DA ISRAELE & DAL MONDO
29 Luglio 2002
n. 8
Questa servizio sull'utilizzo dell'acqua e sulle nuove fonti di produzione di questa preziosa risorsa in Israele è apparso oggi sul quotidiano L'UNIONE SARDA con grande risalto. Titolo su quattro colonne in prima pagine, la terza interamente dedicata all'argomento e completata da tabelle di confronto con la realtà isolana, grafici, statistiche e fotografie.
L'articolo (che avrà un seguito nei prossimi giorni, è stato particolarmente apprezzato dai lettori di ogni genere, e non solo dagli 'amici di Israele', perché contribuisce a far vedere, del Paese, il lato positivo e creativo.
Viaggio nel paese che insegna al mondo come sfruttare le risorse idriche di bassa qualità
Nel deserto verde di Israele
Guerra alla siccità con dissalatori e acqua riciclata
Revivim (Gaza) (...) Shalom Israel, buongiorno. Volo ElAl 386, Roma-Tel Aviv, uscita 25, sorvegliato speciale. Dopo un’ora di interrogatorio «per la vostra sicurezza, signore», l’agente in borghese al controllo passaporti firma la carta d’imbarco sul Boeing 767 della compagnia aerea più blindata del mondo e scaccia l’incubo dei kamikaze con un mezzo sorriso. «Lei è a posto, può andare. Ma da noi non troverà acqua: la utilizziamo tutta, ricicliamo anche la pipì». Fogne, pozzi, cielo, laghi, mare, deserto. Dovunque sia, gli israeliani sanno come sfruttare questa risorsa che vale più del petrolio. Sino all’ultima goccia. Uso e riuso. Razionale, tecnologicamente avanzato, economico. Ebrei nell’anima e nel portafoglio. Perché un paese giovane e cresciuto all’ombra degli Stati Uniti ha una seconda guerra da combattere contro la siccità e un altro dio in cui credere: il mercato. «Entro il 2010, un quarto dell’acqua potabile consumata in Israele sarà quella di mare opportunamente filtrata a costi molto contenuti, meno di mezzo euro a metro cubo». Ingegnere aeronautico prestato al marketing industriale, Daniel Pariente, boccia gli investimenti sulla pioggia artificiale («in Israele abbiamo smesso da cinque anni di buttar via soldi per rincorrere le nuvole») e traccia il cammino di uno Stato appena più piccolo della Sardegna dove la cultura dell’acqua è uno stile di vita per sei milioni di abitanti con un reddito medio pro capite di 18 mila euro all’anno, beduini esclusi. «Il nostro governo ha abbandonato l’idea di una condotta per collegarsi all’acquedotto della Turchia: costa troppo e crea dipendenza da un paese musulmano». Religione a parte, meglio sfruttare il mare: un primo impianto da 120 milioni di metri cubi all’anno, i consumi di sei città grandi come Cagliari, sarà costruito entro il 2004 ad Ashqelon, dieci chilometri a nord di territori occupati, nella striscia di Gaza. «E nei cinque anni successivi il piano di investimenti nei dissalatori garantirà, a regime, 400 milioni di metri cubi, una quantità d’acqua pari a quella che oggi preleviamo dal lago di Tiberiade», il grande serbatoio naturale schiacciato tra alture del Golan e Galilea alimentato dal fiume Giordano.
Trasferiti in Sardegna, i consigli per gli acquisti «di una risorsa destinata a diventare il più grosso business del mondo perché senza non si vive» suonano più o meno così: lasciate perdere la pioggia artificiale, non comprate acqua dalla Corsica che, a prezzi correnti, ha un costo tre volte superiore a quella ottenuta con un dissalatore e investite nel mare «risorsa certa, abbondante, sempre più a buon mercato». Due ebrei, tre opinioni, recita un vecchio proverbio yiddish, il dialetto metà giudeo, metà tedesco diventato duecento anni fa una lingua letteraria. E dall’Università Ben Gurion di Be’er Sheva, una città di fuoco sospesa nel deserto a un’ora e mezza di auto da Tel Aviv, Gideon Oron, mostro sacro nello studio dei sistemi per riutilizzare risorse idriche di bassa qualità, mette i dissalatori al terzo posto nella classifica degli impianti per integrare l’apporto della pioggia. «Escludendo l’inseminazione delle nuvole, costosa e senza risultati certi perché non si può stabilire quanto e dove pioverà, investimenti e ricerca vanno indirizzati nel recupero dell’acqua perduta nei mesi invernali e nel trattamento di falde salmastre e scarichi delle fogne». Pipì. Ancora pipì. E non solo: tutto ciò che contiene liquidi va bene. Anche se sporco, inquinato, salato. Riciclare e riutilizzare, sempre e in condizioni spesso impossibili. In un paese dove il deserto si mangia quasi i due terzi della superficie e frena lo sviluppo economico, schiavo del modello americano.
