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    Predefinito perchè no alla Turchia

    Perché la TURCHIA non deve far parte dell’Europa
    Sostanzialmente per 2 validi motivi:
    1) di natura storica
    2) di natura socio – culturale

    Il primo parte dal 1300 da quando la debolezza dei Greci permise loro di iniziare una conquista travolgente delle terre che erano state per secoli Cristiane. Iniziarono a rubare giovani ai Cristiani per farne dei Giannizzeri fanti educati in caserme speciali al fanatismo religioso, SENZA PARENTELA, SENZA FAMIGLIA, senza stimoli culturali, ideali, affettivi diventavano puri strumenti di guerra.
    Nel 1354 misero piede a Gallipoli, nel 1361 invasero Adrianopoli. L’Occidente allora come adesso dormiva!!!! Solamente gli Slavi tentarono la resistenza e si scontrarono in Cossovo nel 1389 poi si mosse, tardivamente, l’Europa ma i cavalieri francesi, ungheresi, tedeschi e polacchi vennero sbaragliati a Nicopoli nel 1396. Nel 1402 sotto la spinta di Tamerlano i turchi sembravano sul punto di sparire ma il mondo CRISTIANO non seppe sfruttare l’occasione per la sua disorganizzazione e così i turchi si riorganizzarono e ripresero a minacciare l’Europa che trovò in Ungheresi, Valacchi, Serbi, Boemi, Polacchi un baluardo difensivo. Dopo fasi alterne e furberie turche nel 1453 Maometto II entrava in S.SOFIA, Costantinopoli cadeva: da quel momento non più i latini si spostavano ad oriente ma i turchi invadono l’Occidente. Vennero poi occupati i possedimenti Genovesi sul Mar Nero, l’Albania, la Bosnia, l’Erzegovina, comparvero in Friuli e nelle Puglie. Il sogno di Maometto era quello di imporre la Mezzaluna su tutta l’Europa. N.B.: in questo l’impero turco era aiutato da europei rinnegati ( ???? ) che fornivano all’impero le forze organizzative che altrimenti non sarebbero riusciti ad avere.
    Vi risparmio tutti i particolari sanguinari che caratterizzarono lo scontro Europea – Impero turco ma alcuni sono veramente rivoltanti per la ferocia ed il sadismo.
    Morale la storia insegna cose fondamentali che non possiamo dimenticare a meno che tutti gli europei attuali siano dei rinnegati.
    La storia racconta di due mondi in perenne conflitto fin dalle prime fasi nonostante alcuni storici attuali mostrino tendenze revisioniste, la storia ci racconta di un grande progetto di conquista che parte da lontano e che non può essere messo in cantina per questioni di soldi!!

    2 La questione socio culturale pone alcune problematiche: fra i paesi “europei” è libero lo scambio ed il movimento di persone e questo già sarà un problema: chi potrà fermare un esodo di massa ; secondariamente come la mettiamo con le diverse usanze ( es. la macellazione), il diverso modo di vedere la pedagogia, il ruolo delle donne ( anche se molte europee si preoccupano solo di aprire …. Ehm la porta ??) e la poligamia il ruolo della religione nello stato. Fra territori “europei” si possono spostare attività produttive vi immaginate il risultato a fronte di diversi ritmi demografici? E poi quando sarà entrata la turchia perché non far entrare anche il magreb, l’Egitto ecc..
    Risultato ci troveremo in una europa tipo Unione Sovietica con la differenza che le varie repubbliche avevano coscienza della loro antica origine mentre gli europei attuali sono dei molluschi, disposti a tutto pur di mantenere il benessere attuale mentre i nuovi arrivati hanno un senso di appartenenza indistruttibile.
    Oggi i politici europei non capiscono o non vogliono capire questi aspetti quindi, di fatto, sono materialmente eletti ma non incarnano alcuno spirito profondo di Europeismo.
    Il sogno di Maometto II si sta realizzando? Forse anche con l’aiuto degli americanos che sposteranno l’equilibrio geo politico europeo.
    Mas media, giornali e politici stanno facendo suonare la grancassa sfruttando la questione della pena di morte, vedi Boniver, in realtà stanno facendo suonare le campane, non per chiamare in aiuto, una campana a morto per gli europei.
    A noi tutti la risposta.
    Gundam

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    Il narcoimpero Bush-Cheney

    di Michael C. Ruppert



    Il coinvolgimento della famiglia Bush nel narcotraffico non è un segreto, ma è molto meno noto il diretto collegamento di Dick Cheney al traffico globale di droga attraverso una società di costruzioni USA.

    DA MEDELLIN A MOSCA CON LA BROWN & ROOT

    La Brown & Root della Halliburton Corporation è una delle maggiori componenti del narcoimpero Bush-Cheney. Il successo del vice presidente designato di Bush nella campagna elettorale Richard Cheney alla guida della Halliburton, Inc. verso un contratto federale da 3,8 mld di dollari in cinque anni e prestiti assicurati dai contribuenti, è solamente un segno parziale di quel che potrebbe accadere ora che Bush ha vinto le elezioni presidenziali.

    Uno sguardo più attento alle ricerche disponibili, incluso un rapporto del 2 agosto 2000 del Center for Public Integrity (CPI) (www.public-i.org), suggerisce che il denaro della droga ha avuto un ruolo nel successo raggiunto dalla Halliburton sotto la presidenza Cheney dal 1995 al 2000. Ciò è vero in particolar modo per la più famosa affiliata della Halliburton, la Brown & Root, gigante delle costruzioni e del petrolio. Un profondo esame della storia rivela che il passato della Brown & Root - come pure il passato dello stesso Dick Cheney - è collegato al traffico internazionale di droga in più di una occasione ed in più di un modo.

    Lo scorso giugno, l'avvocato di Washington, DC, di una grande compagnia petrolifera russa implicata - secondo rapporti di polizia - nel traffico di eroina ed anche beneficiaria di un prestito garantito dagli USA per pagare i contratti della Brown & Root in Russia, organizzò una raccolta fondi per 2,2 milioni di dollari per i forzieri già gonfi della campagna elettorale del candidato alla presidenza George W. Bush. Non è la prima volta che la Brown & Root è stata collegata alle droghe illegali, ed il fatto è che questo "bambino prodigio" dell'industria americana potrebbe essere anche un giocatore chiave negli sforzi di Wall Street per mantenere il dominio nel mercato globale del narcotraffico - mezzo trilione di dollari l'anno - e dei suoi profitti. E Dick Cheney, assai più vicino al narcotraffico di quanto si possa sospettare e che è anche il maggiore azionista (45,5 milioni di dollari) della Halliburton, ha un assoluto interesse nel fare in modo che i successi della Brown & Root nel settore continuino.

    Tra tutte le società americane che hanno rapporti diretti con i militari USA e danno copertura alle operazioni della CIA, poche ditte possono uguagliare la presenza globale di questa gigante delle costruzioni con 20.000 dipendenti in più di 100 paesi. Attraverso le compagnie sorelle e le joint ventures, la Brown & Root può costruire impianti petroliferi offshore, scavare pozzi e costruire e mantenere in funzione ogni cosa, dai porti alle pipeline alle autostrade ed ai reattori nucleari. Può armare ed addestrare apparati di sicurezza e può anche nutrire, rifornire ed accasermare eserciti. Uno dei motivi principali dell'irresistibile fascino della Brown & Root per agenzie come la CIA, e fieramente annunciato nel sito Internet della compagnia, è il contratto che ha ricevuto per smantellare i vecchi ICBM russi a testata atomica nei loro silios. Inoltre, le relazioni tra istituzioni chiave, contraenti e i Bush stessi suggeriscono che con una amministrazione George "W" la famiglia Bush ed i suoi alleati, usando la Brown & Root come interfaccia operativa, possano essere in grado di controllare tutto il narcotraffico da Medellin fino a Mosca.

    Costituita in origine come una società di costruzioni pesanti per costruire dighe, la Brown & Root ha allargato le suè attività con scaltri contribuzioni politiche al candidato al Senato Lyndon Johnson nel 1948. Espandendosi alla costruzione di piattaforme petrolifere, basi militari, porti, attrezzature nucleari, banchine e tunnel, la Brown & Root sottoscrisse virtualmente la carriera politica di LBJ. Come risultato prosperò, facendo miliardi di dollari con contratti governativi USA durante la guerra del Vietnam. L'Austin Chronicle, in un articolo del 28 agosto 2000 dal titolo "Il candidato della Brown & Root", etichetta il repubblicano Cheney come il procuratore politico della fortuna della Brown & Root. Secondo documenti della campagna politica, durante i cinque anni della presidenza Cheney alla Halliburton le contribuzioni politiche della società sono più che raddoppiate a 1,2 milioni di dollari. Non sorprende che la maggior parte del denaro sia andata a candidati repubblicani.

    Il servizio informazioni indipendente Newsmakingnews descrive anche come nel 1998, con Cheney presidente, la Halliburton spese 8.1 miliardi di dollari per l'acquisizione della società fornitrice di attrezzature petrolifere e di perforazione Dresser Industries. Ciò ha reso la Halliburton una corporation che avrà una presenza in quasi tutte le future operazioni di perforazione per il petrolio in ogni parte del mondo. Ed ha anche riportato nel forziere di famiglia la società che una volta (nel 1948) mandò un aereo a prendere il nuovo graduato di Yale George H.W. Bush perchè iniziasse la carriera di petroliere texano. Il padre del vecchio Bush, Prescott, fu amministratore delegato della ditta che una volta possedeva la Dresser: la Brown Brothers Harriman.



    LE OPERAZIONI SPECIALI DELLA BROWN & ROOT

    E' chiaro che ovunque vi sia del petrolio lì vi è la Brown & Root. Ma con sempre maggiore intensità, anche ovunque vi sia guerra o insurrezione vi è la Brown & Root. Dalla Bosnia ed il Kosovo alla Cecenia, Ruanda, Birmania, Pakistan, Laos, Vietnam, Indonesia, Iran, Libia, Messico e Colombia, le tradizionali operazioni della Brown & Root si sono allargate dalle costruzioni industriali per includere la fornitura di supporto logistico per i militari USA. Ora, invece dei depositi dell'esercito USA, è probabile che in giro per il mondo si vedano i magazzini della Brown & Root a custodire e gestire pgni cosa, dalle uniformi alle razioni ai veicoli.

    Il drammatico incremento delle operazioni della Brown & Root in Colombia suggerisce anche la preparazione di Bush per una frenesia bellica come parte del "Plan Colombia". Ciò collima con le mosse dell'ex Segretario del Tesoro di Bush Nicholas Brady per aprire una società di investimenti Colombia-USA chiamata Corfinsura per il finanziamento di grandi progetti di costruzioni con il colombiano Antioquia Syndicate, con quartier generale a Medellín (v. FTW, giugno 2000).

    E le aspettative di una guerra di terra in Colombia possono spiegare perchè un dossier della Securities Exchange Commission (SEC), riportava che la Brown & Root, che in aggiunta a possedere in Colombia più di 800.000 piedi quadri di spazio per magazzini , ha anche preso in affitto altri 122.000 piedi quadri. Secondo il dossier della Brown & Root Energy Services Group, gli unici altri posti dove la società mantiene spazio per magazzini è il Messico (525.000 piedi quadri) e gli Stati Uniti (38.000 piedi quadri).

    Secondo il sito della Colombia's Foreign Investment Promotion Agency, la Brown & Root non aveva alcuna presenza nel paese fino al 1997. Cosa sa la Brown & Root - che secondo la Associated Press (AP) ha ricavato più di 2 miliardi di dollari sostenendo e rifornendo la truppe USA - della Colombia che il pubblico degli Stati Uniti non sa? Perchè la necessità di quasi un milione piedi quadri di terreno per depositi che può essere trasferito da un'operazione della Brown & Root (servizi per l'energia) ad un altro (supporto militare) con un tratto di penna?

    Come descritto dall'AP, ai tempi dell'affare "Iran-Contra" il deputato Dick Cheney del House Intelligence Committee era un fanatico sostenitore del Ten. Col. dei Marines Oliver North. Ciò nonostante il fatto che North avesse mentito a Cheney nel dare informazioni alla Casa Bianca nel 1986. I diari di Oliver North e le successive indagini dell'Ispettore Generale della CIA lo hanno inequivocabilmente legato direttamente al contrabbando di eroina durante gli anni '80 e l'apertura di conti bancari per una ditta che muoveva quattro tonnellate di cocaina al mese. Questo comunque non fermò Cheney dal sostenere attivamente la (sfortunata) corsa di North a senatore USA della Virginia nel 1994 - solamente un anno prima che prendesse le redini di una consorella della Brown & Root - la Halliburton, Inc., di Dallas nel 1995.

    Come Segretario della Difesa di Bush durante le operazioni Desert Shield/Desert Storm (1990-91), Cheney ha anche diretto le operazioni speciali coinvolgenti i ribelli kurdi nell'Iran settentrionale. La fonte primaria di reddito dei kurdi per più di 50 anni è stato il contrabbando di eroina dall'Afghanistan e Pakistan attraverso l'Iran, l'Iraq e la Turchia.

    Avendo avuto qualche esperienza personale con la Brown & Root, ho notato accuratamente quando il Los Angeles Times osservò che il 22 marzo 1991 un gruppo armato fece irruzione negli uffici di Ankara, in Turchia, della joint venture Vinnell, Brown & Root ed assassinò il Serg. Magg. dell'aeronautica in pensione John Gandy.

    Nel marzo 1991 decine di migliaia di rifugiati kurdi, per lungo tempo attività della CIA, vennero massacrati da Saddam Hussein durante la guerra del Golfo. Saddam, cercando di distruggere ogni speranza di successo di una ribellione kurda, trovò semplice uccidere migliaia degli indesiderati kurdi che erano fuggiti dal confine turco in cerca di rifugio. Lì le forze di sicurezza turche - in parte addestrate dalla società Vinnell, Brown & Root, rimandarono migliaia di kurdi a morte certa.

