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Discussione: Capra eletta Sindaco

  1. #1
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    Talking Capra eletta Sindaco

    Texas, una capra sindaco di un villaggio


    Era stata candidata in segno di protesta per contrastare la forza di una famiglia locale. E' stata eletta dai 1.200 abitanti di Lajitas è ha già subito anche un attentato.


    WASHINGTON – La protesta ha avuto enorme successo e ora gli abitanti di Lajitas, un villaggio in un angolo remoto del Texas, si ritrovano una capra come sindaco del proprio paese. L’animale si chiama Clay Henry III ed è stato eletto dai 1.200 abitanti di Lajitas per ripicca nei confronti dei proprietari di un grande complesso turistico del villaggio. Loro avevano designato il proprio candidato ma agli abitanti del borgo americano la cosa non era andata a genio. Così hanno pensato di candidare una capra come primo cittadino. La mossa si è rivelata vincente. L’elezione è avvenuta in forma ufficiosa e senza alcuna protesta da parte degli sconfitti di fronte alla Corte Suprema.

    Ma l’elezione del nuovo sindaco ha già provocato grandi contrasti e l’animale è rimasto vittima di un attentato. Un uomo è entrato nel suo recinto e ha tentato di uccidere la bestia. La capra è sopravvissuta all’aggressione e ora si godrà la birra che i suoi elettori le portano quotidianamente.

    Da http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0...146322,00.html

  2. #2
    Maiale Affrancato
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    ehm ehm...




  3. #3
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    Capra sindaco, cavallo fatto senatore da Caligola...e il porco?

  4. #4
    Maiale Affrancato
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    Il porco in genere non ha ambizioni di potere... e se proprio qualche porco ne ha... punta più in alto...

    RE PORCO
    "Re porco" è una delle più note novelle italiane e toscane.

    C'era una volta, ma chi sa se c’era ancora, un regno dove tutti erano felici e contenti e mentre conducevano questa vita beata e senza pensieri, al re venne l’idea di prendere moglie e ci fu il fidanzamento e ci furono le nozze. Passò del tempo e la regina non riusciva ad avere figli: tutta la corte e i sudditi pregarono perché al re potesse nascere un erede e finalmente la sposa concepì.

    La regina fu circondata di ogni cura e una sera, mentre stava prendendo aria nel giardini, si avvicinò all’inferriate uno sconosciuto che chiese l’elemosina. Vedendolo tutto sporco e malconcio la regina gli disse:

    “Andatevene via brutto porco!”

    “E tu partorisca un porco” rispose il vecchio; e sparì.

    Quando venne il tempo del parto la regina non si ricordava più di quella storia, ma non si sa come venne al mondo un porcellino, grazioso da fare innamorare, ma sempre un porcello. La regina cominciò a piangere e non smise più, il re si strappò tutti i capelli e la felicità sparì dal regno a pensare che un giorno sarebbe salito sul trono un porco. Intanto che potevano fare? Misero il porcello nel giardino e lo lasciarono scorrazzare per tutta la reggia, dato che capiva e parlava come un essere umano, ma per tutto il resto era un porco, anzi un bel porco.

    E come passa in fretta il tempo nelle favole il porco crebbe e si fece grande: girava da solo per il palazzo, parlava coi dignitari e andava sempre a pascolare in un suo angolo del giardino reale che confinava con l’orto d’un povero uomo che aveva avuto, circa al tempo che era nato il porco, tre figlie, che con gli anni s’erano fatte tre belle ragazze. Il porco, che s’era innamorato della maggiore, si presentò davanti al trono chiedendo al padre d’averla in sposa. Il povero re si strappò anche quei pochi capelli che gli erano rimasti e poi, per il gran bene che voleva al figlio, si decise di andare a parlare con il suo suddito. Il quale ci si può immaginare cosa gli rispose….. ma il re tanto disse, tanto insistette, tanto pregò e tanto promise che il padre si rassegnò a convincere la figlia a sposarsi il re porco. D’altra parte la miseria era tanta, le proposte del re così vantaggiose che la famiglia sarebbe uscita dall’indigenza. Venne così il giorno delle nozze e la gente piangeva di pena ma si fecero ugualmente grandi feste: il porco si divertì alla sua maniera a guazzare nelle pozze e tra il sudiciume e alla sera si ritirò in camera con la sposa . Questa andò a rincantucciarsi in un angolo del letto dando dei gran calci a quella bestia che le girava in torno, e dicendo tra sé: “Aspetta aspetta, porcaccio, che venga buio e che tu ti addormenti e vedrai dove ti metto questo stiletto dove ti metto questo stiletto che ho nascosto sotto la veste!”.

