“Il ritorno dei Serbi in Kosovo? La realtà dei ritorno è che non c’è ritorno...” cosi ci rispose Oliver Ivanovic, deputato serbo della coalizione “Povratak” (Il ritorno) poche settimane fa. La conferma della volontà internazionale di impedire il ritorno dei Serbi viene in questi giorni dalla recrudescenza di attacchi degli estremisti albanesi ex-UCK contro l’enclave serba del sud-Kosovo. A Orohovac, a Klokot, a Vitina, ordigni esplosivi, case date alle fiamme, attacchi contro i preti ortodossi, contro lo stesso vescovo Artemije. E’ di questi giorni la notizia dell’attacco alle case dei serbi a Klokot, e della bomba esplosa contro la chiesa dell’Arcangelo nella municipalità di Vitina, già vandalizzata e dissacrata dagli albanesi nel giugno 1999. Trajkovic, sindaco di Klokot, ci aveva detto, nel corso di un colloquio, nello scorso mese di maggio:”Siamo sopravvissuti. Di qui non ce ne andremo.” E ci aveva parlato del progetto per far rivivere le terme di Klokot, situate in una delle zone più verdi e più ricche d’acqua del Kosovo. Le terme davano lavoro a 250 Serbi. Ora sono abbandonate, e la loro riapertura potrebbe significare il ritorno della vita e dell’economia per la comunità serba. Non a caso, la violenza criminale dell’ex-UCK (ma il prefisso “ex” suona inopportuno, dal momento che mai come ora l’UCK, sotto le mentite spoglie di TMK, sembra vitale e operativa) si scatena oggi proprio contro l’enclave del sud, dove più forte é stata la resistenza serba e dove più attiva é la presenza di uomini-simbolo di questa resistenza, come lo stesso Trajkovic e come Padre Dragan, colpito nell’ottobre 2000 da cinque proiettili sparati da un terrorista albanese, oggi a piede libero. Tutto questo avviene sotto il controllo statunitense, la Brigata Est che controlla l’intera zona. Come avvenne alla fine della guerra, con l’eccezione dei carabinieri italiani di MSU, sempre schierati a difesa delle minoranze non-albanesi, KFOR e la comunità internazionale stanno a guardare.




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