    Oggi la Vinnell Corporation (una società della TRW) è una delle tre maggiori compagnie private di mercenari al mondo, assieme alla MPRI ed alla DynCorp (v. FTW, giugno 2000). Essa è inoltre la più importante per l'addestramento delle forze di sicurezza in tutto il Medio Oriente.

    Non sorprende che le regioni di confine della Turchia in questione fossero i principali punti di transito dell'eroina prodotta in Afghanistan e Pakistan destinata ai mercati europei.

    Una fonte cofidenziale con esperienza nei servizi segreti nella regione mi riferì in seguito che i kurdi "sono stati in qualche modo ripagati dalla gente che li ha usati per trasportare la loro droga". Egli riconosce apertamente che entrambe la Brown & Root e la Vinnell Corporation solitamente procuravano copertura non ufficiale per i funzionari della CIA. Ma questo già lo sapevo.

    Dal 1994 al 1999, durante l'intervento militare USA nei Balcani - dove, secondo il he Christian Science Monitor e la Jane's Intelligence Review, l'Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) controlla il 70% dell'eroina che entra in Europa occidentale - la Brown & Root di Cheney ha ricavato miliardi di dollari rifornendo le truppe USA con enormi attrezzature nella regione. Le operazioni di supporto della Brown & Root continuano ancora oggi in Bosnia, Kosovo e Macedonia.

    Le impronte di Dick Cheney sono vicine alla droga più di quanto si possa sospettare. Il rapporto dell'agosto 2000 del Center for Public Integrity le ha portate ancora più vicine. Sarebbe corretto dire che vi è un diretto collegamento tra le infrastrutture della Brown & Root - spesso sistemate in regioni remote e pericolose - con tutte le regioni che producono droga e con quelle che la consumano in tutto il mondo. Queste coincidenze, di per se stesse non provano complicità nel traffico. Altri fatti comunqueportano inequivocabilmente in quella direzione.



    UN COLLEGAMENTO DIRETTO DI DICK CHENEY ALLA DROGA

    Il rapporto del CPI intitolato "Cheney guidò la Halliburton a festeggiare con i fondi federali", scritto dai veterani del giornalismo Knut Royce e Nathaniel Heller, descrive come, nei cinque anni della presidenza Cheney, la Halliburton in gran parte attraverso l'affiliata Brown & Root, godette di 3,8 miliardi di dollari di contratti federali e prestiti assicurati dai contribuenti. I prestiti erano stati garantiti dalla Export-Import Bank (EXIM) e dalla Overseas Private Investment Corporation (OPIC). Secondo l'ex CIA Ralph McGehee, entrambe le istituzioni erano pesantemente infiltrate dalla CIA e davano solitamente copertura non ufficiale ai suoi funzionari.

    Uno di questi prestiti, quello alla conglometata finaziaria/banca russa The Alfa Group of Companies, comprendeva 292 milioni di dollari da pagare per il contratto della Brown & Root per rinnovare un giacimento petrolifero siberiano posseduto dalla russa Tyumen Oil Company. The Alfa Group completò la sua acquisizione del 51% della Tyumen Oil in un procedimento con offerte presumibilmente truccate. Un rapporto ufficiale del governo russo afferma che gli alti dirigenti del The Alfa Group, gli oligarchi Mikhail Fridman and Pyotr Aven, "si ritiene abbiano partecipato al traffico di droga dal Sud Est asiatico attraverso la Russia e fino all'Europa". Questi stessi dirigenti, Fridman e Aven, che secondo rapporti ed informazioni hanno contrabbandato eroina in connessione con la famiglia mafiosa russa Solntsevo, erano gli stessi che chiesero i prestiti EXIM che l'attività di lobby della Halliburton più tardi gli assicurò. Come risultato, il lavoro della Brown & Root nei giacimenti Alfa Tyumen potè continuare - ed espandersi.

    Dopo aver descritto come gli interessi del crimine organizzato nel The Alfa Group si ritiene habbiano rubato il giacimento petrolifero con la truffa, la storia del CPI - usando rapporti ufficiali dell'FSB (l'equivalente russo dell'FBI), di compagnie petrolifere come la BP-Amoco, ex funzionari della CIA e del KGB e resoconti della stampa - ha quindi stabilito un solido legame all'Alfa Tyumen ed al trasporto dell'eroina. Nel 1995, sacchi di eroina camuffata da zucchero erano stati rubati da un container ferroviario noleggiato dall'Alfa Eko e venduti nella città siberiana di Khabarovsk. Emerse un problema quando molti residenti della città vennero "intossicati" o "avvelenati".

    La storia del CPI dichiarava anche: "Il rapporto dell'FSB diceva che entro pochi giorni dall'incidente agenti del Ministero degli Affari Interni (MVD) condussero delle irruzioni negli edifici dell'Alfa Eko e trovarono 'droga ed altra documentazione compromettente'.

    Entrambe i rapporti affermano che la Alfa Bank ha riciclato i fondi della droga dei cartelli russo e colombiano.

    "I documenti dell'FSB documentano che alla fine del 1993, un alto funzionario dell'Alfa incontrò Gilberto Rodriguez Orejuela, la mente finanziaria del noto cartello di Cali ora in carcere, 'per concludere un accordo sul trasferimento di denaro nell'Alfa Bank da zone offshore come le Bahamas, Gibilterra ed altre'. Il piano era di reinserire il denaro nell'economia russa attraverso l'acquisto di azioni di compagnie russe.

    "...Egli [l'ex agente del KGB] raccontò che vi erano altre prove "riguardanti il coinvolgimento [dell'Alfa Bank] col riciclaggio di denaro sporco dei...cartelli della droga latinoamericani'.".

    Diventa quindi più difficile per Cheney e la Halliburton asserire che tutto ciò sia una pura coincidenza, dal momento che il CPI ha riportato che il principale avvocato della Tyumen a Washington, James C. Langdon, Jr, alla ditta Aikin Gump, "...aiutò a coordinare questo giugno la raccolta di 2,2 milioni di dollari per la campagna elettorale di Bush. Egli quindi fu d'accordo nell'aiutare a reclutare 100 avvocati e lobbisti nella capitale che raccogliessero 25.000 ciascuno per la campagna di W."

    L'eroina menzionata nella storia del CPI proviene dal Laos, dove Richard Armitage ed il Vice Direttore associato alle Operazioni della CIA a riposo Ted Shackley, alleati di lunga data di Bush e combattenti clandestini sono stati ripetutamente collegati al narcotraffico. In seguito passò per il sudest asiatico fino al Vietnam, probabilmente il porto di Haiphong. Quindi l'eroina venne trasportata via mare al porto russo sul Pacifico di Vladivostok, da dove venne in seguito mossa in treno attraverso la Siberia e poi in camion fino all'Europa, passando per le mani dei capi della mafia russa in Cecenia e Azerbaijan. La Cecenia e l'Azerbaijan sono punti caldi sia di conflitti armati che di prospezioni petrolifere, e la Brown & Root opera lungo tutto questo tragitto.

    Come descritto in precedenti edizioni della FTW, tale lungo, costoso e tortuoso sentiero venne impiantato frettolosamente dopo che l'inviato personale del Presidente George Bush Richard Armitage, col rango di ambasciatore, era stato nell'ex Unione Sovietica per assisterla nel suo "sviluppo economico" nel 1989. Allora gli ostacoli ad un più diretto, profittevole ed efficiente percorso dall'Afghanistan e Pakistan attraverso la Turchia fino in Europa erano lo stretto controllo da parte del governo jugoslavo/serbo dei Balcani e la continua instabilità nella regione della Mezzaluna d'Oro del Pakistan/ Afghanistan. Inoltre, non vi era nessun altro modo, usando l'eroina del Triangolo d'Oro (Birmania, Laos e Tailandia), di trattare con la Cina e l'India che girarvi attorno.

    Forse non è un caso che Cheney e Armitage siano associati nel prestigioso Aspen Institute, un escusivo think-thank bi-partisan, ed anche nella Camera di Commercio USA-Azerbaijan. Nel novembre 1999, in quel che potrebbe essere un segno di quanto accadrà, in un'esercitazione pratica al Council on Foreign Relations, dei quali lui e Cheney sono entrambi membri, Armitage ricoprì il ruolo di Segretario della Difesa.

    Molti degli aiutanti di lunga data ed elementi dell'apparato di Bush come Richard Armitage ed il veterano della CIA Ted Shackley hanno un pesante bagaglio politico. Da quando il potere governativo è talmente diviso da sembrare formale dopo la lunga elezione, è improbabile che nomine controverse per posizioni ministeriali come quelle di Armitage o Shackley vengano presentate ad un Senato diviso a metà che è improbabile le confermi. E' molto più probabile che Armitage appaia come consigliere semiufficiale in qualche travagliata regione europea. Questo è confacente al ruolo che ha ricoperto per George Bush nel 1989 in Russia e nel 1992 in Albania. I viaggi di Armitage presagivano entrambe i conflitti ceceno e kosovaro e la violenta espansione del traffico di droga attraverso quelle regioni.



    L'EFFICIENZA DELLA PIPELINE DELLA DROGA

    L'amministrazione Clinton si prese cura di tutto il tempo sprecato per il viaggio dell'eroina con la distruzione della Serbia e del Kosovo nel 1999 e l'instaurazione del KLA come potenza regionale. Questo aprì una linea diretta dall'Afghanistan all'Europa occidentale - e la Brown & Root era proprio al centro di questa.

    L'abilità di Clinton nel rendere efficienti le operazioni del narcotraffico è stato descritto dettagliatamente nell'edizione dell'aprile del 2000 di FTW in una storia dal titolo "La pipeline del denaro della droga del Partito Democratico presidenziale". Da allora quell'articolo è stato ripubblicato in tre paesi. L'essenza della lezione economica sulla droga era che coltivando oppio in Colombia e contrabbandando sia eroina che cocaina dalla Colombia a New York City attraverso la Repubblica Dominicana e Porto Rico (una virtuale linea diretta), le strade tradizionali del contrabbando potrebbero essere abbreviate o persino eleminate. Ciò ridusse sia il rischio che il costo, incrementò i profitti ed eliminò la concorrenza.

    FTW sospetta che in tale processo vi sia la mano del co-fondatore del cartello di Medellín Carlos Lehder, rilasciato dalla prigione sotto Clinton nel 1995, ed ora attivo sia alle Bahamas che in Sud America. Lehder era conosciuto durante gli anni '80 come il "genio dei trasporti". Posso ben immaginare Dick Cheney, essendo stato testimone della completa ristrutturazione del traffico globale di droga negli ultimi otto anni, andare da George W. e dire: "Guarda, so come possiamo farlo persino meglio".

    Una cosa è certa. Come citato nell'articolo del CPI, un vice presidente della Halliburton notò che se il duetto Bush-Cheney fosse eletto, "i contratti della società con il governo andrebbero ovviamente alle stelle".



    L'OSCURO PASSATO

    Nel luglio del 1977 lo scrivente, allora ufficiale della polizia di Los Angeles, lottava per dare un senso ad un mondo impazzito. In un ultimo estremo sforzo per salvare la relazione con la mia fidanzata, Nordica Theodora D'Orsay (Teddy), un agente CIA a contratto, ero andato a New Orleans per trovarla. Iu una vacanza decisa in fretta, assicurata con il consenso del mio ufficiale comandante, il Capitano Jesse Brewer della LAPD, ero andato da solo, in modo non ufficiale, per evitare lo scrutinio dell'Organized Crime Intelligence Division (OCID) della LAPD.

    Teddy aveva voluto che mi unissi a lei nelle sue operazioni dall'interno dei ranghi della polizia, a cominciare dalla primavera del 1976. Mi ero rifiutato di essere coinvolto con la droga in alcun modo, e tutto ciò lei menzionava pareva aver a che fare con eroina o cocaina, aassieme alle armi che stava muovendo fuori del paese. Il Direttore della CIA era George Herbert Walker Bush.

    Sebbene altempo ufficialmente facessi parte dello staff dell'Accademia della LAPD, ero stato non ufficialmente prestato all'OCID dal gennaio quando Teddy, annunciando l'inizio di una nuova operazione pianificata nell'autunno del 1976, improvvisamente sparì. Lasciò molti, compreso me, meravigliati e turbati. Gli investigatori dell'OCID mi hanno tenuto duramente sotto pressione per avere informazioni su dilei e su ciò che sapevo delle sue attività. Erano informazioni che non potevo dargli. Sperando ancora che avrei trovato il modo per comprendere il suo coinvolgimento con la CIA, il LAPD, la famiglia reale iraniana, la mafia e la droga, rimasi da solo durante otto giorni di rivelazioni dantesche che avrebbero determinato il corso della mia vita da allora fino ad oggi.

    Arrivando a New Orleans ai primi di luglio del 1977, trovai Teddy che viveva in un appartamento al di là del fiume a Gretna. Equipaggiata con telefoni scrambler ed apparecchi per la visione notturna, e lavorando con comunicazioni sigillate fornite da personale della marina e dell'aeronautica della vicina stazione aeronavale di Belle Chasse, era coinvolta in qualcosa di veramente brutto. Teddy stava preparando il carico di grandi quantitativi di armi su navi dirette in Iran. Allo stesso tempo lavorava con elementi della mafia del boss di New Orleans Carlos Marcello per coordinare il movimento dei battelli che stavano portando in città grossi quantità di eroina. Le barche arrivavano alle banchine controllate da Marcello, indisturbate anche dalla polizia di New Orleans cui lei mi presentò, assieme a sommozzatori, militari, ex berretti verdi e personale della CIA. I battelli stavano recuperando l'eroina da attrezzature petrolifere nel Golfo del Messico, in acque internazionali - attrezzature costruite e mantenute dalla Brown & Root.