    Ma non poté mettere in opera il suo disegno perché fu la prima ad addormentarsi e il porco in men che non si dica, l’azzannò sul collo e la ammazzò.

    Al mattino quando la cosa fù scoperta la reggia era tutto sottosopra, ma si scoprì che la donna voleva ammazzare, quella bestia, che poi era bene o male progenie di re. Ma non passò molto tempo che il porco ne prese una migliore, continuò a grugnire e rugliare e a stridere che pareva un dannato, dicendo di volere in moglie la sorella mezzana, con le buone o con le cattive. Il re e la regina gliene dissero e gliene ridissero, lo scongiurarono e lo minacciarono….. Niente da fare il porco era così furioso che la reggia era diventata un manicomio. Sudicio e grasso com’era si rotolava nei saloni, annazzava i polpacci dei servi, addentava arazzi, ministri e ambasciatori, tanto che la vita nelle corte era diventata un fuggi fuggi e nessuno si azzardava a mettere il naso fuori della sua stanza.

    Allora il re si rassegnò ad andare a chiedere la mano dell'altra figlia a quel povero padre che piangeva ancora la morte della maggiore. Ne corsero di parole e di promesse, e poi da quelle si passò alle minacce, e poi venne la regina a implorare… insomma il re era il re, il suddito era il suddito, e le promesse, e le minacce… un insieme di ragioni per cui il padre si rassegnò a concedere anche la seconda figlia.

    La ragazza però non la prese per niente bene e fece buon viso a cattiva sorte, decisa a vendicare la sorella: si mise perciò del veleno dentro la manica e andò alle nozze.

    Come fu finita la festa e si ritirarono in camera, anche lei si rincantucciò nel letto dicendo:

    " Aspetta aspetta, brutta bestia, che venga buio e ti addormenti, e vedrai che cosa ti verserò in bocca! "

    Ma il porco, chi sa come, indovinò anche le sue intenzioni e fece finta d'addormentarsi. Quando la ragazza si avvicinò per ucciderlo l'azzannò e l'uccise come la prima.

    Alla reggia ci furono lacrime e disperazione, ma non c'era nulla da fare perché quello era il figlio del re e per di più una bestia: lo minacciarono, lo maledissero, lo chiusero in uno stabbiolo, e poi l'amore dei genitori capì e perdonò.

    Passò qualche tempo e il porco se ne andava sempre a pascolare vicino all'orto dove vide anche la sorella minore che nel frattempo s'era fatta più grande e più bella.

    Insomma, per dirla breve, s'innamorò anche di quella, e ricominciò a fare peggio di prima per la reggia. Il re ormai non sapeva neanche più quello che faceva, e andò a chiedere la mano anche della terza figlia. Il padre ne fu più sbalordito che indignato:

    “Due me ne ha ammazzate” disse “lasciatemi almeno questa…”

    Il re non poteva dargli torto: aggiungeva promesse a promesse, implorazioni a implorazioni… Finche arrivò la figlia che disse:

    “Io sono contenta, maestà, di sposare vostro figlio: non c'è bisogno di promettere e di implorare. Fissate la data e faremo le nozze”.

    E anche il terzo matrimonio fu celebrato tra i risolini delle dame, i musi lunghi dei dignitari e i sospiri del re e della regina.

