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Discussione: Lo zio di carbonass

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    Talking Lo zio di carconass

    Ezzelino III da Romano (1194-1259)

    di Federico Messana

    La storia, fino al XII secolo, aveva menzionato personaggi grandi per valore militare o perversi per ambizioni sfrenate, e fra essi venivano annoverate nature miti o violente, cattive e generose; ma in pochi di essi la cattiveria diventava malvagità, la violenza ferocia, la freddezza cinismo rivoltante. La dedizione ad atti violenti di sangue non era lo scopo immediato delle loro azioni, ma il mezzo per giungere ai fini prefissati. Pur tuttavia potevano definirsi "uomini" non belve. In mezzo alla loro vita agitata e travagliata brillava qualche raggio d’amore, un pensiero d’affetto e di pietà, un sia pur minimo pentimento. Ma Ezzelino III da Romano, stando alle cronache, non fu uomo ma belva, mai ebbe pietà, neppure di sé stesso, mai provò amore, mai conobbe pentimento! Ma solo bestiale libidine di sangue, lieto di trovarsi sempre intorno vittime rantolanti ad implorare una pietà mai concessa.

    Quando il padre, Ezzelino II s’era ritirato a vita monastica, aveva lasciato al figlio Alberico i feudi di Treviso, ed all’altro figlio Ezzelino III, i castelli tra Verona e Padova. Ad entrambi l’Imperatore Federico II nel 1232 aveva accordato una particolare protezione. Ezzelino era stato più fortunato ed astuto del fratello ch’era stato costretto dai padovani a passare dalla parte guelfa. Infatti nel 1235 riuscì a farsi nominare dal Senato podestà, col titolo di capitano del popolo. E per meglio difendersi dalle rappresaglie dei guelfi, convinse Federico II a mettere in città un presidio di militari ed a farsi nominare comandante. Il 16 agosto del 1236, Ezzelino convinse Federico, che si trovava in Germania, a scendere in Italia: cosa che puntualmente fece passando per le vallate di Trento unendosi alle forze di Cremona, Parma, Modena e Reggio, e mettendo a ferro e a fuoco i dintorni di Mantova, Brescia e Vicenza. Dopo di che se ne tornò in Germania per regolare i conti col duca d’Austria, lasciando il comando ad Ezzelino. In quei frangenti il marchese d’Este s’era pacificato con Federico e con Ezzelino. Nel 1236 ebbe in moglie Selvaggia, figlia naturale di Federico (o forse cugina di Bianca Lancia, sua amante e madre di Manfredi), al quale garantiva aperta la via importantissima della Val d’Adige. Ezzelino intanto, giuocando d’astuzia, s’impossessò di Padova, costringendo alla fuga i più potenti cittadini, demolendo le loro case, e facendo nominare podestà un suo amico, un certo conte di Teatino, napoletano. Riaccesasi la lotta col marchese d’Este, Ezzelino gli tolse ogni dominio e lo costrinse a ritirarsi in Rovigo. Federico però cercò di rappacificarli, facendo celebrare le nozze tra Rinaldo, figlio del marchese d’Este, con Adelaide, figlia di Alberico. Ma morto Gregorio IX e partito Federico, Ezzelino iniziò la sua opera di conquista. Assalì i castelli del Brenta, s’impossessò dei territori del marchese d’Este, attaccò il castello di S. Bonifacio, occupò le terre di Treviso, benché fossero del fratello, sottomise Feltre e Belluno, divenendo "signore" di tutti i paesi posti tra le Alpi di Trento e l’Oglio. Non esitava ad uccidere i nemici, ne confiscava i beni, demoliva le loro case. Ad ogni minimo sospetto di cospirazione applicava terribili torture, riempiendo le prigioni di prigionieri.

    A tanta ferocia si oppose papa Innocenzo IV che lo scomunicò (1254) e bandì una crociata, incitando i vescovi e le città di Lombardia, Emilia e Marca Trevigiana. Ezzelino, fiutata la tempesta, si riconciliò col fratello che governava ancora Treviso, e strinse alleanza con Oberto Pelavicino e Buoso di Doaro. Quindi assalì Padova, che resistete, ma entrò a Brescia che macchiò di sangue e ne divenne padrone assoluto. A questo punto, il Pelavicino e Buoso di Doara lo abbandonarono unendosi alla lega dei crociati, l’undici giugno del 1259. Ma Ezzelino assale il castello di Priola, vicino Vicenza, e fa mutilare quanti vi s’erano rifugiati. Quindi marcia verso Milano! I milanesi, condotti da Martino della Torre, cercano d’aggirarlo, ma questi attraversa l’Oglio e l’Adda ed attacca Monza. Respinto, attacca il castello di Trezzo, s’impossessa di Cassano. Ferito ad un piede, fugge verso Bergamo, dove finalmente viene vinto e catturato.



    Uno storico così descrive la sua fine: "Condotto nella tenda di Buoso di Doara, cupo, minaccioso, ristretto in sé stesso, metteva spavento nei circostanti coll’immobilità dello sguardo inclinato, uno sguardo feroce, in un più feroce silenzio. Vedendolo in tanta miseria, gli mandarono medici perché ne prendessero cura. Ma egli strappa furiosamente le bende delle piaghe e dopo undici giorni di orribile agonia, trasportato a Soncino, ivi rende lo spirito ed ivi le esecrate ceneri hanno in terra riposo". Era il 27 settembre del 1259. Così volle morire colla stessa feroce ostinazione con cui aveva in un sol giorno fatto trucidare diecimila padovani.

    Ritratto di Ezzelino III da Romano.

