Pierluigi Battista indaga nel saggio «La fine dell’innocenza» sulle radici utopiche dei sistemi totalitari
Il negazionismo politicamente corretto
Perché la sinistra banalizza e giustifica i crimini del comunismo.
«Canto la Ghepeù necessaria alla Francia. Chiedete una Ghepeù. Avete bisogno di una Ghepeù. Viva la Ghepeù, figura dialettica dell’eroismo». All’autore di questi versi l’elogio ditirambico che in essi si fa di una delle più infami polizie politiche del Novecento erede dal 1922 della Ceka leniniana, e al pari di questa responsabile di svariate centinaia di migliaia di omicidi non sembra essere costato granché. Il nome di Louis Aragon, infatti, ha continuato a campeggiare onorato nei cataloghi delle più autorevoli case editrici (da noi Einaudi ne pubblicò Le campane di Basilea nel 1959, dunque in pieno antistalinismo), nonché nelle storie della letteratura francese. Forse ciò è accaduto per una universalmente proclamata separatezza del riconoscimento della qualità artistica rispetto alle opinioni politiche, anche le più crude e le più crudamente espresse? Difficile crederlo. Basta immaginare cosa ne sarebbe stato della rinomanza artistica di chiunque avesse usato gli stessi toni di Aragon invece che per la polizia politica dell’Unione Sovietica, per elogiare, mettiamo, quella dei colonnelli greci o del generale Pinochet (tra l’altro assai meno sanguinarie della prima in termini numerici).
Come si spiega, allora, questa diversità di giudizio, questa evidente applicazione del criterio dei due pesi e due misure a favore di un campo - quello del comunismo- che, pur avendo provocato i milioni di vittime innocenti che ha provocato e che oggi sono ammessi anche da chi ha militato nelle sue file, tuttavia non solo non si è visto colpito da un numero di condanne giudiziarie neppure lontanamente pari a quelle toccate al campo opposto, ma neppure da un discredito morale e sociale in qualche modo analogo? È una domanda che non si può certo esorcizzare tirando in ballo, come qualcuno fa, la presunta patologia ossessivo-comparativistica di chi la formula. Essa è dettata, imposta dai fatti. Sta piantata come un macigno nel cuore della storia del secolo, e semmai è proprio il volerne negare il senso e, diciamo pure il bisogno morale, è proprio ciò che di continuo la resuscita e la ripropone. Ancora una volta lo fa adesso, per cercare di darvi una risposta, Pierluigi Battista in un saggio appena pubblicato da Marsilio (La fine dell’innocenza): un libro che si legge con il piacere che dà la scrittura del polemista di rango quando è sorretta, come in questo caso, da una profondità di conoscenze degne di uno studioso.
Cos’è dunque che ha reso possibile l’«innocentizzazione» storica del comunismo, il più o meno larvato ma sostanziale negazionismo e la banalizzazione che circondano tuttora specie ahimè in molti ambienti colti dell’Europa occidentale le sue gesta più efferate? È, sostiene questo libro, la giustificazione delle buone intenzioni utopiche che lo avrebbero animato: una bella idea che ha preso una brutta piega, come ha scritto De Benoist. È l’utopia, insomma, il prestigio anche morale che circonda la dimensione utopica nella nostra tradizione politico-culturale, è l’immediato alone di ammirazione e di rispetto che si crea intorno a chi può fregiarsi dell’etichetta di «utopista», è questo insieme di fattori la premessa che è valsa a scusare qualunque crimine fosse in grado di invocare a propria decisiva attenuante quella del «fine superiore» che da sempre l’utopia per l’appunto incarna.
È precisamente questo il meccanismo argomentativo che sorregge l’ormai celebre giustificazione dell’operato di Stalin: «Per fare una frittata è inevitabile rompere le uova». Ma è precisamente qui che, con effetti devastanti, colpisce l’affondo analitico di Battista: prima ancora che nel rompere le uova il male, infatti, è nella frittata, e cioè nell’idea che la società possa essere oggetto di una ricetta, equiparata a qualcosa da preparare con appositi ingredienti in un’apposita pentola; il male è già tutto, insomma, nell’utopia e nei suoi progetti.
Testi alla mano, subissandoci di citazioni da Platone, da Moro, da Campanella, l’autore ci squaderna il panorama plumbeo, oppressivo, spesso francamente ripugnante e talora agghiacciante, delle varie società che la fantasia utopica si è compiaciuta di partorire nel corso dei secoli. Sulle quali dominano regolarmente il divieto e la repressione, un’implacabile retorica antiedonistica, una minuziosità prescrittiva delirante unita all’autoritarismo più conclamato. Sono questi, storicamente, i veri materiali (anche morali) del pensiero utopico; altro che «valore dell’utopia», quale valore? Si leggano i testi con la mente sgombra. Si vedrà che piuttosto che di una Città del Sole si tratta di una grigia città pervasa dalla sindrome dell’assedio, dove lo Stato decide perfino con chi, quando e come ci si deve accoppiare; dove costantemente, implacabilmente, «Tutto è Politica». Esattamente come qualche secolo dopo è successo nella realtà.
Ma: chi se la sentirebbe di qualificare oggi queste come delle «buone intenzioni»? L’utopia è riuscita ad accreditarsi nella nostra scala dei valori perché ha potuto incorporare facilmente alcuni dei miti più forti e diffusi della modernità: il mito della statualità razionalizzatrice, quello della scienza provvida, benefica ed onnisciente, il mito infine della redenzione divinizzatrice degli esseri umani ad opera di se stessi. Miti che evidentemente sono ancora ben saldi agli occhi dei più se chi vuol far dimenticare la propria passata complicità intellettuale e politica con il crimine può ancora appellarsi ad essi, fiducioso che travestiti come le «buone intenzioni» della Rivoluzione essi vengano considerati una giustificazione sufficiente per il sangue versato.
Il libro: «La fine dell’innocenza» di Pierluigi Battista, Marsilio, pagg. 220
Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera
16 Aprile 2000




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