Data: domenica 4 agosto 2002 15.07
Oggetto: Finkelstein e Novick: la fabbrica dell'Olocausto
MARIO SPATARO
Olocausto. Dal dramma al business? Riflessioni sugli scritti di Norman G.
Finkelstein
Settimo Sigillo, Roma 2000 (ordini@libreriaeuropa.net)
pagg. 80, euro 7,75
Finkelstein e Novick: la fabbrica dell'Olocausto
fonte: "Sodalitium", n. 54, anno XVIII, n.3, giugno 2002, pp. 55-57
La prima parte del libro
E' uscito recentemente, per i tipi del Settimo Sigillo il libro di MARIO
SPATARO, Olocausto. Dal dramma al bussiness? Riflessioni sugli scritti di
Norman G. Finkelstein.
La prima edizione, quasi esaurita, consisteva in uno studio di Spataro sugli
scritti di FINKELSTEIN; la seconda edizione sarà arricchita da una seconda
parte comprendente gli scritti di NOVICK e dovrebbe vedere la luce verso la
fine del 2002.
Nella prima parte del libro, l'autore svolge alcune interessanti riflessioni
sul lavoro di Finkelstein, che cita ampiamente.
Finkelstein è un ebreo americano, i cui genitori sono stati deportati in un
campo di concentramento tedesco, e nel suo libro (La fabbrica
dell'Olocausto) fa alcune riflessioni sullo sfruttamento delle sofferenze
degli ebrei, da parte di varie lobbies ebraiche.
Secondo il Finkelstein la memoria permanente dell'Olocausto è una
costruzione ideologica e mitologica fatta in vista di interessi materiali e
individuali.
La storia vera dell'Olocausto è trascorsa sotto silenzio fino al 1967;
mentre la scoperta dell'Olocausto, fatta da ebrei americani - secondo
Finkelstein - è peggio dell'oblio, poiché si vuole sfruttare la sofferenza
reale degli ebrei deportati in Germania tra il 1941 e il 1945.
Prima della guerra dei sei giorni del 1967, anno della scoperta
dell'Olocausto ideologizzato e gonfiato, i libri sulla Shoah erano soltanto
due: quello di Raul Hilberg (La distruzione degli ebrei europei) e quello di
Ella Linsgenreiner (Prigionieri della paura). Dopo il 1967 - secondo
Finkelstein - si è utilizzato l'Olocausto, ideologizzato e mitizzato, per
giustificare la politica criminale dello Stato d'Israele e il sostegno degli
USA a Israele.
Finkelstein rivolge un invito ai lettori: "è venuta l'ora di aprire i nostri
cuori alle sofferenze del resto del mondo e non dei soli ebrei".
La madre di Finkelstein ad esempio, non gli ha mai detto "non comparare",
"non mettere in rapporto" la sofferenza ebraica, di serie A, e quella degli
altri, di serie B.
La capitalizzazione dell'Olocausto
Fino al 1967 gli ebrei americani non volevano sentir parlare di Olocausto, a
causa della politica opportunista dei dirigenti ebreo-americani e del clima
di "guerra fredda" dell'America nel dopo '45.
Le élites ebraiche si uniformavano alle scelte politiche americane, per
assimilarsi e accedere al potere. Siccome la Germania occidentale, dopo il
1949 era divenuta alleata degli USA nella guerra fredda contro l'URSS, non
era politicamente corretto parlare dell'Olocausto, senza offendere la
Germania.
Tutto cambia, però, con la guerra dei sei giorni (1967); dopo un ventennio
di silenzio l'Olocausto ideologizzato diviene storia e religione
dell'ebraismo americano.
Infatti, prima, le élites ebraico-americane erano scettiche sull'esistenza
dello Stato di Israele, avevano paura che a causa di esso rinascesse
l'accusa della "doppia appartenenza" e che i leaders dello Stato ebraico si
schierassero con l'URSS.
Ma Israele si schierava a fianco dell'occidente, quasi subito dopo la
proclamazione della sua nascita (1948). Tuttavia molti leaders israeliani
conservavano una grande simpatia per l'URSS, basti pensare che oggi 1/3
della popolazione d'Israele è di origine russa.
Perciò, dal '48 al '67 Israele non era ancora il cuore degli USA, non era
importante per gli ebrei americani, anzi il destino dello Stato d'Israele
era loro del tutto indifferente, in quanto l'America guardava con sospetto a
Israele come potenziale futuro alleato del "Patto di Varsavia".
