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    Predefinito "Turchia - Israele, la nuova alleanza".

    RIVISTA DI GEOPOLITICA)

    http://members.xoom.virgilio.it/Voc..._voce/limes.htm

    Vol. 3/99
    TURCHIA-ISRAELE, LA NUOVA ALLEANZA
    EDITORIALE
    Salomone e Ataturk

    http://www.limesonline.com/servlet/i...ategory&id=387

    Il grande Medio Oriente
    di Giandomenico PICCO
    L'asse turco-israeliano, l'evento più rivoluzionario degli ultimi anni, sta cambiando la carta geopolitica della regione. Netanyahu e la perdita di credibilità degli Usa. Il dialogo sotterraneo fra Israele e Iran e l'incognita dell'Iraq. Il possibile ruolo dell'Italia.


    Geostrategia dell'asse turco-israeliano
    di Wolfango PICCOLI
    L'intesa fra le due maggiori potenze militari del Medio Oriente ha sconvolto gli assetti strategici e geopolitici nella regione. Il tentativo turco di consolidare il rapporto speciale con gli Usa attraverso la lobby ebraica, molto influente a Washington.


    Così Israele diventa una grande potenza
    di Frédéric ENCEL
    L'asse turco-israeliano sta riscrivendo i termini della geostrategia mediorientale. I vantaggi per Gerusalemme e i timori dei maggiori paesi arabi. Riaffiora il complesso di inferiorità arabo nei confronti dell'Occidente.


    Gerusalemme scopre l'Asia centrale
    di Arnold PLANSKI
    Nella sua perenne strategia di aggiramento dei vicini musulmani ostili, Gerusalemme cerca di penetrare nelle ex repubbliche sovietiche centrasiatiche, a completamento dell'asse con la Turchia. La priorità è la questione nucleare.


    Ma Ankara diffida del dialogo siro-israeliano
    di Sabetay VAROL
    Il rapporto speciale con Israele gode di un vasto consenso in Turchia, salvo gli islamici più radicali. Le recenti aperture di Barak alla Siria hanno inquietato la leadership turca, rassicurata dagli israeliani. Il sogno di un mercato comune mediorientale.


    Perché gli Usa benedicono il nuovo asse
    di Nabil M. KAYLANI
    L'appoggio entusiastico di Washington all'alleanza turco-israeliana riflette la rinuncia alla stabilizzazione del Medio Oriente e il prevalere delle motivazioni strategiche. Con il rischio però che si cementi un fronte antioccidentale.


    Potenza dell'acqua, potenza del fuoco: il progetto Gap
    di René G. MAURY
    La Turchia, grande serbatoio d'acqua nel deserto, usa la sua ricchezza idrica nei rapporti con i paesi vicini. Ad esempio, per catturare Apo. Il progetto Gap in zona curda e araba potrebbe prefigurare un piano di sviluppo per una nuova Mesopotamia.


    Kurdistan, lo Stato introvabile
    di Marco FRANZA
    Le poste in gioco economiche e geopolitiche della questione curda, dalle origini al caso Ocalan. Gli equilibri internazionali e le divisioni fra i curdi, insediati soprattutto in Turchia, Siria, Iran ed Iraq, rendono impensabile la creazione di uno Stato pancurdo.


    Che cosa vogliono i curdi?
    di GALATA
    Non esiste una definizione oggettiva dell'identità curda, né è possibile riferirsi a un Kurdistan unito che non si è mai dato nella storia. E tuttavia i curdi non sono rassegnati all'attuale frammentazione. La svolta del caso Ocalan.


    Per i turchi gli arabi sono negri
    di Husni MAHLI
    La diffidenza turca nei confronti dei popoli arabi si nutre di stereotipi razzisti e della memoria del loro 'tradimento'. Un disprezzo alimentato persino dalle élite intellettuali. Le visioni di Erbakan e l'asse con Israele. Le aperture a Giordania ed Egitto.


    L'Iran prepara la contro-alleanza con la Grecia
    di Bijan ZARMANDILI
    Alla clamorosa intesa turco-israeliana, che i persiani considerano rivolta contro il loro paese, Teheran cerca di opporre un asse ancora più incredibile con greci e armeni. I recenti bombardamenti turchi di villaggi iraniani accentuano la tensione.


    Il 'mondo turco' come volontà e rappresentazione
    di Jean-François PÉROUSE
    Origini, attori e contraddizioni del panturchismo. Le agenzie pubbliche e private che promuovono la difficile penetrazione turca in Asia centrale. Ma il quadro geopolitico è troppo complesso per le ambizioni di Ankara.


    La Turchia nel Grande Gioco del petrolio
    di Piero SINATTI
    Ascesa e declino dell'influenza di Ankara nella regione centrasiatica in relazione alla partita degli oleodotti. Il rapporto con gli americani e il destino della pipeline Baku-Ceyhan. L'importanza della crisi in Dagestan.


    Dal Turan all'Eurasia
    di Fabrizio VIELMINI
    Le contraddizioni della nuova geopolitica eurasiatica di Ankara. I primi entusiasmi si sono scontrati con gli interessi degli Stati postsovietici. La dubbia coincidenza con la strategia americana nella regione. Il ruolo dei fondamentalisti e i timori dei militari.


    Balla coi Lupi grigi
    di Vincenzo PERGOLIZZI
    Sotto la nuova guida di Devlet Bahçeli, il partito che eredita la tradizione del nazionalismo estremista sta cercando di offrire di sé un'immagine moderata, 'centrista'. Il dibattito interno sull'Europa e sul 'mondo turco'. Le connessioni mafiose.


    La commedia degli equivoci
    di Gianluca SARDELLONE
    Dopo anni di frustrazioni, Ankara sembra aver rinunciato alla piena integrazione nell'Unione Europea. Le ragioni dell'ostilità europea, incentivata da Grecia e Germania. In alternativa, i turchi riscoprono l'Asia centrale.


    Italia e Turchia insieme nei Balcani
    di MILES
    Ankara può svolgere una funzione importante nella pacificazione dell'area balcanica, che pure non è una sua zona di primario interesse. Roma deve però esplicitamente optare per la cooperazione con gli alleati turchi, dopo le follie del caso Ocalan.


    Un turco italofilo nei giorni di Apo
    di Mesut ONEN
    Il caso Ocalan rivisitato. L'ingenuità degli italiani, i loro giochi di palazzo, l'attendismo dei gruppi dirigenti mettono a rischio i rapporti di amicizia fra due paesi mediterranei ed europei.


    Se Machiavelli diventa Makyavel
    di Tunç OZBEN
    Attraverso cinque traduzioni del Principe, dal 1932 al 1993, si può indagare su come i turchi leggono la loro storia contemporanea. L'influenza francese e la ricerca dell'integrazione nel contesto internazionale.


    La Turchia vista dalla Grecia
    di Vassilis PAPADIMITRIOU
    Il doppio standard della Nato, che chiude gli occhi sulla persecuzione dei curdi mentre aiuta i kosovari, spiega l'avversione greca alla guerra in Kosovo. Se Ankara fosse meno rigida su Cipro avrebbe tutto da guadagnare. Ma i militari hanno paura dell'Europa.