    Le armi che Teddy controllava, apparentemente AK47 e M16 surplus del tempo del Vietnam, venivano caricate su navi anch'esse di proprietà della Brown & Root. E più di una volta durante gli otto giorni passati a New Orleans, mi incontrai e mangiai in ristoranti con dipendenti della Brown & Root che che stavano caricando quelle navi e sarebbero partiti per l'Iran entro pochi giorni. Una volta, uscendo da un bar ed avendo apparentemente fatto la domanda sbagliata, mi fu sparato contro nel tentativo di mettermi paura.

    Disgustato e con il cuore infranto per essere stato testimone che la mia fidanzata ed il mio governo contrabbandavano droga, troncai la relazione. Ritornato a casa a Los Angeles, tirai un sospiro e denunciai tutto ciò che avevo visto, incluse le connessioni alla Brown & Root, ai funzionari di intelligence della LAPD. Essi mi dissero prontamente che ero pazzo.

    Costretto con minacce di morte ad andar via dalla polizia di Los Angeles alla fine del 1978, presentai denunce alla Divisione Affari Interni del Lapd e all'ufficio di Los Angeles dell'FBI al comando dell'FBI SAC Ted Gunderson. Io ed il mio legale scrivemmo ai politici, al Dipartimento della Giustizia ed alla CIA, e contattammo il Los Angeles Times. L'FBI ed il LAPD dissero che ero folle.

    Una storia in due parti pubblicata nel 1981 dal Los Angeles Herald Examiner rivelava che l'FBI aveva fermato Teddy e che quindi l'aveva rilasciata prima di classificare la loro indagine come chiusa. L'ex Commissario Criminale di New Orleans Aaron Cohen disse al reporter Randall Sullivan che trovava la mia descrizione dei fatti perfettamente plausibile dopo i suoi 30 anni di studi sulle operazioni del crimine organizzato in Louisiana.

    A tutt'oggi, un rapporto della CIA preparato come risultato della mia denuncia rimane classificato ed esentato dal rilascio, in seguito ad ordine esecutivo del Presidente, nell'interesse della sicurezza nazionale e perchè rivelerebbe l'identità di agenti CIA.

    Il 26 ottobre 1981, al piano terra dell'ala ovest della Casa Bianca, raccontai di ciò che avevo visto a New Orleans al mio amico e compagno di corso all'UCLA Craig Fuller. Fuller poi divenne Capo di Gabinetto del Vice Presidente Bush dal 1981 al 1985.

    Nel 1982, l'allora professore di scienze politiche all'UCLA Paul Jabber riempì molti dei vuoti nella mia ricerca per capire ciò che avevo visto a New Orleans. Era qualificato a farlo poiché aveva servito come consulente alla CIA ed al Dipartimento di Stato durante l'amministrazione Carter.

    Paul spiegò che, dopo un trattato del 1975 tra lo Scià dell'Iran e Saddam Hussein dell'Iraq, lo Scià aveva tagliato ogni aperto sostegno militare per i ribelli kurdi che combattevano contro Saddam Hussein nel nord dell'Iraq. In cambio, lo Scià aveva guadagnato l'accesso alla via d'acqua dello Shatt al'Arab così da poter moltiplicare le sue esportazioni e guadagni petroliferi. Non volendo perdere i kurdi come attività a lungo termine, la CIA aveva allora usato la Brown & Root - che operava in entrambe i paesi e faceva la manutenzione delle attrezzature portuali nel Golfo Persico vicino allo Shatt al'Arab - per riarmare i kurdi. L'intera operazione era stata finanziata con l'eroina. Paul fu esplicito su tutto ciò.

    Nel 1983 Paul Jabber lasciò l'UCLA per divenire vicepresidente della Banker's Trust e presidente del Dipartimento per il Medio Oriente del Council on Foreign Relations.



    LA PIU' GRANDE LIBERA IMPRESA AL MONDO

    Se uno è abbastanza coraggioso da cercare un "sistema operativo" che spieghi teoricamente ciò che FTW vi ha appena descritto, non ha bisogno di guardare oltre il favoloso articolo in due parti pubblicato su Le Monde Diplomatique nell'aprile 2000. Le storie, incentrate massicciamente sul capitale della droga, sono intitolate "Il crimine, la più grande libera impresa al mondo." Le brillanti e penetranti parole degli autori Christian de Brie e Jean de Maillard sono la migliore spiegazione che abbia mai letto della reale situazione politica ed economica mondiale .

    De Brie scrive: "Permettendo al capitale di spostarsi incontrollato da una parte all'altra del mondo, la globalizzazione e l'abbandono della sovranità hanno insieme allevato una crescita esplosiva di un mercato finanziario fuorilegge...

    "E' un sistema coerente collegato strettamente all'espansione del capitalismo moderno e basato sull'associazione fra tre elementi: i governi, le società multinazionali e le mafie. Gli affari sono affari: il crimine finanziario è prima di ogni altra cosa un mercato, prospero e strutturato, governato dalla legge della domanda e dell'offerta.

    "La complicità del grande business ed il laissez faire politico sono il solo modo nel quale quel crimine organizzato su vasta scala può riciclare il denaro sporco e rigenerare i favolosi redditi delle sue attività. E le multinazionali hanno bisogno del sostegno dei governi e della neutralità delle autorità di regolamentazione per poter consolidare le loro posizioni, incrementare il loro profitti, confrontare e schiacciare la concorrenza, fare 'l'affare del secolo' e finanziare le loro operazioni illecite. I politici sono direttamente coinvolti e la loro capacità di intervenire dipende dagli aiuti e dai finanziamenti che li mantengono al potere. Questa collusione di interessi è parte essenziale dell'economia mondiale, l'olio che fa girare le ruote del capitalismo."

    Dopo il confronto alla TV con il Direttore della CIA John Deutch il 15 novembre 1996, sono stato intervistato dai Comitati di Intelligence della Camera e del Senato. Preparai una testimonianza scritta per quello del Senato che consegnai, sebbene non sia mai stato chiamato a testimoniare. In tutte quelle interviste, nella mia testimonianza scritta ed in tutte le conferenze da allora, ho raccontato la storia della Brown & Root.



    IN GOD (GOLD, OIL, DRUGS) WE TRUST

    Non vi è pericolo di sbagliare. Gli Stati Uniti si preparano per la guerra. Gli eventi immediatamente successivi alla debacle delle elezioni USA del 2000 sono minacciosi presagi per l'amministrazione Bush-Cheney. Mentre non tutti i posti del gabinetto sono ancora stati riempiti, i posti chiave del Tesoro, Difesa, Giustizia e Consigliere per la Sicurezza Nazionale indicano l'amministrazione più militarizzata, intima dei petrolieri e del grande capitale in 35 anni.

    Così completo è il piano per il controllo del governo che il figlio del Segretario di Stato (designato) Colin Powell, in una nomina ancora non molto notata, è stato nominato il nuovo Commissari della Commissione Federale delle Comunicazioni. Questo è l'ente che controlla e sanziona tutte le trasmissioni commerciali degli Stati Uniti.

    Con Colin Powell come Segretario di Stato, Donald Rumsfeld Segretario della Difesa e Dick Cheney come Vice Presidente, i più alti livelli del governo USA ora ospitano due ex Segretari della Difesa e l'ex capo degli Stati Maggiori riuniti. Il nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Condoleeza Rice, sebbene afroamericana, ha un lungo curriculum di servizio nelle amministrazioni repubblicane e siede anche nel consiglio di amministrazione della Chevron Oil, che recentemente ha dato il suo nome ad una petroliera. Le sue opache credenziali operative indicano che probabilmente servirà come messaggera designata tra Bush, Powell, Rumsfeld e Cheney e la ragazza afroamericana da cartellone pubblicitaria per l'imminente avventurismo militare.

    Mentre questa storia va in stampa è di particolare interesse la voce sempre più forte tra le mie fonti che l'attuale Direttore della CIA George Tenet, nominato nella carica dal Presidente Clinton nel 1997, rimarrà nella nuova amministrazione Bush. Basandomi sui miei studi delle operazioni della CIA e sulla storia, ciò suggerisce fortemente due cose. Primo, implica che la CIA, come indipendente servitore di Wall Street, sente che i suoi interessi sono stati - e continueranno ad essere - ben serviti da Tenet, che è ben visto a Langley. Più importante comunque, è il fatto che suggerisce che vi sono operazioni, sia coperte che non, in moto sotto il controllo della CIA ad una velocità e con una forza che non accetteranno un interruzione del ritmo per un cambio del direttore. La più critica di queste sarebbe l'inizio di un conflitto programmato in Colombia.

    Dall'avvento della bomba atomica, gli Stati Uniti hanno sempre avuto bisogno di due tipi di nemici. Su un primo livello, essi hanno bisogno di un nemico tattico contro il quale andare a combattere una guerra sul campo. Dal 1945 questi nemici sono stati creati, ed hanno il nome di Corea del Nord, Vietnam del Nord, Grenada, El Salvador, Panama, l'Iraq ed ora la Colombia. Su un altro livello comunque gli Sati Uniti hanno bisogno di un nemico strategico che giustificherà vergognose spese di capitale per sistemi di armi strategiche come gli ICBM, i sommergibili Trident e sistemi di difesa missilistica "Star Wars".

    Con la nuova amministrazione Bush che sta già contemplando un cambio di politica che farebbe dei ribelli colombiani (opposti ai narcotrafficanti) i bersagli dell'aiuto militare USA, come riportato dall'AP, non vi è dubbio dove sarà la prossima guerra. E con il militarizzato governo Bush che fa dello scudo di difesa missilistico una priorità, sembra che o la Cina o la Russia diventeranno il prossimo grande nemico di scelta. Alla fine deciderà la profittabilità. Per il momento, la men che credibile minaccia di carta viene da non specificate "stati canaglia". Possiamo essere certi, comunque, che lo spostamento dei piani di pressione economica intorno al mondo rivelerà abbastanza presto il prossimo demone. La Halliburton è piazzata strategicamente per trarre profitto da ogni eventualità.

    Come è stato in Vietnam, America Centrale e Kosovo, la droga continuerà ad essere un'enorme parte del piano finanziario per prolungate guerre terrestri. Come disse un cinico, "GOD" sta per "Gold, Oil and Drugs". Possiamo essere certi che un impero (opposto ad una repubblica) stia emergendo negli Stati Uniti più rapidamente di quanto molti si aspettavano. E l'amministrazione Bush sta già agendo come una "divinità". E' un impero che può avere poca necessità o persino la pretesa di essere una democrazia mentre il fascismo americano delle corporations toglie la maschera come conseguenza del nostro circo elettorale, la prostituzione della nostra Corte Suprema e la virtuale distruzione del governo americano come servo di niente altro che il denaro, l'avidità ed il potere.

    Sources:
    * Aspen Institute, www.aspeninst.org.
    * Associated Press, "Study: US Could Save Cost in Balkans", October 10, 2000.
    * Associated Press, "Cheney, North Relationship Probed", August 11, 2000.
    * Austin Chronicle, August 28, 2000.
    * "CIA Base" © 1992, Ralph McGehee.
    * CIA Inspector-General, "Report of Investigation: Allegations of Connections Between CIA and the Contras in Cocaine Trafficking to the United States. Volume II: The Contra Story", Report 96-0143-IG.
    * Christian Science Monitor, October 20, 1994.
    * Council on Foreign Relations, www.cfr.org.
    * De Brie, Christian and Jean de Maillard, "Crime, The World's Biggest Free Enterprise", Le Monde Diplomatique, April 2000.
    * Halliburton/Brown & Root, www.Halliburton.com/brs.
    * Jane's Intelligence Review, February 1, 1995.
    * Los Angeles Herald Examiner, October 11 & 18, 1981.
    * Los Angeles Times, March 23, 1991.
    * Newsmakingnews, "The Dick Cheney Data Dump", August 27, 2000, www.newsmakingnews.com.
    * New York Press, January 8, 2000.
    * New York Times Index, www.nytimes.com.
    * Royce, Knut and Nathaniel Heller, "Cheney Led Halliburton to Feast at Federal Trough", Center for Public Integrity, August 2, 2000, www.public-i.org/story_01_080200.htm.
    * Ruppert, Michael C., written testimony for the Senate Select Committee on Intelligence, dated October 1, 1997; see http://www.copvcia.com/free/ciadrugs/ssci.html, and From The Wilderness 4/99, 4/00, 6/00.
    * Securities and Exchange Commission, "Edgar" Database, www.sec.gov.
    * Tarpley, Webster Griffin and Anton Chaitkin, George Bush: The Unauthorized Biography, Executive Intelligence Review, Washington, DC, 1992.
    * US-Azerbaijan Chamber of Commerce, www.usacc.org.
    * Vinnell Corporation, www.Vinnell.com.

    © 2001Michael C. Ruppert - From The Wilderness Publications


    --------------------------------------------------------------------------------
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    ANTEPRIMA DAL LIBRO "LA SPORCA GUERRA DEL PETROLIERE BUSH" di Mauro Bottarelli (ed. Malatempora )

    Rivelazioni forti e durissime sulle Twin Towers, sulle vere ragioni della guerra continua e sulla militarizzazione degli USA. Il libro, di prossima uscita, e' sconvolgente anche per chi gia' qualcosa sa e non ha creduto alla retorica patriottico-militarista del petroliere Bush.