    Quando si celebrarono i festeggiamenti, la sposa si tenne sempre vicino al porco e non lo spinse mai via: lo carezzava parlandoci amichevolmente che tutti se ne meravigliavano. E quando fu l'ora di ritirarsi in camera andò a rincantucciarsi nel letto e attese senza parlare lo sposo.

    Il porco le si avvicinò e cominciando a contorcersi si sfilò la pelle setolosa e sporca sotto la quale apparve un bellissimo giovane. La ragazza non credeva ai propri occhi e allora il giovane le raccontò che per la cattiveria di sua madre era stato condannato a nascere porco, ma che era un essere umano come tutti gli altri e lo sarebbe divenuto definitivamente quando si sarebbe dissolto il maleficio. Il giovane era così gentile e bello che la ragazza subito se ne innamorò e la notte passò dolcemente. Quando venne l'aurora il principe dovette riprendere la sua pelle di porco e disse alla sposa:

    “Bada di non dire mai nulla a nessuno di quello che hai visto e udito questa notte, altrimenti sarà peggio per te e per me.”

    La ragazza promise e giurò, ma furono solamente parole perché, passati pochi giorni non poté fare a meno di andare a raccontare tutto alla regina, la quale, non potendo credere alle parole, volle andare a spiare di persona la notte stessa nella camera degli sposi ed è inutile dire quanto fu felice di vedere il proprio figlio. Ma il mattino salutando la sposa il principe le disse:

    “Hai parlato e ormai è troppo tardi: io devo andarmene e non posso dirti dove. Se mi vorrai ritrovare dovrai camminare per sette anni, dovrai riempire sette fiasche di lacrime del tuo pianto, dovrai logorare sette paia di scarpe di ferro e consumare nel tuo cammino sette mazze di ferro.”

    Detto questo il giovane scomparve e non se ne seppe più nulla. Inutilmente lo cercarono in tutto il regno; il padre, la madre e la sposa piansero fino a seccarsi gli occhi finché quest'ultima si decise a partire. Si fece preparare quanto era necessario e si mise in cammino, e camminando pensava alla felicità perduta e piangeva ancora a dirotto tanto che piangeva e camminava, camminava e piangeva.

    Cammina cammina, mangiando quel poco che trovava e dormendo sotto le stelle, una notte ebbe bisogno di ripararsi dal freddo e vide un lumicino lontano lontano in mezzo a un bosco. Passando tra la sterpaglia e i rovi arrivò a una capanna e bussò: tun tun…

    Venne ad aprirle una vecchia stracciata e sdentata che le disse:

    “Per carità, che fate in questo posto?”

    “Sono una povera viandante e chiedo un po’ d’alloggio: ho fame, ho freddo e sono stanca, se mi lasciate fuori morirò.”

    “E se entrate morrete lo stesso, povera cristiana! Non sapete chi abita in questo luogo? Questa è la casa del Vento Tramontano che tra poco tornerà e se vi trova vi mangerà coma ha fatto con tutti quelli che ci sono venuti.”

    “Ma io morirò ugualmente e tanto vale che mi facciata entrare…”

    Insomma tanto disse e tanto pregò che la vecchia la fece entrare, e quando l’ebbe scaldata e ristorata le propose:

    “Aiutatemi a preparare una bella cena, perché quando il Vento Tramontano arriva ha sempre una gran sete e una gran fame: mangia subito quello che trova e abbondantemente se trova la roba di suo gusto, tanto che dopo non ha più fame e può darsi che non vi mangi”

    E così fecero: prepararono tanti di quei maccheroni, e arrosto, e patate e fagioli da sfamare una compagnia e quando la vecchia sentì che arrivava il Vento Tramontano, nascose la viandante sotto una conca.

    Quando entrò il Vento cominciò a tremare tutta la capanna: i tegami tintinnavano, le travi scricchiolavano e i travicelli cigolavano.

    Il Vento Tramontano aveva un naso che raramente s’ingannava e sentì subito al fiuto l’odore di cristiano, e cominciò a dire:

    Ucci, ucci

    Sento puzzo di cristianucci:

    o ce n’è, o ce n’è stato,

    o ce n’è di rimpiattato!