    La Grecia è un'isola?
    di Olivier DESLONDES
    L'uso a scopi interni della politica estera e il sentimento della minaccia turca hanno allontanato Atene dagli alleati occidentali. Il Kosovo come cartina di tornasole della capacità greca di emanciparsi da antiche fobie e di pesare nei Balcani e in Europa.


    Atene insegna la verità
    di Umberto CINI
    Lo Stato ellenico detiene il monopolio assoluto dei libri di testo per le scuole, così assicurandosi che gli studenti vengano a contatto con un'unica, coerente e inespugnabile visione della storia nazionale. La nazione come Dio.


    Le scuole dell'odio: la storia balcanica spiegata ai ragazzini
    di Dimitri DELIOLANES
    Un'indagine dell'Università di Salonicco sui libri di testo per le scuole elementari e medie inferiori di Turchia, Grecia, Albania, Bulgaria e Macedonia rivela la persistenza di antichi stereotipi negativi. Per albanesi, greci e macedoni il Turco resta l'arcinemico.


    Cinque regole per chi vuole aiutare i Balcani
    di Roberto TOSCANO
    Dimenticare la storia; giudicare i mezzi, non i fini; o i diritti o la terra; aprire le porte dell'Europa, in fretta; respingere 'l'ultimo europeo': così possiamo evitare altre guerre. Si possono immaginare speciali forme di inclusione nell'Ue.


    Una tv per capirsi
    di Gil ROSSELLINI
    L'idea di una televisione per la riconciliazione che produca una serie di fiction con personaggi di tutte le etnie e religioni balcaniche. Alla base, la certezza del potere del piccolo schermo come strumento per cementare il senso di appartenenza a una comunità.


    Giochi con le regioni: la Slovacchia teme i suoi ungheresi
    di Isabella SALZA
    La riforma regionale slovacca promossa nel 1997 dal governo Meciar rivela le difficoltà del rapporto tra Bratislava e la sua minoranza magiara. La guerra del Kosovo rende più attuale la questione di una nazionalità ramificata in vari paesi.


    Bouteflika sulla lunga via della pace
    di Mario GIRO
    Nell'Algeria ancora insanguinata da una guerra civile che ha fatto centomila morti, il nuovo presidente tenta faticosamente di riaprire la via del dialogo e della riconciliazione nazionale. La 'riscoperta' della Piattaforma di Roma e la posta in gioco nel referendum

    http://www.limesonline.com/servlet/...category&id=387


    La rivista di geopolitica "Limes", pubblicata dal Gruppo Editoriale L'Espresso, ha interamente dedicato il terzo numero del 1999 ai rapporti Turchia-Israele. Il titolo di questo numero è, infatti, "Turchia - Israele, la nuova alleanza". Vi sono inoltre i seguenti sottotitoli:

    L'asse che cambia tutto,

    Petrolio, acqua, gas: il grande gioco d'Eurasia,

    I turchi, Ocalan e noi.


    Infine, per rendere più evidente e suggestivo l'argomento, sopra il titolo campeggia una bandiera statunitense, sormontata da una mezzaluna e da una stella di David.
    Sono noti i buoni rapporti fra Turchia ed Israele, che ultimamente sono ancor più migliorati poiché l'uno ha bisogno dell'altro. E' stato firmato un accordo militare in base al quale i piloti israeliani potranno esercitarsi nel cielo turco; inoltre Israele fornirà armi alla Turchia. Quest'ultima, per parte sua, tiene sotto pressione la storica nemica di Israele, la Siria, che a sua volta ha delle rivendicazioni territoriali nei confronti della Turchia. Sullo sfondo c'è il petrolio dell'Azerbaigian, paese fraternamente legato alla Turchia che, con l'aiuto di Israele e la benedizione degli Stati Uniti, cerca di estendere la propria influenza sull'Asia Centrale.
    A tutti questi argomenti è dedicato il sopra citato numero di "Limes" al quale hanno collaborato numerosi studiosi ed esperti di varie nazionalità: italiani, francesi, turchi, greci ecc.
    Nel complesso, nonostante la diversa origine ed i differenti punti di vista degli autori dei vari articoli che lo compongono, questo numero della rivista ha un chiaro orientamento filo-turco. Si loda questo paese; si tace, o si accenna molto superficialmente, ai lati criticabili che esso presenta, mentre, per esempio, la Grecia, storica nemica della Turchia, viene presentata molto negativamente, come un paese supernazionalista e fanatico. Invece del nazionalismo turco, che è molto più virulento e pericoloso di quello greco, non si fa cenno.
    Nelle più di duecento pagine di cui si compone questo numero della rivista non poteva mancare qualche accenno all'Armenia. Infatti, nell'articolo di J.F.Pérouse, professore all'Università di Tolosa, e recante il titolo "Il mondo turco come volontà e rappresentazione", si legge testualmente (pagina 136) : "In ogni caso, a dispetto delle agitazioni di alcuni nazionalisti turchi, la moderazione di Ankara nei riguardi di Erevan, o la sua disposizione a sviluppare relazioni economiche più approfondite con l'Armenia sono sentite dagli ambienti turchisti azeri come un tradimento della Turchia".
    Per rinfrescare la memoria enumeriamo alcuni esempi della cosiddetta moderazione di Ankara nei confronti dell'Armenia, citando fatti avvenuti soltanto dopo la dissoluzione dell'URSS e la conseguente dichiarazione d'indipendenza armena. La Turchia fino ad ora non ha voluto stabilire relazioni diplomatiche con l'Armenia sebbene quest'ultima si sia ripetutamente offerta di instaurare normali rapporti e senza nessuna precondizione. Cioè l'Armenia, che nei rapporti armeno-turchi è la parte lesa a causa del genocidio, non solo si è detta disposta a scambiare degli ambasciatori con Ankara, ma non ha neanche posto la precondizione del riconoscimento del genocidio. Più di così che cosa poteva fare? Dichiarare che sono stati gli armeni a massacrare i turchi? (Ma allora come mai in Turchia non ci sono quasi più armeni, mentre i turchi sono alcune diecine di milioni?). La Turchia, invece, non solo ha respinto le proposte armene, che avrebbero condotto ad una, almeno parziale, rappacificazione fra i due popoli, ma, al colmo della sfacciataggine, ha affermato che non poteva instaurare rapporti con l'Armenia, oltre che per solidarietà nei confronti dell'Azerbaigian - a proposito della questione del Karabagh- anche perché reputava prematuro uno scambio di ambasciatori per non ferire i sentimenti dei turchi! Cioè chi reca l'offesa si atteggia anche ad offeso!
    Ma questo ancora non è nulla. Sempre per non ferire i sentimenti del popolo turco, il governo di Ankara ha bloccato i confini terrestri con l'Armenia, impedendo il traffico da e per questo paese.
    Vi è di più, Turgut Ozal, predecessore dell'attuale Presidente della Repubblica Turca Suleiman Demirel, a dimostrazione della moderazione(?!) turca affermò che si poteva "per sbaglio" lanciare qualche bomba oltre il confine armeno. Poi, lo stesso Ozal, evidentemente irritato per il fatto che l'Armenia aveva osato non essere la schiava della Turchia, minacciò gli armeni dicendo "Non si ricordano ciò che è avvenuto all'inizio di questo secolo? Vogliono che si ripetano quei fatti?". E questo non era un cittadino qualsiasi, ma il Presidente della Turchia; uno stimato economista, un professore universitario che aveva compiuto i propri studi negli Stati Uniti.
    Non parliamo del continuo stillicidio di vessazioni ed ostacoli burocratici ai quali è sottoposta la comunità armena di Turchia.
    E dopo tutto ciò, l'autorevole estensore dell'articolo di Limes, afferma che la Turchia ha adottato una politica moderata nei confronti dell'Armenia. Dinanzi ad affermazioni del genere la domanda meno maliziosa che uno possa porsi è se egli sia veramente competente. Ma a pensarci bene forse ha ragione poiché la Turchia non avendo compiuto, alla fine del XX° secolo, un ulteriore genocidio di armeni ha dato prova di moderazione. Infatti nei confronti di Ankara c'è un atteggiamento che uno studioso ha definito come "tolleranza dell'intolleranza". Cioè si tollera il fatto che la Turchia sia intollerante, come se ciò sia un suo diritto. E quindi il fatto che abbia rinunciato a questo suo diritto di sterminare gli armeni è un segno di grande moderazione del quale bisogna darle atto.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    LE AFFINITA' TURCO ISRAELIANE

