Le ispezioni in Iraq pilotate in chiave anti Saddam



Stoccolma - Da sempre le menti meno condizionabili e più limpide avevano messo in discussione l'effettiva colpevolezza di Saddam Hussein, indicando Washington come vera artefice della crisi del Golfo. La stampa internazionale, assoggettata ai dogmi atlantisti aveva gettato odio e disprezzo su Saddam ed il suo popolo. Ora, proprio per questi ben pensanti, o meglio "mal pensanti", qualcosa dovrebbe cambiare dopo dichiarazioni autorevoli che fanno vedere come andarono e vanno tutt'oggi le cose. Gli Stati Uniti cercarono di sfruttare a proprio vantaggio le ispezioni agli arsenali iracheni effettuate negli anni Novanta da inviati delle Nazioni Unite. Baghdad lo ha ripetuto in più occasioni, ma questa volta a puntare il dito contro gli Usa è una fonte autorevole: l'ex capo degli ispettori Onu (Unscom), il diplomatico svedese Rolf Ekeus, che dal 1991 al 1997 guidò il primo programma di verifiche agli armamenti iracheni. Ekeus ha ammesso che la Casa Bianca tentò di creare artificiosamente crisi con Baghdad, in alcuni momenti particolarmente delicati sul piano interno o internazionale.
Ekeus, che in passato ha criticato il governo di Saddam Hussein per la condotta tenuta con la sua squadra di esperti, ha avuto parole molto dure verso l'amministrazione Usa: "Non c'e' dubbio che gli americani volevano influenzare le ispezioni sulla base dei loro interessi fondamentali", ha spiegato il diplomatico in un'intervista alla radio svedese. "Non credo che questo sia accaduto nei primi anni - ha proseguito - perché allora c'era una reale preoccupazione per le armi di sterminio che l'Iraq avesse potuto possedere". Le prime "sollecitazioni" cominciarono quando Ekeus era ancora alla guida dell'Unscom. All'inizio la squadra, almeno così pensa l'ex capo degli ispettori, non si fece influenzare. La pressione crebbe con il tempo e fu accompagnata da tentativi di creare crisi nei rapporti con l'Iraq, in un qualche modo collegati con la situazione politica generale, internazionale ma qualche volta anche nazionale. Per esempio, la Casa Bianca premette per un'ispezione al ministero della Difesa, che, dal punto di vista iracheno, sarebbe stata una provocazione e proprio per questo era stata proposta. La visita al ministero si fece, ma solo quando Ekeus lasciò il suo incarico. A succedergli fu Richard Butler che si dimise dopo soli due anni. Nel dicembre del 1998, alla vigilia del bombardamento con cui americani e britannici decisero di "punire" Baghdad proprio per la sua scarsa collaborazione alle ispezioni, Butler lasciò l'Iraq e non gli fu più permesso di tornare. Gli Usa chiedevano a Ekeus e ai suoi informazioni sull'organizzazione dei servizi segreti iracheni e sulla dotazione di armi convenzionali di Baghdad, ma il loro vero obbiettivo era scoprire dove si nascondesse Saddam, nel caso si fossero decisi a stanarlo. Al contrario, in qualche occasione l'America fermò gli ispettori proprio quando si accingevano a verifiche importanti perché non si voleva più uno scontro, sulla base di interessi politici superiori.
Alla luce di queste rivelazioni la situazione non cambia. L'opinione internazionale, invece di ammettere le proprie colpe di complicità, sembra bisbigliare la notizia. Tutto perché l'operazione anglo-americana deve ormai, per necessità elettorali statunitensi, andare avanti.
Un crimine verrà dunque consumato dalle forze "democratiche occidentali" benché l'innocenza di Baghdad sia palese.
Non è una vergogna, bensì il risultato di quella pace americana alla quale tutto il mondo fa affidamento.