L'azione internazionale di pace a Butembo (Congo)
dal 24 febbraio al 3 marzo ( racconto a cura di Vittorio Bellavite)
L'azione di pace "Anch'io a Bukavu"
La spedizione in Congo ha preso il suo avvio da un appello che nell'aprile del 2000 la società civile del Kivu meridionale (Regione orientale del Congo al confine col Ruanda ed il Burundi) ha fatto alle organizzazioni pacifiste italiane ed europee perché intervenissero ad un incontro da tenersi a Bukavu ( capitale del Kivu) nello scorso dicembre in occasione dell'anniversario della Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Scopo del grande meeting, con la partecipazione di personalità di tutto il continente africano, doveva essere quello di dare voce alle sofferenze della popolazione, di denunciare la situazione di guerra permanente e di lanciare un Appello in ogni direzione per la pace. In Italia immediatamente sensibili a questa richiesta si sono dimostrati "Beati i costruttori di Pace", "Chiama l'Africa" e "l'Associazione Papa Giovanni XXIII-Operazione Colomba". Una piccola spedizione a Bukavu ha permesso ai promotori di altre azioni internazionali di pace ( come quella di Serajevo nel '92 e di Mir Sada del '93 ) di constatare la grande forza e consistenza dei soggetti che avevano lanciato l'Appello, una rete di realtà organizzate di grande importanza (a partire dal ruolo principale della Chiesa cattolica) che riuscivano, nonostante la guerra , i profughi e l'occupazione ruandese a farsi portavoce di una proposta di pace mediante la mobilitazione popolare e la linea della nonviolenza. Al ritorno della delegazione partì subito il lancio della campagna "Anch'io a Bukavu" che per mesi è stata diffusa nelle organizzazioni pacifiste e in particolare nella rete dei gruppi cattolici soprattutto in Veneto ed Emilia-Romagna dove tradizionalmente è più forte l'insediamento di questo tipo di attenzione ai problemi del terzo mondo e da dove è pervenuta poi la maggior parte dei partecipanti. Per la verità la sollecitazione all'intervento è stata fatta in ogni direzione ed a tappeto nei confronti di ogni altro soggetto interessabile ( parlamentari, organizzazioni cattoliche e del volontariato,Vescovi …..….), dice don Albino Bizzotto , grande animatore dell'iniziativa. Molti i silenzi, i rifiuti, gli inviti alla prudenza, le posizioni di attesa . Si trattava , secondo la proposta, di organizzare un viaggio di massa in Congo per essere testimoni di un interesse dell'Occidente ai drammi di quel popolo che fosse di tipo "alternativo" rispetto a quello dei "bianchi" portatori di interessi economici o mercanti di armi. La partecipazione italiana, col tempo, per le difficilissime condizioni determinate dal dover intervenire in luoghi dove continuava la guerra, divenne quasi la condizione perché l'incontro a Bukavu si potesse svolgere e questo accrebbe enormemente la responsabilità dei promotori italiani . La risposta alla proposta dei promotori italiani è venuta da piccoli gruppi, da singoli, da obiettori di coscienza , da scouts, da qualche ente locale, da esponenti del volontariato e della cooperazione internazionale .Totalmente coinvolti ordini missionari come i saveriani di Parma ed i comboniani d'Italia ( non quelli d'Uganda che hanno ignorato l'iniziativa) oltre ovviamente a tutta la rete delle organizzazioni promotrici . Del tutto assente la Caritas italiana, tutte le organizzazioni del Forum del terzo settore (nonostante le tante sollecitazioni), l'Assopace ed in genere l'area "laica" del pacifismo. Nessuna risposta è pure venuta da personalità significative come il Card.Martini e don Luigi Ciotti. Le difficoltà organizzative erano enormi ma sono passate in secondo piano quando da Bukavu le autorità locali
( controllate dai ruandesi) prima costringevano a un rinvio dell'iniziativa da dicembre a febbraio, poi concedevano l'autorizzazione e in seguito la negavano perché evidentemente i ruandesi, a cui spettava l'ultima parola, non gradivano un intervento esterno di questo tipo . A fine gennaio il viaggio era saltato e si stava ipotizzando in alternativa una carovana che percorresse l'Europa da Ginevra a Bruxelles per sollevare il problema del Congo davanti alle istituzioni internazionali. Una nuova spedizione degli organizzatori nel Kivu ha offerto una nuova possibilità, quella di svolgere l'incontro a Butembo, città di duecentomila abitanti e capitale del Nord Kivu , zona sotto il controllo, meno aspro e intransigente, degli ugandesi . Ciò significava però dover atterrare a Kampala capitale dell'Uganda ed avere di fronte due giorni completi di viaggio su strada in condizioni difficili per raggiungere Butembo e due giorni per ritornare a Kampala.