    Turchia ed Israele hanno motivi di irritazione verso l’Europa e Ankara non ha certo digerito le numerose e spesso umilianti bocciature di cui è stata vittima da parte dei Quindici. Baluardo strategico per la sicurezza occidentale sia prima che dopo il 1989, la Turchia, ritenuta un paese scomodo, anti-democratico e semi-barbaro, è tenuta da decenni a margine dell’Europa. Israele, che non ha affatto dimenticato il malcelato filo-arabismo di alcuni stati europei (Italia e Francia in primis), teme di essere sacrificato sull’altare della Realpolitik ed “abbandonato” da un Occidente troppo intento ad realizzare un assetto del Medio Oriente e del Golfo Persico a tutto vantaggio degli gli arabi. Sia Ankara che Gerusalemme intendono ricoprire il ruolo di potenze regionali. In Israele, potenza nucleare tout- court, i militari e le élites nazionaliste hanno, come in Turchia, un ruolo politico di primaria importanza e possono gestire percentuali notevoli del Pil. Fin dal 1948 Ben Gurion, nel quadro della cosiddetta "alleanza con le periferie", guardava alla Turchia che è stata il solo paese islamico a non criticare il bombardamento israeliano ai danni della sede Olp di Tunisi avvenuto nel 1996.



    Nel 1993, il Ministro degli esteri turco, rallegrandosi per gli accordi tra Rabin ed Arafat, auspicava l’inizio di una nuova era nei rapporti tra i due paesi. Per Israele il legame con Ankara segna anche l’inizio di un nuovo approccio strategico, basato sull’abbandono del tradizionale isolamento e sul varo di forme di cooperazione regionale; ma soprattutto l’acquisizione di un partner ideale. Ad accomunarli è un sistema politico ed economico di stampo occidentale: in ambo i paesi esistono uno stato laico, una netta separazione tra religione e politica, un’economia di mercato, basata sulla libertà di iniziativa e sulla tutela della proprietà privata. L’abbandono da parte dei fondatori di Israele del dialetto in uso nei ghetti, lo jiddish, a favore dell’ebraico è assai simile all’adozione dell’alfabeto latino operata negli anni Venti da Kemal Atatürk. Gli Usa sono per entrambi l’alleato più importante e fidato ed il maggiore partner economico e finanziario e ovviamente sostengono l’intesa turco-israeliana, funzionale al loro disegno strategico.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    L’Europa sotto l’egida americana

    Alfio Nicotra




    La chiamano Dinamic mix98. È la più grossa esercitazione della Nato nel Mediterraneo dalla guerra del Golfo. Turchia, Grecia ed Italia si trasformeranno, dal 1° ottobre, nel trampolino di lancio di una operazione militare destinata a coinvolgere 17mila uomini, 170 aerei e 62 navi. L'inizio dell'esercitazione coincide sinistramente con la minaccia di mettere in azione i cacciabombardieri per colpire le postazioni serbe nel Kosovo. Kohl, prima di allontanarsi definitivamente dal governo, ha riunito il consiglio dei ministri per decidere l'invio di 14 Tornado per i raids punitivi contro la Jugoslavia. Il ministro Andreatta e l'ammiraglio Venturoni hanno annunciato che «nel caso di un intervento Nato, l'Italia non si limiterà ad autorizzare l'uso delle basi». Il dispositivo di guerra è dunque pronto e la Dinamic mix '98 serve proprio per oliare i meccanismi. Gli Usa che, tra le proteste francesi, non hanno alcuna intenzione di passare ad un europeo il comando dell'Afsouth (le Forze Alleate del Sud Europa), ribadiscono in tal modo la loro egemonia sugli alleati europei. Per il Pentagono le zone di turbolenza nel Mediterraneo rappresentano una vera e propria manna. Sono la giustificazione per la loro permanenza militare in Europa e nel Golfo Persico. Sanno che questa instabilità permanente rappresenta un fucile puntato contro l'Europa. La frantumazione balcanica ha dietro anche questo motivo strategico. Analogamente l'alleanza militare tra la Turchia ed Israele si muove nel medesimo sentiero con il solo scopo di incendiare la polveriera (si pensi alla Siria che si sente, non a torto, completamente accerchiata).

    Da tempo il fianco Sud costituisce la punta più esposta e sensibile del dispositivo militare occidentale. Si tratta di assicurarsi il controllo delle vie del petrolio, sia brandendo il bastone dello strumento militare, sia agitando la carota della divisione nel mondo arabo. Il pretesto formale è il contenimento del fondamentalismo islamico, anche se quest'ultimo trova alimento sostanzioso proprio nell'arroganza occidentale ed in una economia basata sullo scambio diseguale. L'Algeria è un mattatoio a cielo aperto anche per questo. L'agitazione delle truppe ha altri due obiettivi. Il primo, a cui tengono tantissimo a Washington, è quello di obbligare militari greci e turchi - che si guardano in cagnesco per Cipro e non solo - a cooperare tra loro. Il secondo, quello di dimostrare all'opinione pubblica europea, che è possibile sigillare ermeticamente le nostre coste e renderle impenetrabili a chiunque (ovvero alle masse di disperati che cercano di approdare nella "terra dell'abbondanza"). L'Europa fortezza dunque sotto il lume tutelare (armato) degli Stati Uniti.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Intervista a Noam Chomsky sul conflitto
    tra Palestina ed Israele


    14 aprile 2002

    Viaggiando in Internet abbiamo trovato questa intervista a Noam Chomsky sulla guerra infinita tra israeliani e palestinesi. L'abbiamo tradotta (per la verità un po' frettolosamente) ed abbiamo deciso di pubblicarla. Chomsky è un intellettuale americano ed ebreo, fortemente critico con la politica israeliana e con quella americana. Anche se l'intervista non è di oggi, ma del 14 aprile 2002, ha una sua stringente attualità. Ci è sembrato importante e significativo pubblicarla perché essa testimonia la pluralità di dibattito tra gli americani e tra gli ebrei, una pluralità che difficilmente arriva fino ai media, più portati a semplificare ed omogeneizzare le posizioni.