    Suo fratello Alberico fu costretto alla resa nel suo castello il 25 agosto del 1260 e, dopo avere assistito all’uccisione dei suoi figli e delle sue figlie, fu attaccato alla coda d’un cavallo.

    Dice di lui Salimbene: "Hic plus quam diabolus timebatur…. Nec Nero in crudelitatibus simils ei, nec Domizianus, nec Decius, nec Dioclezianus, qui, fuerunt maximis in tyrannis".

    La madre di Ezzelino, che si reputava una maga, aveva predetto al figlio che la sua fortuna sarebbe venuta meno "in Axanum". Cosicché Ezzelino si tenne sempre lontano da Bassano veneto. Ma quando nel settembre del 1259 si trovò a mal partito, saputo che si trovava vicino Cassano, esclamò: "Heu Caxan Axan Baxan! Hoc lethum michi, Fatale dixit mater; hic finem fore!".

    Le cronache descrivono Ezzelino da Romano come piccolo, sprezzante, lo sguardo terribile, mentre la storia lo ha bollato col titolo di "feroce"; le leggende popolari lo raffigurano come l’Anticristo, anche se, appunto, leggendarie sono molte delle nefandezze attribuitegli.

    Nel 1237 lo troviamo nella battaglia di Cortenova, a fianco dell’Imperatore. Terrificante all’aspetto, impetuoso in battaglia, crudele e violento coi nemici, la sua presenza sul campo contribuì non poco a moltiplicare il coraggio e l’entusiasmo dei soldati.

    Ezzelino, in conclusione, fu un terrificante personaggio che era sempre meglio avere dalla propria parte.

    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Ezzelino III da Romano, signore della Marca Trevigiana dal 1223 al 1259, fu di parte ghibellina ed acceso sostenitore di Federico II, con il cui appoggio riuscì ad estendere il suo dominio a Vicenza, Bassano, Verona e Padova.
    Il sostegno incondizionato di Ezzelino era, tuttavia, necessario anche all'imperatore, che volle legarlo a sè con un vincolo di parentela, offrendogli in moglie Selvaggia, la figlia naturale avuta probabilmente dalla piemontese Bianca Lancia.

    Ezzelino, infatti, aveva il pieno controllo di Verona, città-chiave per ogni impresa militare nel territorio lombardo e posta in un punto strategico della vallata dell'Adige, principale via di comunicazione fra l'Italia ed il sud della Germania.

    Quando nel 1254 Innocenzo IV lo scomunicò, accusandolo di eresia, come già era accaduto per altri signori di parte ghibellina, ed indisse da Venezia una crociata per abbatterlo, "l'invito venne accolto con entusiasmo dalle borghesie municipali e dalla nobiltà minore: egli era ormai diventato il simbolo vivente della corruzione, un tiranno che aveva prestato man forte agli Hohenstaufen e soffocato le libertà civiche. I suoi avversari sventolavano la bandiera della difesa della città-stato contro l'insidiosa inclinazione al dispotismo nell'Italia del Nord."(David Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Einaudi 1990, pag. 246)

    Nel 1259 a Cassano d'Adda una lega di Comuni guelfi diede battaglia alle truppe trevigiane e riuscì a prendere prigioniero Ezzelino, che morì poco dopo rifiutando di farsi curare le ferite subite.

    La propaganda guelfa, con l'ampio consenso del papa, lo dipingeva come efferato tiranno, attribuendogli anche un'origine demoniaca, che tuttavia Dante rifiuta esplicitamente nell'incontro con Cunizza da Romano (Pd.), sorella di Ezzelino:


    Pd. IX, 24-32
    In quella parte della terra prava
    italica che siede tra Rialto
    e le fontane di Brenta e di Piava,

    Questa terzina identifica approssimativamente il territorio della Marca Trevigiana che si collocava fra il territorio della Repubblica Veneziana (Rialto, la più grande delle isole su cui sorge Venezia), le Alpi della Valsugana e le Alpi Carniche.

    si leva un colle, e non surge molt'alto,

    E' il colle di Romano, a 4 Km. da Bassano del Grappa, sul quale sorge il castello di famiglia degli Ezzelini.

    là onde scese già una facella
    che fece alla contrada un grande assalto.

    La "facella" è Ezzelino.
    Il termine "fax" = "fiaccola incendiaria", già in latino era una metafora consueta per raffigurare una persona che porta rovina e distruzione. Pietro di Dante ricorda, nel suo commento, una leggenda, molto nota nel Trecento, che narra come la madre di Ezzelino, poco prima di partorire, sognò di dare alla luce una fiaccola che ardeva tutta la Marca Trevigiana.

    D'una radice nacqui e io ed ella:
    Cunizza fui chiamata ...

    Ezzelino II e Adelaide degli Alberti di Mangona ebbero tre figli: Ezzelino III, primogenito ed erede della famiglia, Alberico, signore di Treviso, e Cunizza.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    UN CASATO TRA STORIA E LEGGENDA
    Personaggio di spicco dell’omonimo casato, Ezzelino da Romano entrò nell’immaginario collettivo per le crudeltà che gli vennero attribuite. Ma fu anche uomo di cultura e arte: alla sua corte erano di casa scienziati e poeti come testimoniano i codici miniati e gli affreschi in esposizione a Bassano del Grappa.



    Storia e leggenda, in un alone d’intensi e drammatici chiaroscuri, hanno da sempre circondato il casato degli Ezzelini, i più potenti signori della Marca Trevigiano-Veronese, in quell’arco di Medio Evo tra il XII° secolo e la metà del XIII°, travagliato dalle lotte tra Papato e Impero.