La tenacia degli organizzatori e dei quasi trecento partecipanti, ormai coinvolti fino in fondo nell'impresa, e l'abilità di Lisa Pelletti Clark ( per un mese nel Kivu a organizzare tutto) ha superato ogni difficoltà compresa quella della compagnia aerea del charter che, tre giorni prima della partenza, chiedeva un aumento della tariffa per il nolo di ben 209 milioni rispetto alle trattative precedenti ( sono stati anticipati dalla Banca Popolare Etica).
I partecipanti alla fine sono stati 286 compreso otto spagnoli, un tedesco, uno svedese. Ogni partecipante ha pagato una quota di due milioni e ha partecipato a Bologna a due training di formazione dal sabato alla domenica in cui, oltre ad illustrare la situazione del Congo, si è creato affiatamento sulle linee guida dell'azione di pace : impegno ad un'ottica ispirata alla nonviolenza, discrezione nella presenza, semplicità e povertà dei mezzi, preparazione a certi livelli di autosufficienza concreta con una adeguata attrezzatura , divisione in GdA ( Gruppi di Affinità di circa quindici persone con un portavoce) collegati tra di loro da un gruppo di Coordinamento con il compito di prendere le decisioni generali dopo un'ampia consultazione. Ogni sera si sono tenute assemblee generali di verifica e di impostazione del modo di rapportarsi con la realtà locale . I partecipanti si sono impegnati a una forte autodisciplina , per esempio ad eliminare qualsiasi intenzione turistica dal viaggio (era consentita una macchina fotografica ogni quindici partecipanti). Le tipologie dei partecipanti erano le più diverse, ogni età e ogni condizione sociale e situazione geografica era presente nella carovana per la pace. Il 35% erano donne , molto presenti sacerdoti e missionari, gli scouts erano ventuno ma l'Agesci nazionale ha ritirato l'adesione creando un forte scontento tra i propri aderenti presenti, c'erano rappresentanti di enti locali, era presente Mons. Giuseppe Andreozzi direttore dell'Ufficio Missionario della CEI che ha creduto nell'iniziativa fin dall'inizio. Andreozzi ha anche rappresentato la CEI.
Sopra tutti emergeva la figura di Mons. Lugi Bettazzi, 77 anni, Vescovo emerito di Ivrea, che si è sobbarcato una fatica non da poco e che non è stato accompagnato da nessuno dei tanti suoi più giovani colleghi di episcopato. Inoltre c'erano, oltre a don Bizzotto, alcuni degli esponenti più significativi del pacifismo cristiano : Eugenio Melandri di "Chiama l'Africa", il dehoniano Padre Angelo Cavagna; Padre Silvio Turazzi, saveriano, già missionario a Goma, in carrozzella, non ha esitato ad affrontare le fatiche del viaggio.
La maggior parte dei partecipanti era di estrazione cattolica ma l'area "laica", ha giustamente rivendicato ed ottenuto il riconoscimento pieno che la carovana non aveva caratteristiche confessionali .
Il viaggio ed il Symposium
La carovana è stata "benedetta" alla partenza sabato 24 febbraio dal Sottosegretario agli Esteri per l'Africa Rino Serri che ha sostenuto che la spedizione era la più importante iniziativa politica nell'area dei grandi laghi dopo gli accordi di Lusaka del luglio '99 ( accordi di pace mai rispettati dalle parti in conflitto).