    C'è un salto qualitativo in quello che sta avvenendo?
    Credo che ci sia un salto qualitativo. Gli obiettivi del processo di Oslo sono stati descritti con precisione nel 1998 dall'accademico israeliano Shlomo Ben-Ami, poco prima che entrasse nel governo di Barak, nell'estate del 2000, quando divenne il capo dei negoziatori a Camp David. Ben-Ami disse che "nei fatti gli accordi di Oslo sono stati costituti su base neocolonialista, sulla dipendenza continua di uno dall'altro, per l'eternità". E' sulla base di questi obiettivi che sono stati raggiunti gli accordi tra Clinton, Rabin e Peres, per imporre ai palestinesi una "dipendenza pressoché totale da Israele", creando "una situazione coloniale estesa", nella convinzione che questa fornisse la "base permanente" della "situazione di dipendenza". La funzione dell'Autorità palestinese era quella di controllare che la popolazione dei campi profughi dipendesse, come una colonia, da Israele. E' in questa forma che il processo si è sviluppato, passo dopo passo, compresi gli accordi di Camp David. Qui, in America, la posizione di Clinton e di Barak (ambigua, niente affatto chiara) è stata osannata, considerata "importante" e "magnanima", ma se si dà uno sguardo ai fatti è del tutto evidente che si è trattato - come tra l'altro viene comunemente detto in Israele - di una proposta di stampo Bantustan. Ed è questa presumibilmente la ragione per cui gli Usa evitarono accuratamente di discutere in concreto di mappe geografiche. Quel che è certo è che Clinton e Barak non si sono discostati molto dallo stile che ha caratterizzato il trattamento riservato ai Bantustan nei giorni bui dell'apartheid in Sudafrica. Prima di Camp David, i palestinesi della parte ovest erano confinati in più di 200 aree sparse. Clinton e Barak avanzarono una proposta "progressista": il consolidamento delle aree in tre distretti, sotto il controllo israeliano, virtualmente separati uno dall'altro, più un quarto distretto: una piccola area a Gerusalemme est, centro della vita palestinese e delle comunicazioni nella regione. E quindi separati da Gaza. Ora quel piano è stato in tutta evidenza archiviato a favore della demolizione dell'Anp. Questo significa la distruzione delle istituzioni del Bantustan ideate da Clinton e dal suo collega israeliano, che negli ultimi giorni avrebbero dovuto comprendere anche un centro per i diritti umani. E i rappresentanti palestinesi non solo devono svolgere un ruolo equivalente a quello dei leader neri del popolo Bantustan, ma si trovano anche sotto attacco, sebbene non ancora morti, probabilmente per le possibili conseguenze internazionali. L'eminente studioso israelita Ze'ev Sternhell scrisse che il governo "non ha alcuna vergogna a parlare di guerra quando il suo maggior impegno sono le stesse politiche coloniali condotte dalla polizia bianca in Sudafrica, durante l'era dell'apartheid, nei poveri e periferici barrios dei neri". Questa nuova politica è una regressione verso il modello Bantustan sudafricano di 40 anni fa, e ad esso si sono ispirati Clinton, Rabin, Peres, Barak e i loro soci nel "processo di pace" di Oslo. Nulla di tutto ciò sorprenderà coloro che negli ultimi dieci anni abbiano letto ed analizzato criticamente. Compreso l'abbondante materiale annunciato ed apparso regolarmente su Znet (sito internet, ndt). Come pensa la direzione israelita di realizzare questi programmi, non è chiaro neanche ad essa. Almeno io la penso così. Agli Stati Uniti e all'Occidente conviene dare la colpa ad Israele ed in particolare a Sharon. Cosa che non è né giusta né onesta. Molte delle peggiori atrocità di Sharon sono avvenute quando c'erano governi laburisti. Peres è complice di Sharon in una guerra criminale. Ma la prima responsabilità ricade su Washington ed è una responsabilità che dura da 30 anni e che coinvolge non solo tutta la politica diplomatica americana ma anche le singole iniziative. Israele può agire solo all'interno dei limiti stabiliti dal padrone di Washington. Raramente fuori da questi.
    Qual è il significato della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 30 marzo?
    Il problema principale era l'esigenza del ritiro immediato dell'esercito israeliano da Ramallah e dalle altre aree palestinesi invase; o quantomeno che fosse fissata una data certa per il ritiro. La posizione degli Usa ha evidentemente prevalso: solo un vago richiamo al "ritiro delle truppe israeliane dalle città palestinesi". Senza specificare i tempi. Pertanto la risoluzione coincide con la posizione ufficiale americana, largamente ripresa dalla stampa: Israele è sotto attacco ed ha il diritto di difendersi, anche se non dovrebbe esagerare nei confronti dei palestinesi o, perlomeno, non dovrebbe farlo in modo troppo evidente. I fatti - fortemente polemici - sono invece differenti. I palestinesi sono riusciti a sopravvivere sotto l'occupazione dell'esercito israeliano. Che dura da 35 anni. L'occupazione, che in tutto questo tempo è stata aspra e brutale, s'è resa possibile grazie all'appoggio militare ed economico degli Usa ed alla loro ferma protezione diplomatica, compreso l'ostruzionismo continuo, a livello internazionale, al raggiungimento di una politica di pace. Non esiste la minima simmetria nel confronto tra i due popoli. Anche se si inquadra la questione in termini di autodifesa israeliana, essa va molto al di là della distorsione dei fatti, abituale quando sono in gioco interessi di potere. La condanna più aspra al terrorismo palestinese - una giustificazione che dura da più di 30 anni - non altera questi fatti. E la Risoluzione del 30 marzo evade i problemi centrali, basilari. E' simile alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 12 marzo, e questo dovrebbe metterci sull'avviso visto che, sorprendentemente, non solo non è stata respinta, come al solito, dagli Usa, ma Washington l'ha addirittura proposta. La Risoluzione chiede la "visibilità" di uno Stato palestinese. Non siamo neanche ai livelli del Sudafrica di 40 anni fa. Allora il regime di apartheid non annunciò semplicemente una "visibilità", ma stabilì che la strada per la costituzione degli Stati neri fosse considerata almeno possibile e legittima, come quella che Usa ed Israele avevano pianificato per i territori occupati.
    Che aspettano ora gli Stati Uniti? Quali sono gli interessi americani in questa fase?
    Quello degli Usa è un potere globale. Ciò che succede in Israele-Palestina ha una dimensione secondaria. Ci sono molti fattori che incidono sulla politica americana. Il principale, in questa regione del pianeta, è il controllo delle maggiori risorse energetiche del mondo. L'alleanza Usa-Israele prende forma all'interno di questo contesto. Nel 1958 il Consiglio di Sicurezza Nazionale arrivò alla conclusione che per opporsi alla crescita del nazionalismo arabo il "corollario logico sarebbe quello di appoggiare Israele in quanto unico potere fortemente filooccidentale in Medio Oriente". E' un'esagerazione, ma è sulla base di questa analisi strategica che i nazionalismi autoctoni sono stati identificati come una minaccia primaria (allo stesso modo che in altre parti del Terzo Mondo); solitamente la minaccia era chiamata "comunista", anche se tutti sanno che si tratta di un termine usato propagandisticamente, e che i problemi della guerra fredda in quell'anno cruciale, il 1958, furono del tutto marginali. L'alleanza si è rafforzata nel 1967, quando Israele ha reso un importante servizio al potere degli Usa distruggendo le forze principali del nazionalismo arabo, considerato una minaccia molto seria per il dominio americano nella regione del Golfo. Il problema non si è certo risolto con il crollo dell'Urss. Oggi l'alleanza Usa-Israele-Turchia è il punto centrale della strategia americana e Israele è virtualmente una base americana, militarizzata e ad alta tecnologia, strettamente legata all'economia americana. In questo quadro gli Usa ovviamente sostengono