di Gilberto Oneto

Il generale De Gaulle, che non si curava di essere politically correct, in visita in America, aveva ricordato sornione e velenoso che la civiltà di un popolo si vede dal numero e dalla qualità dei formaggi che produce. La cosa era stata allora letta come una delle sue solite gaffe o battutacce, ma sono invece certo che lui sapeva perfettamente di avere pronunciato - in forma di colorita metafora - la condanna più feroce e centrata del mondialismo e di averlo fatto proprio nella sua tana principale. Gli Stati Uniti (grandi quanto l'Europa) non producono più di quattro o cinque tipi di formaggi, il più diffuso dei quali è il cheddar che i Siciliani liberati avevano scambiato nel 1943 per sapone e non avevano neanche sbagliato di tanto. Non è un caso che l'America odi formaggi e salumi (che sono un altro testimone di civiltà): vi si trovano principalmente “bologna” (scritto e pronunciato baloney, sintomaticamente usato come sinonimo di “stupidaggine”, di “aria fritta”) e il bacon, che deve essere rigorosamente strafritto per eliminare non si sa quali terrificanti batteri.
Tanti anni fa, al ritorno da una vacanza estiva a casa, mi sono trovato all'aeroporto di Bangor, nel Maine, dietro a un amico alverniate che se ne tornava all'università con una saggia scorta di salumi e formaggi per affrontare il triste (culinariamente parlando) inverno americano. Ricordo ancora con sconforto l'espressione disgustata del gabelliere nordista (una buseccona con i glutei gonfiati di peanut butter e merendine) che tirava fuori, tenendoli fra l'indice e il pollice ben sollevati, salsicciotti del Perigord, succosi boudin, fette di Camembert e di Roquefort, insaccati deliziosi e profumati, e li gettava schifata nel cestino nel criminale rispetto di una legge sciagurata e masochista che proibisce la libera importazione di piante e cibi fuori dai canali commerciali normali e controllati dal Grande Fratello. E ricordo lo sguardo disperato del povero alverniate e di tutti gli altri studenti in coda: padani, tedeschi, scandinavi e spagnoli, tutti sull'orlo di una crisi di pianto e tutti pronti a gettarsi su quel cestino che è stato per tutto l'inverno seguente l'argomento più ricorrente di discussioni, nostalgie collettive e di improperi antiamericani, e che ancora oggi, a tanti anni di distanza, è per me oggetto di sogni e di incubi. Quella doganiera schifiltosa e steatopigia aveva in quel momento, senza saperlo, contribuito a cementare l'unità dell'Europa dei popoli e attizzato il suo odio contro il mondialismo paninaro e malgustaio. E lo aveva fatto colpendo - ma non poteva neanche immaginarselo - uno dei cuori d'Europa: l'Alvernia, regione occitana al confine con la Francia, è patria di buone forchette, di tante Madonne nere e di Vercingetorige, una sorta cioè di riassunto dei caratteri identitari più profondi dei popoli d'Europa.
Formaggi e salumi sono infatti fra i blasoni più nobili della nostra identità e civiltà. Uno dei più veri e probanti marchi di civiltà è rappresentato dalle charcuterie, dalle botteghe di cervelée, dai mercati di salsicce bavaresi, dai negozi stracolmi di insaccati e di formaggi che arricchiscono e contrassegnano l'Europa da Lisbona a Vienna, e che cominciano a ricomparire anche verso Est, segno più tangibile della vittoria della libertà sul comunismo affamatore. Anche simbolicamente le forme di formaggio sono il sole di Lug (ripreso nell'iconografia cristiana di Sant'Uguccione o Ugo), e il cinghiale è sacro a Freyr e allo stesso Lug, cristianizzato nel simpatico purscel di Sant'Antonio.
Esiste anche una simbologia più immediata ma altrettanto profonda che fa parte delle memorie più famigliari delle nostre comunità: ricordo mio padre che raccoglieva religiosamente tutte le croste di formaggio e le riponeva in una teca da cui sarebbe miracolosamente spuntato un giorno il brüs, vera quintessenza casearia, summa alchemica di tutti i formaggi, ma anche segno di rinascita, della vitale ciclicità che lega la nostra gente alla nostra terra. Non è un caso che il diffuso stereotipo dell'americano (e dell'americanizzato) provi odio per salumi e formaggi. Il cheese usato nelle Mc-polpettazze consiste solo in sottilette dall'aspetto e dal gusto ambiguo, che spesso si confondono con i fogli di plastica cui si alternano in una sorta di pila di Volta della schifezza: molto peggio delle pizze che, pur in via di rapida mondializzazione, di formaggi ne usano - almeno in una edizione padanizzata - ancora quattro.
Neanche a farlo apposta (ma nulla nasce a caso) i musulmani producono solo pochi e stomachevoli paciocchi caseari e nutrono un astio feroce e integralista per salami, prosciutti e insaccati in genere.
Risulta per tutto ciò ancora più odioso (e sintomatico) l'atteggiamento della Comunità Europea nei confronti delle produzioni alimentari locali che finisce per punire principalmente proprio salumi e formaggi che sono (assieme a vini, birre e distillati) fra le espressioni più vive, genuine e popolari delle identità. E' la Comunità Europea che si allea - anche in questo settore - al mondialismo americano e alla prepotenza islamica contro le libertà, gli interessi e le antiche civiltà delle sue genti. Parrebbe un argomento minore. Invece è un settore vitale della nostra battaglia di libertà e di cultura. In Occitania un contadino coraggioso l'ha capito e sta scuotendo le coscienze assopite dei suoi concittadini. La nostra lotta di liberazione va combattuta anche in questi dettagli. L'antica civiltà dell'Europa è testimoniata dalle migliaia di diversi formaggi e salumi che produce. Una bella fetta viene dalla Padania: non perdiamone nessuno, neanche quello lavorato nel più piccolo e lontano villaggio di montagna. Vale di più - in termini di civiltà - l'antica e saggia opera di un malgaro che tutte le insulsaggini transgeniche, apolidi e velenose di una gang multinazionale.
Lasciamo che i nostri avversari, ingozzati di hamburger e di untuosi kebab, soccombano strozzati dai trigliceridi, del colesterolo e dalla mucca pazza. Magari, diamogli però anche un salutare spintone.