All'alba di domenica è arrivata a Kampala per partire subito dopo su pulmini per il confine col Congo dove è arrivata alla fine della giornata in un paesaggio molto bello fino alle pendici del Ruwenzori, alto più di cinquemila metri . Strade buone in Uganda ed accoglienza ottima dalla diocesi di Kassese. Qui, come ovunque in questa area, il cristianesimo è la religione di maggioranza. Il giorno successivo il viaggio non viene ostacolato alla frontiera grazie agli accordi intervenuti precedentemente coi militari. Ma la strada è dissestata e non asfaltata ed è necessario un giorno intero per percorrere 150 chilometri fino a Butembo in una zona fertile, ricca d'acqua, di verde e di guerra. A metà strada l'accoglienza di Beni è un anticipo di quanto al tramonto accoglie la carovana lungo i villaggi ed all'ingresso di Butembo : l'intera cittadina aspetta la carovana, sono decine di migliaia di persone che accompagnano i 300 italiani per i tre-quattro chilometri fino alla scuola dove verranno alloggiati. E' l'occasione per esprimere una volontà di pace prorompente che commuove e turba tutti i "bianchi". Siamo in zone di guerra, se ne avranno molte testimonianze.
Il giorno successivo inizia il "Symposium international pour la paix en Afrique" (SIPA). Esso è stato organizzato dalla società civile (tutte le organizzazioni esistenti in città) e dalla Diocesi che con il suo Vescovo Mons. Melchisèdec Sikuli ( vedi intervista) vi svolge il ruolo principale. Partecipa attivamente anche il Vescovo di Kasongo Theo Kaboy. Collaborano la Chiesa di Cristo in Congo ( interviene il pastore Jean Luc Kwye Ndondo) e la Chiesa Kimbanguista . C'è una platea affollata ed una marea di popolo che attende fuori dalla sede dell'incontro. Il Vescovo introduce con un coraggioso discorso di denuncia della guerra, fortemente ispirato alla cultura della non violenza . Ad esso fanno eco gli interventi della società civile di Butembo e di Bukavu ( da qui sono arrivati in 100 su quattro aerei pagati dalla Chiesa protestante di Svezia) e di altri oratori , ognuno dei quali si espone in prima persona quando denuncia. Particolarmente importante la testimonianza della rappresentante delle donne di Bukavu, il ricordo del Vescovo Emanuel Kataliko, Vescovo di Bukavu, grande leader del popolo del Kivu, morto nello scorso ottobre, estremamente significativi gli interventi dei mayi-mayi partigiani di ispirazione lubumbista e dei banyamulenghe. Sono gruppi armati che contrastano l'occupazione ugandese; solo un tale Symposium poteva farli parlare ad un microfono. Non sembra di vivere in una situazione di guerra per il forte entusiasmo popolare che circonda il Symposium se non fosse per i racconti agghiaccianti che si susseguono. Il Presidente del Fronte di liberazione del Congo ( FLC) J.P.Bemba, accolto da silenzio e dissensi, sostiene che non si può fare a meno delle armi per liberare il Congo. Gli italiani sono molto importanti per la loro presenza, non hanno però proposte specifiche di pace. Interviene per tutti don Albino Bizzotto che spiega il significato della carovana e chiede perdono per 500 anni di storia coloniale e di interventi degli interessi economici contro i popoli africani. Il giorno seguente una partita di calcio Italia-Congo raccoglie allo stadio decine di migliaia di tifosi mentre si svolgono una serie di visite alle realtà socioeconomiche di Butembo, alle scuole, alle strutture sanitarie, tutte semifunzionanti e prive di strumenti sempre a causa della guerra. Tutti i servizi che esistono sono privati, la natalità è altissima ed ogni famiglia deve scegliere quali figli mandare a scuole che sono tutte necessariamente a pagamento. Le condizioni di vita , come appaiono, girando nella città, sono veramente di livello modestissimo. L'ultimo giorno, dopo l'approvazione di un documento conclusivo molto esplicito nel chiedere il ritiro di ogni presenza straniera ed un immediato dialogo intercongolese, il SIPA si conclude con una grande manifestazione di pace per le vie della città ed infine nella piazza principale. Si ripete la presenza di massa del primo giorno ed i discorsi si alternano a balli e canti preparati per l'occasione di grande livello artistico ed emotivo. L'ultimo appello alla pace viene seguito dall'inaspettato intervento di Bemba . Travolto dalla passione popolare ed incalzato da tutti, in particolare dal Vescovo, chiede perdono per le atrocità commesse dalle sue truppe ed ordina ai campi militari vicino a Butembo di ritirarsi per permettere una ripresa della normale vita civile; Bemba lascia la grande adunata avvolto nella grande bandiera della pace donata dalla carovana italiana. Al ritorno all'aereoporto di Kampala tutti gli italiani firmano alla presenza dell'ambasciatore italiano un documento in cui si impegnano a monitorare eventuali rappresaglie che in futuro siano effettuate nei confronti di quanti hanno molto rischiato con le loro esplicite e dettagliate denunce durante il Symposium.