Il vento caldo brucia i polmoni, la sabbia ti secca la gola, ma i pomodori dolci di Yoel sono in buona compagnia. «Peperoni, zucchine, meloni verdi, angurie gialle, cocomeri, olive». Olive? «Sì, olive, di ottima qualità, con una resa per ettaro superiore a quella delle piante innaffiate con acqua dolce e un tenore di acidità degno del miglior olio sardo e toscano». Il trucco c’è, non si vede, ma è sempre lo stesso. «Usiamo la brodaglia salata a 36-38 gradi dei pozzi di petrolio che risale spontaneamente da 1000 a 300 metri di profondità: prima la pompiamo in superficie, poi riscaldiamo case e serre dove coltiviamo di tutto e finalmente la incanaliamo negli impianti di irrigazione», un formicaio di tubi e tubicini, gallerie in pvc costruite mezzo metro sotto terra. «Quella che avanza la usiamo per allevare pesci e per i bagni termali: vengono qui a curarsi anche da Haifa e Tel Aviv».
Produzione a ciclo continuo, non si butta niente, «perché tutto ha un valore», e avere frutta e ortaggi a basso contenuto di liquidi ha un altro vantaggio. «Meno succo uguale meno volume dei prodotti uguale meno costi di trasporto». Uguale più profitto. Scritte nelle tavole del nuovo testamento hi-tech, le leggi di mercato impongono a Yoel e ai trecento abitanti del kibbutz Revivim un’agricoltura tecnologicamente avanzata che ha nei sistemi di irrigazione e nel prezzo dell’acqua i punti di forza. «Dieci centesimi di euro a metro cubo. Risorsa certa, praticamente inesauribile perché la falda è molto profonda. E il terreno leggero e lavabile per evitare che il sale, accumulato in anni e anni di irrigazione, lo bruci rendendolo inservibile come è accaduto in Iraq».
La lezione di un vecchio botanico costretto a riciclarsi in agronomo «anche se non mi sono mai laureato», viaggia sull’Ayalon, l’unica autostrada che taglia da nord a sud un paese con un tasso di disoccupazione del 9,7% gonfiato dalla crisi del turismo (crollato da 2 milioni a 20 mila presenze annue con l’inizio della nuova intifada) e dal progressivo cedimento dell’economia agricola. Dalle ciliegie dei giardini incantati in Galilea ai semi di cocoba coltivata nel deserto del Negev, l’irrigazione in Israele succhia ogni anno 1200 milioni di metri cubi d’acqua, i due terzi del consumo totale. Quattro volte superiore a quello della Sardegna da quando vive il dramma della siccità. «Ma davvero a Cagliari avete l’acqua solo sei ore al giorno?». Zion Shemer, direttore del centro di ricerca agroalimentare del Negev, cade dalle nuvole. Che da queste parti sono merce rara e preziosa. «In Israele non è mai successo, anche se dal 1958 ad oggi le precipitazioni medie annue sono diminuite di 80 millimetri».
Una goccia nel deserto per un confronto choc: in Sardegna l’indice che misura la quantità di pioggia è diminuito, nello stesso periodo di tempo, tre volte di più sulle coste (-240) e addirittura quattro nelle zone interne (-320 millimetri). «Dissalatori, trattamento e riuso delle acque di bassa qualità, riduzione degli sprechi anche con il recupero delle risorse idriche in eccesso nei mesi invernali. Non avete molta scelta, come noi, come tutti nel mondo».