la repressione israeliana contro i palestinesi e l'annessione dei territori occupati, compreso il progetto neocoloniale indicato da Ben-Ami, anche se le scelte della politica devono essere compatibili con la situazione contingente, devono farci i conti. Attualmente i piani di Bush sono quelli di tenere bloccate le iniziative che possano portare a nuovi rapporti diplomatici o ad una riduzione della violenza; è questo, per esempio, il significato del veto posto il 15 dicembre del 2001 alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva iniziative adeguate per l'attuazione del Piano Mitchell e l'introduzione di un monitoraggio internazionale per la riduzione della violenza. Per le stesse ragioni gli Usa hanno boicottato il 5 dicembre le riunioni internazionali di Ginevra (alle quali dovevano essere presenti assieme alla Gran Bretagna). In quelle riunioni si è riaffermato che la Quarta Convenzione di Ginevra deve applicarsi ai territori occupati. E così sono state messe in moto una serie di iniziative, estremamente importanti per Usa e Israele, che aprono "gravi brecce" rispetto alla Convenzione (per capirci, ai crimini di guerra) che è stata stabilita nella dichiarazione di Ginevra. Tutto ciò viene riaffermato nella Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ottobre del 2002 (gli Usa si sono astenuti) ed in essa si sostiene una volta ancora che la Convenzione va applicata ai territori occupati. Questa era stata anche la posizione ufficiale americana, come dichiarato formalmente, per esempio, da George Bush padre, quando era ambasciatore all'Onu. In questi casi gli Usa si astengono o boicottano. Pubblicamente non vogliono prendere posizioni contrarie ai principi della legge internazionale, soprattutto viste le circostanze in cui furono promulgate le Convenzioni, e cioè per condannare formalmente le atrocità dei nazisti. I mezzi di comunicazione e gli intellettuali generalmente cooperano boicottando queste iniziative: in particolare, essendo una delle parti contraenti, il governo americano è legalmente obbligato da un trattato solenne a punire chi viola le Convenzioni, compresi i propri dirigenti politici. Ma si tratta solo di una finta. Nel frattempo il flusso di armi e l'appoggio economico a sostegno dell'occupazione attraverso la forza, il terrore e l'espansione degli insediamenti continua senza sosta.
    Qual è la sua opinione rispetto ai vertici arabi?
    In via generale i vertici arabi hanno accettato il piano saudita che insisteva su alcuni principi basilari che ricevevano il consenso internazionale: Israele doveva ritirarsi dai territori occupati nel contesto di un accordo generale di pace che avrebbe garantito il diritto di ogni Stato della regione - compreso Israele - e di un nuovo Stato palestinese alla pace ed alla sicurezza all'interno di frontiere riconosciute (la redazione della risoluzione 242 dell'Onu fu allargata per includere lo Stato palestinese). Oggi non c'è nulla di nuovo. Sono questi i termini della risoluzione del Consiglio di Sicurezza del gennaio del 1976, sottoscritta virtualmente dal mondo intero, compresi i principali Stati arabi, l'Olp, l'Europa, il blocco sovietico, i paesi non allineati - di fatto tutti quelli che contavano. Israele si oppose e gli Usa la vietarono. E per questo, per queste ragioni, la vietarono alla storia. Altre iniziative simili degli Stati arabi, dell'Olp e dell'Europa occidentale sono state bloccate dagli Usa, e la situazione continua fino ad oggi. Compreso il piano Fahd del 1981. Anch'esso, per le solite ragioni, è stato efficacemente vietato alle storia. Il rifiuto americano in realtà risale a cinque anni prima. Al febbraio del 1971, quando il presidente egiziano Sadat offrì ad Israele un trattato di pace in cambio del ritiro totale israeliano dai territori egiziani, senza tirarci dentro i diritti nazionali palestinesi o il destino degli altri territori occupati. Il governo laburista di Israele lo riconobbe come una genuina offerta di pace, ma decise di rifiutarlo e cercò di estendere gli insediamenti nella parte nord orientale del Sinai; cosa che fece immediatamente e con estrema brutalità e che fu la causa della guerra del 1973. La condizione dei palestinesi sotto l'occupazione militare è stata descritta con franchezza ai colleghi ministeriali da Moshe Dayan, uno dei leader laburisti che più simpatizzava con la condizione palestinese: ad Israele deve essere chiaro che "noi non abbiamo una soluzione e loro potranno continuare a vivere come i cani, qualsiasi siano le loro pretese, mentre noi staremo a vedere quale direzione prenderà questo processo di pace". In coerenza con queste affermazioni, i princìpi che hanno guidato l'occupazione sono stati l'umiliazione continua e degradante assieme alla tortura, al terrore, alla distruzione della proprietà, al dislocamento, all'ubicazione e all'impossessamento delle risorse di base, prima tra tutte dell'acqua. Le offerte di Sadat del 1971 si adeguavano alla politica ufficiale degli Usa, ma Kissinger riuscì ad imporre quello che chiamò "ostruzionismo": nessun negoziato, solo forza. Anche le offerte di pace della Giordania furono disattese. Da allora la politica ufficiale americana rispetto al ritiro israeliano dai territori prescinde dal consenso internazionale (fino a Clinton, che annullò le risoluzioni dell'Onu e i pareri della legislazione internazionale). Ma in pratica la politica, dopo il disastro della guerra del 1973, ha seguito le idee di Kissinger, che di quella guerra è uno dei maggiori responsabili, del tutto in sintonia con le indicazioni di Ben-Ami. La dottrina ufficiale suggerisce di fare attenzione ai vertici arabi, come se gli Stati arabi e l'Olp fossero il problema e avessero intenzione, in particolare, di buttare Israele a mare. L'informazione giornalistica nasconde il problema e critica gli ondeggiamenti, i limiti e la qualità del mondo arabo. Poco si può dire a favore degli Stati arabi e dell'Olp, ma qui si tratta di pretesti del tutto falsi. Basta fare qualche rapida verifica. La stampa più seria ha riconosciuto che il piano saudita riproduce ampiamente il piano Fahd del 1981 ed ha affermato che l'iniziativa è stata compromessa dal rifiuto arabo di accettare l'esistenza di Israele. I fatti si presentano nuovamente in modo abbastanza diverso. Il piano del 1981 è stato compromesso da una reazione israeliana che anche la maggior parte della stampa ha definito "isterica" e che è stata spalleggiata dagli Usa. Riguarda anche Shimon Peres ed altre colombe a lui legate, le quali considerarono il piano Fahd "una minaccia all'esistenza stessa di Israele". Un sintomo dell'isteria è rappresentato dalla reazione del presidente israeliano Haim Herzog, anche lui considerato una colomba. Ha accusato l'Olp di essere l'"autrice reale" del piano Fahd ed è arrivato al punto di dire che la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza del gennaio 1976 è stata "preparata" dall'Olp, quando lui era ambasciatore di Israele all'Onu. Si tratta di affermazioni di cui è difficile accertare la veridicità, ma che sono indicative della paura disperata, della nullità politica delle colombe israeliane, largamente spalleggiate dagli Usa. Il problema essenziale, oggi come allora, non porta a Washington, che ha sempre sostenuto il rifiuto di Israele ad uno statuto politico all'interno di un ampio e generale accordo internazionale, nei fatti le proposte saudite. Vengono messi in discussione persino fatti elementari, si lascia che la discussione si consumi essenzialmente nella falsità e nell'inganno. Noi non dobbiamo adattarci, per esempio accettando implicitamente che la crescita dei vertici arabi rappresenti un problema. Ha importanza, ovviamente, ma secondaria. I problemi veri sono stati qui detti ed è nostra responsabilità affrontarli e farci i conti invece di travisarli.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Noam Chomsky sulla situazione attuale in Medioriente.