    “Oh bella, anche stasera sentite odore di cristiano” gli disse la moglie “ve ne siete fatto una fissazione.”

    “Mogliera, lo sapete che io non sbaglio mai …..”

    “Ma che sentite solo odore di cristiano? E di questa bella roba non sentite niente?”

    Quando il Vento Tramontano vide tutta quella bella roba non pensò più ai cristiani e si mise a mangiare a quattro palmenti e quando ebbe finito l’ultimo boccone, bevuto un gotto e leccatosi in baffi, disse:

    “Eppure io sento proprio odore di cristiano!”

    “E in fatti il vostro odorato non ha fallito: c’è qui una povera donna così e così, sapete… è una povera regina in cerca del marito, per un sortilegio. Volete vederla? Ma mi raccomando non la mangiate.”

    “E che io sono uno che mangia le regine?…”

    La donna fece uscire la viandante da sotto la conca, e questa tremando si presentò e disse:

    “Oh grande Vento Tramontano, voi che girate per ogni parte del mondo, sapreste dirmi se avete visto in qualche luogo il mio sposo?”

    E il Vento Tramontano, che si stava stuzzicando i denti, le rispose:

    “Certo che l’ho visto, è in una reggia, ma non vi saprei dire di più… ora è passato del tempo. Mi pare però che mio fratello, il Vento di Ponente, deve saperne qualcosa di più.”

    “E non potete far nulla per me?”

    “Io nulla, ma mio fratello forse si. Andate dunque verso ponente e altro non posso fare che darvi questa nocciola: schiacciatela quando sarete nel bisogno e ne avrete aiuto.”

    La principessa ringraziò e se ne andò a dormire. La mattina seguente riprese la strada e andò verso ponente alla ricerca della casa del Vento.

    Cammina, cammina, chiedi, domanda, cerca, arrivò in cima a un monte dove c’era un freddo da morire, e sotto una faggeta trovò una vecchia ancora più stracciata e sdentata dell’altra alla quale la principessa chiese:

    “Abita qui il Vento di Ponente?”

    “Si, per tua disgrazia, perché ora sarà certo di ritorno e, con la fame che si ritrova quando è sulla strada di casa, appena ti vede ti mangia!”

    La donna pregò e ripregò, e la vecchia la fece entrare….

    Insomma si vede che i Venti, o per esser fratelli, o per il lavoro che facevano, si somigliavano tanto, perché le cose andarono come la prima volta: la donne prepararono, il Vento mangiò, e quando venne il momento che la principessa gli chiese notizie del suo sposo, rispose:

    “L'ho visto, l'ho visto….ma ora non mi ricordo bene dove: è in una reggia e per vostra disgrazia si è anche risposato. Mio fratello, il Vento di Levante, saprà certamente dove si trova perché me ne parlò tempo addietro. Non vi resta che andare da lui.”

    “E non potete fare nulla per me?”

    “Cosa vuoi che faccia, figliola? Con tutto quello che ho da fare non mi posso occupare di certe cose. Comunque ti regalo questa mandorla: quando sarai nel momento del bisogno, schiacciala e ne riceverai un grande aiuto. E domani prendi la strada di levante e buona fortuna!”

    L'indomani la principessa partì e intanto nel cammino erano passati diversi anni, e le lacrime versate erano state molte, e le paia di scarpe e le verghe di ferro erano consumate e logore.

    Anche il cammino e la ricerca della casa del Vento di Levante furono lunghi e difficili e quando finalmente la trovò, sulla riva del mare, era stanca e sfinita, tanto che la moglie del Vento la raccolse per pietà.

    Il Vento di Levante fu contento che gliel'avessero mandata i fratelli e, siccome era più tranquillo e gioviale di loro, cercò di aiutare la principessa e le disse:

    “Il vostro sposo si trova in una reggia, perché è diventato sovrano d'un regno lontano, tanto lontano che voi non raggiungereste mai….ma siete fortunata, perché proprio domani devo andare da quelle parti ad asciugare un bucato. Se vi alzerete presto domattina potrete partire con me! Intanto prendete questa noce: la schiaccerete quando sarete in condizioni di non saper che fare, e ne avrete soccorso.”

