Nella loro Israele fanno quel che vogliono di mussulmani e altre presenze scomode, a casa degli altri invocano il "calate le braghe" davanti a islamici e immigrati di ogni provenienza. Ancora una volta gli ebrei ospiti (ogni ebreo infatti possiede in quanto tale la nazionalità israeliana) in Padania e Italia hanno inveito contro chi difende l'identità delle comunità etnonazionali Padano-Alpine e degli altri Popoli della penisola, minacciata dall'invasione maomettana. Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche in Italia, si è stracciato le vesti davanti alla legge Bossi sull'immigrazione, accusando chi "vuole ostacolare il movimento delle popolazioni" di preparare "anni di sangue, repressione e cultura dell'odio". Nella sua patetica geremiade, il capo ebraico ha paventato "una forte spinta di destra, xenofoba e razzista che preoccupa molto". Forse perchè rischia di guastare le speculazioni politiche e affaristiche di lobbies ben ramificate, ma Luzzato ha preferito rigirarla sul piano religioso, e non di tradizione rabbinica ma addirittura cattocomunista. "Non so come si possa pensare (la legge sull'immigrazione) in una società che si dice cristiana e poi si comporta così con il prossimo", ha piagnucolato. "Si crea paurosamente una cultura della discriminazione tra etnie, popoli e culture diverse", ha denunciato incredibilmente l'esponente del popolo che insiste nel considerarsi "eletto".
Per aggiungere che "questa è una premessa che va combattuta in tutti i modi": una minaccia inaudita diretta soprattutto contro la Lega perchè gli ebrei sembrano aver approvato la "conversione" di G.Fini.
Invece, secondo Luzzatto le posizioni di Bossi sono preoccupanti "come quelle di Haider in Austria e di Le Pen in Francia". Il leader della Lega, infatti, sta preparando un futuro di "sangue, repressioni e cultura dell'odio", con la legge sull'immigrazione. "Ma si può fare una cosa del genere quando ci sono milioni di persone che fuggono a fame e siccità?", si chiede Luzzatto.
Che farebbe meglio a domandarlo ai suoi compatrioti dello stato ebraico i quali, a meta degli anni Novanta, insorsero contro l'ipotesi di dare rifugio ai correligionari etiopi (falasha) scampati alla terribile carestia.
Quando dopo lunghe pressioni internazionali Israele si decise as aprire le porte, i falasha, sbarcati più morti che vivi dagli aerei, vennero accolti da minacciose contestazioni e hanno continuato a subire odiose discriminazioni.




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