    Intervista di Zed Magazine a Chomsky
    2 aprile 2002

    [Traduzione dall'americano di Sabrina Fusari - Associazione PeaceLink -
    www.peacelink.it]

    Z: C'è un mutamento qualitativo in quanto sta avvenendo attualmente?

    C: Penso che ci sia un mutamento qualitativo. Lo scopo del processo di Oslo
    è stato descritto accuratamente nel 1998 dallo studioso israeliano Shlomo
    Ben-Ami, subito prima che questi entrasse nel governo Barak, per poi
    diventare il capo negoziatore di Barak a Camp David nell'estate del 2000.
    Ben-Ami osservò che "in pratica, gli accordi di Oslo si fondavano su di una
    base neocolonialista, su di una vita di dipendenza di una parte sull'altra
    e per sempre". Con queste finalità, gli accordi Clinton-Rabin-Peres si
    prefiggevano di imporre ai palestinesi "una dipendenza quasi totale da
    Israele", dando luogo ad una "situazione coloniale estesa" da intendersi
    come "base permanente" per una "situazione di dipendenza". La funzione
    dell'Autorità Palestinese era quella di controllare la popolazione interna
    di un protettorato neocoloniale guidato da Israele. È così che il processo
    si è sviluppato, passo dopo passo, comprese le precisazioni dell'accordo di
    Camp David. La posizione Clinton-Barak (rimasta vaga ed ambigua) è stata
    accolta negli Stati Uniti come "valida" e "magnanima", ma guardando ai
    fatti, è chiaro che era - come del resto viene comunemente descritta in
    Israele - una proposta da bantustan: e si presume sia questa la ragione per
    cui si è evitato attentamente di mostrare cartine geografiche sulla stampa
    mainstream statunitense. È vero che Clinton e Barak si erano spinti di
    qualche passo avanti verso una soluzione simile agli insediamenti
    "bantustan" che il Sudafrica aveva istituito nei giorni più bui
    dell'apartheid. Poco prima di Camp David, i palestinesi della West Bank
    erano confinati in oltre 200 aree sparse, ed effettivamente l'accordo
    Clinton-Barak proponeva un miglioramento: consolidamento in tre distretti,
    sotto il controllo di Israele, praticamente separati l'uno dall'altro e dal
    quarto distretto, una piccola area di Gerusalemme Est, il centro della vita
    palestinese e delle comunicazioni nella regione. E naturalmente separati da
    Gaza, dove non era chiaro cosa sarebbe avvenuto.

    Ma ora, come si vede, questo piano è stato accantonato a favore della
    demolizione dell'Autorità Palestinese. Ciò comporta la distruzione delle
    istituzioni del potenziale bantustan pianificato da Clinton e dai suoi
    partner israeliani; negli ultimi giorni, anche di un'organizzazione per i
    diritti umani. Le figure palestinesi che erano state designate quali
    controparti dei leader neri dei bantustan vengono anch'esse attaccate, ma
    non uccise, probabilmente per via delle ricadute sul piano internazionale.
    L'illustre studioso israeliano Ze'ev Sternhell scrive che il governo "non
    si vergogna più di parlare di guerra, quando ciò in cui è realmente
    impegnato è un'operazione di polizia coloniale, che ricorda l'occupazione,
    da parte della polizia bianca, dei quartieri poveri neri in Sudafrica
    durante l'era dell'apartheid". Questa nuova politica rappresenta una
    regressione rispetto al modello dei bantustan sudafricani di 40 anni fa,
    modello a cui Clinton, Rabin, Peres, Barak e i loro negoziatori aspiravano
    con il "processo di pace" di Oslo.

    Nulla di tutto ciò coglie di sorpresa quanti hanno letto le analisi
    critiche degli ultimi 10 anni, tra cui una grande quantità di materiale
    regolarmente pubblicato su Znet, dove si passano in rassegna gli sviluppi
    della situazione passo a passo. Come poi i leader israeliani intendano
    esattamente mettere in atto questi programmi non è chiaro - neanche a loro
    stessi, presumo.

    Negli USA, e in Occidente, è conveniente accusare Israele, e specialmente
    Sharon, ma questo non è giusto e credo neanche molto onesto. Molte delle
    peggiori atrocità commesse da Sharon sono state realizzate sotto governi
    laburisti. Come criminale di guerra, Peres si avvicina a Sharon. Inoltre,
    la responsabilità primaria ricade su Washington, e così da 30 anni. Questo
    per quanto riguarda sia il quadro diplomatico generale, sia alcune
    particolari azioni. Israele può agire nei limiti stabiliti dal padrone di
    Washington, e raramente può spingersi oltre.

    Z: Qual è il significato della Risoluzione del Consiglio di sicurezza
    emanata lo scorso venerdì?