Domenica 11 marzo tutti i partecipanti si sono ritrovati a Bologna per progettare il loro impegno per la pace in Congo. Oltre alle altre iniziative di sensibilizzazione a livello locale i propositi sono quelli di sollevare il problema della situazione in Congo alla marcia Perugia-Assisi di maggio ed alle manifestazioni a Genova in luglio in occasione del G8. Esiste poi il progetto di rilanciare a fondo l'iniziativa per la pace nella regione dei Grandi Laghi in occasione del 10 dicembre, anniversario della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, con la speranza di coinvolgere gruppi pacifisti di altri paesi europei.
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Primopiano Don Albino Bizzotto
"Il cammino è ancora lungo, ma ci sono segnali di speranza. Ho fiducia". Don Albino Bizzotto parla con la voce dell'ottimismo. E non potrebbe essere altrimenti. Per lui, uomo di fede, parlare di pace è una missione irrinunciabile. Ma per lui la vocazione alla pace è stata una scoperta.
Vicentino, classe 1939, don Albino è stato ordinato sacerdote nel 1963. "Ma, devo essere sincero - ammette - la mia vita è cambiata nel 1980". In quell'anno gli viene regalato un viaggio in America Latina. Visita due Paesi in particolare: il Brasile e l'Ecuador. "In quel continente - ricorda -, sono venuto a conoscenza di una realtà diversa dalla nostra e al tempo stesso drammatica. Da quel momento non ho più potuto dire: non so, non ho visto. E per me la pace è diventata una missione".
Tornato in Italia, scosso da quell'esperienza al tempo stesso traumatica e illuminante, don Albino diventa promotore di una serie di attività rivolte alla solidarietà tra i popoli e allo sviluppo. Nel 1981 organizza, nella Padova appena uscita dagli "anni di piombo" che l'hanno colpita duramente, un'imponente manifestazione di solidarietà a favore del Salvador. Negli anni seguenti prende contatto con altri sacerdoti per dar vita a un progetto nuovo che coinvolgesse tutta la Chiesa. Dopo le prime difficoltà, riesce a trovare la solidarietà di alcuni membri della gerarchia ecclesiastica del Triveneto. Nel 1985, a vent'anni dalla fine del Concilio Vaticano II, viene pubblicato per iniziativa di un gruppo di sacerdoti veneti un appello dal titolo significativo: "Beati i costruttori di pace". Un appello nato "dalla coscienza che la pace come obiettivo, compito e impegno è centrale per la Chiesa, se vuole essere fedele a Cristo dentro la storia". Il documento suscita una notevole eco nell'opinione pubblica italiana. Sono in 15mila a firmarlo, tra di essi 5mila religiosi.