    Quando venne il mattino il Vento di Levante la prese sulle spalle e, sollevatosi in aria, cominciò a volare con la velocità del lampo, ma intanto diceva alla donna:

    “Dovete sapere che queste che fanno oggi il bucato sono le donne della reggia: farete bene a mettervi con loro e quando si raduneranno a stendere la biancheria schiacciate la nocciola che vi ha dato il Vento Tramontano”.

    In un momento arrivarono e il Vento la posò dolcemente a terra; la principessa ebbe appena il tempo di salutarlo che quello era gia sparito per cominciare il suo lavoro.

    Le lavandaie erano al fosso che lavavano e sciacquavano cantando, e quando salirono al prato per stendere i panni, la principessa si avvicinò e cominciò ad aiutarle, tanto che ci fece amicizia e quelle le chiesero che cosa facesse.

    La principessa schiacciò la nocciola e apparvero stesi sul prato i capi di biancheria più fini e più belli che mai si fossero visti. Era una tela che non pareva tessuta da esseri umani e ricami d'una perfezione che toglieva il fiato. Le donne rimasero così ammirate che una corse a chiamare la sua padrona.

    Quando arrivò anche la regina rimase stupefatta e subito volle quella biancheria per sé.

    “Quanto volete di questa roba?” le chiese.

    “Sappiate regina che io non vendo per danaro.”

    “E allora cosa volete.”

    “Passare una notte col vostro sposo.”

    “Ah, vi contentate di poco! Chi vi ha insegnato a essere cosi sfrontata ?… Ma la vostra roba mi piace e la voglio: venite pure alla reggia questa sera e sarete soddisfatta.”

    La regina prese la biancheria e andò alle cucine dove volle preparare personalmente la cena per il sovrano: gli cucinò pietanze piccanti e ci nascose dentro tanto sonnifero che avrebbe addormentato un bove, e poi se ne andò a tavola.

    Il re mangiò con appetito e in men che non si dica ebbe sonno e volle andare subito a letto.Quando si fu coricato ed ebbe cominciato a dormire della grossa, la regina fece entrare nella camera la donna e con un risolino appena percettibile sulle labbra le disse:

    “Buona notte!” E se ne andò.

    La principessa si avvicinò al letto e riconobbe subito il suo sposo: lo chiamò, lo baciò, lo abbracciò e lo scosse, ma non riuscì a svegliarlo; e allora cominciò a dire:

    Sette paia di scarpe ho consumato,

    sette fiasche di lacrime ho colmato,

    sette mazze e sett'anni di dolore

    per ritrovare l'unico mio amore.

    E nel dire questo piangeva e piangeva, ma il suo principe non si svegliava e la notte se ne stava andando portandosi via il frutto di tante pene. Non ci fu nulla da fare: la notte passò e venne l'alba e con questa arrivò la regina con un sorriso beffardo che le disse:

    “Avete passato una bella nottata; ora è tempo che ve ne andiate e non vi facciate vedere mai più da queste parti!”

    Disperata la principessa se ne andò per la città e, siccome era giorno di mercato, anche nel dolore le donne non si smentiscono, e si mise a guardare quanta bella roba era esposta sulle bancarelle. In quel mentre le venne l'idea di schiacciare la mandorla e, come l'ebbe fatto, le apparvero davanti una gran quantità di vestiti, belli, ma così belli che intorno a lei cominciò a farsi subito capannello, e il capannello diventò una ressa, e la ressa diventò un tumulto per vedere i vestiti che nessuno aveva mai visto.

