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    Predefinito Il Cavaliere va alla guerra: tutti i piani

    da "La Stampa"

    ROMA DAVANTI all´ascensore dei ministri, a pochi passi dal fatidico corridoio dei passi perduti, un divertito ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, spiega la nuova teoria dello «scontro» di cui è uno dei massimi fautori. «Per capire ciò che sta davvero succedendo - dice - bisogna azzardare un paragone storico e tornare alla battaglia dell´84 sulla scala mobile. Allora ci fu un provvedimento del governo che non tenne conto dell´opposizione della Cgil, ci fu uno sciopero generale, un referendum e finì come tutti sanno: con la sconfitta della sinistra. Succederà di nuovo. E poi la filosofia dei provvedimenti che abbiamo deciso fanno parte del bagaglio culturale dei riformisti: c´è un libro in cui Tiziano Treu, già ministro del Lavoro dell´Ulivo, teorizza l´abolizione dell´intero articolo 18. Tra qualche mese, quando a fronte di nessun licenziamento ci saranno trecentomila posti di lavoro in più, voglio vedere cosa succederà. La Confindustria vuole mettere su una sorta di orologio dei risultati, dando una comunicazione periodica dell´aumento dei posti di lavoro». Il ragionamento di Tremonti riecheggia anche nelle parole di un altro generale di Berlusconi, il ministro della Difesa Antonio Martino. «Questo scontro - osserva - è ineludibile, le ragioni vanno ben oltre l´articolo 18. Di là c´è la pretesa di una parte del sindacato di impedire al governo di governare, di esercitare una sorta di diritto di veto. E´ stato inutile anche tanto zig-zagare: questo scontro si deve consumare». Già, siamo alla vigilia di una resa dei conti che forse davvero era inevitabile visto che la responsabilità ricade in parti uguali sul governo e sul sindacato. Probabilmente gli stessi elettori la esigevano. Ad esempio, per spiegare quest´ultima «svolta» che lo ha portato (o «costretto» per usare il termine che il nostro preferisce) alla politica dello scontro con il sindacato e l´opposizione, il premier cita spesso uno studio che è arrivato sulla sua scrivania alla fine della scorsa settimana, impressionandolo non poco: da un sondaggio mirato emergeva che la maggioranza degli elettori della CdL dava per scontato, con un certo disappunto, l´epilogo che alla fine il governo si sarebbe «calato le braghe» davanti al veto della Cgil. Per capire «il Cavaliere che va alla guerra» bisogna partire da qui: il rischio della figuraccia con i suoi, accompagnato dalla presa d´atto che nel sindacato (Cisl e Uil) così come nella sinistra (D´Alema) l´area riformista è soccombente rispetto a quella massimalista (Cofferati, giustizialisti, girotondi e affini), hanno convinto il premier a scegliere la linea dura. Non è la prima volta che gli capita, basta ricordare la rottura nella Bicamerale presieduta da D´Alema. E la «svolta» nei rapporti con il sindacato determinerà probabilmente un cambio generale di strategia che è già davanti agli occhi di tutti: nel consiglio d´amministrazione della Rai si va avanti a colpi di maggioranza, nella trattativa sul conflitto d´interessi l´ipotesi dell´intesa continua ad essere molto remota e anche il confronto parlamentare sulla riforma della giustizia non parte sotto i migliori auspici. Secondo i dettami della strategia militare tanto cara a Berlusconi, il presidente del Consiglio si è convinto che è il momento del «bastone», quello che precede «la fase della carota». Più che una scelta si tratta di un passo obbligato per il Cavaliere. Un passo che, comunque, lo preoccupa non poco. Anche perché la fase del «bastone» rischia questa volta di durare un anno e più e di concludersi con una stagione referendaria: un vero e proprio giudizio di Dio di cui si avvertono già le avvisaglie e che si concluderà o con la sua sconfitta, o con la sconfitta dell´ala massimalista della sinistra e del sindacato. E visto che la posta in gioco è grossa, il premier si sta attrezzando. Ad esempio, in queste settimane sta dedicando particolare attenzione alla «comunicazione». Ad esempio sta calibrando il messaggio sulle modifiche all´articolo 18: «Noi dobbiamo spiegare alla gente che il governo non ha aperto la strada ai licenziamenti ma vuole favorire la nuova occupazione. E´ il cuore della flessibilità. I padri che scioperano contro i nostri provvedimenti, scioperano contro i loro figli». Appunto, la parola chiave è lavoro. Un consiglio che il ministro Roberto Maroni, ha ricevuto addirittura dal nuovo ambasciatore americano a Roma, il repubblicano Sembler: «Tempo fa - gli ha spiegato l´inviato di Bush - noi abbiamo avuto un problema simile e per convincere la gente dell´importanza della flessibilità abbiamo usato solo una parola: "job"».
    Poi c´è il rischio "referendum" che il governo ha cominciato a studiare. Ci sono quelli che preoccupano e quelli che non preoccupano. Tra questi ultimi c´è, ad esempio, quello sul conflitto di interessi. «Se la sinistra lo promuove - afferma sicuro il ministro Frattini - si ficca in un vespaio. La gente non potrà accettare l´idea di un referendum che punta a colpire i diritti politici di un uomo che ha voluto a Palazzo Chigi. Un referendum del genere si trasformerebbe in un plebiscito per Berlusconi». Diverso è, invece, il discorso su quello che potrebbe essere promosso dalla Cgil sulle modifiche all´articolo 18. Il «no» ai licenziamenti è uno slogan che potrebbe pagare. Ecco perché nel governo c´è chi pensa di usare strumenti legislativi che portino alla pubblicazione del nuovo provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale non prima del prossimo 30 settembre: in quel caso il rischio referendum sarebbe rinviato di un anno, dalla primavera 2003 a quella del 2004. Infine c´è il problema delle alleanze. Il Cavaliere sta tentando di stringere ancor di più i rapporti con la Chiesa e con la Cei superando alcune incomprensioni recenti («Avvenire» ieri ha criticato la politica dello scontro col sindacato). Sarebbe il modo più efficace per neutralizzare il movimentismo degli ex-Dc di Casini. Non per nulla il fido Letta sonda periodicamente gli umori del cardinal Ruini, che continua a parlare di Forza Italia come «del primo partito dei cattolici». La fraseologia usata una volta per la Dc. Con queste accortezze il Cavaliere si prepara alla guerra. E il clima di scontro se da una lato preoccupa, dall´altro piace ai suoi. «Noi siamo una coalizione da battaglia», si infervora Gustavo Selva. «Ci voleva. Dobbiamo far capire ai nostri elettori che qualcosa è cambiato. Il paese non ha mai avuto una Thatcher. La sconfitta del massimalismo farà comodo anche alla sinistra di governo. Anche D´Alema ci ringrazierà...».

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    Allrra, come procede la guerra del Cavaliere? Soddisfatti dei risultati dopo 5 mesi di guerra della destrina tatcherina massimalista italica?

 

 

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