Per rispondere alle aspettative suscitate, dopo una prima fase di sensibilizzazione, vengono scelte delle tematiche (disarmo, obiezione di coscienza, qualità della vita, non violenza, ecc.) e preparate delle schede che poi vengono discusse in assemblee interdiocesane e poi in un grande incontro all'Arena di Verona il 4 ottobre 1986. Un'iniziativa destinata a ripetersi nel tempo con altri grandi incontri annuali all'Arena di Verona sui temi più delicati legati alle tematiche pacifiste. Contemporaneamente prendono l'avvio iniziative di interposizione non violenta (soprattutto nei Balcani) e di solidarietà internazionale (tra i quali l'ultimo viaggio nella Repubblica popolare del Congo infiammata da una sanguinosa guerra civile). Ad esse si affiancano progetti di riconversione dell'industria bellica, e attività di studio e analisi dell'economia (spesso causa di ingiustizie e fonte di conflitto).
"Battersi per la pace - sostiene don Albino - significa riconoscere la dignità e il diritto alla vita delle persone. Vuol dire progettare una comunità nella quale la riconciliazione e il perdono prendano il sopravvento sulle logiche della forza che regolano i rapporti fra gli Stati. Sono ottimista. Vedo che una nuova coscienza si sta affermando a partire dalle scuole e dalle comunità. Il cammino è ancora lungo e passa attraverso una presa di coscienza personale della forza delle pace. Ma è un'idea vincente. Ne sono certo".
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La guerra civile che
divampa nell'ex-Zaire e
in tutta la regione dei
Grandi Laghi non fermerà
i volontari italiani e
europei che il 24 febbraio
voleranno a Bukavu. In
una zona che è teatro di
un conflitto permanente
fra hutu ruandesi, miliziani
tutsi, soldati ugandesi e
ribelli locali. E dove
migliaia di uomini e
donne, con gruppi,
comunità e chiese hanno
deciso di ribellarsi.
Pacificamente
ANCH'IO DENUNCIO LA SHOA DEGLI AFRICANI
VOLONTARI IN CONGO MA PER FARE LA PACE
K abila è morto. Kabila è vivo. No, è morto davvero. Le notizie che arriva- no dalla Repubblica democratica del *Congo* riaccendono i riflettori sul Continen- te nero, sulla grande tragedia africana. L'opi- nione pubblica mondiale torna - forse - a oc- cuparsi di nuovo, per un attimo, di questo pezzo di mondo, alla deriva da anni. «Quanto durerà?», si chiede *don **Albino* *Bizzotto*, «è stato così per il Ruanda, per la So- malia, per l'Eritrea, e poi...». Parole venate di amarezza per il sacerdote che per la pace ha sfidato, dolorosamente, i cecchini di Saraje- vo. Da mesi va e viene dalla sede di Beati i co- struttori di pace: gira l'Italia a raccontare "Progetto Bukavu". Incontra comunità, par- rocchie, associazioni, consigli comunali ai quali espone la sua idea di una grande mani- festazione pacifica e nonviolenta nel cuore dell'Africa, in *Congo* appunto. L'associazio- ne padovana, insieme a Operazione Colom- ba, Chiama l'Africa, Agesci, Pax Christi e Fo- rum per il Terzo settore porterà centinaia di persone nella città congolese, per rispondere alla straordinaria mobilitazione della gente di laggiù. /Societé Civile/ - coordinamento di as- sociazioni, gruppi, comunità evangeliche e cattoliche - ha iniziato da anni una battaglia nonviolenta che stupirebbe il mondo se solo ne fosse informato: uomini ma soprattutto le donne, «le incredibili madri congolesi» dice *don **Bizzotto*, che hanno ribattuto ad ogni saccheggio, ogni sopruso, ogni assassinio, con la sola forza delle loro coscienze, portate nelle strade polverose di questa cittadina del Kivu (vedi box). Gesti pacifici, enormi in una società dominata dai kalashinikov e dai ma- chete». Loro hanno cominciato a chiedere, a reclamare che qualcuno aiutasse i 600 mila disperati (per oltre un terzo bambini), che da due anni e