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    Predefinito Il declino de l'Unità da Gramsci a Furio

    di Igor Iezzi

    Chissà se nel 1924 Antonio Gramsci, quando fondò l’Unità, avrebbe mai potuto immaginare per il suo giornale un simile destino: il quotidiano ufficiale del Partito Comunista, poi Pci-Pds, poi Pds, infine Ds, guidato da un amico dei padroni, tal Furio Colombo. Dopo che sulla poltrona più importante del quotidiano di sinistra si sono succeduti personaggi di primo piano del Pci, oggi siede l’ex presidente della Fiat americana, un uomo che in fabbrica non ha mai messo piede se non per licenziare. Un uomo sbarcato a sinistra dopo aver passato la propria vita nei vellutati salotti del Potere, sospinto da quella borghesia che la sinistra comunista ha sempre odiato. Nato nel 1931 a Chatillon (molto distante dall’operaio della Bovisa), la sua carriera è fulminea: nei primi anni ’50 lavora in Rai, dal ’56 passa all’Olivetti, dal ’65 al ’75 è direttore dei programmi culturali della Rai , dal ’88 al ’94 è presidente della Fiat Usa e presidente del gruppo esponenti italiani Gei di New York, associazione che raccoglie gli operatori industriali, finanziari e commerciali attivi negli Stati Unti, dal ’91 al ’94 dirige l’Istituto di Cultura Italiano a New York, il 21 aprile del ’96 viene eletto deputato per l’Ulivo e da qui sbarca a l’Unità. Inoltre Colombo è stato professore alle università di Yale, Columbia, Berkeley e New York e membro della Academie Universelles des Cultures di Parigi. Non c’è che dire una carriera coi fiocchi, essere nel ristretto gruppo di amici di Agnelli paga bene. È dubbio che tutti questi incarichi siano frutto di capacità dimostrate. E quali risultati hanno prodotto? La Fiat non ha certamente negli States il suo miglior mercato; la gestione da parte di Colombo dell’Istituto Italiano di cultura avrebbe provocato un “buco” tale - secondo Cristina Missiroli de l’Opinione - da costringere ad un riesame dei bilanci devastati e che ancora attendono di essere riassestati. Di Furio Colombo sono anche note le frequentazioni “eccellenti”, quando “scorrazzava su e giù dall’Europa a New York, col Concorde, quando incontrava Warhol e Jagger, Henry Kissinger e l’ambasciatore Gardner” e, ovviamente, Gianni Agnelli. Ma Colombo è anche abile ad ottenere prestigiosi incarichi, dei quali si vanta poi moltissimo, grazie ai suoi “amici”. Wolfgang M. Achtner, corrispondente da Roma per varie testate americane come la Abc News e la Cnn nel suo libro “Penne, antenne e Quarto potere” dipinge un ritratto particolareggiato: «Due giornalisti americani, Samantha Conti e Anthony Shugaar, trattano della controversia sorta alla Columbia University di New York dopo l'assegnazione allo stesso Furio Colombo della cattedra di Giornalismo Internazionale della prestigiosa scuola di giornalismo, nel giugno del 1991. L'aspetto più clamoroso di questa vicenda è quello che riguarda le modalità della donazione. Contrariamente a quanto lasciato intendere dalla Columbia University e da Colombo, apparirebbe che questa cattedra non fosse stata assegnata al giornalista italiano in riconoscimento di titoli particolari. Secondo i professori Garland e Rothmeyer, la cattedra fu istituita in seguito a un lascito della Banca San Paolo di Torino, a condizione che la stessa venisse assegnata a Colombo. Entrambi i professori americani sostengono che non vennero prese in considerazione altre candidature. Questa versione dei fatti viene confermata da due alti dirigenti della banca torinese. Secondo quanto affermato da Giorgio Agagliati, capo della sezione cultura dell'ufficio stampa della Banca San Paolo, fu lo stesso Colombo a suggerire che il lascito di 1,8 milioni di dollari per la cattedra venisse aggiunto a una precedente donazione di 17,5 milioni di dollari del governo italiano. I fondi del governo dovevano servire per il restauro della "Casa Italiana", alla Columbia University, e per aprire la "Italian Academy for Advanced Studies in America", una scuola di specializzazione per laureati. E, secondo Luisella Giorda, capo dell'ufficio relazioni estere della Banca San Paolo, era un desiderio di Colombo che istituissimo questa cattedra di giornalismo internazionale».
    Achtner elenca anche numerosi casi in cui la professionalità di Colombo vacillò, ma a questo proposito basterebbe citare la recente polemica fatta da l’Unità sulla legge Bossi-Fini,che per il quotidiano fondato da Gramsci già creerebbe danni, benché non sia in realtà ancora entrata in vigore. Discutibile è stato anche l’attacco di Colombo al suo predecessore Peppino Caldarola, oggi deputato Ds, , accusato di non essere uomo di sinistra. Caldarola rispose ricordandogli che mentre uno licenziava gli operai in America infischiandosene dell’art. 18, l’altro era caposervizio a l’Unità e difendeva le ragioni dei neo disoccupati. Chissà cosa direbbe oggi Gramsci.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito

    PARERI ILLUSTRI
    «Se le parole sono pietre, i titoli e gli articoli di giornale sono macigni. Che pesano (o dovrebbero pesare) anche sulle coscienze». (Carlo Rossella, editoriale su Panorama. L’Unità aveva attaccato il dossier sul pericolo terroristico, uscito pochi giorni prima dell’omicidio di Marco Biagi. Aveva titolato: “Bomba di Panorama sul sindacato – Il settimanale del premier: i terroristi pronti a colpire chi fa la riforma del’art. 18”)
    «Mai mi farò zittire da quel Furio Colombo che era portavoce della Fiat che licenziava migliaia di operai negli anni in cui ero caposervizio sindacale all’Unità e cercavo di far conoscere le ragioni di quegli operai cacciati».
    Peppino Caldarola, parlamentare Ds, lettera al Corriere della Sera, 25 marzo 2002
    «Furio è così: egli trema all’idea che gli spagnoli possano coglierci con le dita nel naso, che Confindustria sia caduta in mano a un terrunciello. Gli vengono i brividi da bon ton, è più forte di lui. Non ne avete ammirato le ciocche? Quei riflessi azzurrini? La sue erre impagabile? Hanno paragonato il suo giornale all’Ami du Peuple e lui stesso a un secondo Marat, come dire un forcaiolo. Ma quale Marat e Marat. Furio è la splendida, inarrivabile, intramontabile madame Verdurin della mondana sinistra moderna».
    (Andrea Marcenaro, il Foglio, 15 gennaio 2002)
    «Dev’essere triste, per lui, fare il peone»
    (Gianni Agnelli, quando Colombo era semplice parlamentare ulivista)
    «La palma della migliore tremebonda va comunque alla nostra madame Verdurin. La quale, una sonata di pianola qua e un’altra là, arriva a cancellare il caso Fiat dalla primapagina dell’Unità e a rimpiazzarlo con la “Rivolta dell’acqua nella Sicilia del Polo”. (...) Bisogna aggiungere una precisazione che madame, presa dal tombolo e dall’amore per l’Avv., un pochino trascura...».
    (Andrea Marcenaro, il Foglio, 16 maggio 2002. Era appena scoppiato il “caso Fiat”)
    «Ci sono ragioni nella destra che non condivido, ma devo cercare di capirle. Invece gente come Furio Colombo pensa che avremmo dovuto combattere ancora di più Berlusconi. Colombo è un estremista di centro che ha un sovrano disprezzo per la politica. Un teorico dello scontro frontale».
    (Peppino Caldarola, deputato Ds, intervista a Sette)
    «Furio Colombo. Primo cerchio dell’Avvocato. Già presidente della Fiat America, è l’unico direttore dell’Unità in contatto con Torino-villa Prescot. Vittima dell’art.18.». (da “I vinti dell’avvocato”
    Dagospia.com, 12 luglio 2002)
    «Comunista»
    (Marina Valensise a “Prima Pagina”, su Radiotre, riguardo a Colombo, che ha chiesto una pubblica rettifica, ottenuta)
    «E vogliamo dimenticare il Colombo attore? Sì, perché il kennediano diviso tra Agnelli e le masse, tra il Gruppo ’63 e Bob Dylan, tra Park Avenue e l’Ultima spiaggia di Capalbio, nel corso del suo conturbante percorso intellettuale s’è divertito anche a recitare. In un film, e che film: “Il caso Mattei”, 1972, di Francesco Rosi. Una scena di 4 minuti, ma da antologia. (...) L’esordiente Colombo esce promosso dalla prova, cesellando con padronanza dei tempi la docilità servile e un po’ ipocrita...». (Michele Anselmi, il Foglio)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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