    Il personaggio più importante della famiglia fu indubbiamente Ezzelino III da Romano, che fu anche quello più odiato dai numerosi avversari politici, sia per le sue grandi capacità strategiche in guerra, sia per la raffinatissima cultura.

    La recente prestigiosa mostra Ezzelini - Signori della Marca nel cuore dell’Impero di Federico II, allestita nelle sale del Palazzo Bonaguro a Bassano del Grappa, curata da Carlo Bertelli e Giovanni Marcadella e ampiamente illustrata nel catalogo Skira, oltre a ricostruire le vicende di una potente casata, vuole essere un coinvolgente viaggio - attraverso codici miniati, affreschi, sculture lignee e documentazioni sulla vita di corte - nella cultura e nel clima di un’epoca che ha visto il passaggio dall’età feudale a quella dei Comuni e lo scontro epocale tra Chiesa e Impero, di cui furono grandi protagonisti lo stesso Ezzelino III e l’Imperatore Federico II.



    Una vita movimentata

    Ezzelino III, dopo una iniziale alleanza con i Comuni, passò dalla parte dell’Imperatore Federico II che aveva stabilito a Cremona la sua base per una serie d’imprese volte al consolidamento della corona imperiale, e gli fu di valido aiuto nell’annientamento dei comuni ribelli dell’Italia settentrionale. Successivamente fu lo stesso imperatore che, da Cremona ove si trovava, gli andò in aiuto per riconquistare Verona, in precedenza perduta.

    Ezzelino divenne così nell’Alta Italia l’alter ego di Federico II, col quale si era anche imparentato per averne sposato la figlia Selvaggia, riuscendo ad estendere i suoi domini in molti territori della Valle padana.

    Nell’immaginario popolare Ezzelino, anche nell’aspetto esteriore, era considerato un tiranno diabolico per la crudeltà usata contro i nemici, tanto che Dante Alighieri stesso nel XII canto dell’Inferno lo colloca in una palude di sangue bollente insieme con altri tiranni che “dier nel sangue e nell’aver di piglio”, e dicendo di lui “quella fronte che ha ‘l pel così nero è Azzolino”.

    Tuttavia, secondo alcuni storici, le crudeltà attribuite ad Azzolino furono volutamente ampliate dall’odio sconfinato dei suoi denigratori, perché egli oltre ad essere un grande sulla scena politica e militare, fu anche uomo amante della cultura e dell’arte. Infatti alla sua corte venivano accolti scienziati, astrologi, musici e poeti, come testimonia lo splendido affresco duecentesco, scoperto solo alcuni anni fa in una casa ezzeliniana di Bassano del Grappa, che raffigura Federico II e l’Imperatrice Isabella al centro di una scena di poesia cortese.



    Una morte ingloriosa

    Dopo la morte di Federico II nel 1250, Ezzelino, privo dell’appoggio imperiale e colpito da scomunica nel 1254, fu attaccato da Venezia, Bologna, Mantova e dagli Estensi. Catturato a Cassano il 16 settembre 1259 già ferito, si lasciò morire dissanguato nel Castello di Soncino ove era stato rinchiuso. Fu seppellito senza onori religiosi in un luogo segreto di cui non si è avuto mai notizia precisa. Tuttavia, secondo il pensiero di alcuni storici e del grande pittore e incisore cremonese Antonio Campi, probabilmente fu murato tra le stesse mura della torre. Fatto è che ogni mercoledì dalla torre di Soncino qualche rintocco di campana ricorda l’inquieto personaggio così drammaticamente scomparso.

    Dopo la morte, i tanti avversari politici vollero cancellare ogni traccia del suo operato, distruggendo e incendiando i suoi castelli e confiscandone i beni. Anche il fratello Alberico e i suoi familiari furono massacrati in un’orribile carneficina pubblica. Fu così distrutto il seme stesso della stirpe.

    Giovanna Turchi Vismara
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Onore a Ezzelino III da Romano (1° Parte)

    Il 26 dicembre del 1194 nasceva nel Pedemonte veneto Ezzelino III da Romano, nello stesso anno in cui veniva alla luce a Jesi, il 25 aprile, l’imperatore Federico II, lo "Stupor mundi", che dovrebbe essere stato festeggiato in Sicilia ed in Puglia, sotto gli auspici di un "Comitato nazionale per le celebrazioni dell’VIII centenario della nascita" ; in quelle terre comunque il nome di Federico II non è mai stato cancellato dalla memoria collettiva : chi scrive lo sa perché lo ha riscontrato in loco .

    Altra cosa nel Veneto per Ezzelino, dove il partito guelfo che dopo la caduta del "tiranno" non ha mai cessato di dominare la vita politica e civile, ha demonizzato la sua figura, come solo è stato fatto, più recentemente, con A.Hitler. Anche dopo la disgregazione del potente partito cattolico italiano c’è solo il silenzio più assoluto che ha il cupo significato di volerne perpetuare la condanna.

    Eppure Jakob Burkhardt ci ha lasciato scritto : "Federico II ed Ezzelino rimangono per l’Italia le due più grandi figure politiche del XII secolo." ("La civiltà del Rinascimento in Italia")

    Solo alcuni storici veneti come Mario Rapisarda, Giusto Geremia e Giorgio Cracco ne hanno tentato una riabilitazione, analizzando criticamente gli scritti dei suoi detrattori guelfi, giacchè tutto il materiale che attestava le attività di Ezzelino è stato distrutto : i suoi discorsi, i documenti e le lettere bruciati o buttati nei fiumi, così gli statuti, le disposizioni e le raccolte di leggi. Oggi Egli va visto come l’antesignano del risveglio etnico dei Veneti, essendogli stato riconosciuto il merito di "costruttore cosciente di un progetto politico "esteso a tutta la regione nei suoi confini storici che arrivavano fino a Brescia e Bergamo, per conquistare i quali perse la sua ultima battaglia e la vita. Da questa valutazione dovrebbe iniziare una nuova fase di interpretazione storica del personaggio, partendo dallo9 smascheramento della falsificazione perpetrata per sette secoli dal Vaticano , da gran parte della Chiesa e dalla fazione guelfa che, dalla sua distruzione fisica e morale ne ha tratto quei vantaggi che hanno permesso ai suoi eredi di avere il potere nella terra veneta, fino ai nostri giorni.