mezzo, a seguito della marcia di Kabila verso Kinshasa, vivono abbandonati a se stessi nelle foreste della regione, in condi- zioni drammatiche. «Quando mostro i filmati di questa uma- nità martoriata», dice *Bizzotto*, «la gente ha un moto di stupore: nessuno può credere che stia accadendo. Ora». "Progetto Bukavu" va avanti, malgrado la guerra (1.700.000 vitti- me qui e in tutti i Grandi Laghi), malgrado l'incertezza che regna nell'ex-Zaire: il 24 feb- braio 310 italiani ed europei - volontari, in- tellettuali, amministratori - saranno là: «Sarà un incontro fra popolo e popolo», assicurano a Padova, «per denunciare le nostre responsa- bilità di occidentali - preoccupati più dei dia- manti e degli altri minerali che dei diritti del- le persone in Africa - e per appoggiare la resi- stenza nonviolenta che la popolazione da tempo sta attuando per non cadere nella trap- pola dello scontro armato». /Le numero n'est pas disponible au moment/ : non è facile telefonare in mezzo a una guerra civile ma poi padre Franco Bordignon, save- riano, risponde. «Qui non è successo niente», rassicura, «Kinshasa è lontana». È una delle teste di ponte di questa ultima "follia" pacifi- sta che chiede all'Occidente "semplicemen- te", di adoperarsi per far tacere le armi, di la- vorare ad una soluzione politica per tutta l'a- rea e di fare informazione corretta su questo Continente. «Oggi ci dovevano dare il per- messo per sbarcare», racconta, «ma non è sta- to possibile contattare le autorità, c'è un ver- tice a Youandé». Padre Franco tiene i collega- menti con Societé Civile. Racconta i senti- menti della gente: «Non si capacitano. Non si rassegnano a questo abbandono del mon- do», racconta, «Ricordano la mobilitazione per il Ruanda e non capiscono perché nessu- no voglia occuparsi di questa tragedia infini- ta». «Il silenzio dell'Europa è connivente», tuona *don **Albino*, «dai tempi della Bonino, commissario per i profughi è finito tutto». Lo rincuora il fatto che Staffan De Mi- stura, sulla spinta dell'ondata di cartoline di adesione - migliaia - giunte all'ambasciata Onu a Roma abbia scritto ad Annan. «È sta- to colpito dalla massiccia partecipazione di enti locali, attraverso appelli e ordini del gior- no» dice *don **Bizzotto*. Perché, fra l'indiffe- renza dell'Occidente, c'è chi continua a spe- rare. Apparentemente contro ogni speranza. Ma già questo potrebbe bastare per dire, con lo slogan del progetto, "Anch'io a Bukavu". 13 *VITA* *non profit magazine* 2 febbraio 2001 VISTI DAL VERO QUI BUKAVU, LE COSCIENZE CONTRO I FUCILI Padre Franco Bordignon da Bukavu ne scandisce i nomi. Ricorda Kuye Ndodo e Papa Chira, i leader di questa eccezionale quanto pacifica mobilitazione delle coscienze congolesi. «Ad ogni sopruso, ad ogni violenza, rispondono con un gesto di non-violenza». Sono gli attivisti di Societé Civile, un coordinamento di gruppi e realtà di base che, giorno dopo giorno, sta facendo nascere una mobilitazione civile come forse questo Continente non ha mai conosciuto. Gente che alle violenze delle bande militari oppone un coprifuoco volontario oppure la "Giornata della donna" e per 24 ore in cui - in mezzo allo stupore delle autorità - nessuna congolese si è aggira per Bukavu. Alcuni, come Bagenda Balaksi, hanno conosciuto il carcere anche con Mobuto. Per loro è nato Progetto Bukavu che ora dà l'appuntamento agli italiani venerdì 26 gennaio alle ore 18.30, in molte piazze italiane e in diretta su Rai 2 (durante "Caterpillar", si svolgerà l'iniziativa "C'è troppo silenzio sul *Congo*, per favore un minuto di rumore". Nella Giornata della Memoria, le associazioni vogliono ricordare i reietti degli anni 2000: «Se immaginiamo del filo spinato intorno a quei volti e a quei corpi, rivediamo le vittime della Shoa».
