Note dalla Terra di Mezzo
Biagi, giù le mani dalle nostre lingue!
di Gilberto Oneto
Uno se ne sta per un paio di settimane in vacanza in un Paese lontano dove non arrivano televisioni e giornali del Bel Paese (in senso geografico e non caseario), poi torna e non ha perso niente perché tanto le notizie sono sempre le stesse: calcio, ammazzamenti e ministri ligera e lingualunga. Ci sono volte che basta prendere dei giornali vecchi, cambiare la data, e non se ne accorge nessuno.
Uno di questi elementi di staticità e di eternità della vicenda italiona è costituito da Biagi Enzo. Sia perché (e ne siamo felici per lui) fa parte delle più salvaguardate antichità della penisola ma anche perché ripete con rassicurante monotonia sempre gli stessi mantra di regime. Non importa quale regime purchè sia un regime. Biagi (Enzo) è il rassicurante apostolo della banalità, è il cantore di tutte le opinioni scrupolosamente intonate al coro generale, è il rafforzatore dell’ovvio, è l’ayatollah del politically correct, è il surplus del condimento. Lui da il senso zen dell’eternità, del nulla che cambia, che c’è sempre chi comanda (e va assecondato) e chi si ribella (che va ricoperto di palate di giuso), è un incrocio fra un valium ideologico e il solito “ragazzino lasciami lavorare“, “fidati perché io so“. È un sapüta della mutua. Anzi è il sapüta, punto e basta. Questa volta si cimenta con i cartelli in lingua locale. Sul Corrierone ne spara un po’. Comincia con il dovuto tributo all’ovvietà: “Nessuno nega l’importanza dei dialetti: quello veneto, e anche il napoletano, sono addirittura delle lingue“. Sbagliato! Il Veneto è una lingua. Il Napoletano è una variante dell’Italiano (“Meridionale intermedio” secondo Giovanni Battista Pellegrini e secondo il Consiglio Nazionale delle Ricerche). Biagi (Enzo) cita Petrolini: “Uno stupido le inventa spesso, un cretino le perfeziona“. Immagino si riferisca al Pellegrini e alla Lega che “nei cartelli stradali di Bergamo è riuscita a far aggiungere la scritta Berghem al preesistente nome italiano“. Quel “preesistente” sarebbe sublime se non fosse ignobile. Berghèm è come è chiamato il posto da su per giù duemila anni: Bergamo se va bene è il prodotto di un erudito rinascimentale, e se va male, la trovata di un topografo settecentesco. È Bergamo a essere letteralmente una “scritta“, nel senso che è il prodotto di una necessità di scrittura. Berghèm è sempre stato (finora) infatti solo pronunciato.
Ma il Biagi (Enzo) è evidentemente uno di quelli che da più importanza a chi si inventa i nomi dei posti piuttosto che rispettare secoli e millenni di consuetudine. Da buon emiliano sarà suppongo molto affettuosamente legato a un nome inventato per la sua terra da Cesare Correnti poco più di un secolo fa. Gli vanno - ne sono sicuro - benissimo tutte le trascrizioni dei topografi dell’IGM che hanno sottoposto a pesanti lifting di italianizzazione milioni di toponimi, con effetti sempre squallidi, spesso tristemente ridicoli. Nel Pavese Senar (“cenere“, luogo della cenere) è diventato San Re, una sorta di toponomastico sposalizio fra il Trono e l’Altare di grande attualità in questi giorni; in Piemonte Moj rutund (“laghetti rotondi“) è diventato - spia di pelasgiche propensioni - Mogli Rotonde e Ser vej (“altura antica“) è stato trascritto Cervelli, senza grande impiego di materia grigia. Il florilegio delle demenzialità tricolori è ricchissimo, fino al commovente patriottismo di un Glockenkarkopf (“cima a forma di campana“) trasformato dal Tolomei in Vetta d’Italia. Giuseppe Tolomei è stato il vero grande poeta dell’italianizzazione assoluta della toponomastica e del rispetto per le numerosissime veline che nel ventennio sono state emanate in materia di cancellazione dei dialetti. Pré Saint Didier non è forse mai stato trasformato in Presa nel Didietro come sosteneva qualcuno, ma è certo che alcuni residenti della valdostana La Thuile si sono visti recapitare ancora l’anno scorso dall’Amministrazione postale degli avvisi con l’intestazione patriottica di Porta Littoria. I solerti funzionari postali erano rimasti alle veline di Tolomei e di Starace e possono sicuramente godere della robusta solidarietà del Biagi (Enzo): è forse a tutta questa bella comitiva che meglio si adatterebbe la citazione di Petrolini.
La patria si difende anche facendo la guardia a un cartello stradale. Anche quando la toponomastica non è necessariamente sovversiva: si è mai fatto il nostro un viaggio nella centralistissima Francia a vedere i cartelli in Provenzale, Occitano, Bretone, Alsaziano, eccetera che la Francia giacobina non solo tollera ma addirittura promuove?
Biagi (Enzo) è un patriota (ai suoi tempi si scriveva “patriotta” con due t) e si attacca a tutto per difendere la sacralità dell’unità di quella che ritiene essere una nazione, di quella che è segnata in verdino sul Calendario Atlante tascabile De Agostini e che perciò, secondo la sua inossidabile logica dell’ovvio, è uno spezzone di verità eterna. Alla faccia delle mutevolezze della storia e dei legittimi cambi di opinione dei popoli.
Così il Biagi (Enzo) rende un grande servizio alla difesa dell’unità nazionale italiana. Non per le cose che dice e che scrive e per l’aria azzimata con cui lo fa (che inducono i più ad aspirare alla cittadinanza dello Swaziland o a rimpiangere Re Bomba) ma perché non si può non pensare che, nel felice giorno dell’indipendenza della Padania, il Biagi continuerebbe a imperversare al di qua della linea gotica. Ce lo troveremmo qui a difendere con identica pedanteria e banalità la Padania. Questa agghiacciante prospettiva raffredda molti entusiasmi padanisti.




Rispondi Citando