    C: L'interrogativo principale era se sarebbe stata inoltrata la richiesta
    di un ritiro immediato di Israele da Ramallah e dalle altre zone
    palestinesi in cui l'esercito israeliano era entrato per svolgere
    l'offensiva attualmente in corso, o se sarebbe stata almeno fissata una
    scadenza per tale ritiro. Evidentemente, ha prevalso la posizione degli
    Stati Uniti: vi è solo una vaga richiesta di "ritiro delle truppe dalle
    città palestinesi", senza specificazioni temporali. Pertanto, la
    Risoluzione è in accordo con la posizione ufficiale statunitense,
    ampiamente ribadita sulla stampa: Israele è stata attaccata ed ha il
    diritto all'autodifesa, ma non deve esagerare nel punire i palestinesi, o
    almeno non deve farlo in modo troppo visibile. Ma i fatti - su cui non vi è
    contenzioso - sono ben diversi. I palestinesi cercano di sopravvivere sotto
    l'occupazione militare israeliana, che entra ora nel suo trentacinquesimo
    anno. È sempre stata aspra e brutale, grazie al decisivo apporto militare
    ed economico e alla protezione diplomatica degli USA, compreso il blocco
    del consenso internazionale, che ormai si riscontra da lungo tempo, per una
    soluzione politica e pacifica. Non vi è simmetria in questo confronto, non
    vi è la benché minima simmetria: e inquadrarlo come un atto di autodifesa
    da parte di Israele trascende le forme standard di distorsione delle
    notizie per gli interessi del potere. Le severissime condanne del
    terrorismo palestinese, che vanno fatte e vengono fatte da 30 anni, non
    cambiano questi fatti basilari.

    Evitando scrupolosamente le questioni centrali ed urgenti, la Risoluzione
    di venerdì scorso è simile alla Risoluzione del Consiglio di sicurezza del
    12 marzo, che suscitò grande e favorevole sorpresa perché non solo gli USA
    non hanno esercitato il diritto di veto, come di solito fanno, ma
    addirittura fu emanata per iniziativa di Washington. La Risoluzione parlava
    della "visione" di uno Stato palestinese. Non arrivava quindi ai livelli
    del Sudafrica, 40 anni fa, quando il regime dell'apartheid non annunciò
    solo una "visione", ma istituì Stati, governati dai neri, che erano
    fattibili e legittimi almeno tanto quanto ciò che USA ed Israele
    progettavano per il territori occupati.

    Z: Ma gli USA che cosa faranno ora? E quali interessi statunitensi sono in
    gioco a questo punto?

    C: Gli USA sono una potenza globale. Quello che avviene in
    Israele-Palestina è un esempio tra tanti. Sono molti i fattori che entrano
    in gioco nelle politiche statunitensi. La principale in questa regione del
    mondo è il controllo sulle maggiori riserve energetiche del pianeta.
    L'alleanza USA-Israele ha preso forma in quel contesto. Nel 1958, il
    Consiglio per la Sicurezza Nazionale concluse che un "logico corollario"
    dell'opposizione nei confronti del crescente nazionalismo arabo "sarebbe
    stato sostenere Israele quale unica potenza filo-occidentale di rilievo in
    Medioriente". Si tratta di un'esagerazione, ma anche di una conferma
    dell'analisi strategica generale, che identificava nel nazionalismo locale
    la minaccia primaria (come in altre parti del Terzo Mondo); tipicamente,
    veniva chiamata "comunista", anche se nella documentazione interna, ormai,
    si ammette in generale che questo era un termine propagandistico e che le
    problematiche relative alla guerra fredda erano spesso marginali, come in
    quel cruciale anno 1958. L'alleanza divenne stabile nel 1967, quando
    Israele prestò un importante servizio al potere statunitense distruggendo
    le principali forze del nazionalismo arabo laico, considerato una minaccia
    molto grave al dominio statunitense nella regione del Golfo. E le cose sono
    continuate così, anche dopo il collasso dell'URSS. Oggi, l'alleanza
    USA-Israele-Turchia è un caposaldo della strategia statunitense, e Israele
    è praticamente una base militare degli USA, tra l'altro strettamente
    integrata con l'economia dell'alta tecnologia militare statunitense.

    In questo quadro persistente, è naturale che gli USA sostengano la
    repressione israeliana dei palestinesi e l'integrazione dei territori
    occupati, compreso il progetto neocoloniale tratteggiato da Ben-Ami, anche
    se le scelte politiche specifiche vanno fatte in base alle circostanze. In
    questo momento, i pianificatori di Bush continuano a bloccare la misure per
    una soluzione diplomatica, o perfino per la riduzione della violenza; è
    questo il significato, ad esempio, del veto statunitense sulla Risoluzione
    del Consiglio di Sicurezza del 15 dicembre 2001 che invocava misure verso
    la messa in atto del Piano Mitchell e per l'introduzione di osservatori
    internazionali per monitorare la riduzione delle violenze. Per ragioni
    analoghe, gli USA hanno boicottato gli incontri internazionali tenutisi a
    Ginevra il 5 dicembre (dove si riuniva l'Unione Europea, compresa la Gran
    Bretagna), in cui si è ribadito che la Quarta Convenzione di Ginevra si
    applica anche ai territori occupati, in modo tale che determinate azioni
    USA-Israele di cruciale importanza, condotte nella zona, sono da ritenersi
    "gravi violazioni" della Convenzione - crimini di guerra, in parole povere
    - come previsto dalla Dichiarazione di Ginevra. Questo non ha fatto che
    ribadire la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ottobre del 2000
    (dove gli USA si sono astenuti) che confermava l'applicabilità della
    Convenzione ai territori occupati. Era poi anche la posizione ufficiale
    degli USA, formalmente sostenuta, ad esempio da George Bush I in veste di
    ambasciatore alle Nazioni Unite. In questi casi, gli USA regolarmente si
    astengono o fanno opera di boicottaggio, poiché non vogliono assumere in
    pubblico una posizione di contrarietà nei confronti del diritto
    internazionale, specialmente alla luce delle circostanze nelle quali le
    Convenzioni sono state ratificate: per criminalizzare formalmente le
    atrocità dei nazisti, comprese le azioni nei territori da essi occupati. I
    media e l'ambiente intellettuale in generale cooperano, "boicottando" essi
    stessi questi spiacevoli fatti: in particolare, il fatto che quale parte
    contraente, il governo statunitense è legalmente obbligato dalla solennità
    del trattato a punire chiunque violi le Convenzioni, anche qualora si
    trattasse della loro stessa leadership politica.

    Ma questo non è che un piccolo campione rappresentativo. Frattanto, il
    flusso di armi ed aiuti economici per mantenere l'occupazione con la forza
    e il terrore e per estendere gli insediamenti continua senza tregua.