    "Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario."
    George Orwell

    PETROLIO, GASDOTTI E DOLLARI: ALTRO CHE SCONTRO DELLE CIVILTA'
    di Mauro Bottarelli



    "Al centro della partita ci sono due lunghi serpenti d’acciaio. Per adesso
    ancora solo sulla carta, ma dovrebbero tagliare in due l’Afghanistan. In
    uno, viaggeranno ogni giorno un milione di barili di greggio proveniente dai
    giacimenti dell’ex Urss, nel secondo correrà il gas che sgorga dai
    giacimenti di Dauletabad in Turkmenistan. Due arterie strategiche per
    rendere accessibile alle grandi compagnie petrolifere americane le immense
    riserve di idrocarburi dell’Asia centrale. Per dare solo un’idea della
    proporzione della posta in gioco, basta ricordare che la stima delle riserve
    del Caspio è di circa 263mila miliardi di piedi cubici di gas naturale e di
    60 miliardi di barili di petrolio, pari al 65% delle riserve mondiali. Un
    tesoro immenso che ha un solo handicap: la distanza dai mercati. La
    soluzione? Ecco cosa propone John J. Maresca, vicepresidente delle relazioni
    internazionali di Unocal Corporation, una delle principali compagnie
    mondiali nel campo delle risorse energetiche e dei progetti. La Unocal farà
    parte del consorzio Cent-Gas, fino alla fine del 1998, quando sarà
    costretta, dalle pressioni dell'opinione pubblica americana, ad uscire
    ufficialmente dalla struttura che mediava con il regime dei Talebani, salvo
    poi a mostrare un forte interesse a rientrare a pieno titolo nel progetto
    nel marzo del 2000, pochi mesi prima delle elezioni nelle quali era favorito
    il candidato repubblicano. Al progetto la Unocal aveva lavorato sin dal
    1994. Lo riferisce Ahmed Rachid, in uno studio pubblicato nel marzo scorso
    dalla Yale University. "C’erano altre compagnie in campo - scrive Rachid -
    come l'argentina Bridas. Ma Washington e Riad si sono impegnate per
    convincere tutti i diretti interessati ad escludere Bridas. All’epoca Unocal
    aveva aperto i suoi uffici di rappresentanza nelle zone controllate dai
    Talebani". John J. Maresca si presenta il12 febbraio 1998 davanti al
    sottocomitato del Congresso degli Stati Uniti pere l’Asia e il Pacifico per
    parlare proprio dei progetti della Unocal e delle altre compagnie
    petrolifere sugli idrocarburi dell’Asia centrale. Il problema come abbiamo
    detto è il trasporto. Maresca spiega nella sua audizione - che RaiNews24 è
    stata in grado di documentare - lo stato dell’arte e i progetti. Al memento
    gli unici sbocchi possibili sono il Mar Nero e il Mediterraneo, con delle
    linee di oleodotti che attraversano le ex repubbliche sovietiche e la
    Turchia. Se tutti questi progetti fossero però realizzati - spiega il
    vicepresidente della Unocal - non potrebbero garantire tutta la
    distribuzione e soprattutto puntano verso mercati che non potrebbero
    assorbire questa produzione. Sentiamolo.
    "Noi dell’Unocal - afferma Maresca - riteniamo che il fattore centrale nella
    progettazione di questi oleodotti dovrebbe essere la posizione dei futuri
    mercati energetici che verosimilmente assorbiranno questa nuova produzione.
    L’Europa occidentale, l’Europa centrale e orientale e gli stati ora
    indipendenti dell'ex Unione sovietica sono tutti mercati a crescita lenta,
    in cui la domanda crescerà solo dallo 0,5% all’1,2% all’anno nel periodo
    1995-2010. L’Asia è tutto un altro discorso - sostiene Maresca - Il suo
    bisogno di consumo energetico crescerà rapidamente. Prima della recente
    turbolenza nelle economie dell'Asia orientale, noi dell’Unocal avevamo
    previsto che la domanda di petrolio in questa regione si sarebbe quasi
    raddoppiata entro il 2010. Sebbene l’aumento a breve termine della domanda
    probabilmente non rispetterà queste previsioni, noi riteniamo valide le
    nostre stime a lungo termine. Devo osservare che è nell'interesse di tutti
    che vi siano forniture adeguate per le crescenti richieste energetiche dell’
    Asia. Se i bisogni energetici dell'Asia non saranno soddisfatti, essi
    opereranno una pressione su tutti i mercati mondiali, facendo salire i
    prezzi dappertutto. La questione chiave è dunque come le risorse energetiche
    dell'Asia centrale possano essere rese disponibili per i vicini mercati
    asiatici. Ci sono due soluzioni possibili, con parecchie varianti.
    Un'opzione è dirigersi a est attraversando la Cina, ma questo
    significherebbe costruire un oleodotto di oltre 3.000 chilometri solo per
    raggiungere la Cina centrale. Inoltre, servirebbe una bretella di 2.000
    chilometri per raggiungere i principali centri abitati lungo la costa. La
    questione dunque è quanto costerà trasportare il greggio attraverso questo
    oleodotto, e quale sarebbe il netback che andrebbe ai produttori. (...)
    La seconda opzione è costruire un oleodotto diretto a sud, che vada
    dall'Asia centrale all'Oceano Indiano. Un itinerario ovvio verso sud
    attraverserebbe l’Iran, ma questo è precluso alle compagnie americane a
    causa delle sanzioni. L’unico altro itinerario possibile è attraverso
    l'Afghanistan - dice il ancora vicepresidente di Unocal - e ha naturalmente
    anch’esso i suoi rischi. Il Paese è coinvolto in aspri scontri da quasi due
    decenni, ed è ancora diviso dalla guerra civile. Fin dall'inizio abbiamo
    messo in chiaro che la costruzione dell'oleodotto attraverso l'Afghanistan
    che abbiamo proposto non potrà cominciare finché non si sarà insediato un
    governo riconosciuto che goda della fiducia dei governi, dei finanziatori e
    della nostra compagnia.
    Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con l'Università del Nebraska a
    Omaha allo sviluppo di un programma di formazione per l'Afghanistan che sarà
    aperto a uomini e donne, e che opererà in entrambe le parti del paese, il
    nord e il sud. La Unocal ha in mente un oleodotto che diventerebbe parte di
    un sistema regionale che raccoglierà il petrolio dagli oleodotti esistenti
    in Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan e Russia. L'oleodotto lungo 1.040
    miglia si estenderebbe a sud attraverso l'Afghanistan fino a un terminal per
    l’export che verrebbe costruito sulla costa del Pakistan. Questo oleodotto
    dal diametro di 42 pollici (poco più di un metro, ndt) avrà una capacità di
    trasporto di un milione di barili di greggio al giorno. Il costo stimato del
    progetto, che è simile per ampiezza all'oleodotto trans-Alaska, è di circa
    2,5 miliardi di dollari". Poi Maresca spiega quali sono in dettaglio i
    progetti sull’Afghanistan."Lo scorso ottobre è stato creato il Central Asia
    Gas Pipeline Consortium, chiamato CentGas, e in cui la Unocal ha una
    cointeressenza, per sviluppare un gasdotto che collegherà il grande
    giacimento di gas di Dauletabad in Turkmenistan con i mercati in Pakistan e
    forse in India. Il prospettato gasdotto lungo 790 miglia aprirà nuovi
    mercati per questo gas, viaggiando dal Turkmenistan attraverso l'Afghanistan
    fino a Multan in Pakistan. Il prolungamento proposto porterebbe il gas fino
    a New Delhi, dove si collegherebbe a un gasdotto esistente. Per quanto
    riguarda il proposto oleodotto in Asia centrale, CentGas non può cominciare
    la costruzione finché non si sarà insediato un governo afghano riconosciuto
    internazionalmente".
    E avanza le richieste delle Compagnie all’Amministrazione e al Congresso.
    "Noi chiediamo all’Amministrazione e al Congresso di sostenere con forza il
    processo di pace in Afghanistan condotto dagli Stati Uniti. Il governo Usa
    dovrebbe usare la sua influenza per contribuire a trovare delle soluzioni
    per tutti i conflitti nella regione. L’assistenza Usa nello sviluppare
    queste nuove economie sarà cruciale per il successo degli affari".
    Le parole di Maresca trovano orecchie attente nei circoli della politica
    americana e soprattutto nella nuova Amministrazione guidata da Bush, dove
    non mancano gli uomini e le donne che con il petrolio hanno una certa
    dimestichezza a cominciare proprio dal Presidente e dal vicepresidente
    Cheney, presidente e azionista quest’ultimo della Oil Supply Company. Ma non
    solo il ruolo di Consigliere per la Sicurezza nazionale è ricoperto da
    Condoleeza Rice, un’affascinante signora che prima di entrare nello staff
    presidenziale era stata dirigente della Chevron sin dal 1991. Inutile dire
    che la Chevron è una delle grandi compagnie petrolifere interessate allo
    sfruttamento dei giacimenti del Caspio. Solo per citare i soggetti di
    maggiore rilievo. "Nel 1995 - spiega lo scrittore pakistano Ahmed Rashid
    nel suo recente libro “Talebani, Islam Petrolio e il grande scontro in Asia
    centrale” - dopo che i Talebani hanno conquistato Herat e cacciato dalle
    scuole migliaia di ragazze, non c’è stata una sola parola di critica da
    parte degli Stati Uniti. In realtà gli Usa, insieme all’ISI, consideravano
    la caduta di Herat un aiuto ad Unocal e un ulteriore stretta al cappio
    intorno all’Iran".
    I dirigenti Talebani dopo la presa del potere vengono accolti con favore
    negli Usa e loro rappresentanti - racconta John Pilger - volano in Texas
    dall’allora governatore Bush, dove incontrano i dirigenti dell’Unocal che
    fanno loro un’offerta precisa riguardo all’oleodotto: una fetta dei profitti
    pari al 15%. Ma ci sono alcune condizioni da rispettare.
    Il racconto di quella mediazione lo si trova in un libro (Ben Laden, la
    vérité interdite) uscito pochi giorni fa in Francia. Gli autori sono Jean
    Charles Brisard e Guillaume Dasquieré. Brisard è l’autore, per conto del DST
    francese del dossier sulle strutture economiche di Osama bin Laden, che il
    presidente Chirac ha consegnato a Bush nella sua visita dopo gli attentati
    alle Torri. Dasquieré dirige il prestigioso bollettino Intelligence online.
    Insomma due esperti autorevoli. A reggere le fila dei contatti è Laila
    Helms, la nipote dell’ex direttore della Cia ed ex ambasciatore Usa in Iran,
    Richard Helms. Laila, è una brillante quarantenne, che da sempre ha
    mantenuto contatti privilegiati con gli Afghani. Ma soprattutto ha ottimi
    rapporti negli ambienti dei servizi segreti e del Dipartimento di Stato.
    Negli ultimi sei anni - spiegano Brisard e Dasquieré nel loro libro - si è
    dedicata alla supervisione di alcune azioni di influenza a nome dei Talebani
    soprattutto preso le Nazioni Unite: La sua azione non si attenua neppure
    dopo il 1996, quando il Mullah Omar diventa ufficialmente meno frequentabile
    agli occhi degli americani e neppure quando i capi talebani accolgono bin
    Laden che sarà poi ritenuto responsabile degli attentati contro le
    ambasciate americane. Arriva persino a realizzare un documentario sulle
    donne afghane, talmente filo talebano da esser rifiutato da tutte le reti
    televisive americane.
    Per Laila le cose si mettono bene con il ritorno dei Repubblicani al potere
    che rimette molti suoi amici funzionari nei posti chiave della Cia e del
    Dipartimento di Stato. I risultati non si fanno attendere. Tra il 18 e il 23
    marzo di quest’anno Laila organizza un viaggio negli Stati Uniti per Sayed
    Rahmatullah Hascimi. Ha solo 24 anni, ma è già l’ambasciatore itinerante dei
    Talebani e consigliere personale del Mullah Omar. Non si tratta ovviamente
    di un giro turistico o culturale. Si parla di petrolio e di oleodotti. Gli
    interlocutori sono alti funzionari della Cia e del Dipartimento di Stato.
    Laila riesce ad ottenere per il consiglire del Mullah un’intervista
    televisiva alla ABC e alla Radio pubblica. Il tutto con la benedizione dei
    circoli politici vicini all’Amministrazione, che punta ad un miglioramento
    dell’immagine dei Talebani, in relazione al negoziato per “normalizzare” l’
    Afghanistan.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    PETROLIO, GASDOTTI E DOLLARI: ALTRO CHE SCONTRO DELLE CIVILTA'
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    2a parte

    A dare nuovo impulso al negoziato è lo stesso Presidente Bush che promuove la nascita del cosiddetto gruppo dei 6+2 (i Paesi confinati con l’Afghanistan più Usa e Russia). Ma non solo. Brisard e Dasquieré raccontano che John O’Neill, il vicedirettore dell’FBI si era dimesso improvvisamente. Dietro l’abbandono di O’Neill, spiegano i due analisti francesi, c’era un duro scontro tra il Bureau e il Dipartimento di Stato. L’amministrazione avrebbe infatti stoppato le indagini, condotte proprio da O’Neill sul terrorismo fondamentalista ed in particolare sugli attentati contro le ambasciate Usa a Nairobi e Dar El Salaam e contro la nave Cole. Questo per favorire un accordo con i Talebani. Uno stop che portò - secondo il racconto fatto ai due analisti francesi che dedicano il loro libro alla sua memoria - alle dimissioni dal Bureau. O’Neill accetterà l’incarico di capo delle sicurezza del WTC e morirà insieme ad altre 5000 persone nell’attacco terroristico dell’11 settembre scorso. A coordinare il gruppo dei 6+2 è chiamato Francesc Verdell, rappresentante di Kofi Annan, che incontra a Roma anche l’ex re Zahir Sha, per verificare un suo possibile coinvolgimento in un governo di coalizione. Il “gruppo” si riunisce più volte, senza grandi risultati. La proposta che arriva ai Talebani (siamo assai prima dell’11 settembre) è la seguente: mollare bin Laden, creazione di un governo di coalizione che comprenda i Talibani (la stessa proposta avanzata in piena guerra dagli Usa) in cambio di aiuti economici e riconoscimento internazionale. Quel riconoscimento internazionale e quella stabilità chiesta da più di due anni dalle compagnie interessate alla costruzione degli oleodotti. Gli americani - raccontano Brisard e Dasquieré - non esitano ad usare anche le maniere forti. A raccontare come è l’ex ministro degli esteri del Pakistan il signor Naif Naik che, in un’intervista televisiva trasmessa in Francia, racconta che nel corso della riunione del “Gruppo” a Berlino, tra il 17 e il 20 luglio, l’ambasciatore statunitense Thomas Simons avrebbe detto, riferendosi all’Afghanistan, che dopo la costituzione del "governo allargato ci saranno aiuti internazionali - poi potrebbe arrivare l’oleodotto". L’ambasciatore, racconta l’ex ministro, spiega quale potrebbe esser l’alternativa: se i Talebani non si comportano come si deve, e il Pakistan fallisse nel suo intento di farli comportare come si deve, Washington potrebbe ricorre ad un’altra opzione: quella militare. Brisard e Dasquieré riferiscono una battuta assai esplicita. "Ad un certo punto i rappresentati americani dissero ai Talebani: o accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o sarete sepolti da un tappeto di bombe". L’ultimo incontro tra emissari Usa e Talebani avviene lo scorso 2 agosto, 39 giorni prima dell’attacco alle Torri. È Cristina Rocca, direttrice degli affari asiatici del Dipartimento di Stato a incontrare a Islamabad l’ambasciatore Talebano in Pakistan. Kabul respinge definitivamente la proposta americana. La parola, come sappiamo, passa alle armi.