    Per inquadrare la figura di Ezzelino bisogna por mente a quanto era avvenuto in Italia, dopo la caduta del Regno Longobardo ed alla situazione del momento che vedeva prevalere la potenza guelfa, malgrado il valore ideale della concezione imperiale.

    Su "Noi, Celti e Longobardi" scrivevamo : "In conclusione, i termini della contesa furono quelli tra uno Stato clericale ed uno laico, tra uno Stato accentratore ed uno federale, tra una legge ed una amministrazione levantina ed una europea, tra una Italia borghese e mercantile ed una contadina(...)"

    La Chiesa cattolica era riuscita, con il pontificato di Ildebrando da Soana : Gregorio VII che per ironia della sorte era di ascendenza longobarda, a porre delle solide basi per ottenere, oltre alla potenza spirituale, anche quella temporale sui territori che furono dell ’ Impero romano. Ciò fu raggiunto con l’utilizzazione di quel falso conclamato che era la c.d. "donazione di Costantino", secondo la quale l’imperatore morente avrebbe deposto l’atto sulla tomba di S.Pietro, conferendo ai successori di Pietro la potestà temporale su tutti i territori dell’Impero. Oltre a ciò venne sancito che il Papa poteva sciogliere dall’obbligo della fedeltà i sudditi dai Principi e dallo stesso Imperatore con l’arma della scomunica ; pure al Papa spettava la nomina dei Vescovi, cosa contro la quale lottarono invano gli Staufened il partito ghibellino . Il Cattolicesimo fu potente alleato dell’ideologia guelfa, nata dalla tendenza teocratica papalina anmtiimperiale, fautrice di un sistema statalista accentratore, nemico delle minoranze e delle autonomie locali, tendenza che resta attuale anche oggi.

    Se ben guardiamo al sogno politico di Ezzelino scopriamo che Egli, consapevole della sua origine longobarda, lottò fino alla morte per ribadire le conseguenze della disfatta della sua gente.

    Vediamo come.

    Fu tacciato da eretico e scomunicato dal Vaticano che si era accorto di trovarsi di fronte un avversario che, se fosse riuscito ad ingrandire troppo il suo potere, sarebbe stato ancora più temibile di Federico II e del suo avo Barbarossa ; in effetti Ezzelino superò in accortezza gli Staufen che combattevano le eresie, proteggendo invece gli eretici e servendosi di loro per scalzare il potere della curia romana fra le masse. Mai Egli avrebbe consegnato un Arnaldo da Brescia nelle mani del Papa, come fece Federico Barbarossa, ma se ne sarebbe servito sino a farne un antipapa, col carisma rivoluzionario che aveva e con l’entusiastico consenso popolare. Anche Federico II continuò nell’errore di vedere nelle eresie un delitto contro la maestà imperiale e a perseguirle di conseguenza.

    Ezzelino sapeva che il Veneto era, ab antiquo, terra di eresie : anche il Vescovo di Verona, la città più importante della terraferma, aveva a suo tempo aderito allo Scisma dei Tre Capitoli che si era esteso dal Patriarcato di Aquileia a tutto il Veneto, fino a tutto il VII secolo.

    Come nella Toscana ove i castelli ed i borghi abitati dai "lambardi", divenuto "masnadieri", dopo la sconfitta della loro nazione , erano covi di eretici, così anche il Veneto pullulava di Catari, fedelissimi al partito imperiale ; Vicenza, per volere di Ezzelino, diventò un asilo di eretici, come Venezia che, pur ostile al progetto ezzeliniano di uno Stato Veneto, proteggeva molti eretici dall’Inquisizione vaticana.



    Nella lotta fra i nascenti Comuni e gli Istituti feudali , Ezzelino lottò per la supremazia del mondo rurale su quello urbano ; vedeva, a ragione, il formarsi, nelle città - stato, dei germi dell’accentramento, mercantilismo, corruzione,, rammollimento dei costumi, col corollario delle lotte tra le fazioni, congiure e intrighi di palazzo che portarono al particolarismo delle Signorie, vere satrapie da cui è nato il mai sopito totalitarismo degli italiani.

    Combatté perciò con ogni mezzo l’urbanesimo, cercando di radicare alle tradizioni di arcaica democrazia le assemblee dei vicini : le Vicinie che derivavano dalle Arimannie (comunità di uomini liberi portatori d’armi) ; esse caratterizzavano le antiche comunità dei piccoli borghi rurali e sancivano le effettive libertà locali. La rivoluzione di Ezzelino consisteva nel fatto che, dopo avere constatato l’impossibilità di smantellare le istituzioni cittadinne, si sforzò di impedirne l’occupazione da parte dei nuovi potentati della nobiltà guelfa e dei ceti mercantili arricchiti, formanti la prima borghesia, favorendo invece il popolo minuto costituito in gran parte da rustici inurbati , presso i quali era ancor viva la tradizione della civiltà contadina. Così, durante il periodo ezzeliniano, troviamo Padova divisa in 20 Vicinie cittadine con propri consigli di quartiere, analogamente alle altre città della Marca : Verona, Vicenza, Padova, Bassano, Treviso, Feltre e Belluno, ove il massimo consenso gli veniva dai maestri o "maistri" (ted."Meister") : titolari di botteghe artigiane . A Padova su 1941 cittadini maschi censiti, ben 926 esercitano mestieri riconosciuti, tra cui 207 "maistri" ; nel 1254 circa un terzo del consiglio comunale risulta essere iscritto alla corporazione o gilda degli artigiani.Altri funzionari molto sostenuti da Ezzelino erano i "saltari", incaricati della vigilanza dei boschi e dei pascoli comuni, oltre che dei campi coltivati, corsi d’acqua, strade rurali : queste guardie campestri istituite dai Longobardi, erano dei veri operatori ecologici ante litteram e sopravvissero nel Sudtirolo fino al