    La notizia corse per la città ed entrò anche nella reggia finché arrivò alle orecchie della regina; e questa, quando seppe che erano in vendita dei vestiti mai visti, volle andare a vedere di che si trattava. Arrivata al mercato e fattasi fare largo passò in mezzo alla folla e quando si trovò davanti a quella roba rimase a bocca aperta, ma non sapeva se per la bellezza di quello che vedeva, o dalla sorpresa di trovarsi davanti quella donna. Tuttavia presa dalla bellezza di quegli abiti, camicie, gonne e cappe, chiese cosa volesse la venditrice:

    “Regina, ormai sapete che io non vendo per denaro.”

    “E voi sapete che io pago in qualunque modo. Cosa volete?”

    “Passare una notte con il vostro sposo.”

    “Non è questo che mi sgomenta: passate stasera dalla reggia.”

    E dicendo così prese tutti gli indumenti preziosi e se ne andò.

    Quando fu venuta la sera la regina si regolò nella stessa maniera del giorno prima: preparò una cena ancor più piccante e aumentò per sicurezza la dose di sonnifero.

    La principessa cercò di svegliare lo sposo, ma inutilmente: gli parlò del bene che gli voleva, di quanto erano stati felici; l’abbracciò, lo scosse; ma quello non si destava. E allora cominciò a ripetere:

    Sette paia di scarpe ho consumato,

    sette fiasche di lacrime ho colmato,

    sette mazze e settant’anni di dolore

    per ritrovare il mio unici grande amore.

    E continuò piangendo nella disperazione:

    “Perché non mi rispondi? Tutto quello che avevi detto, io ho fatto. Dimmi

    di fare ancora e farò, ma dimmi qualcosa perché l’alba s’avvicina e le stelle se ne vanno, e arriva il canto del gallo e con quello la regina …”

    Infatti con quelle parole arrivò proprio lei che, viste com’erano andate le cose, rise questa volta sfacciatamente e disse:

    “Fuori, ora, brutta svergognata, e non mi ricapitate più tra i piedi, altrimenti mi ricorderò d’avere al mio servizio anche una boia!”

    La principessa piangendo uscì dalla reggia e andò vagando per la città senza sapere che fare. Era nella piazza principale quando vide passare un corteo con un codazzo di gente che gridava e correva. S’informò di cosa stesse succedendo e gli fu detto che erano arrivati i mercanti dalle terre lontane riportando ricchezze e gioielli favolosi ed erano diretti alla reggia per offrire ai sovrani i più bei monili.

    Senza chieder altro la donna si tirò sulla testa il suo mantello e, infilandosi nel corteo varcò di nuovo la porta della reggia. Quando furono nella sala destinata all’esposizione schiacciò la noce del Vento di Levante e subito comparve un grande fardello, pieno dei gioielli più belli che si fossero mai visti: brillanti grossi come uova di piccione, oro in filigrane finissime, diademi, ciondoli, collane, orecchini, corone, una delle quali valeva da sola tutta la reggia. Quando i mercanti videro quel tesoro, loro che erano abituati a vedere tante gioie, trasecolarono e si misero a guardare quello che non avevano mai visto, lasciando da parte la loro mercanzia.

    Inutile dire che la regina si diresse subito verso quel tesoro e non si decideva a chiedere al mercante quanto ne volesse, dato che il tesoro reale non aveva nemmeno da comprarne una parte. Ma poi si fece forza, avida e vanitosa com’era, chiese al mercante quanto voleva, dato che era disposta a dargli ducati e contee, quanti ne volesse. La principessa a questo punto si scoprì il capo e disse: ”Ormai voi sapete regina che io non vendo per denaro, né per terre, né per castelli”.

    “Ho capito cosa volete: voi vendete io pago. Passate come al solito appena sarà venuta la sera”. Fece raccogliere tutti i tesori e sene andò.