    Z. Qual è la tua opinione sul summit dei paesi arabi?

    C: Il summit dei paesi arabi ha portato all'accettazione generale del piano
    saudita, che ha ribadito i principi generali del consenso internazionale
    già raggiunto da molto tempo: Israele deve ritirarsi dai territori occupati
    nel quadro di un accordo di pace generale che garantisca il diritto di
    tutti gli Stati della regione, compreso Israele stesso e un nuovo Stato
    palestinese, a vivere in pace e in sicurezza entro i confini riconosciuti
    (praticamente la formulazione della 242 ONU, con l'aggiunta del riferimento
    ad uno Stato palestinese). Non c'è nulla di nuovo in tutto ciò. Sono i
    termini basilari della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza del gennaio
    1976, sostenuta da quasi tutto il mondo, compresi i principali paesi arabi,
    l'OLP, l'Europa, il blocco sovietico, i paesi non allineati - cioè da tutti
    quelli che contavano. Ma ha incontrato l'opposizione di Israele e il veto
    degli USA e dunque il veto della storia. Successive e simili iniziative
    degli Stati arabi, dell'OLP e dell'Europa occidentale sono state fino ad
    oggi bloccate dagli Stati Uniti, compreso il piano Fahd del 1981. Ma anche
    lo stesso racconto di tale blocco è stato efficacemente bandito dalla
    storia, per le solite note ragioni.

    Il sistematico rifiuto degli Stati Uniti va però fatto risalire a cinque
    anni prima, al febbraio 1971, quando il Presidente egiziano Sadat offrì ad
    Israele un trattato di pace completa in cambio del ritiro da parte di
    Israele dai territori egiziani occupati, senza neanche sollevare la
    questione dei diritti nazionali palestinesi o il destino degli altri
    territori occupati. Il governo israeliano laburista riconobbe che si
    trattava di un'offerta sincera di pace, ma decise di rifiutarla,
    nell'intenzione di estendere i propri insediamenti verso il Sinai
    nord-orientale; cosa che ben presto fece, con estrema brutalità, la causa
    immediata della guerra del 1973. Il piano che riguardava i palestinesi
    sotto l'occupazione militare è stato descritto con sincerità ai colleghi di
    Gabinetto da Moshe Dayan, uno dei leader laburisti più aperti nei confronti
    della questione palestinese. Israele doveva affermare chiaramente che "non
    abbiamo altra soluzione, continuerete a vivere come cani. Chi vuole, può
    anche andarsene, e vedremo dove ci porta questo processo". A seguito di
    tale raccomandazione, il principio guida dell'occupazione è stato
    rappresentato da un'umiliazione incessante e degradante, oltre alla
    tortura, al terrore, alla distruzione delle proprietà, alla cacciata della
    popolazione civile per fare spazio agli insediamenti, alla presa di
    possesso delle risorse di base, principalmente l'acqua.

    L'offerta di Sadat del 1971 era conforme alla politica ufficiale
    statunitense, ma Kissinger riuscì a far prevalere la sua preferenza per la
    soluzione da lui stesso definita "stallo": niente negoziati, solo forza. Le
    offerte di pace provenienti dalla Giordania furono anch'esse rigettate. Da
    allora, la politica ufficiale degli USA consiste nell'attenersi al consenso
    internazionale sul ritiro (fino a Clinton, che ha di fatto abrogato le
    Risoluzioni dell'ONU e le osservazioni sul diritto internazionale); ma
    all'atto pratico, la politica ha seguito la linea Kissinger, ossia
    l'accettazione dei negoziati soltanto sotto costrizione - così come
    Kissinger stesso era stato costretto ad accettare i negoziati dopo la
    quasi-débâcle della guerra del 1973, di cui egli ha una grossa
    responsabilità - e alle condizioni ben espresse da Ben-Ami.

    La dottrina ufficiale ci insegna a concentrare l'attenzione sul summit dei
    paesi arabi, come se il problema fossero gli Stati arabi e l'OLP, in
    particolare la loro intenzione di fare affondare lo Stato di Israele. I
    media presentano il problema come se si trattasse di vacillamenti, riserve
    e limitazioni da parte del mondo arabo. È vero che si può dire ben poco a
    favore degli Stati arabi e dell'OLP, ma queste affermazioni sono
    semplicemente false, come si capisce rapidamente dando uno sguardo alla
    storia.

    La stampa più seria ha ammesso che il piano saudita ripropone in gran parte
    il piano saudita Fahd del 1981, e ha affermato che tale iniziativa era
    fallita per via del rifiuto da parte araba di accettare l'esistenza di
    Israele. I fatti sono però, ancora una volta, ben diversi. Il piano del
    1981 fu fatto fallire dalla reazione israeliana, condannata perfino dalla
    stampa mainstream, che la definì "isterica", e sostenuta dagli USA. Occorre
    tenere conto anche del fatto che Simon Peres ed altre presunte "colombe"
    sostenevano che accettare il piano Fahd avrebbe "messo in pericolo
    l'esistenza stessa di Israele". Un indicatore di questa isteria è la
    reazione dell'allora Presidente israeliano Haim Herzog, anch'egli
    considerato una colomba. Sostenne che il "vero autore" del piano Fahd fosse
    l'OLP, e che fosse ancora più estremo della Risoluzione del Consiglio di
    Sicurezza del gennaio 1976 che era stata "preparata" dall'OLP stessa,
    all'epoca in cui egli era ambasciatore alle Nazioni Unite.

    Tali affermazioni difficilmente possono essere vere, ma sono un indicatore,
    da parte delle colombe israeliane sostenute per tutto il tempo dagli Stati
    Uniti, della paura disperata che si realizzi un accordo politico. Il
    problema di base è da ricondursi, allora come oggi, a Washington, che ha
    sempre sostenuto il rifiuto da parte di Israele di pervenire ad un accordo
    politico secondo i termini stabiliti dall'ampio consenso internazionale, e
    ribaditi in forma essenziale nell'attuale piano saudita.

    Finché non si permette a fatti elementari come questi di entrare nella
    discussione, sostituendoli alle solite rappresentazioni fuorvianti ed
    ingannevoli, la discussione è in gran parte fuori tema. E non dobbiamo
    farci attrarre in essa - ad esempio, accettando implicitamente l'assunto in
    base al quale gli sviluppi del summit dei paesi arabi rappresenterebbero un
    problema cruciale. Sono significativi, naturalmente, ma il fatto è
    secondario. I problemi principali sono proprio qui, negli Stati Uniti, ed è
    nostra responsabilità affrontarli e risolverli, non scaricarli sugli altri.

    [In caso di pubblicazione di questo articolo si prega di riportare la fonte
    (Z Magazine) e il nome del traduttore.]

    http://www.peacelink.it/webgate/news/msg02133.html
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #6
    Totila
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    Wehr, perchè vuoi far del male al povero Cannonball...

  7. #7
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    Io?!?
    Totilla ma cosa dici?
    Io ,tu e tutti i forumisti di qst. forum non vogliamo polemizzare con gli amici del forum di Padania!
    Vero?
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  8. #8
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    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  9. #9
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    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  10. #10
    Totila
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    No, assolutamente...Solo che sono un pò duri di comprendonio...Non vogliono capire e anche quando sono di fronte all'evidenza fanno come le bisce. Sgusciano.

 

 
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