    Tra la Cecenia e l’Afghanistan scorre un oceano nero. Sotterraneo. Fatto di 200 miliardi di barili di petrolio. Un fiume d'oro senza il quale non è possibile immaginare lo sviluppo mondiale nei prossimi 25 anni.

    Il braccio orientale di questo oceano può arrivare sui mercati con gasdotti che partono dall'Uzbekistan, attraversano l'Afghanistan, per sfociare a Karachi, sulla costa del Pakistan. Questo è il percorso più breve tra le steppe dell'ex Urss e l'oceano Indiano. Il Tagikistan non ha sue risorse petrolifere, ma ha specialisti usciti dalle università di Mosca che seguono da vicino quello che succede al di là del confine. "Tutti i protagonisti della crisi afghana hanno a che fare con il mondo del petrolio - spiega un alto funzionario del ministero tagiko per lo sviluppo economico, che vuole mantenere l'anonimato - Prendiamo Osama bin Laden: senza i petrodollari suo padre non sarebbe diventato miliardario e senza i petrodollari il Califfo non avrebbe potuto gettare le basi del suo regno. Per non parlare poi di George Bush, del vicepresidente Dick Cheney e di altri quattro o cinque alti esponenti dell'amministrazione americana: sono tutti oilmen che sanno perfettamente cosa c’è sotto il suolo dell’Asia centrale. E anche Vladimir Putin si muove a suo agio nel mondo del petrolio. Apparentemente il presidente russo non ha una storia personale legata al petrolio, dato che viene dai servizi segreti. Ma solo apparentemente. La riscossa russa - spiega la fonte - dopo il crack del 1998, è avvenuta proprio grazie al petrolio. La candidatura di Putin nell'autunno 1999 è stata sostenuta proprio dagli oligarchi del petrolio. Il primo dei grandi oligarchi a manifestare entusiastico appoggio a Putin fu Rem Viakhirev - prosegue il funzionario - l’ex padrone di Gazprom, il colosso mondiale del gas. E il giovane Roman Abramovich, di professione esploratore di giacimenti, ha comprato con i soldi del petrolio siberiano un paio di televisioni e le ha messe a disposizione del Cremlino". Il grande accordo russo-americano-asiatico sull’Afghanistan, secondo lui, ha come base proprio l’oro nero. "L'allargamento della Nato e la creazione di oleodotti e gasdotti per sottrarre il Caucaso e l'Asia centrale a Mosca sono progetti degli anni Novanta. Figli dell'amministrazione Clinton. Bush e Putin stanno trovando intese che rovesciano completamente l’impostazione precedente", aggiunge l'esperto. Iter e Lukoil sono due colossi russi del petrolio, Lukoil ha comprato alcuni segmenti della distribuzione di carburanti negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei. "Nei giorni scorsi, dopo gli attentati dell’11 settembre, i dirigenti di Iter e Lukoil sono andati a Tashkent dove hanno raggiunto accordi preliminari per la vendita a terzi di gas e petrolio di Uzbekistan e Turkmenistan che dovrebbe essere convogliato attraverso condotte in Afghanistan", aggiunge. Il Turkmenistan - confinante con l’Afghanistan - detiene il quarto posto mondiale nelle riserve di gas naturale con 3 miliardi di metri cubi. Il Kazakhstan è secondo, per riserve di petrolio, solo ai paesi del Golfo. Il presidente Nursultan Nazarbayev, in eccellenti rapporti con Vladimir Putin, ha dato la più ampia disponibilità di aiuto agli Stati Uniti nella lotta al terrorismo internazionale.
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    "La verità, vi giuro, su questa guerra inesistente"

    Gli uomini chiave del governo Usa e dei media hanno usato il bombardamento del World Trade Center e del Pentagono per creare uno stato internazionale di paura. Questo ha portato i più vicini alleati di Washington (in particolare Germania, Gran Bretagna e Italia) ad accordare carta bianca per quanto riguarda la loro partecipazione alle rappresaglie Usa. Ed è servito ad oscurare la domanda più importante: Washington nasconde altre intenzioni, una strategia che va oltre lo sganciare bombe? E se esiste, cos’è, e che conseguenze ha per il mondo? Ecco alcuni titoli di prima pagina a sette colonne dei principali giornali statunitensi: “Terza Guerra Mondiale” (New York Times, 13/9); “Diamo una chance alla guerra” (Philadelphia Inquirer, 13/9); “È il momento di usare l’opzione nucleare” (Washington Times, 14/9). Inizialmente, una serie di Stati è stato minacciato in quanto “sostenitori del terrorismo”, che non sono “con noi”, perciò sono “contro di noi”: Cuba, Iran, Iraq, Libia, Corea del Nord, Sudan e Siria. Pur diversi per molti aspetti, essi hanno in comune tre cose: hanno affrontato decenni di ostilità degli Stati Uniti, i loro governi sono laici e non hanno connessioni con Osama bin Laden. In “Diamo una chance alla guerra” (dal Philadelphia Inquirer), David Perlmutter ha avvertito che se questi Paesi non ubbidiranno agli ordini di Washington essi dovranno "prepararsi alla distruzione sistematica di tutte le centrali energetiche, tutte le raffinerie, tutti gli oleodotti, tutte le installazioni militari, tutti gli uffici governativi in tutta la nazione... il collasso totale della loro economia per una generazione".

    I Paesi che collaborarono alla creazione del regime talebano, addestrando e finanziando le forze di Osama bin Laden, e che non hanno mai smesso di versare fondi ai Talebani - cioé il Pakistan, i fedeli alleati degli Usa Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e gli Stati Uniti stessi - non sono stati messi nella lista dei “nemici”. Al contrario, sono tutti alleati nella Nuova Guerra Mondiale contro il terrorismo. E già il 12 settembre scorso, tanto per alzare il tiro, il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld ha detto: "Gli Stati Uniti si impegneranno in uno sforzo multilaterale per colpire le organizzazioni terroristiche nei 60 Paesi che le sostengono. Non abbiamo altra scelta".

    La minaccia di bombardare un terzo delle nazioni del mondo ha spaventato molta gente. E questa, secondo noi, ne era l’intenzione. Per due motivi. Primo, se Washington limiterà i suoi attacchi, aggredendo principalmente l'Afghanistan, il mondo tirerà un sospiro di sollievo. E Washington ha attaccato fortemente l’Afghanistan - per primo. Altre violazioni di sovranità, oltre all’uso forzato del Pakistan come base per gli attacchi, seguiranno a sostegno dell’iniziativa principale. Potrebbe svilupparsi ad esempio altro terrorismo di Stato, come un aumento dei bombardamenti non provocati sull’Iraq (come diversivo). Ma al centro dell’attenzione nell’immediato, c’è ancora solo l’Afghanistan. Secondo, questa tattica del terrore serve a distrarre dalla strategia principale di Washington, molto più pericolosa della minaccia di bombardare numerosi Paesi. Washington vuole impossessarsi dell'Afghanistan al fine di accelerare il completamento della frammentazione delle repubbliche ex sovietiche, così come ha distrutto la ex Jugoslavia.

    E questo è il più grave dei rischi che corre l’umanità. Ma cosa vuole Washington dal misero Afghanistan? Per rispondere a questa domanda bisogna prendere la carta geografica dell’Europa e dell’Asia. Considerate l’enorme estensione dell’ex Unione Sovietica, in particolare della Russia. La Russia non è solo molto estesa, possiede ricchezze incalcolabili (la maggior parte non ancora sfruttate), ma è l’unica potenza nucleare mondiale oltre agli Usa. A dispetto di ciò che crede l'opinione pubblica, la potenza militare russa non è stata distrutta del tutto; anzi, è decisamente più forte, in relazione agli Usa, che durante il primo periodo della Guerra Fredda. Se gli Stati Uniti riusciranno a frantumare la Russia e le altre repubbliche ex sovietiche in entità deboli e controllate dalla Nato, Washington avrà le mani libere per sfruttare le immense ricchezze di quelle terre dove e come vorrà, senza temere reazioni. E a dispetto delle chiacchiere che parlano di una collaborazione tra Russia e Stati Uniti, e nonostante i gravi danni provocati in Russia dal Fondo Monetario Internazionale, queste rimangono le intenzioni della politica Usa. L’Afghanistan ha una posizione strategica, non solo perché confina con Iran, India, e persino (con una piccola striscia) con la Cina, ma, molto più importante, condivide confini e religione con le repubbliche centro asiatiche dell’ex Unione Sovietica: Uzbekistan, Turkmenistan e Tajikistan. Le prime due confinano a loro volta con il Kazakhstan, che confina direttamente con la Russia. L'Asia centrale è strategica non solo per i vasti giacimenti petroliferi, ma soprattutto per la sua posizione. Se Washington dovesse arrivare a controllare queste repubbliche, a quel punto avrebbe basi militari nelle aree seguenti: il Baltico, i Balcani, la Turchia, e le repubbliche in questione. E questo sarebbe un cappio attorno al collo della Russia. Si aggiunga che Washington già controlla le repubbliche dell’Azerbaijan e della Georgia, al sud, ed è facile capire come gli Usa sarebbero nella posizione ideale per lanciare istigazioni alla “ribellione” in tutta la Russia.

    La Nato, la cui attuale dottrina permette di intervenire nei Paesi confinanti con gli stati membri, potrebbe poi iniziare “guerre a bassa intensità” che prevedano l’uso di armi nucleari tattiche (come ufficialmente dichiarato nella dottrina ufficiale), in “risposta” alle innumerevoli “violazioni dei diritti umani”. E c’è qualcosa di ironico nel fatto che Washington pretenda di ritornare in Afghanistan per combattere il terrorismo islamico, dal momento che per distruggere i sovietici gli Usa stessi crearono i quadri del terrorismo islamico negli anni Ottanta. Non si trattò, come molti credono, di una sorta di aiuto ai ribelli che contrastavano l’espansionismo sovietico. Al contrario, l’intervento sovietico in Afghanistan fu concepito come un'azione difensiva per mantenere, e non alterare, l’equilibrio globale delle forze. Accadde infatti che gli Stati Uniti misero in atto azioni segrete al fine di “incoraggiare” l’intervento dei russi, allo scopo di trasformare la società tribale rurale afghana in una forza militare che contribuisse a dissanguare l'Unione Sovietica. Tutto questo è stato ammesso dallo stesso Zbigniew Brzezinski, a capo della Sicurezza Nazionale statunitense a quel tempo.

    Prendiamo in considerazione i seguenti brani tratti da articoli giornalistici. Il primo, dal “N.Y. Times”: "La resistenza afghana fu sostenuta dai servizi di intelligence degli Stati Uniti ed Arabia Saudita attraverso la fornitura di circa 6 miliardi di dollari di armamenti. E la zona bombardata la settimana scorsa (l’articolo fu pubblicato dopo l’attacco missilistico dell’agosto 1998), un complesso di sei accampamenti attorno a Khost, dove l’esule saudita Osama Bin Laden ha finanziato una sorta di “università del terrorismo”, è ben conosciuta alla Cia (secondo le parole di un ufficiale esperto dei servizi di intelligence). ... alcuni degli stessi combattenti che lottarono contro i sovietici con l'aiuto della Cia, stanno ora combattendo sotto la bandiera di Mr. Bin Laden...". (“NY Times”, 24 agosto 1998, pagine A1 & A7 ).

    E questo articolo dal londinese “Independent”: "La guerra civile afghana è in corso, e l'America è presente fin dall'inizio - o prima dell'inizio, se dobbiamo credere alle parole di Brzezinski" (Zbigniew, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale ed ora stratega di politica internazionale). "Non abbiamo spinto i russi ad intervenire", ha affermato in una intervista del 1998, "ma abbiamo consapevolmente aumentato le probabilità che lo facessero. Questa operazione segreta fu un’idea eccellente. Portò i russi nella trappola afghana. Vorreste che lo negassi?" (affermò Brzezinski).

