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Discussione: quando eravamo vivi

  1. #1
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    Predefinito quando eravamo vivi

    arrivo ad un ora che facendo media tra orologio e cellulare direi essere stata le 11.20.
    circospetto e rincoglionito scendo dalla carrozza 9.
    Verso Orvieto m’era venuto l’abbiocco invano prima desiderato ed ora mi ritrovavo nella fase comatosa del risveglio dal non sonno: alito schifoso, collo indolenzito, emicrania; la camicia è sgualcita ed il nodo della cravatta (fatto nel cesso del treno perché se me lo facevo a casa ero ancora ad aspettare l’eurostar successivo) fa schifo.
    Mi stiracchio e scendo, procedo circospetto, dove sarà Cantolibero, e soprattutto come sarà? mi aspettavo un ventenne berlusconiano, tipo il nerboruto piersilvio i cui muscoli alla tarricone fanno bella mostra di se un una rivista per soli uomini o uomini soli, il ventenne milanese ipercinetico, sorriso da squalo e capelli a spazzola, o magari folte chiome alla Emanuele Filiberto.
    Piano piano percorro la banchina cercando di essere ben visibile ed apparire alla ricerca di qualcosa e di qualcuno.
    Supero la testa del binario ed il nostro mi coglie alle spalle, riconosco la voce, l’aspetto mi sconcerta.
    Ci sono ventenni che sembrano uomini fatti, ventenni che credono d’esserlo e ventenni che conservano ancora i tratti dell’infanzia.
    Tosto classifico Canto tra questi ultimi, ma è un impressione che dura poco, lo osservo meglio, Cantolibero è il vecchio gentiluomo napoletano da giovane, già pare strano ma anche quelli sono stati giovani.
    Il fisico massiccio, il volto grande, sereno e pacioso ma non molliccio e pretesco come €uroprovola, mi fa venire in mente i signori dai modi squisiti, dall’eleganza impeccabile, i Gentiluomini del Sud come quelli che interpretava Vittorio De Sica, già Don Cantoli’.
    Siamo sotto il 44 parallelo il bacio è di rigore, mi sconcerta ma ormai ci sono preparato, la prima volta ci rimasi proprio male.
    Via il tempo è tiranno, del resto mi sono alzato alle 3&¾ per guadagnare due ore, non ho intenzione di sprecare un minuto.
    In Metrò fino a Tiburtina, la dove pupetta, fallito come pikkiatore s’allenava come centometrista inseguito dalle zecche, poi il bus ci sballotta attraverso un quartiere dal morboso fascino nazional popolare.
    Parliamo di Mastro Titta, non ci sarà, peccato ci tenevo a conoscere questo personaggio affascinante ed inquietante, tantopiù che le notizie su di lui riportatemi da Teo si rivelano non del tutto corrette e la mia visione romanzesca del torna ad essere plausibile.
    Scesi dal mezzo guadiamo un viale e superiamo siepi d’auto, trascino il mio mattoncino di ghisa Samsonite.
    Di lungi scorgo un personaggio che l’istinto mi dice essere Lui, il gran pilastro.
    Qui necessita una premessa che ci riporta alla scorsa tarda primavera ed ancora più indietro.
    Leggendo il raffinato periodare del nostro, il suo ostentato, quasi sinistro intellettualismo, me lo figuravo algido dandy dannunziano, un Brummel nazional popolare che si faceva lustrare gli anfibi con lo champagne per cancellare il sentore di zecca schiacciata, poi, appunto nella primavera passata, scrisse il suo messaggio d’addio, ottenni il suo numero e lo chiamai all’istante, mi aspettavo una voce impostata un eloquio jeratico fatto di silenzi e declamazioni, mi rispose una voce romana, calda e cameratesca, la mia immagine dell’uomo cambio d’un botto parlava come i fascistoni AUC dei paracadutisti che conobbi a Cesano, simpatici, cordiali e tutti uguali: bassotti, tracagnotti con pizzetto e pelata d’ordinanza, il contrario dei fascistelli del mio liceo: cagacazzo presuntuosi convinti d’essere più affascinanti del vate e più intelligenti di nietzsche mentre erano solo più stronzi di sgarbi.
    Se parlava come loro doveva somigliarli.
    Poi c’erano gli sprazzi di descrizione contenuti nei post: biondo, occhi azzurri, capelli un tempo lunghi oggi dispersi, barba.
    Eccomelo davanti: un folletto.
    Un faccione rubizzo, sornione, tondo e pelato, due occhi celesti ed una barba gialla sbucavano da una camicia turchese solcata da due tiracche color mostarda su qui altri hanno già dissertato.
    Si è più o meno come me l’ero immaginato, l’avrei fatto più nero invece è un tripudio di colori, ma la struttura è quella.
    Baci ed abbracci, salimmo con l’ascensore cigolante.