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Il dramma quotidiano di una pace negata
di Pietro Raitano
Il silenzio uccide il Congo. L'ennesima strage (a Kisangani: si parla di duecento morti in un solo giorno, a metà maggio) non ha trovato spazio sui giornali, sulle televisioni, non ha scatenato l'indignazione dell'opinione pubblica. Non ha fatto notizia la sospensione del Simposio per la pace in Africa, voluto dalla società civile congolese e osteggiato, fino all'uso brutale delle armi, dalle autorità locali. A quel simposio avrebbero partecipato anche 200 europei (e noi di AltrEconomia). Un non chiaro "ammutinamento" di militari ha innescato la spirale della repressione, che ha vietato ogni riunione e impedito, di fatto, di intraprendere la strada per la pace.
Le due guerre della Repubblica democratica del Congo, quella del '96 e quella iniziata nel '98 e ancora in corso, hanno causato almeno 2 milioni e mezzo di morti, nella quasi totale indifferenza internazionale. Oggi le alleanze delle varie fazioni che si combattono sono così complesse che in molti parlano di una guerra "continentale", la "Prima guerra mondiale dell'Africa".
Kisangani è una città umida della Province Orientale. Si affaccia sul fiume Congo e si estende verso Nord, verso un altro fiume, lo Tshopo. Prima dell'indipendenza dal Belgio si chiamava Stanleille. Dalla capitale, Kinshasa, dista in linea d'aria quasi 1.300 chilometri: una cosa normale per uno Stato grande otto volte e mezzo l'Italia. Dal 1998 Kisangani e tutta la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (il Kivu) sono controllate dal Rassemblement Congolais pour la Democratie (Raggruppamento congolese per la democrazia, Rcd) una coalizione di congolesi contrari al governo "ufficiale" di Laurent Kabila prima, di suo figlio Joseph poi. L'Rcd, o più semplicemente la "Ribellione", è alleato dei vicini Rwanda e Uganda, i quali hanno inviato le loro truppe per quella che la popolazione congolese percepisce come una vera e propria occupazione militare.
Lettera morta è rimasto anche il trattato di Lusaka del 1999, che prevedeva, oltre il cessate il fuoco, il ritiro delle truppe straniere e la presenza dell'Onu, che oggi si limita a poche migliaia di militari del Monuc (Missione Onu in Congo). Il conflitto intricato del Congo è ben rappresentato da Kisangani, che dal 1996 ha visto prima gli scontri tra le truppe di Kabila padre alleato ai rwandesi contro l'esercito di Mobutu, poi filorwandesi e filougandesi alleati proprio contro le truppe governative di Kabila e infine rwandesi contro ugandesi, con la sconfitta di questi ultimi.
Una guerra infinita, quella della Repubblica democratica del Congo, atipica perché combattuta su fronti interni ed esterni. Una guerra indispensabile affinché ognuno dei contendenti possa coltivare i propri interessi e mantenere il potere.
Ma non senza la complicità occidentale e delle grandi istituzioni finanziare. Ecco cosa scrive un gruppo di esperti per conto dell'Onu (vedi anche il box in basso): "L'ombra stesa dalla Banca mondiale sul conflitto nella Repubblica Democratica del Congo è ancora più evidente sul piano del bilancio. La bilancia dei pagamenti dell'Uganda e del Rwanda evidenzia un notevole aumento del loro indebitamento a lungo termine a titolo di sostegno del bilancio. Ora, i loro bilanci della difesa sono aumentati in termini assoluti, il che ha consentito loro di continuare la guerra. Occorre quindi chiedersi se la politica della Banca mondiale, quando tratta con i suoi clienti, è quella di fare come se le questioni (sensibili o meno) del buon governo nel senso lato dell'espressione non esistessero".
Oro, diamanti, coltan, e la guerra si autofinanzia
Una guerra importata, scatenata dalla contesa tra multinazionali del legname e delle miniere d'oro, diamanti, coltan. Ecco la guerra dei Grandi Laghi, due milioni e mezzo di vittime dal 1998, secondo le parole del vescovo di Butembo, Melkisedech Sikuli.
Ed ecco le parole dell'Onu: "Le principali ragioni del conflitto nella Repubblica Democratica del Congo sono diventate l'accesso a cinque risorse minerarie di fondamentale importanza -coltan, diamante, rame, cobalto e oro- nonché il controllo e il commercio di queste materie prime". Il "Rapporto del Gruppo di esperti sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali e altre ricchezze della Repubblica Democratica del Congo" svela il circolo vizioso di una guerra che si autofinanzia.