    1918 .

    A fianco di Ezzelino erano schierati pure gli uomini di legge : giudici e notai ; sempre nel 1254 a Padova, i notai membri del Consiglio Generale, formato da 665 membri, sono una sessantina, ossia quasi il 10% del totale.

    E’ anche noto che l’Università di Padova contava i più valenti docenti medici dell’epoca, chiamati da Ezzelino da ogni parte, come il famoso chirurgo Guglielmo di Saliceto, chiamato all’Università di Parigi, che gli rimase fedele fino alla fine ed accorse per curarlo in Lombardia dove il ferito morì prima del suo arrivo .

    Studenti e professori convenivano a Padova da tutta Europa , fin dalla lontana Polonia.

    Solo contro gli usurai Ezzelino usò la mano pesante ed il terrore che incutevano le sue prigioni ed i suoi masnadieri, contribuirono a liberare le città venete da simile flagello.

    Alla guida delle città conquistate Ezzelino, memore degli insegnamenti paterni, cercava di insediare persone della famiglia o comunque fedeli all’ideale ghibellino : il nonno Ezzelino il Balbo era stato borgomastro di Treviso nel 1190, il padre detto "il Monaco" lo era stato di Vicenza nel 1210, il fratello Alberico a Vicenza e Treviso, Lui stesso per tre volte borgomastro a Verona, mentre per Padova favorì il nipote Ansedisio de Guidotti, che fu impari alla fiducia, facendo cadere la città nelle mani dei crociati, per la qual colpa pagò con la vita.

    In tal modo poteva cessare l’opposizione sistematica contro le città, entro le quali, coordinata dal primo cittadino, doveva svolgersi la vita civile secondo i ritmi dell’arcaica democrazia germanica, con le assemblee generali di popolo nell’arengo, con l’intervento diretto dei membri delegati dalla collettività, concretizzandosi quella libertà "inter pares", che era la medesima delle antiche comunità indogermaniche di uomini liberi . Con la loro perdita si ha veramente l’estinzione delle libertà civili e l’instaurarsi dell’assolutismo delle Signorie.

    Con la sconfitta degli Ezzelini d dell’Impero, decade quel mondo rurale che nei paesi di lingua germanica è stato tutelato da leggi che riconoscono il ruolo di pilastro della società e che spiegano la fierezza, il benessere e la dignità del contadinato, di contro alla crisi endemica di quello italico, messo alle corde definitivamente in questi ultimi 50 anni di regime pseudo-democratico.

    A perdere Ezzelino in varia misura quattrio fattori : la prematura morte di Federico II, la crociata bandita solo contro la sua persona da due papi : Innocenzo IV ed Alessandro IV, il tradimento del vicario imperiale della Lombardia, Oberto Pelavicino, Signore di Cremona ed ultimo la sproporzione delle forze in campo.

    Ezzelino non si chiuse a difesa del suo Veneto, né si rifugiò fra i monti del Trentino, dove avrebbe sicuramente trovato protezione e dove si sarebbe sicuramente salvato, ma preferì attaccare coi suoi fedelissimi pedemontani ed i forti montanari cimbri puntando direttamente su Milano, il cuore del nemico .

    Fu un ignoto balestriere a cambiare il corso della storia, perché l’ultima battaglia poteva ancora vincerla con il suo indomito coraggio ed il suo straordinario fiuto strategico.

    Gualtiero Cìola
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Onore a Ezzelino III da Romano ( 2° Parte)

    Dopo avere affermato che Ezzelino III era stato concepito dall’unione carnale della madre col demonio in persona, gli storici ed i cronisti gu3elfi non hanno perso occasione per diffamare colui che fu il Signore indiscusso della Marca Veronese che comprendeva non solo questa provincia, ma quelle di Vicenza, Padova, Treviso, Feltre e Belluno.
    Fra le varie accuse c’era anche questa : "Era un tedesco" ; soffermiamoci su tale affermazione e su quella di Giorgio Cracco che non vuole minimamente denigrarlo, quando asserisce ("Nato sul mezzogiorno" pag.72 : "...avesse vinto alla fine il binomio Federico - Ezzelino, il Veneto sarebbe diventato non già una regione dell’Italia, ma un Land tedesco.".

    Un cronista affermava che il capostipite Arpone venne in Italia al seguito dell’Imperatore Corrado II tra il 1024 e il 1039 e che pertanto Ezzelino sarebbe stato di origine teutonica : non ci vediamo motivo di scandalo, sapendo quale parte della nobiltà feudale avesse origini teutoniche, con validi riscontri storici, come per gli Estensi ai quali, essendo guelfi e durissimi avversari di E., nulla fu rimproverato.