Yeshayahu Rotstein, ingegnere chimico della Ide Technologies, un colosso con sede nell’area industriale di Tel Aviv che con 105 dipendenti superspecializzati fattura 250 milioni di dollari all’anno e consegna impianti chiavi in mano, non crede nell’aiuto del cielo. E se Gesù duemila anni fa ha camminato sulle acque in tempi di piogge abbondanti, oggi avrebbe qualche problema a ripetere il miracolo per mancanza di materia prima. «Dobbiamo imparare a sfruttare ogni tipo di risorsa idrica, anche quella della peggior qualità». La brodaglia salmastra del pozzi di petrolio del Negev. E quella, molto più inquinata, delle miniere del Sulcis, altra inquietante analogia tra Israele e Sardegna. «Si tratta solo di mettersi d’accordo sul prezzo che si è disposti a pagare, direttamente proporzionale alla qualità richiesta». E all’uso che se ne deve fare. «Il 20% dell’acqua disponibile in Israele è riciclata con un sistema di piccoli impianti di trattamento alimentati dagli scarichi delle fogne e destinata all’agricoltura». Nel kibbutz di Galilyam, sulla strada che da Tel Aviv porta ad Herzlija, la Silicon Valley di Israele dove le ville sul mare si misurano in milioni di dollari, il microbiologo Yossi Manor scende dal laboratorio mobile del ministero della Sanità e inizia i controlli a campione: cerca batteri e virus e ne verifica la concentrazione nelle vasche di decantazione di un impianto dove, manco a dirlo, nulla si spreca. Un enorme frullatore tratta l’acqua di fogna destinata all’irrigazione di aranci e limoni, ma prima filtra la parte solida, trasformata in concime organico da una macchina alimentata con il metano estratto dallo stesso trattamento dell’acqua.
Il ciclo si ripete e i costi si abbassano, giorno dopo giorno, scarico dopo scarico. Senza sprechi. Anche perché il listino prezzi della Mekorot Water Company, l’ente Flumendosa israeliano che distribuisce i due terzi dell’acqua, sale come quello di un ristorante a cinque forchette per chi supera la modica quantità. «Ci sono tre livelli di tariffe: i 52 centesimi di euro a metro cubo pagati per i primi cento litri al giorno diventano 85 per un consumo inferiore ai 450 litri», spiega l’ingegner Pariente. Poi il conto diventa salato. Soprattutto per l’acqua dolce. «In terza fascia, ogni metro cubo costa 1,05 euro», il 50% in più di quanto paga una famiglia cagliaritana. E le perdite? «Perdite? Non ci sono perdite, perché tutti i costi, costruzione degli impianti, energia elettrica, distribuzione, manutenzione ordinaria e straordinaria delle condotte, si scaricano sulle tariffe». E gestire una rete di condotte colabrodo è molto più costoso che mantenerla in perfetta efficienza. «Se con un dissalatore di grandi dimensioni come quello che costruiremo ad Ashkelon alimentiamo una rete con il 50% delle perdite, la tariffa raddoppia: sarebbe come consumare sempre in terza fascia». Più che un investimento, un buco. Un buco nell’acqua.
Stefano Salone
(1. continua)
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29/07/2002
Federico, Cagliari
Questo pezzo dimostra come in 50 anni di autonomia i governanti della nostra isola non abbiano ancora imparato nulla...... E nulla fanno per impararare. Che tristezza !!! Bravo Salone, ma pensi che qualcuno (leggi Consiglieri e politicanti vari) potrà ricavarne idee da quello che tu hai descritto? Illuso!! Ormai NOI puntiamo a prendere l'acqua, inquinata, dalle minierie e a sparare alle nuvole.... In ogni caso complimenti per il bel pezzo.
29/07/2002
Deborah, Carbonia (CA)-Italia
Buongiorno,ho letto con molto interesse l'articolo relativo alle tecniche d'irrigazione nel Negev. Mi trovo attualmente in Israele per motivi di studio e per motivi affettivi,visto che amo Israele forse piu' di qualsiasi altra terra al mondo.. Vi scrivo principalmente per porvi una domanda: cosa intende esattamente il sig. Stefano Salone con l'espressione "Ebrei nell'anima e nel portafoglio".Resto in attesa di una vostra(intelligente)risposta. Nel frattempo Vi porgo i miei cordiali saluti. Deborah E. Piras




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