    Sulla porta dell’appartamento il nome con la d minuscola , istintivamente penso a Teo, ci manca.
    Poso il mio fardello e lo sgravo d’una gubana per l’ospite ed uno smilzo volumetto per Pupetta, lui ricambia con 7kg di tradizioni popolari abruzzesi, ringrazio e medito di spedirmelo per posta, magari assieme alla biancheria sporca come faccio di solito nei miei viaggi.
    Cantolibero si cambia indossa uno spezzato di sobria e classica eleganza, no caro il mio Pupetta hai toppato, non è la divisa del polista, è classe non è fashon, è sartoria non è Armani.
    A bordo dell’auto verde/blu sfrecciamo per la periferia romana in direzione Porta Pia, siamo davanti al ministero quando il pilasto ordina d’inchiodare e schizza fuori, sul marciapiede sta transitando il capo di gabinetto di sua Eccellenza ed il nostro non può perdere l’occasione di rendergli il devoto e dovuto omaggio. Scendiamo anche noi, pupetta si riprende e rammenta che l’agenda con il numero per chiamare l’autista è rimasta con l’autista.
    Passiamo alla trattoria abruzzese già descritta ordinano bucatini, io terrorizzato all’idea d’un groviglio di viscidi ed untuosi rettili in agguato pronti a schizzare sugo su qualsiasi porzione di giacca non protetta dal tovagliolo, ordino abbacchio, suona così esotico.
    Mi portano uno stinco d’agnello che potrebbe eruttare in qualsiasi momento fiotti di grasso fuso sulla cravatta.
    Maneggio l’ordigno con la massima circospezione e lo disinnesco con successo, di lui resterà solo un’inoffensiva carcassa spolpata.
    C’incamminiamo verso il ministero fantasma, l’ente che non dovrebbe esistere ma c’è è lì a sfidare quora e referenda.
    Sono imbarazzato, non so che fare, Pupetta ci arruola nella delegazione abruzzese, procediamo per lo scalone, il luogo è laido come ha già detto Cantolibero.
    Fatiscente e pure con notevoli cadute di stile come le intestazioni dell’anticamera dell’On. Ministro scritte al computer ed attaccate con lo scoch, o la piccola galleria degli orrori, i ministri della repubblica succedutisi nei decenni, turpe!
    Non parliamo poi dei gabbiotti delle fotocopiatrici in finto legno con maniglie d’ottone da ferramenta di terz’ordine e dei divani con i tavolini dalla cromatura che vien via a bolle come li trovi solo nei centri commerciali di periferia.
    C’accomodiamo nell’anticamera dell’On. Sottosegretario, il mondo è piccolo, è cugino d’una vecchia fiamma di Teo, ha il feudo (non solo in senso elettorale) a poche miglia da casa mia, un inconfessabile passato sessantottardo ed una moglie il cui nome evoca reggimenti d’Ussari, botti di Tokaji, castelli nella Pustza sfolgoranti di luci barocche, carrozze nere e tinozze colme di sangue di vergine.
    Pupetta sparisce dietro una porta che non dovrebbe aprirsi, noi restiamo sotto lo sguardo della legione di vecchi democristiani appesi alla parete, anche i ministeriales di passaggio ci guardano con occhio torvo, dall’alto dei loro super emolumenti non possono che provare disprezzo per le torme di questuanti che da decenni posano le natiche su quegli strapuntini, che due abbiano anche la sfrontatezza di dormire poi….
    Già dormono, io che ne avrei ben più concrete scusanti veglio, qualcuno deve pur restare di guardia, poi non mi pare bello dormire sotto gli occhi della servitù, nella fattispecie la già citata bidella in grembiule e calzerotti.
    Guardo e riguardo i pavimenti in terrazzo veneziano, non granchè ma fanno una certa figura e poi sono un inno al progresso ottocentesco, un groviglio di scudi sabaudi, ruote dentate, alambicchi, spighe di grano e macchine fotografiche a soffietto.
    Penso tra me e me, conosco le ditte giuste, i favolosi artigiani triveneti, in grado di portare pavimenti, infissi, marmi e stucchi ad uno splendore che non hanno mai conosciuto nemmeno ai tempi di re Umberto, certo quelle bidelle Panto non le può rigenerare come fa con le porte, ma, almeno al piano nobile, potrebbero metterci le sane e robuste fantesche tutta paprika che abbondano nel feudo avito della Sottosegretariessa.
    Dai Pupe’ tira fuori l’appalto che poi si divide.
    Dopo un po’ riappaiono le tiracche color mostarda, ancora dieci minuti dice, passano le mezze ore, passeggio per il corridoio, non ci posso credere: una targhetta denunzia la “Segreteria dell’On. Sottosegretario!”.
    Un tabellone poi mi lascia perplesso: ufficio NATO e UEO?????
    Forse che sotto le miti spoglie delle guardie forestali si nascondono i comsubim, colmoschin e arditi paracadutisti?