    Un altro cronista traduceva una fonte tedesca che parlava di un "Etzele Albreichs von Hochland", tradotto erroneamente in "E., figlio di Alberico d’Olanda", senza rendersi conto di essersi avvicinato alla verità, se solo avesse saputo tradurre correttamente quelle quattro parole. Ed anche il succitato G.Cracco ci va molto più vicino quando scrive : "E’ anche possibile che non venisse dalla Germania, ma solo da Trento o dal Tirolo".

    Nella realtà nell’XI e XII secolo la lingua tedesca antica era ancora parlata da minoranze germaniche nel Nord Italia e segnalatamente nel Veneto, stanziatesi durante i secoli che vanno dalla calata dei Cimbri del 102 a.C., alla signoria dei Franchi, dopo la caduta di Re Desiderio.

    "Hochland" significa letteralmente "paese alto", quindi altipiano o comunque zona di montagna. Il nome di famiglia di E. esiste è l’alta Valsugana : basta consultare un elenco telefonico per scoprire che il nome "Eccel" è più frequente a Pergine che altrove. Quindi per noi che ci siamo già occupati di Lui, le origini degli Ezzelini vanno ricercate nella Valsugana che fu vivaio di guerrieri di stirpe longobarda, come i Sicconi di Caldonazzo che avevano giurisdizione su territori che oggi appartengono sia al Trentino che al Veneto.

    Fra le innumerevoli possessioni degli Ezzelini ve ne era una a Rotzo sull’altipiano di Asiago, nelle cui vicinanze si trova un toponimo "Castelletto", chiamato dai nativi "Altenburg" ; sicuramente prima del 1000 vi esisteva un castello : "Castrum Vetus" o anche "Altaburge" in vecchi documenti. Quello che è certo è che la gastaldia di Rotzo era "da sempre" proprietà degli Ezzelini, per cui noi ipotizziamo che da qui venisse quell’Etzele von Hochland, di cui parlava il cronista. A suffragare ciò sta il nome "Etzele", "Ezele" che è tipico degli altipiani di Asiago.

    Questa proprietà indicava un feudo di scarsa importanza economica, concesso forse a qualche avo arimanno per meriti militari, come era costume dei tempi ; le altre proprietà erano invece molto ricche e furono acquisite dopo la discesa della famiglia nella pianura.

    R.E. Baliari Soust, nel suo libro : "Nich nur Trient : Toponimi germanici fra la Chiusa di Salorno e la pianura Vicentina", così traduce il toponimo "Romano d’Ezzelino" : "Roman" o "Heermann"(=arimanno) ; ora è ampiamente riconosciuto che i toponimi quali Roman, Romano, Romagnano, ecc. stanno per "arimanno", per cui il paese natale dovrebbe più propriamente chiamarsi "Ezzelino degli Arimanni".

    Quindi E. era italiano, perché nato in un territorio che oggi è Italia, ma era nello stesso tempo tedesco, perché allora là si parlava una lingua germanica. Basta sfogliare l’albo di famiglia : il capostipite porta un antico nome germanico : "Harppo", da lui un "Etzel" (così i Germani chiamavano Attila) che sposa "Aicha" ; poi viene Alberico (Albreich) di legge salica che sposa "Cunizza", di legge longobarda (anche "Cuno" è un antico nome germ. E Cunizza è il suo diminutivo al femminile). Dopo E. il Balbo, abbiamo E. il Monaco che andò a trovarsela moglie in Toscana nel castello dei conti Alberti, detti anche "Rabbiosi", "gente dall’alta statura, di spalle larghe e dalle mani nodose" (C. Malaparte) ; la madre di E. III si chiamava "Adeleita" (Adelaide), grande esperta di astrologia ed assai poco pia, doti che E. erediterà.

    Quanto alla ricorrente accusa di essere "tedesco", questa si può interpretare sia nel fatto ch’Egli parlasse quella lingua, il che gli era indispensabile se voleva impartire ordini ai suoi guerrieri cimbri che non capivano altra lingua, sia con l’ipotesi che lo volesse essere davvero, in un’epoca in cui in Italia il germanesimo incominciava a declinare e tanta parte della nobiltà guelfa si vergognava delle proprie origini.

    Perché gli Ezzelini non avevano alcun titolo nobiliare ?

    Se fossero venuti dalla Germania qualche titolo lo avrebbero certo avuto, col relativo diploma imperiale, come lo ebbero dai Franchi tanti nobili italiani che con essi collaboravano, ma fra le montagne di quello che fu il ducato longobardo tridentino, essere arimanni era un titolo nobiliare più che sufficiente.

    La dinastia dei Signori di Caldonazzo, originatasi dall’arimanno Wariberto, ebbe con SicconeII (Sikko), figlio di Rambaldo di Caldonazzo-Telvana, dotato di un esercito di montanari che fu detto essere "la più bella gente d’armi che si fosse mai veduta", nel XIV secolo, una storia parallela a quella di E. III, a Nord di Bassano, dimora appartata e difesa, era un sito strategicamente molto importante che sbarrava la via alla pianura, all’incrocio dei comitati e vescovadi di Padova, Vicenza e Treviso, nel punto dove sbocca la Valsugana, uno dei transiti naturali, percorso dagli imperatori del Sacro Romano Impero della nazione Germanica quando calavano dalla Germania verso l’Italia.

    E veniamo all’asserzione di G.Cracco : era ancora possibile nel XII secolo fermare il declino del germanesimo e l’estinzione della lingua tedesca nel Veneto ? daremo alcuni dati sommari, dai quali il lettore potrà giudicare.

    E.nacque dunque nel Pedemonte e trovò là, negli altipiani di Asiago (Schläge), di Lavarone e Folgaria (Lafraun u. Folgreit) e sulle montagne di Pergine (Persen), il nerbo del suo esercito , riconosciuto da amici e nemici, come il migliore dell’epoca.

