi risorse di cui viene oggi rapinata, sostenere finanziariamente le famiglie sarebbe forse oneroso? A titolo esempio, uno stanziamento annuo di circa 3000 miliardi di lire, potrebbe garantire un contributo mensile - sotto forma di assegni familiari "seri" - di 250.000 £ per ogni figlio minorenne secondogenito e 400.000 se terzogenito o successivo a TUTTE LE FAMIGLIE che risultino, alla nascita del primogenito, RESIDENTI in Lombardia ed in possesso della cittadinanza italiana DA 5 ANNI.

E' un impegno che può apparire rilevante, tuttavia sarebbe poca cosa rispetto alle tasse che oggi partono per Roma senza far ritorno, ed anche rispetto alle future crescenti e inderogabili necessità dell'assistenza ad una terza età che rappresenterà gran parte dell'intera popolazione. A meno che in una società futura non si introducano forme più o meno estese e legalizzate di gerontocidio, come approdo di una logica spietata prodotta dalla disgregazione sociale.

In antitesi a questo scenario, occorre prevenire un'eccessiva sproporzione tra anziani e giovani in seno alla popolazione padano-alpina, ed altresì favorire - anche attraverso adeguate scelte edilizie - la permanenza naturale dell'anziano in una famiglia trigenerazionale, ove si realizzi pienamente il fondamentale rapporto tra nonni e nipoti.

Spesso non si forma, o non si allarga, una famiglia per la difficoltà a reperire un alloggio adeguato. E' pertanto indispensabile dare la priorità nell'assegnazione di unità abitative di edilizia pubblica o sovvenzionata, ai residenti da almeno cinque anni, priorità di fatto goduta oggi da non residenti o neo-residenti.

Si potranno altresì concedere agli sposi residenti da almeno cinque anni, mutui regionali per l'acquisto dell'abitazione, da ritenersi estinti nella misura ad esempio del 20%, 50%, 100%, alla nascita del primo, secondo e terzo figlio rispettivamente.

Oggi invece, non possiamo investire nulla nel nostro futuro.

Anche sul piano culturale paghiamo altresì un grave scotto per la presenza di una struttura politica che, al di là dei reboanti proclami europeisti, ci pone di fatto ai margini dell'Europa. Ciò contribuisce largamente al perdurare dell'egemonia di un antistatalismo ad oltranza di matrice radical-borghese, benché esso sia in abissale ritardo rispetto alla nostra realtà.

Esso appare altresì pateticamente provinciale, superato proprio da quelle società nord-europee cui usava superficialmente far riferimento. In quei paesi, da alcuni anni, si hanno sempre più bambini! Scandinavia e Gran Bretagna presentano oggi tassi di natalità dal 60 al 70% superiori a quelli padano-alpini, e si vanno riavvicinando progressivamente all'equilibrio intergenerazionale.

Ridotta invece ad un ruolo di produttrice-distributrice di ricchezza, dipinta spesso nei media "nazionali" come una sorta di paese di cuccagna, la Lombardia è drammaticamente privata addirittura della consapevolezza delle sfide che le vengono poste dal suo stesso sviluppo economico, tra le quali il crollo drammatico delle nascite ed il livello intollerabile raggiunto dall'inquinamento. Rivendicare oggi di esser posti in condizione di gestire i nostri più vitali problemi non significa dunque affatto - come si ha interesse a far credere - dimenticare quelli altrui e chiudersi su sé stessi!

Mentre la psicologia dell'infanzia ci segnala l'insostituibilità per il bambino della possibilità di crescere con un fratellino od una sorellina, è giunto il momento anche nella società lombarda di chiedersi serenamente nelle giovani famiglie, se sia più auspicabile la seconda o terza auto (magari un fuoristrada che fa tanto status symbol) oppure il secondo o terzo figlio. Di affermare che l'edonismo e l'individualismo sfrenati non rappresentano l'affermazione della libertà, ma una strada senza sbocchi. Mai come oggi è vero che un popolo che smarrisce il senso della propria identità ed i suoi valori più profondi non ha futuro!

Demografi, sociologi, psicologi e... il buon senso possono indicarci la strada, ma come percorrerla?

Del federalismo abbiamo bisogno per tutelare l'ambiente naturale, il patrimonio storico-culturale, perché funzioni l'amministrazione, la previdenza, la sanità, perché sia garantita la sicurezza dei cittadini contro ogni forma di criminalità. Ma esso è anche necessario perché continui ad esserci un popolo lombardo che di tutto ciò possa fruire.

Carlo Corti

Da "Lombardia Autonomista"

Anno VIII n. 23

29 giugno 1990