    Ora bisogna sapere che quel giorno il re si alzò molto tardi, perché il sonnifero era stato veramente troppo e, non avendo voglia di scendere nella sala del trono, rimase a letto e qui rimase a parlare con la cameriera che nelle notti trascorse aveva visto uscire dalla camera la regina ed entrare quella donna. Incuriosita aveva guardato dall’usciolino di servizio e, coperta dalle cortine, aveva visto quello spettacolo pietoso e la disperazione di quella donna. Allora disse al re: “Sapete maestà che son già due notti che la vostra sposa lascia entrare una donna che rimane sola in questa stanza e cerca di svegliarvi, ma voi continuate a dormire come alloppiato. Per tutta la notte vi dice parole dolci che solo una sposa innamorata saprebbe dire; e quando viene il momento che s’approssima l’aurora ripete questa poesia:

    sette paia di scarpe ho consumato,

    sette fiasche di lacrime ho colmato,

    sette mazze e sett’anni di dolore

    per ritrovare l’unico mio amore.

    Il re capì subito di che cosa si trattava e la sera , quando la regina gli fece portare una cena con una dose di sonnifero che avrebbe steso un branco di lupi, fece soltanto finta di mangiare e intanto passava ai cani le vivande, e quelle povere bestie, finito che ebbero i bocconi, si addormentarono una dopo l’altra come tassi.

    Il re come al solito disse d’avere sonno e si ritirò in camera facendo finta di riposare profondamente. E le cose andarono come le altri notti, tranne che il re fingeva di dormire per assicurarsi veramente di quello che stava succedendo e per riconoscere la sposa la quale, per le pene e i disagi, era magra e sofferente. Quando alla fine la sentì ripetere:

    Sette paia di scarpe ho consumato,

    sette fiasche di lacrime ho colmato,

    sette mazze e sette anni di dolore

    per ritrovare l ’ unico mio amore.

    Il re si alzò sul letto e l ‘abbracciò. E lì singhiozzarono e piansero, ma di consolazione e di gioia, e anche perché ormai era finito l’incantesimo e potevano tornare al loro regno. E così fecero senza attendere neppure il mattino e senza salutare nessuno.

    Nel frattempo erano morti i genitori dello sposo e la terra era caduta nel disordine come una nave senza capitano. Il ritorno di Re Porco, perché ormai cosi si chiamava e cosi per sempre si chiamò senza che fosse offesa, fu salutato come l’arrivo del bene e del buon governo. E furono incoronati subito re e regina e governarono saggiamente, ed ebbero tanti figli buoni e belli e furono benedetti dai poveri e dai ricchi, e vissero tanto finché non morirono…..e così è finita anche questa

    --- --- ---

    abbasso la monarchia
    umana o suina che sia


  5. #5
    hussita
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    Predefinito

    io lo voterei

    è local ( norcineria)
    global ( uso delle tecnologie)
    affrancato ( liberto, perciò attento ai problemi degli outcast)
    maiale ( il migliore imprenditore di se stesso, ci si fa tutto ma è modesto)

    e poi per gli indecisi amanti del potere e non del governo
    "all animals are equal but some are more equal than others"
    come i maiali della fatotria degli animali
    di questi tempi...

    pure un po' malandrino e bipartisan


  6. #6
    hussita
    Ospite

    Predefinito scherzi a parte

    porcobollo è molto meglio di napoleone

    e lo eleggerei re porco di POL!

    detto da un'antimonarchica, è tutto dire

  7. #7
    Ospite

    Predefinito

    Ci sto. Lo voto pure io. Ma levatemi dalla testa questa voglia di sacicce e friarielli che mi è venuta!

  8. #8
    Maiale Affrancato
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    Predefinito

    Oddio ragazze così mi fate arrossire (HO DETTO ARROSSIRE, NON ARROSTIRE)!!!

    Ma non si potrebbe fare presidente del consiglio porco invece che re porco?

  9. #9
    hussita
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by porcobollo
    Oddio ragazze così mi fate arrossire (HO DETTO ARROSSIRE, NON ARROSTIRE)!!!

    Ma non si potrebbe fare presidente del consiglio porco invece che re porco?
    sovrapposizione di ruoli, per ora

  10. #10
    Maiale Affrancato
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    Originally posted by hussita


    sovrapposizione di ruoli, per ora

    Perchè non si può essere tutt'eddue assieme!? Siamo sicuri?

 

 
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