    Chi erano i Pedemontani ? Alcuni anni orsono Francesco La Valle, magistrato, scrisse un articolo sul Gazzettino di Venezia dal titolo : "C’è un barbaro nell’albo di famiglia : capelli biondi, nomi germanici ed un mistero rimasto insoluto, sull’origine dei Veneti pedemontani. Nel sesto secolo l’area pedemontana e collinare dell’alto Veneto (al pari del Friuli e della Lombardia) fu teatro di una straordinaria vicenda storica. Venne invasa da popolazioni germaniche, Longobardi e Sassoni, che non si limitarono ad una estemporanea scorreria, ma si fermarono qui per sempre e ripopolarono le terre, avendo al seguito le donne e i bambini. La gente che preesisteva in loco,era stata, rarefatta da un susseguirsi di epidemie e di altre evenienze che avevan provocato un grande calo demografico . Il resto lo fece la ferocia degli invasori che, dove arrivavano, sgozzavano i nativi per impadronirsi delle loro terre .

    Il sangue di queste stirpi germaniche scorre ancora nelle vene delle nostre genti pedemontane e ne costituisce anzi una componente notevole o, è persino principale. Non è un caso che i tipi antropologici prevalenti nella pedemontana veneta, sono proprio germanici , biondi e rossi dagli occhi azzurri ed anche bruni che somigliano in maniera sorprendente (se non fosse anzi per la diversità del linguaggio, sarebbero indiscernibili) a quei Germani del Nord, longobardi e loro cugini sassoni ed angli, che tuttora popolano parte della Scandinavia e dell’Inghilterra(...)"

    La capitale del piccolo regno di E. era Verona : fondata dai Galli Cenomani, divenuta Bern coi Goti e Longobardi, è nominata assieme all’eroe Dietrich von Bern nelle saghe medievali che hanno per sfondo il lago di Garda (Gartensee).

    Capitale dell’Austria longobarda, la città, secondo lo storico G.P. Bognetti avrebbe avuto un presidio di 60.000 arimanni, cifra questa che da sola vale a sbugiardare gli storici nazionalisti che hanno cercato, nel passato, di minimizzare la presenza longobarda in Italia ; oggi la rivisitazione della storia dell’Italia longobarda, con le mostre che si sono tenute, da Milano a Cividale del Friuli, hanno fatto giustizia della falsificazione storica, eretta a dogma indiscutibile.

    A Soave (Schwaben), secondo il Prof.A.Galanti, si parlava, sino a non molto tempo fa, come in Valpolicella, un dialetto germanico.

    In tutta la provincia è presente la toponomastica germanica ed i residui linguistici durati fino al XIX secolo nei 13 comuni della Lessinia, costituiscono l’ultima isola di un mare teutonico che avviluppava la città nei secoli bui ; non per nulla Verona fu, con gli Ottoni, la città più meridionale della Germania, ciò che non sarebbe avvenuto se non ci fosse stato un elemento etnico germanico molto consistente.

    Vicenza era la città prediletta da Ezzelino, al contrario di Padova : la ragione di ciò era la fedeltà dei vicentini e dei bassanesi, tra i quali reclutava il grosso del suo esercito ; la sua guardia del corpo, chiamata "sacro battaglione", espressione usata anche da F.Cardini quando scrive delle società guerriere o segrete dei "berserkir", era formata esclusivamente da guerrieri cimbri accuratamente selezionati della zona di Rotzo.

    Vicenza era chiamata, a quei tempi, Cymbria e "cymbriaci viri" si chiamavano i suoi abitanti. Le tracce del germanesimo sono ancora molto evidenti : il fiume che attraversa la città è chiamato "Bachin" da "Bach" ; il campo marzio "guisega", da "Wiese" : prato, cimbrico "bisele" ; la città è divisa in borghi : S.Michele, Piarda, Borgo Berga ; M.Berico deriva dalla radice "Bär" : orso ; la contrada Siegola, Segola, deriva dalla radice "Sieg" : vittoria. Per F.Lampertico , scrittore vicentino, sia il nome del canale Lupia che il toponimo Debba, verrebbero dal tedesco.

    Il conte Giovanni da Schio pubblicò nel 1863 un libro "Sui Cimbri" ed è facile, leggendolo, di capire ch’egli sia stato l’ultimo nazionalista cimbro quando afferma che : "...tra l’evo antico ed il moderno (i vicentini) non si credettero italiani perché verosimilmente prevaleva nel numero della loro popolazione l’elemento tedesco."

    R.Ferretti riporta un curioso episodio dal principio del XIV sec. : il vicentino Singofredo Ganzera, parlamentando con gli ambasciatori padovani, si rivolge ai suoi concittadini col dialetto cimbro, in modo che quelli non capiscano ciò che dice . Ciò significa quanto meno questo : che a quell’epoca Vicenza era ancora mistilingue, come oggi Bolzano e Strasburgo.

    Nella provincia troviamo una fitta toponomastica germanica, come Schio (Schleit), Thiene (Thienen, Tienne, Kienne), Malo (Mahlen), Arzignano (Artzing), Recoaro(Rikobär, Rechenwehr), Valdastico (Hastingthal), Marostica (Marosteck), oltre ai sette comuni dell’altipiano di Asiago, ove la lingua tedesca si è parlata fino al 1918.