Nel 1956 (data della guerra del Canale di Suez, contro l'Egitto) Israele
compiva il primo passo verso l'Occidente e si alleava con Inghilterra e
Francia, ma per gli USA questo fatto non era ancora sufficiente; tuttavia
dopo la fulminea vittoria (sei giorni) del 1967, gli Usa puntarono su
Israele come punto d'appoggio strategico in Medioriente. Lo Stato israeliano
divenne il rappresentante politico-militare degli USA in Medioriente.
In seguito Israele facilitò la sua assimilazione agli USA; gli ebrei si
erano oramai schierati con la "civiltà" occidentale (vale a dire
anglo-americana e non europea) contro le orde arabo-sovietiche.
Se fino al 1967 lo Stato d'Israele, evocava - per gli USA - il fantasma
della "doppia appartenenza"; dopo fu l'esempio di fedeltà per eccellenza!
Quindi le élites ebraico-americane riscoprirono Israele, che divennne la
"religione" americana; gli USA divennero così - de facto - uno Stato
"confessionale" demo-pluto-giudaico.
Ma ecco spuntare la questione spinosa dell'Olocausto idealizzato. I
sionisti, per di-fendere i loro vantaggi economici, opponevano lo Stato
d'Israele assediato da arabi e sovietici alla vigliaccheria degli ebrei
americani durante la seconda guerra mondiale; fu così che i sionisti si
ricordarono dell'Olocausto.
Su tale rimembranza vi sono due versioni:
1ª) quella ufficiale: nel 1967 Israele correva il pe-ricolo mortale di un
nuovo Olocausto, quindi Israele, proprio nel 1967, si ricorda
dell'Olocausto.
2ª) quella reale: se fosse andata davvero così, gli ebrei avrebbero dovuto
ricordarsene nella guerra del '48, forse anche in quella del '56, quando si
pensava ancora che gli arabi potessero annientare Israele.
Allora vien spontaneo domandarsi, perché l'Olocausto non è diventato il
culto religioso ufficiale degli USA nel '48, ma solo nel '67?
L'industria dell'Olocausto ha fatto la sua entrata in scena proprio dopo la
fulminea vittoria del '67, quando Israele è diventato pienamente filo
"occidentale" ed è divenuto il bastione degli USA in Medioriente!
Le élites ebraico-americane si ricordarono dell'Olocausto nel '67, perché
oramai Israele non era più un pericolo laburista o filo-sovietico per gli
USA, ma si era completamente "occidentalizzato" ossia americanizzato.
Quindi col 1967 le associazioni ebraico-americane hanno sfruttato la
fabbrica dell'Olocausto come arma per spegnere ogni critica contro lo Stato
d'Israele.
Conclusione della prima parte
Finkelstein termina le sue riflessioni scrivendo che "la letteratura sulla
soluzione finale fisica ideata da Hitler, non ha nessun valore scientifico.
Gli studi sull'Olocausto sono pieni di assurdità, contraddizioni e frodi" e
che "la sfida di oggi è di fare dell'Olocausto l'oggetto di uno studio
razionale"!
La seconda parte del libro
Comprende uno studio di Mario Spataro sugli scritti di un docente
universitario americano ed ebreo, PETER NOVICK il quale nel 1999 ha scritto
un libro intitolato The Holocaust in American Life. Novick non si occupa
dell'aspetto lucrativo della religione olocaustica, ma si concentra sui
motivi storici e politici per i quali l'Olocausto è rimasto nell'oblio per
decenni interi sino alla metà degli anni Settanta. Egli sottolinea il fatto
che la seconda guerra mondiale aveva causato 50-60 milioni di morti e che la
morte degli ebrei europei non turbava le coscienze degli americani o degli
europei; inoltre afferma che i nemici iniziali del nazismo erano i
comunisti.
L'Olocausto, secondo Novick, contribuì alla nascita e al consolidamento
dello Stato d'Israele e cita Ben Gurion che affermava, "dobbiamo servirci di
Hitler per costruire la nostra patria".
Egli ha il coraggio di scrivere che gran parte dei decessi nei campi di
concentramento (o di lavoro) tedeschi si è avuta negli ultimi mesi del
conflitto: cosa che non sarebbe accaduta senza la pretesa anglo-americana di
una resa incondizionata della Germania.
Tra l'altro, in polemica con Hannah Arendt, Noicik ritiene controproducente
il processo ad Adolf Eichmann e valuta infondate le insinuazioni di Rolf
Hochhuth, contro Pio XII, nel suo dramma Il Vicario, tornato alla ribalta in
questi giorni sotto veste cinematografica, con il film Amen del regista
greco-ortodosso Costa-Gravas.
don Curzio Nitoglia
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Stati Uniti d'America: una bibliografia
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