L'affare dei diamanti, per esempio : "I dati raccolti presso qualsiasi fonte terza mostrano invariabilmente che l'Uganda è diventato un Paese esportatore di diamanti; queste fonti sottolineano anche la coincidenza fra le esportazioni di diamanti dall'Uganda e gli anni della guerra nella Repubblica Democratica del Congo, cioè il 1997 e gli anni successivi " Oppure il coltan, minerale utilizzato per la fabbricazione di circuiti integrati, ad esempio quelli dei telefoni cellulari: "Il coltan ha permesso all'esercito rwandese di finanziare la sua presenza nella Repubblica Democratica del Congo e quindi di garantire la protezione e la sicurezza delle persone e delle società che estraggono il coltan. Queste ultime ne hanno avuto un beneficio che condividono con l'esercito, il quale a sua volta continua a conservare un ambiente favorevole alla continuazione delle estrazioni". Il settore privato ha giocato un ruolo determinante. Un certo numero di società &endash;denuncia l'Onu- ha alimentato direttamente il conflitto, scambiando armi con risorse naturali. Altre hanno facilitato l'accesso alla risorse finanziarie che servano ad acquistare armi. Certe società che si dedicano alla commercializzazione delle risorse naturali -nelle quali il Gruppo di esperti vede "il motore del conflitto nella Repubblica Democratica del Congo"-, hanno creato un clima propizio all'illegalità nel quadro delle attività di estrazione.
Kisangani stop all'azione, l'impegno resta
A Ines chiederesti una ricetta. L'aria tranquilla, da casalinga, non rivelerebbe mai i tre anni passati in Camerun, o i sette passati in Brasile, a lavorare coi sem terra. Eppure lei in Africa c'è andata che erano ancora gli anni '70, e adesso ci stava per tornare, se gli eventi non avessero impedito la sua partenza, come quella degli oltre 200 volontari dell'azione di pace "…anch'io a Kisangani". Tutti avevano seguito con apprensione l'evolversi dei fatti, le uccisioni, il divieto di tenere riunioni pubbliche. Ma solo la mattina prima della partenza è arrivato il no definitivo, e la delusione per un'impresa finita prima ancora di cominciare.
Ma le utopie si costruiscono momento dopo momento, ti spiega Ines. Come Ines tutti i duecento avevano pagato l'aereo (più di mille euro che probabilmente non verranno restituiti), tutti si erano presi le ferie, tutti avevano portato tra gli amici e negli uffici il dramma della guerra dimenticata dei Grandi Laghi. Gente normale, gli "straccioni della pace" come ha detto don Albino Bizzotto di Beati i costruttori di pace.
Il più giovane, Luca, 18 anni, fino in Congo ci andava a nome di tutto il liceo artistico che frequenta. Ora dovrà spiegare che pur di impedire il simposio per la pace non si è esitato a sparare.
Eppure qualcosa lo hanno fatto. Sono andati fino a Roma in cento, hanno manifestato per le vie, hanno protestato davanti alla sedi Rai per il silenzio dei media. Camillo, assistente sociale, prova a dire perché non sono tornati subito a casa: "Rispondere al bisogno della popolazione di Kisangani, che vuole la pace: ecco l'origine del progetto. Non potevano abbandonarli".
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ille. Dalla capitale, Kinshasa, dista in linea d'aria quasi 1.300 chilometri: una cosa normale per uno Stato grande otto volte e mezzo l'Italia. Dal 1998 Kisangani e tutta la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (il Kivu) sono controllate dal Rassemblement Congolais pour la Democratie (Raggruppamento congolese per la democrazia, Rcd) una coalizione di congolesi contrari al governo "ufficiale" di Laurent Kabila prima, di suo figlio Joseph poi. L'Rcd, o più semplicemente la "Ribellione", è alleato dei vicini Rwanda e Uganda, i quali hanno inviato le loro truppe per quella che la popolazione congolese percepisce come una vera e propria occupazione militare.
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