    Parlammo a Thiene con il vecchio parroco D.Simeone Zordan, autore del libro "La Valle dell’Astico Corte longobarda", e gli chiedemmo cosa era rimasto di longobardo ; egli ci rispose : "basta mettere la testa fuori dalla porta della canonica e guardare la gente che passa : se non sono immigrati, gli altri sono tutti discendenti di Longobardi". In realtà un occhio esercitato riconosce che i tipi somatici sono riconducibili, nella maggioranza, alla stirpe teutonica.

    Una ultima curiosità è questa : i cimbri del Vicentino chiamavano il volgare italo-veneto semplicemente "pavàn", cioè padovano, segno che nel Padovano si parlava di più questo linguaggio, il che spiegherebbe l’aspra rivalità che contrapponeva le due città.

    Padova. Non è che qui il germanesimo fosse assente : già alla periferia della città incontriamo il toponimo longobardo "Guizza" ed il comune di Albignasego ; sappiamo che Monselice venne fondata dagli arimanni e che l’abbazia di Praglia poggia sulle fondamenta di una fortezza longobarda. A Montagnana, secondo lo storico Andrea Gloria, metà della popolazione era di origine germanica : la "sculdascia" comprendeva le arimannie di : "Salentum, Milarina, Montagnana, Casale, Altadura, Urbana, Merlara, Ponso, e Viguzolo. Toponimi come Stoegarda, Zaba, Gazzo, Guà, Saletto, Borgoricco, Borgofuro e Scodosia. Reperti linguistici si hanno a Montagnana, nelle campagne intorno a Cittadella : Fontaniva e Corte ; una plaga semigermanica al confine provinciale nella zona di Cervarese che si continua a Montegalda, Montegaldella e Villaganzerla.

    Tutta la Marca Trevigiana era costellata da castelli e borghi fortificati eretti dai Goti ; un documento del 1184 attesta la presenza di Goti a Treviso. Da una novella del Boccaccio : "La piazza (di Treviso) è piena di Tedeschi e di altra gente armata la quale il Signor di questa terra, acciò che romor non si faccia, vi fa stare..."

    Questi tedeschi erano venuti per le esequie di un loro connazionale, un certo Arrigo e provenivano dalle zone collinari come Asolo e Ceneda, dove gli insediamenti arimannici erano più numerosi ed avevano conservato il loro linguaggio.

    I toponimi come Castello di Godego, Godegna S.Urbano, Dardengo (Odardengo) ci rimandano ai Goti ; Merlengo, Porcellengo, Sala, Breda di Piave, Saletto, ai Longobardi.

    Udine, secondo Gianni Brera, deriverebbe da Odino ed anche qui la toponomastica è ricchissima.



    Tutto questo per farci capire che G.Cracco ha ragioni da vendere : una vittoria del ghibellino E. avrebbe salvato dall’estinzione il residuo germanesimo, mentre i contatti col Centro Europa avrebbero germanizzato in breve tempo la restante popolazione celto-romanza .

    Federico Formignani ha scritto ("I Longobardi - Jaka Book - 1980) : " (...) questo linguaggio, lo sappiamo, è stato sul punto di arrivare a prevalere sul latino ormai morente ed a scapito di un toscano-italiano in via di formazione, rischiando di quasi di assurgere a livelli di diffusione e di stabilità tali che avrebbero col tempo potuto risultare definitivi , se alcuni eventi storici non fossero intervenuti successivamente ad impedirlo.". Se ciò valeva per l’Italia in generale, che dire per il Veneto, ove gli insediamenti germanici erano più fitti che altrove ?

    La completa vittoria del clero romano sugli Staufen e sui ghibellini, di cui E.III fu il campione più valoroso, ha condannato a morte la tradizione germanica che avrebbe cambiato il volto del nostro paese; l’ideologia guelfa ha contrassegnato tutta la politica bizantineggiante nella quale siamo immersi ed era fatale che il giacobinismo che ne è la logica prosecuzione storica, con la sua carica statalista ed accentratrice, si interessasse al guelfismo, virulentandolo con l’isterico nazionalismo di cui è permeato e nutrito.

    Contro questi mostri che oggi dominano ed intristiscono la nostra vita, Ezzelino si è battuto, sino a cadere in battaglia, mentre caricava il nemico a cavallo, all’età di sessantacinque anni. Non dimentichiamolo !

    Gualtiero Cìola
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Waldner era un grande amico di Ciola
    e' andato a trovarlo poco prima della sua scomparsa
    Ciola aveva una heimat-biblioteca immensa...
    che fine ha fatto?
    sapete nulla?
    Aveva confidato a Waldner che nessuno dei suoi famigliari
    era interessato al suo lavoro

  7. #7
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    se siete in vacanza in Veneto
    andate nell'Altopiano di Asiago a Roana
    troverete un museo Cimbro interessante!
    un heimat museo coi fiocchi!

  8. #8
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    Originally posted by carbonass
    Waldner era un grande amico di Ciola
    e' andato a trovarlo poco prima della sua scomparsa
    Ciola aveva una heimat-biblioteca immensa...
    che fine ha fatto?
    sapete nulla?
    Aveva confidato a Waldner che nessuno dei suoi famigliari
    era interessato al suo lavoro
    infatti.
    Sarebbe davvero importante recuperare l'enrome materiale raccolto da Ciola durante la sua vita.

    saluti padani

  9. #9
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    Originally posted by carbonass
    Waldner era un grande amico di Ciola
    e' andato a trovarlo poco prima della sua scomparsa
    Ciola aveva una heimat-biblioteca immensa...
    che fine ha fatto?
    sapete nulla?
    Aveva confidato a Waldner che nessuno dei suoi famigliari
    era interessato al suo lavoro
    Anche a me Waldner me ne ha parlato....una vera biblioetca etnonazionalista!!
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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