    Gli effetti a lungo termine dell’intervento americano secondo la prospettiva da guerra fredda di Brzezinski, misero, 10 anni dopo, l'Unione Sovietica in ginocchio. Ma ci furono anche altri effetti. Per sostenere la guerra, la Cia, d’accordo con l’Arabia Saudita e l’intelligence militare pakistana ISI (Direttorio Integrato d’Intelligence), versò milioni e milioni di dollari ai Mujahedeen. Fu il più sicuro dei modi di condurre una guerra: gli Usa (e l'Arabia Saudita) fornirono i fondi, e gli Stati Uniti anche un limitato addestramento. Fornirono inoltre i missili antiaerei Stinger, che in definitiva furono quelli che cambiarono il corso della guerra. "L’Isi pakistano fece dell’altro: addestramento, equipaggiamento, indottrinamento e consulenza. E fecero il loro lavoro con ostentazione: il leader militare di allora, il generale Zia ul Haq, egli stesso di tendenza fondamentalista, si gettò nell’impresa con incrollabile passione". (“The Independent”, 17 settembre 2001)

    Per arrivare a tempi a noi vicini, va notato che gli Stati Uniti hanno aiutato i Talebani anche recentemente, a dispetto delle dichiarazioni di condanna per la violazione dei diritti umani: "L’amministrazione Bush non si è lasciata intimidire. La settimana scorsa ha versato altri 43 milioni di dollari in assistenza all’Afghanistan, arrivando così ad un aiuto complessivo per quest’anno di 124 milioni [di dollari] e ponendo così gli Stati uniti come primo paese donatore umanitario". (“The Washington Post”, 25 maggio 2001). Perché gli Usa e i loro alleati hanno continuato - fino ad oggi - a finanziare i Talebani? E perché, ciò nonostante, adesso attaccano la loro mostruosa creatura? È ormai assodato che Washington ordinò all'Arabia Saudita e al Pakistan di finanziare i Talebani affinché essi facessero un lavoro: consolidare il controllo sull’Afghanistan e da qui destabilizzare le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale sui loro confini.
    Ma i talebani hanno fallito. Non hanno smembrato l'alleanza dei paesi controllati dalla Russia. Invece di sovvertire l'Asia centrale, hanno iniziato a distruggere le statue di Buddha e a terrorizzare coloro che non seguivano l’interpretazione super repressiva dell'Islam che ha il regime. Contemporaneamente, la Russia si è mossa nella direzione “sbagliata”, dal punto di vista di Washington. La pedina completamente controllabile Eltsin è stato sostituito con il presidente Putin, che in parte resiste ai voleri degli Usa, per esempio contrastando il piano della Cia per impossessarsi della Cecenia attraverso l’uso di terroristi islamici legati all’Afghanistan. E ancora, Cina e Russia hanno siglato un patto di difesa reciproca. E a dispetto delle enormi pressioni Usa/Europa, Putin ha rifiutato di isolare il presidente bielorusso Lukashenko che, come l'incarcerato ma non spezzato presidente jugoslavo Milosevic, sostiene la necessità di opporsi alla Nato.

    È questa sfavorevole sequenza di avvenimenti che ha convinto Washington ad affidarsi alla sua tattica preferita: spingersi, nell'azione politica, fin sull'orlo della guerra. Un primo segno di questa tendenza è comparso all’inizio di settembre 2001, appena prima delle elezioni presidenziali nella repubblica ex sovietica della Bielorussia. La Bielorussia è situata nella regione baltica, vicino alla Lituania ed alla Polonia. Washington e l'Unione Europea detestano Lukashenko perché ha rifiutato di sottomettere il suo piccolo paese ai voleri del Fondo Monetario Internazionale, e di smantellare tutte le garanzie sociali dell'era sovietica. Inoltre prese posizione in difesa della Jugoslavia. E desidera persino l'unione di Bielorussia, Ucraina e Russia. Questo desiderio di rimettere assieme ex repubbliche sovietiche, lo mette nel mirino della politica di Washington, che mira invece a frantumare ulteriormente questi Paesi. Per mesi, Washington e gli europei si sono occupati delle elezioni bielorusse. Washington ha ammesso di aver costituito circa 300 “Organizzazioni non governative”. Questo in un Paese che conta meno di 10 milioni di anime. Inoltre, appena prima delle elezioni, l'ambasciatore degli Stati Uniti Michael Kozak ha scritto ad un giornale britannico: "Obiettivo e metodologia degli Stati Uniti sono gli stessi in Bielorussia come in Nicaragua, dove gli Stati Uniti hanno sostenuto i Contras contro il governo di sinistra dei sandinisti in una guerra che ha provocato almeno 30.000 vittime". (“The Times”, 3 Settembre 2001.)

    Ora Washington ha cinicamente ha usato la strage del World Trade Center per dirigere le strutture della Nato, invocando l’articolo 5 del Trattato, secondo il quale tutti i membri dell'Alleanza devono rispondere ad un attacco rivolto ad uno di essi. Questo allo scopo di: a) mettere insieme una “forza per la pace” per l’Afghanistan; b) lanciare attacchi aerei e, possibilmente, terrestri; c) eliminare l’ostinata ed incompetente leadership dei Talebani; d) assumere il controllo diretto nella creazione di una occupazione militare della Nato, un vero e proprio protettorato. Alcuni sostengono che la Nato sarebbe folle se tentasse di pacificare l'Afghanistan. Sostengono che gli inglesi fallirono nell’800 ed i russi negli anni ’80. Ma Washington non ha bisogno né intende pacificare l’Afghanistan. Ha bisogno d’una presenza militare sufficiente per organizzare e dirigere le forze indigene al fine di penetrare le repubbliche dell'Asia centrale ed istigare conflitti. Piuttosto che provare a sconfiggere i talebani realmente (i raid e qualche morto tra i civili non significano vittoria né tanto meno la pantomima organizzata e concordata con Kabul della caduta di Mazar-i-Sharif), Washington gli farà un’offerta che non potranno rifiutare: lavorare per gli Stati Uniti; saranno argomenti convincenti l’abbondanza di soldi e di armi, e le mani libere per dirigere il traffico di droga, così come hanno consentito all’Uck di fare una fortuna con la droga nei Balcani. L’altolà di Colin Powell alla richiesta dell’Alleanza del Nord, utili idioti e carne da macello del Dipartimento di Stato Usa, di affondare subito il colpo contro Kabul fa capire la realtà dei fatti: ok bimbi, cercate di capire che questo è un gioco e non rompeteci le uova nel paniere. Oppure, in caso di arroccamento nell’ortodossia, potranno scegliere di opporsi agli Stati Uniti e morire davvero. (E la realtà di questi ultimi tempi ha confermato l’ortodossa stupidità dei talebani). In questo modo, Washington spera di bissare ciò che ha fatto in Kosovo, dove la Nato ha preso i gangster trafficanti di droga e i secessionisti anti-serbi, e ne ha fatto l'organizzazione terrorista “Esercito per la liberazione del Kosovo”, Uck. In questo caso invece la materia prima sono i Talebani. Riorganizzati e posti sotto stretto controllo, rinasceranno come “Combattenti della Libertà”, e saranno diretti contro le Repubbliche dell’Asia centrale.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    RUOLO DELLA TURCHIA NELLA CRISI JUGOSLAVA

    a cura del Comitato unitario contro la guerra alla Jugoslavia

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    Il panturchismo e' una ideologia diffusa nei Balcani, dalla quale dipende molto delle sorti della pace, ed e' strano che in questi anni i nostri commentatori ne abbiano parlato cosi' poco. Non ci riferiamo qui all'idea di unificare tutti i popoli che appartengono al gruppo linguistico turcofono (turchi, tartari, kasachi, usbechi, turkmeni, azeri, altri caucasici ecc.), esplicitamente perseguita dai Lupi Grigi e dai loro sponsor, bensi' della espansione dell'influenza economica e culturale turca anche all'interno dell'Europa. Piu' precisamente, le ambizioni pan-turche conprendono tutti quei popoli convertiti al credo islamico sotto l'Impero Ottomano, indipendentemente dalla loro origine "etnica". Percio piu' che di pan-turchismo si deve forse parlare di neo-turchismo, una politica che e' divenuta politica ufficiale dello Stato turco da anni ed e' stata formulata in termini espliciti da alti esponenti delle istituzioni e della cultura, a partire dal presidente della republica Süleyman Demirel quando ha affermato che la Turchia si estende dal mare Adriatico alla muraglia cinese ("Politika" 25/2/1992).

    E' un progetto che riguarda l'area jugoslava ed albanese, ma anche Cipro, Grecia e Bulgaria. Ricordiamo in particolare che la occupazione militare di Cipro continua ormai da piu' di venti anni.

    Per quanto riguarda la ex Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia le zone interessate sono la Bosnia Erzegovina, il Sangiaccato, la provincia di Kosovo e Metochia (Kosmet) e la Macedonia. Gli Stati Uniti d'America, oggi unica superpotenza mondiale, esprimono dichiaratamente da anni il loro sostegno alla Turchia come potenza regionale e nei Balcani hanno appoggiato e continuano a sostenere la secessione dei suddetti territori e la creazione di una catena di protettorati che alcuni definiscono "trasversale" o "dorsale verde" (cfr. LIMES 4/1998).

    Queste aree assumono un particolare valore strategico come futura direttrice per il trasporto delle materie prime dall'Asia Centrale ex-sovietica all´Europa, attraverso lo storico "corridoio" Turchia-Bulgaria-Macedonia-Albania che taglierebbe fuori definitivamente la Russia. Questo quadro strategico e'anche all'origine dell'accanimento repressivo contro il popolo Kurdo, che ha la sola colpa di vivere nel posto sbagliato, e della crescente instabilita' dell'area caucasica.

    Questo avviene grazie alla potenza militare americana ma anche grazie al sostegno di paesi islamici come l'Arabia Saudita, che controlla fondamentali strutture finanziarie, lobby di pressione ed agenzie di informazione. Contemporaneamente gli USA riescono in questo modo a destabilizzare il polo imperialistico europeo. Ricordiamo anche che da alcuni anni a questa parte lo Stato turco sta sviluppando legami militari, politici ed economici con Israele, ad esempio il progetto della diga dell'Eufrate che concentrerebbe nelle mani dei due Stati i "rubinetti" idrici di tutto il Medio Oriente.

    Nel breve termine gli USA mirano alla costituzione di una grande Albania che comprenda il Kosovo, e di uno Stato islamico dei musulmani di Bosnia e Sangiaccato. Questo progetto implica la scomparsa della Republica Federale di Jugoslavia, la riduzione della Serbia e dei serbi ad entita' irrilevante, la destabilizzazione della Macedonia e la costrizione di Grecia e Bulgaria nella morsa del pan-turchismo. Ha scritto il giornalista Nazmi Arif sul giornale turco "Turkiye Gazetesi" (citato su "Politika", 21/2/1993): "I popoli turchi, cui e' stato impedito fino a poco tempo fa di esprimere i loro sentimenti nazionali e religiosi... in Bulgaria, Romania" potranno ora liberarsi "alla condizione, che questi popoli a breve si riuniscano alla madre patria". Questo spiega perche' la Turchia si sia prodigata per la indipendenza di Bosnia Erzegovina e Macedonia come primo passo per altri tipi di pressioni sui popoli dell'area. Per questo la Turchia non puo' accontentarsi di manovrare la piccola minoranza turca della ex RFS di Jugoslavia (centotrenta mila persone secondo il censimento del 1971) ma deve fare leva sui sentimenti di slavi e schipetari di religione musulmana. Tra questi ultimi il turco e' ormai la prima o la seconda lingua straniera, le comunicazioni ed i commerci sono massicciamente orientate in direzione di Ankara cosi' come i rapporti politici, finanziari, commerciali e militari delle leadership islamiste locali a cominciare dal Partito di Azione Democratica [SDA] di Alija Izetbegovic in Bosnia.

    Particolarmente forte e' il senso di appartenenza al mondo turco nella cultura e nella ideologia schipetara tradizionale, oggi strumento dei leader albanesi "democratici" dell'anticomunismo post-ottantanove.

    "Noi vediamo come impossibile vivere sotto una amministrazione qualsivoglia, piu' indipendente o piu' autonoma, che non sia la amministrazione ottomana, ne' di poter essere cittadini di alcuno che non sia il sultano", scrissero alla fine del secolo scorso i rappresentanti politici degli albanesi di Tetovo, oggi in Macedonia, in un telegramma all'ambasciatore francese a Costantinopoli in un momento critico per il loro futuro politico ("La lingue albanaise de Prizren 1878-1881", Documents I, Tirana, 1988, pag. 21).

    Durante la prima Guerra mondiale, tra il 1914 e il 1915 al centro dell'Albania, gia' Stato indipendente, esplose una rivolta contadina che tra le altre rivendicazioni espresse quella della unione con lo Stato ottomano. Dopo la guerra una parte rilevante degli schipetari del Kosovo preferi' trasferirsi in Turchia anziche' rimanere a far parte della Jugoslavia monarchica, optando per lo Stato di Kemal Ataturk piuttosto che per lo Stato albanese e per la lingua turca piuttosto che per quella albanese. In seguito al "Patto balcanico" del 1934 ancora 200mila albanesi del Kosmet si trasferirono in Turchia, ed oggi si calcola che circa tre milioni di turchi siano di origine albanese.

    Questi fatti illustrano la possibile identificazione, in certi settori della cultura albanese, della antica conversione religiosa con la fedelta' verso lo Stato ottomano, legame che puo' essere alla radice di rinnovati contrasti con il mondo slavo, innanzitutto con i serbi ortodossi principali artefici della distruzione di quello Stato. Lo si vede oggi nelle dichiarazioni di intellettuali e uomini politici, come Adil Zulfikarpasic, fondatore della Libera Organizzazione dei Bosgnacchi (translitterazione italiana del termine "bosnjak" con il quale si definiscono gli slavi di religione musulmana, non solo della Bosnia, distinto da "bosanac" - "bosniaco" - ovvero abitante della Bosnia) ed ex-vicepresidente della SDA: "E' noto che fino alle guerre balcaniche su questi territori c'era lo Stato turco ... era il nostro Stato. Uno Stato che faceva i nostri interessi... cioe' la nostra emancipazione, la nostra prosperita', il nostro futuro erano legati a questo Stato turco e miravano a rafforzarlo ... perche' noi, voglio dire serbi e musulmani, eravamo allora grandi nemici. Quando l'Impero turco si e' ritirato, abbiamo continuato ad essere avversari" ("Stav", 21.02.1992, Novi Sad, p. 21). In effetti nello Stato ottomano la conversione all'Islam garantiva uno status sociale privilegiato, benche' le altre religioni fossero tollerate nella misura in cui non mettevano in pericolo l'ordine politico-sociale (nel qual caso la repressione poteva raggiungere livelli disumani). Dopo l'assassinio negli anni Ottanta dell'ambasciatore turco nella RFS di Jugoslavia, pure attribuito ad estremisti musulmani, i rapporti tra i due Stati si deteriorarono ed aumentarono invece le relazioni tra Istanbul e Novi Pazar, principale citta' e centro politico-culturale del Sangiaccato. Il numero degli autobus di linea tra le due citta' e' cresciuto enormemente durante gli ultimi anni insieme a traffici di ogni tipo, i cui intermediari sono spesso bosgnacchi o albanesi con cittadinanza turca. Con l'introduzione del sistema multipartitico in Jugoslavia tanti legami che prima esistevano in forma piu' o meno clandestina sono venuti alla luce, e sono cosi' usciti allo scoperto i referenti politici della influenza turca in questa parte dei Balcani.