    È l’ufficio che s’occupa delle tessere annonarie? Un Funzionario addetto agli orti di guerra?
    Provo l’ebbrezza del cesso ministeriale: in uno manca la chiave, nell’altro non si chiude al finestra solo il terzo è praticabile.
    Uscito trovo la delegazione, Pupetta incontra un branco di funzionari, strette all’avambraccio come se piovesse, o sono i nuovi conquistatori o i vecchi hanno imparato in fretta, passa il giovane addetto stampa, sembra uscito da un manifesto della Hitlerjugend.
    Siamo liberi, sciamiamo verso largo di Santa Susanna, lì il pilastro si ricorda di recuperare il numero dell’autista e sparisce al suo inseguimento, ricompare soddisfatto dopo un po’.
    Adesso possiamo veramente calare verso il centro.
    Il gruppo si frazione lungo il marciapiede, io sono inebetito ed assordato del frastuono del traffico che invece non sembra turbare i metropolitani, non mi dilungo sul vagare in quel meriggiare: Trinità dei Monti, Caffè Greco, San Lorenzo in Lucina, Campo Marzio, Pantheon, Piazza Navona, Campo de Fiori e Piazza Venezia, sotto il fatidico balcone mi sovviene di chiamare Ardito, ma tanto per cambiare risponde al sua segreteria telefonica.
    Il roccambolesco parcheggio di Alfo, il ristorante, l’incresciosa scena delle pudenda, e le delizie galliche sono già state sapientemente descritte, rimarco le lumache, il mio odio implacabile per i francesi s’è sempre fermato davanti alla loro sublime cucina, se poi i vini sono tedeschi meglio ancora, comunque non s’è bevuto molto, 3 bottiglie in sei non è gran che.
    Mi spiace per l’autista, il conto gli azzererà lo straordinario, apprendo poi che ha diritto a 42.000 di rimborso a pasto, cazzo quand’ero funzionario d’8°livello me ne riconoscevano 38.000.
    La discussione decolla tra di noi ma il pilastro latita, in vero per tutto il giorno m’è apparso sornione e sfuggente, del resto è così da sempre, fin dall’inizio evita ogni mia provocazione, glissa, svicola dietro una battuta, una citazione ma non risponde mai.
    Così dal vivo, due sole volte l’ho sentito entrare di petto nella discussione: per parlar male di Gianfighetta e per perorare l’intangibilità dei partimonii ereditarii.
    Il suo socio, quello che sotto falso nome frequenta il locale in dolce compagnia si lancia in appassionate difese del socialismo cattolico, ‘sti clericali di sinistra, così impegnati a diffondere e difendere la dottrina sociale della chiesa da scordare ciò che la Dottrina prescrive sull’adulterio!
    Già si dirà il solito puritano, ebbene si, e qui puntualizzo anche circa la preghiera: la profonda ostilità per l’organizzazione sociopolitica detta Chiesa Cattolica, per nulla incide sul mio profondo, radicato, meditato sentimento religioso.
    Dopo cena vaghiamo alcune ore, Pupetta ci porta in pellegrinaggio in via della Scrofa e proprio lì una fintabionda imbellettata (appunto una Majala) lo abborda, poi passiamo davanti alla mia vecchia casa e ci tuffiamo nel bajlame dei vicoli dietro piazza Navona, che emozione, che ricordi quei selciati che percorrevo in disperata solitudine o in compagnia dei miei fantasmi durante quei tremendi fantastici mesi della mia avventura romana, ora li calco assieme a questa banda squinternata d’amici, li avessi conosciuti prima, beh Lupo solitario lo conoscevo fin d’allora.
    Di nuovo nel casino, torme di giovani uomini e giovani donne, si scrutano, s’incontrano, s’accoppiano, ora scorrono ettolitri di birra, poi diverranno ettolitri di sborra, ma noi non siamo della partita.
    Io comunque da Jonathan mi faccio una pinta.
    No, sono troppo vecchio per posti come quello, è una bolgia d’assatanati con lui, Jonathan, coda di cavallo e stivaletto pitonato, abbarbicato alla cassa a dominare la sala buia e fumosa come un demone dantesco.
    Si torna sotto il Balcone e li ci salutiamo, Alfo, Canto ed io con una vettura, Pupetta, socio ed autista sull’altra verso la ormai sospirata branda, a casa, dopo 23 ore, finalmente mi tolgo le scarpe.

    •   Alt 

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  2. #2
    Naufrago
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    Predefinito

    Io a fine agosto sarei per replicare, con una guest star...
    Mastro Titta...

  3. #3
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    sentiamoci domani al telefono, avrò lunghe ore di treno da far passare

 

 

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