    Il principale partito politico di questo spettro e' l'SDA, fondato e tuttora guidato dal Presidente bosniaco Izetbegovic che non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni islamiste, messe nero su bianco gia' negli anni Settanta nel suo libro "Dichiarazione Islamica" (stralci sono stati pubblicati su LIMES 1-2/1993; cfr. anche http://marx2001.org/crj/DOCS/alija.html ). L'SDA ha una ramificazione in Serbia, con centro a Novi Pazar dove i personaggi piu' influenti sono Sulejman Ugljanin, Rizah Gruda, Alija Mahmutovic ed altri. La cooperazione privilegiata e' dall'inizio quella con i partiti islamisti e nazionalisti della Turchia, come il Partito del Benessere (Refah Partisi) di Erbakan, la cui linea politica e' persino anticostituzionale in Turchia perche' estremamente antilaicista. Ugljanin e' stato spesso in missione politica ad Ankara, ospite anche del Refah. Questo fino a venire incriminato per sospette mire insurrezionali e a dovervi dunque rimanere a lungo. La polizia jugoslava aveva infatti trovato a Novi Pazar armi e munizioni presso diversi militanti dell'SDA, e le armi provenivano soprattutto da Turchia ed Albania. Nel giugno 1991 alla vigilia delle dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia, che diedero il via alla guerra, Ugljanin partecipo' ad Istanbul ad un raduno del Refah dove retoricamente chiese alla folla "perche' la Turchia non abbia mai sufficientemente aiutato i musulmani di Jugoslavia, ne' politicamente ne' economicamente" ("Muslimanski glas" - Voce Musulmana -, organo dell´SDA, 14/6/1991 p.18). In tutto il periodo successivo si sono moltiplicate le dichiarazioni di questo tipo, volte in particolare ad auspicare un intervento turco non solo nello scenario bosniaco ma nella stessa Serbia: sempre Ugljanin dichiara nel 1992: "non appena [in Sangiaccato] sara' sparato il primo colpo, Demirel arrivera' " (Vecernje Novosti, 26/7/1992).

    Due mesi dopo il riconoscimento dell'indipendenza della Bosnia Erzegovina (aprile 1992) Ugljanin ritorna a visitare la Turchia incontrando il Ministro degli Esteri Hikmet Cetin e lo stesso Demirel. Il crescendo di pressione anti-serba nell´opinione pubblica turca e' opera soprattutto dai partiti dell´estrema destra, tanto che il 3 giugno 1992 il consolato Jugoslavo a Istanbul viene preso a sassate dai manifestanti. Il primo ministro Ecevit propone in quei giorni un patto militare per la sicurezza comune tra Turchia e Bosnia Erzegovina, patto che avrebbe consentito l'invio di aiuti militari e di truppe, come espressamente richiesto dai rappresentanti turchi alla riunione della Conferenza Islamica tenutasi ad Istanbul (giugno 1992). La richiesta di sollevare la Bosnia dall'embargo sui rifornimenti di armi viene presentata anche all'ONU. Particolarmente pesante e' la pressione turca, a nome della Conferenza Islamica, alla Conferenza di Londra, tenutasi nell'agosto 1992, e poi di nuovo in occasione della visita al Consiglio di Sicurezza dell'ONU in novembre: l'idea e' quella di rifornimenti di armi ai musulmano-bosniaci di Izetbegovic, rifornimenti che in assenza di una iniziativa da parte dell'ONU i paesi della Conferenza Islamica riunitisi in Senegal i primi di gennaio del '93 mostrano di voler attuare unilateralmente. Ed in effetti forniture di armi e munizioni da parte della Turchia avranno luogo per tutta la durata del conflitto in Bosnia, sia per via aerea che attraverso il porto croato di Spalato.

    I rapporti internazionali dell'SDA sono stati rivolti anche alle minoranze turche e musulmane di altri paesi limitrofi, come la Bulgaria dove esiste un "Movimento per i diritti e le liberta'". Il dirigente di questo movimento Ridvan-Malik Kadiov visito' Sarajevo gia' nel '91, dove fece visita ad una classe di scolari bulgari giunti a studiare presso gli Imam della Bosnia ("Muslimanski Glas" 1/3/1991, pg. 10).

    Un altro scenario assai delicato per i rapporti tra mondo ortodosso e mondo islamico nei Balcani e' quello macedone. Nella Repubblica ex-Jugoslava di Macedonia (FYROM) esiste una minoranza di lingua albanese, concentrata nelle zone occidentali, nel seno della quale pure negli ultimi 10 anni si e' sviluppata una tendenza irredentista-separatista che mette in pericolo il sistema multinazionale su cui si fonda questo piccolo Stato. Nel luglio 1997 ad esempio, mentre Ugljanin veniva arrestato in Serbia a causa di certe dichiarazioni di segno secessionista, a Tetovo e Gostivar si verificavano dimostrazioni ed incidenti con la polizia macedone. Due i problemi principali: quello della "Universita' parallela" di Tetovo, gestita dai nazionalisti panalbanesi con il sostegno di finanziatori occidentali (es: la Fondazione Soros), e quello della esposizione delle bandiere albanesi e - per l'appunto - turche sulle facciate dei municipi e di altre istituzioni locali. Al centro dello "scandalo delle bandiere" esposte a Gostivar fu ad esempio il sindaco Osmani, membro dell'ultradestra nazionalista di Xhaferri, che dovette scontare un anno e mezzo di prigione fino all'inizio del 1999. Merita attenzione il fatto che a questi settori e' andato in tutti questi anni il sostegno del Partito Transnazionale Radicale di Pannella, che ha organizzato campagne per la liberazione di Osmani, dunque contro il carattere multinazionale dello Stato macedone.

    Lo stesso dicasi per il Kosovo, dove dagli anni Ottanta, nonostante l'alto grado di autonomia della provincia nella RFSJ, sono riemerse le tendenze irredentiste. Dopo la abrogazione degli aspetti piu' politici di detta autonomia, alla vigilia dello scoppio del conflitto inter-jugoslavo, i settori panalbanesi guidati da Ibrahim Rugova, leader della "Lega Democratica del Kosovo", hanno iniziato a praticare il boicottaggio assoluto della vita politica e sociale jugoslava costruendo un sistema "parallelo" in tutte le attivita' - dalla sanita' all'istruzione - che ha configurato un vero e proprio "separatismo etnico". Questo sistema parallelo e' stato visto con apprezzamento in Occidente, anche dai settori "pacifisti" entusiasmati dal suo carattere non-violento, ed e' stato sostenuto con finanziamenti di vario tipo provenienti dall'estero, soprattutto Germania, Svizzera ed USA. Oltre alla lobby albanese-americana, merita menzione in particolare il "governo in esilio" di Bukoshi, con sede in Germania.

    Rugova e' stato piu' volte in Turchia, dove ha incontrato l'allora Presidente Özal che gli ha garantito il suo appoggio (Vecernje Novosti, 17/2/1992). E' curioso che da noi di Rugova si sia detto solamente che e' un "pacifista", mentre nessuno ha mai citato le sue dichiarazioni, piu' volte rilasciate agli organi di stampa stranieri, come lo zagrebino "Danas" (1992), secondo le quali l'ideale per il Kosovo e' uno status transitorio di protettorato internazionale, per poi unirsi all'Albania.

    La collaborazione politica e militare tra Turchia ed Albania e' nota da anni ormai. Lo scenario e' particolarmente preoccupante a causa dell'aggravarsi della situazione nel Kosmet, dove a partire dal 1997 si e' scatenata l'attivita' terroristica, gia' presente, dell'UCK ("Esercito di Liberazione del Kosovo"), sostenuto dalla lobby albanese negli USA (spec. la Albanian-American Civil League legata a J. Dioguardi e Bob Dole) attraverso la destra di Sali Berisha in Albania.
    Cristophe Chiclet rivela su "Le Monde Diplomatique" di gennaio 1999 che il nucleo fondatore dell'UCK fu costituito dal Movimento Popolare del Kosovo (LPK), una organizzazione apparentemente marxista-leninista in conflitto con le dirigenze della provincia autonoma del Kosovo, ai tempi di Tito, e con la leadership di Rugova successivamente.

    In effetti pero' il Movimento Popolare del Kosovo e' stato fondato nel 1982, nella citta' TURCA di IZMIR (Smirne). Non ci vuole molto a capire il perche'.

    Nel 1982 in Turchia governava una feroce cricca militarista-fascista che aveva effettuato un golpe due anni prima contro il legittimo governo socialdemocratico. Questa cricca era (e') specializzata nel reprimere i movimenti, i partiti e le organizzazioni di sinistra, comuniste, marxiste, leniniste, socialiste, rivoluzionarie e operaie dei popoli turchi, alawiti, kurdi, armeni e siriani.





    Poteva il governo militar-fascista di Ankara concedere graziosamente, al sedicente movimento "marxista-leninista" kosovaro, di indire il suo congresso di fondazione? Piu' realisticamente l'UCK deve essere visto come uno strumento della guerra a bassa intensita' contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, atto alla sua destabilizzazione.

    In questa organizzazione sono stati arruolati mercenari da svariati paesi islamici; nel 1998, nei giorni della caccia ad Osama Bin Laden, la CIA ha dovuto persino fare irruzione nella rappresentanza UCK a Tirana, in cerca di documenti.

    Tuttavia la strategia della tensione in Kosmet ha mostrato di non dare immediatamente i suoi frutti, pertanto nella seconda meta' del 1998 si e' andati ad un crescendo di minacce di bombardamenti contro la RF di Jugoslavia, fino al reale, brutale attacco del 24 marzo 1999, giustificato con la non accettazione da parte jugoslava dell'"accordo"-capestro di Rambouillet, che prevedeva la occupazione militare NATO nel Kosmet ed una consultazione popolare che avrebbe portato alla secessione della provincia nel giro di tre anni. Durante i bombardamenti i diplomatici USA (es. E. Luttwak alla trasmissione televisiva italiana "Pinocchio") hanno incominciato a dire apertamente che la loro cessazione e' condizionata alla rinunzia da parte jugoslava alla sovranita' sulla provincia. Ma il Kosmet, oltre ad essere il cuore storico-culturale della Serbia, e' anche ricco di materie prime e nelle sue centrali a carbone si produce una rilevante quantita' di energia elettrica, della quale deve viceversa usufruire tutta la popolazione della Repubblica Federale.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    La Turchia in Europa: un pericolo sottovalutato
    Bolzano 12-01-2000.

    L’allargamento dell’Unione Europea è ultimamente argomento molto dibattuto in considerazione del fatto che l’espansione dell’Unione comporterebbe mutamenti geopolitici tali da sconvolgere gli attuali, delicati equilibri.
    Molti paesi hanno fatto domanda di ingresso nell’Unione, alcuni appartenenti all’ex blocco comunista altri alla ex federazione jugoslava; in questa lista d’attesa notiamo però un' anomalia al tempo stesso inquietante e pericolosa: anche la Repubblica Turca ha richiesto l'ingresso nell’Unione e, a quanto pare, non sono pochi i sostenitori di questa candidatura. Per capire meglio la situazione bisogna però porsi due domande precise:

    perché la Turchia vuole entrare in Europa?
    la Turchia ha le caratteristiche necessarie al suo ingresso ed alla sua permanenza nella comunità?
    La prima domanda richiede una rapida digressione poiché, in primo luogo, non si può certo sorvolare sull’alleanza di ferro che lega il paese asiatico agli U.S.A. e sul fatto che, vista anche la sua strategica posizione geografica, rappresenta un prezioso alleato anche per la N.A.T.O. (si legga pure U.S.A.). Gli Stati Uniti infatti hanno ripetutamente dimostrato quanto sia per loro importante la collaborazione di Ankara per il mantenimento e l’espansione della loro influenza in Medio Oriente. Washington perciò è attualmente il maggior sponsor dell’ingresso della Turchia in Europa in quanto ciò gli conferirebbe notevole voce in capitolo nelle questioni interne comunitarie e gli garantirebbe il possesso di un cuneo di penetrazione nel bel mezzo di un'area fondamentale per il controlo degli equilibri geopolitici mondiali..
    Dando invece un rapido sguardo alle presunta europeicità della Turchia scopriamo subito che le caratteristiche sociali, economiche e politiche sono ben diverse da quelle comuni a tutti gli stati che aspirano all’ingresso nell’Unione. I diritti civili, politici e religiosi sono quotidianamente calpestati da un regime e da una società sempre in bilico tra dittatura militare ed integralismo islamico che in questo secolo, ma anche in quello precedente, ha fatto dell’uso sistematico del terrore l’unico metodo per mantenere saldamente il potere.
    Anche considerando gli aspetti sociali e religiosi osserviamo che l’abisso tra Turchia ed Europa è incolmabile e che le possibilità di incontro tra le due realtà sono assai limitate. La dimostrazione l’abbiamo in Germania dove la cospicua minoranza turca immigrata negli ultimi decenni è ancora decisamente poco integrata e spesso causa di tensioni sociali. Dobbiamo tenere conto che l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea porterebbe uno stravolgimento degli equilibri demografico-religiosi interni quali solo ottanta milioni di cittadini musulmani potrebbe creare, arrivando al paradosso che, nella Comunità Europea, tradizionalmente cristiana, la nazione più popolosa sarebbe l’unica musulmana ed extraeuropea. Sintetizzando e tralasciando ogni aspetto di carattere economico, riguardo ai quali le pregiudiziali restano notevoli, i grandi scogli che si oppongono all’ingresso turco nell’unione sono almeno tre:
    il riconoscimento del genocidio armeno:dopo aver subito, nell'ultima fase di vita dell'Impero Ottomano, ogni sorta di angheria e maltrattamenti (nel 1880 vengono uccisi più di 300.000 armeni durante le rivolte irredentiste) con la presa del potere della giunta dei Giovani Turchi, avvenuta nel 1908, dal 1915 prende il via l'ultima e più cruenta fase del genocidio del popolo armeno da millenni stanziati nelle regioni nord orientali della Turchia e, più recentemente ma in gran numero, anche nella città di Costantinopoli. Più di 1.500.000 di vittime cadranno in maniera atroce per mano del Governo Turco.Durante l’estate del 1998 al parlamento italiano venne dalla proposto dall'On. Giancarlo Pagliarini della Lega Nord un documento che affermava il riconoscimento del genocidio degli armeni da parte del nostro governo: solo145 parlamentari lo hanno sottoscritto e nessun media ne ha dato notizia. Con tutta probabilità non fu mai neppure consegnato alle autorità turche ed insabbiato poco dopo. Recentemente, dopo la presa di posizione del Comune di Roma, il documento è stato riproposto ma ancora non si ha notizia della sua discussione in aula. Nel maggio dello stesso anno l’Assemblea Nazionale francese (1) ha approvato all’unanimità un atto in cui si recitava testualmente “la Francia riconosce pubblicamente il genocidio degli armeni del 1915”. Il governo turco ha risposto nel suo classico stile affermando che il genocidio è una farsa propagandistica e le vittime della repressione furono solo 300.000 (come se ciò rappresentasse una giustificazione). A ciò seguì addirittura la minaccia di un embargo economico contro la Francia e di un serio deterioramento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi (con buona pace delle forniture di elicotteri e di attrezzature militari) (2). Anche in questo caso l'iniziativa venne prontamente insabbiata. Sarebbe scandaloso se la Comunità accogliesse al suo interno un paese che, dopo aver commesso tali crimini, non ha neppure il coraggio di fare pubblica ammenda.









    Fig.1 tratta da "Il Corriere della Sera" di domenica 31 maggio 1998. Fig.2 tratta da "La Padania".

    il ritiro delle forze di invasione a Cipro nord: in quest’isola decine di chilometri di filo spinato e mattoni dividono in due l’isola separando le repubbliche greco-cipriota e quella turco-ciprota. Tutto ciò è frutto dell’invasione turca del 1974 che causò 5.000 vittime e lo sfollamento di 200.000 profughi dalla parte settentrionale, invasa, a quella meridionale rimasta libera. Nonostante la risoluzione 353 dell’O.N.U. condanni l’aggressione e la definisca priva di ogni fondamento giuridico nel 1983 i turchi arrivarono addirittura a proclamare Repubblica Turca di Cipro Nord. Durante l’occupazione, inoltre, viene attuato un piano di turchizzazione forzata delle aree grecofone con lo spostamento in massa di interi villaggi dagli altopiani dell’Anatolia centrale e, per meglio rimarcare le proprie intenzioni, il governo turco procede alla posa di filo spinato e mura per decine di chilometri. Come se non bastasse, grazie all’appoggio ricevuto da Stati Uniti e Comunità Europea, i turchi aumentano le proprie ambizioni ed arrivano ad issare la propria bandiera sull’isola greca di Imia ed avanzano pretese di possesso sulle isole del Dodecaneso. L’unica iniziativa europea riguardante la questione consiste nel far pressione sulla Grecia affinchè non risponde alle provocazioni. Anche per questi motivi la candidatura turca all’ingresso nella comunità dovrebbe perlomeno essere prorogata fino a quando non verranno meno gli atteggiamenti aggressivi ed espansionistici della repubblica asiatica e non avverrà il ritiro totale ed incondizionato dall’isola di Cipro.



    La linea di confine tra la repubblica turco-cipriota e quella greco cipriota

    il rispetto delle minoranze interne ed in particolar modo della questione curda: il nazionalismo fanatico turco, dopo essersi abbattuto sul popolo armeno, si è sfogato contro un’altra minoranza etnica stanziata all’interno dei suoi confini: quella curda. Già nel secolo scorso i curdi erano stati oggetto della politica repressiva dell'impero e, dopo aver subito pesanti angherie durante tutto il secolo, attualmente si vedono negata dalle autorità turche la propria stessa esistenza in quanto vengono considerati semplicemente turchi di montagna permettendo così al governo centralista di applicare la sistematica distruzione della particolare cultura curda impedendone l’uso della lingua, dei costumi tradizionali e delle tradizioni nel tentativo di omologare questo popolo al resto della popolazione turca. L’attuale conflitto in corso nel Kurdistan turco non è altro che la naturale conseguenza di decenni di spietata repressione che comunque non accenna assolutamente a diminuire.Anche in questo caso l’Europa ha dimostrato una volta di più la propria debolezza politica e la soggezione cronica ai diktat statunitensi e sembra non dare il minimo peso politico alla repressione perpetrata dalla Turchia ai danni del popolo turco.
    Note:
    1: in Francia risiede una consistente minoranza armena, circa 300.000 persone, giunte qui durante la diaspora causata dal genocidio.
    2: confronta con Il Corriere Della Sera domenica 31 maggio 1998 pag. 10.
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    Spacciatori di armi

    Achille Lodovisi

    (Osservatorio dell'Emilia Romagna sull'industria e la produzione militare)


    Liberazione 18 marzo 1999

    La Turchia è uno dei principali clienti dell'industria bellica italiana ed americana e punto di riferimento per la globalizzazione e il decentramento della produzione di nuove armi più adatte ad affrontare le guerre di bassa intensità sparse per il pianeta. Per Ankara una corsa agli armamenti che dura dagli anni '80. La nuova pericolosa alleanza con Israele e il ruolo destabilizzante in Medio Oriente.

    La Turchia è tra i maggiori paesi importatori di armamenti: è al terzo posto nel mondo per quanto riguarda l'importazione di grandi sistemi d'arma nel periodo che va dal '90 al '97, per un totale di oltre 10 miliardi di dollari. Per grandi sistemi d'arma si intende ovviamente la piattaforma armata di tutto punto, l'elicottero completo d'armamento, la nave completa d'armamento, il carroarmato o l'aereo. Sono inoltre tra i principali clienti degli Stati Uniti. L'agenzia del governo degli Stati Uniti d'America Agda ha fornito qualche settimana fa alcuni dati, relativi al periodo '90-'96: la Turchia compare tra i primi dieci importatori mondiali di armi e attrezzature dal paese a stelle e a strisce. È un dato più significativo del precedente perché tiene conto anche dei pezzi di ricambio, delle attrezzature delle piccole armi e delle munizioni. Va considerato che se nei primi posti della graduatoria figurano paesi come il Giappone, la Gran Bretagna, la Germania, il cui interscambio in questo settore è legato anche ai rapporti che ci sono all'interno dell'Alleanza atlantica, seguiti dall'Arabia Saudita, che paga per la guerra del Golfo una bolletta di 63 miliardi di dollari di importazione di armamenti, subito dopo ci sono l'Egitto e la Turchia. Non a caso i paesi cardine della strategia statunitense nel Medio Oriente e nel Golfo Persico.

    Cliente degli Usa

    La Turchia, dall'80 all'89 era beneficiaria di sovvenzioni da parte degli Usa. In altre parole il contribuente americano pagava per le esportazioni di armi americane al paese asiatico. Il governo turco riceveva come sovvenzione questi armamenti. Questo fino all'87. Poi dopo la fine della guerra fredda, la Nato si è data una strategia, l'importazione è cresciuta, le sovvenzioni sono calate, mentre sono aumentati i prestiti commerciali che devono essere pagati. Insomma non regala più niente a nessuno. Fino al'96 questa tendenza è stata confermata, addirittura dal '93 in poi le sovvenzioni sono scomparse, mentre il livello di acquisizione degli armamenti è rimasto alto. Questa è la dimostrazione che la Turchia è uno dei nodi mondiali del processo di globalizzazione dell'industria degli armamenti. Un esempio? Il Pentagono chiede ora armi più efficaci per i nuovi scenari (Bosnia, Somalia, etc). L'armamentario progettato per la guerra fredda aveva come scontro quello tra truppe regolari, nelle guerre a bassa intensità questo scontro rappresenta una parte marginale degli scenari. Per questo sono nate nuove alleanze tra le grandi aziende del settore. Intorno a questo progetto, è sorto un decentramento: in Turchia, e qui arriviamo al punto, si stanno cominciando a fabbricare anche attrezzature elettroniche sofisticate che poi magari saranno assemblata negli Usa per tornare in Turchia sotto forma di acquisto del sistema d'arma da parte del governo turco. Quindi decentramento e globalizzazione della produzione.

    In questo contesto non vanno dimenticati i due accordi di collaborazione militare siglati tra Turchia e Israele. Esiste già uno scambio di ufficiali, di mezzi, perché da più parti è stata segnalata la presenza di attrezzature israeliane al confine con l'Iraq. Si dice anche che l'ultima offensiva delle truppe turche nel Kurdistan iracheno sia stata preparata dai servizi di informazione e di ricognizione israeliana. Questa alleanza tra Turchia e Israele, secondo quanto ha affermato il ministro della difesa degli Emirati Arabi Uniti nel corso della Idex, che è un esposizione di armamenti nel Golfo Persico, sta cambiando il quadro geopolitica dell'intero medio oriente, perché paesi come la Siria, il Libano, la Giordania, attualmente l'Iran e l'Iraq, la percepiscono come manovra di accerchiamento.

    Il mercato italiano

    Veniamo ora allo scenario italo-turco. Sono state autorizzate esportazioni alla Turchia per 427 miliardi di lire correnti. Se da questa graduatoria si estrapolano Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Germania, che sono paesi alleati e con i quali l'industria militare italiana intrattiene dei rapporti di coproduzione, la Turchia figura al quarto posto dopo Arabia Saudita, Malesia e Repubblica Ceca. Va ricordato comunque che la posizione di preminenza dell'Arabia è dovuta essenzialmente all'unico contratto al quale ha partecipato l'industria italiana dopo la guerra del Golfo cioè la fornitura dei Tornado. Se analizziamo allo stesso modo il ruolo della Malesia, questa occupa questa posizione perché sono state vendute le corvette che erano destinate all'Iraq, per 416 miliardi di lire. La Repubblica Ceca inoltre ha deciso di congelare il programma di aggiornamento dei T72 russi e dunque anche l'acquisto di materiale dall'Italia sarà ridimensionato. Insomma se togliamo questi paesi resta un fatto evidente che la Turchia è il paese che costantemente occupa una posizione di grande esportazione almeno nel portafoglio ordine dell'industria militare italiana. Non sono contratti episodici, c'è una costanza.

    La corsa agli armamenti di Ankara è funzionale a un processo di ristrutturazione delle stesse forze armate turche che è in atto dalla fine degli anni '80, da quando cioè era chiaro il tracollo del Patto di Varsavia, quindi si stava già delineando l'attuale strategia della Nato. Tra i maggiori fornitori di armi al regime di Ankara c'è, oltre agli Stati Uniti, la Germania e l'Italia, anche la Russia. Non deve meravigliare questo fatto. Lo stato maggiore turco ha sempre giocato su tre tavoli per l'approvvigionamento di armi: il tavolo degli Stati Uniti, quello europeo e appunto quello russo. Nel caso in cui insorgano difficoltà su un tavolo o sull'altro, o su due di questi tre, ovviamente si fa ricorso alla terza alternativa e la Russia in più occasioni ha offerto la sua disponibilità.

    In media tra il 1983 e il 1987 la Turchia ha importato armi per 724 milioni di dollari in media. Successivamente questa media è più che raddoppiata. Va anche ricordato che con la fine della guerra fredda e in base agli accordi sul controllo delle forze convenzionali in Europa siglate a Parigi nel '90, una grande quantità di armamenti è stata ridislocata proprio in quest'area. Sono spaventose le cifre relative alla Grecia perché più o meno si equivalgono a quelle della Turchia. E la Nato è stata tenuta assieme, evitandone la crisi, foraggiando la corsa agli armamenti ad entrambi. Se la Turchia aveva ricevuto 100 carriarmati di un certo tipo, per tenere buoni i greci si regalavano 100 carriarmati di tipo analogo. È una politica che si commenta da sola. Ankara spenderà da qui al 2020, 150 miliardi di dollari. Una cifra che equivale a circa quattro volte il giro di affari annuo di tutto il mercato mondiale degli armamenti. Consideriamo che il commercio mondiale delle armi nel mondo assomma ogni anno a 40 miliardi di dollari.

    Dietro queste cifre impressionanti è d'obbligo un interrogativo. Come farà la Turchia a pagare questa cifra enorme? La popolazione turca sta perdendo anche quelle minime condizioni di vita decente che aveva acquisito negli ultimi decenni. Si sta impoverendo come sta succedendo in Sudamerica. L'inflazione è sull'80%. Il debito estero della Turchia è di ben 70-80 milioni di dollari.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Rintengo il dibattito aperto da Gundam molto interessante e strettamente attuale.
    Come dovremo muoverci noi etnonazionalisti leghisti se la Turchia entrasse in Europa?
    A voi la risposta.
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